Fatti un salasso

13 aprile 2011

“Plofe!”
“Oddio, rieccoci… cosa c’è ancora?”
“Tu hai mai pleso colpo di sole?”
“Eh?!”
“Colpo di sole. Hai mai pleso colpo di sole?”
“Un colpo di sole?! Be’, no, non credo. Sicuramente mi sono abbronzata troppo, mi sono scottata la pelle, ma un vero e proprio colpo di sole direi di no. Perché?”
“Cinesi pel colpo di sole telapia pelfetta.”
“Ah. E sarebbe?”
“Legale folte folte punta dito medio felmando sangue, poi bucale dito e fal uscile sangue tutto nelo.”
“Sangue nero?! Ocché ce l’avete nero, voi, il sangue?! Non ce l’avete rosso come il mio?!”
“Sì, sangue losso come tuo, ma diventa nelo quando colpo di sole. Debolezza, stanco, svenile. Tu buchi dito, esce sangue nelo, e tutto passato.”

Mi c’è voluto un intervallo intero ma poi finalmente ho capito: essendo poco abituati all’esposizione ai raggi solari diretti, i cinesi accusano facilmente il colpo di sole, avvertendo giramenti di testa, debolezza diffusa, stato mentale confusionario. Guardandosi bene dall’andare all’ospedale di “Caleggi” come lo chiamano loro, essi si curano in casa stringendo con un laccio la punta del dito medio, quindi incidendone il vertice e lasciando uscire un sangue che loro sostengono essere molto, molto scuro.
Erasistrato, Erofilo, Arcagato e Galeno lo chiamavano salasso e ne fecero ampio uso.
Il Talmud raccomandava di praticarlo solo in giorni ben precisi.
Avicenna e Abulcasis lo consigliavano caldamente.

Io preferisco andare a Caleggi.

Preveggenza emergenza

13 aprile 2011

“Plofe!”
“Cosa c’è adesso?”
“Undici maggio andare via dall’Italia!”
“Cosa?!”
“Undici maggio, tlagedia in Italia!”
“Ma che dite, ragazzi?!”
“C’è sclitto su tutti giolnali cinesi: undici maggio in Italia pelicoloso vulcano elutta, poi folte tellemoto fino a Loma!”
“Un vulcano erutterà in Italia e un terremoto arriverà a sfiorare Roma?! Ma che mi siete impazziti tutti quanti?! Ma chi ve le dice queste baggianate?!”
“Tutti giolnali cinesi, plofe! C’è sclitto su tutti i giolnali cinesi!”

Li ho presi per il culo per tutto il resto della lezione.
Però intanto stanotte non ho chiuso occhio.

Da giovane

13 aprile 2011

“Plofe…”
“Dimmi carissimo.”
“Su intelnet visto tue foto quando tu giovane.”
“Ah sì?”
“Sì.”
“E quindi?”
“Tu molto più bella, da giovane!”

Che fine ha fatto la proverbiale delicatezza orientale?

“Scriverà di noi?”

12 aprile 2011

“Ma stasera scriverà di noi sul suo blog?”

Diobonino, occome si fa a non parlare di quel gruppo di persone che oggi ho incontrato al centro culturale della Cariservizi?
L’appuntamento, organizzato dalla scrittrice fiorentina Lucia Bruni, era fissato per le 15,30: l’ora perfetta per la capaccina e il crollo post-prandiale, mi dicevo, io per prima barollante dopo sei (dico sei) ore di lezione e mezz’ora (dico mezza) appena per un pasto ingurgitato al volo tra una sciacquata di viso e un caffè scaldato. E in effetti quando sono entrata in quel salone immenso e li ho visti lì a sedere, tutti schierati nelle seggioline rosse, ho pensato: questi, tempo un quarto d’ora, ronfano come tassi. E invece andavano visti: vispi, interessati, allegri e ridanciani, a farsi raccontare la piccola storia della mia vita mescolata alle grandi storie che mi ruotano intorno, a giro tra gli albori della mia avventura scolastica e l’imprevisto contatto dell’editoria, curiosi a ciacciare tra i miei articoli e le mie pagine, a domandarmi ma insomma questi nuovi studenti cinesi cosa c’hanno di così particolare, a chiedermi e sicché il prossimo libro su cosa lo scriverà, a sollecitarmi ancora, ci legga ancora un brano dal primo libro, e poi dal secondo, e poi dal terzo, a commentare ma davvero la scuola è ancora così bella?, ma davvero Boccaccio era tanto simpatico e sporcaccione?, ma davvero i genitori di oggi sono così inadeguati?

“Sa, noi siamo tutti nonni, dopo questo incontro con lei andiamo tutti a prendere i nostri nipotini, chi a scuola, chi all’allenamento, perché i nostri figlioli c’hanno da lavorare e non li possono tenere…”

Boh, saranno stati anche tutti nonni, ma a me per vivacità intellettuale al massimo parevano un gruppo di zii. E, mah, c’avranno anche avuto da andare a ripigliare i nipotini, fatto sta che alle sei e un quarto s’era ancora tutti lì a stringerci la mano e a ringraziarci di essere venuti, di esserci stati, e di essere stati tutti così generosi di racconti condivisi.

In mezzo ai loro volti di vita vissuta, ne spiccava uno fresco di adolescenza ancora tutta da vivere, un volto a me carissimo, che mi ha riportata al tempo in cui entrai di ruolo alle scuole medie e mi ritrovai da un giorno all’altro in mezzo alla classe destinata a stravolgermi la vita, cambiandomela per sempre. C’era proprio lei, una delle ragazzine di quella incredibile classe.

No, non è stato affatto un incontro come tanti altri, quello di oggi alla Cariservizi.
E così eccolo, il pensiero dedicato a voi, nonni o zii che siate, e il ringraziamento sentito per il pomeriggio che mi avete regalato.

Erano diverse settimane fa ed era domenica. Era quasi l’ora di pranzo e in casa aleggiava un petulante aroma di lasagne al forno. Squillò il telefono. Risposi. Era Francesco Magnelli.

Francesco Magnelli (lo dice anche wikipedia) è un pianista, compositore e arrangiatore italiano. Durante la sua carriera ha suonato, tra gli altri, coi Litfiba, coi CCCP, coi CSI e coi PGR. Attualmente cura gli spettacoli che Ginevra Di Marco, sua compagna d’arte e di vita, mette in scena e porta in giro per l’Italia. Indimenticabili le loro “Stazioni lunari“. Puntualmente sold-out il loro “L’anima della terra (vista dalle stelle)” con l’immensa Margherita Hack. Sono eventi teatrali in cui la musica sposa la parola e insieme travalicano la logica del mero concerto, alla ricerca di un messaggio da lanciare e da lasciare.

“Mi piacerebbe averti dentro il nuovo spettacolo a cui sto lavorando -disse quella domenica- dedicato al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, ma celebrato in un’ottica contemporanea, che s’intitolerà “Figli e figliastri”. La mia idea è far salire sul palco tre scrittori per le tre zone d’Italia, il Nord, il Centro e il Sud, a rappresentare le tre facce di un unico ma diverso Risorgimento. Per il Nord ho scelto Davide Ferrario. Per il Sud Antonio Pascale. Per il centro avrei pensato a te. Ti lascio carta bianca, fatti venire un’idea, lavoraci, scrivi quattro pillole di cinque minuti l’una, prova a interpretarle e mandamele. Poi vediamo.”

Da quella domenica non ebbi più pace. M’infilai nelle biblioteche di Firenze, cercai, sfogliai, consultai, lessi, studiai. Scelsi le donne. Tutte le donne del Risorgimento. Quelle borghesi ricche e altolocate che aprirono i loro salotti ai letterati del tempo, quelle disposte a vestirsi da uomo pur di contribuire alla causa che le accendeva, quelle che s’innamorarono degli eroi a fianco dei quali combattevano, fino a quelle anonime di cui ignoriamo nomi e cognomi ma il cui contributo non fu meno nobile di quello di tutte le altre.

Le mie pillole sono pronte. Lo spettacolo anche. Alle parole degli autori si alterneranno le voci oniriche e sanguigne di Ginevra Di Marco e di Cristina Donà. Scenografie, luci, video e prologo saranno a cura del Laboratorio Montemaggio. La prima assoluta sarà al “Politeama” di Poggibonsi dopodomani, venerdì 8 aprile. E io sono parecchio orgogliosa, quantunque ancora abbastanza incredula.

Ci sono domande?

5 aprile 2011

“Signor direttore, scusi: come ha fatto a diventare direttore?”
“Signor direttore, io ne ho una: le piace il suo lavoro?”
“E se tornasse indietro, lo rifarebbe?”
“Quante ore lavora al giorno?”
“Signor direttore: quanto guadagna al mese?”
“E’ vero che i giornalisti gonfiano le notizie?”
“Chi si occupa di cronaca rosa qui dentro?”
“Dove andate a mangiare nella pausa pranzo?”
“Nel giornale di domani scriverete che oggi siamo venuti a trovarvi?”
“Signor direttore, poco fa mentre era in riunione col suo staff l’abbiamo sentita gridare: lei è cattivo?”
“Signor direttore, vuole un chupa chups?”

La classe monoetnica cinese questa mattina è stata ricevuta presso la redazione fiorentina del “Corriere della Sera”.
Per la redazione stessa, a partire dal direttore Paolo Ermini che tanto generosamente si è dedicato ai ragazzi, non sarà facile dimenticare l’esperienza.

(un ringraziamento particolare anche a Alessandra Bravi e Marzio Fatucchi per il tempo che ci hanno dedicato e le spiegazioni che ci hanno fornito)

Non c’è due senza tre

4 aprile 2011

Levataccia.
Uno dei motivi per cui sempre più spesso rinuncio ad andare in gita con i miei studenti è la levataccia che essa impone. E’ inutile negarlo: non c’ho più il fisico. Ormai da qualche anno, se non mi attengo a uno stile di vita regolare e se non dormo le mie otto ore a notte, prima vacillo, quindi svagello, infine crollo. Stamani invece la sveglia ha chiamato prima che gli uccelli del quartiere iniziassero a cantare. Io nel frattempo, per paura di non sentirla, ero già sveglia da due ore. Mèta: Milano. E con questa siamo a tre volte in una settimana sola.

Quinari sui binari.
Struscio di carte/ ruote su trolley/ colpi di tosse/ russii e catarri/ telefonini/ fischio alle orecchie/ brividi in pelle/ pagine lette/ chiacchiere vane/ luci a palline/ porte a scomparsa/ sedute vuote/ sedute piene/ dolce o salato?/ vuole da bere?/ muoio di sonno/ schittone in corso/ nebbia poi sole/ mi sento male/ sono in Centrale.

Class News Msnbc canale 27.
Il giornalista della trasmissione “Primo Tempo” mi aveva già invitata un mesetto fa: avevo rinunciato per non mancare alle lezioni, perché c’era la verifica di storia e perché l’interrogazione a tappeto d’italiano figurava già fissata sul registro. Sicché avevamo optato per un collegamento telefonico da fare all’intervallo: chiusa dentro il cesso della scuola, avevo detto la mia sul rapporto tra i professori e i genitori, mentre la diretta impediva al regista di tagliare la confessione candida della mia discutibile location. Questa volta (per constatare se avrei mantenuto la stessa faccia tosta?) hanno insistito affinché che mi presentassi in studio in carne ed ossa. E io -occhi da bove, pancia in subbuglio, volto stravolto- mi sono presentata.

Guardarsi e non vedersi

3 aprile 2011

In classe con me ai tempi del liceo c’era una ragazza timida e buona, generosissima e intuitiva, affettuosa senza essere invadente, colta senza essere saccente. Non eravamo compagne di banco ma la zona dell’aula che occupavamo era la stessa e generalmente lei sedeva nel banco davanti al mio. Così spesso la penetravo tra le scapole della cassa toracica con la mia bic blu e lei attorcigliava il braccio dietro la schiena mettendo in mostra un medio in stato di inequivocabile erezione. Nelle mattinate meno esplicite e più snob ci scambiavamo pizzini in lingua latina, che lei ancora conserva -stropicciati e gialli- con la gelosia riservata agli oggetti di valore.

Dopo la maturità la persi di vista come tutte le altre quindici che popolavano la mia esigua classe. Io andai all’università, lei cominciò a lavorare. Io mi trasferii a Firenze, lei seguitò a vivere nella nostra comune terra natale. Io capii che il matrimonio non faceva per me, lei incontrò Dino e gli disse sì. Io sentii che la maternità non era la mia strada, lei mise al mondo Alessio e perse la testa per lui.

Ci riunì una lettera ch’ella scrisse e spedì all’indirizzo dei miei genitori, narrandomi la vita che le era scorsa tra le dita dal giorno in cui ci eravamo salutate davanti al quadro dei voti finali. Le risposi immediatamente, perché delle quindici lei era indubbiamente la migliore.

Ieri pomeriggio sedeva a due metri da me, nella libreria in cui presentavo i miei tre libri. Mentre rispondevo alle domande del moderatore, l’ho guardata tante volte. Ma non l’ho riconosciuta. Da parte sua, lei non ha avuto il coraggio di avvicinarsi a me e dirmi: “O pollo cieco del Valdarno, guarda che sono io, la Vivi”.

Rimaniamo così, lei attanagliata dal dubbio di essere invecchiata tanto da essere irriconoscibile, io pungolata dal sospetto di essermi completamente rincoglionita. Comunque due donne che si vogliono bene come fecero le ragazze di trent’anni fa.

(Un saluto commosso agli ex studenti presenti ieri in libreria e alla mamma speciale di un alunno speciale. Un ringraziamento particolare a Roberto Bollarino, titolare della libreria “Gulliver” di Pontassieve, che ha offerto squisita ospitalità, delizioso rinfresco e splendida pianta di orchidee.)

Altro che Albertazzi

2 aprile 2011

Quella sera mio padre e mia madre erano andati a ballare in un paese vicino. Era la fine di febbraio, il periodo di carnevale, e da tutte le parti si festeggiava. Mio padre seguiva sempre mia madre, non le diceva mai di no, era un uomo semplice, buono. I suoi occhi ridevano prima della bocca. Mia madre era bellissima, veniva da una famiglia molto povera, i suoi genitori non possedevano niente, né una casa né un pezzo di terra e nemmeno un lavoro. Al ritorno, si fermarono in un campo e fecero l’amore. Da quella notte d’amore sono nata io.

Comincia con queste parole lo spettacolo che Nada Malanima ha presentato ieri sera al Teatro Puccini di Firenze, tratto da quello scrigno di memorie che è “Il mio cuore umano”, il romanzo autobiografico pubblicato da Fazi Editore un paio d’anni fa. Chi si aspettava di sorridere come si sorride nei primi dieci minuti, c’è rimasto di pietra. Chi credeva di ascoltare Ma che freddo fa o il Saxofono blu, c’è rimasto di merda.

Nada non è mica stata ferma, in tutti questi anni. Nada ha camminato. A gran falcate, s’è lasciata dietro un mondo di canzonette -perfette per quell’epoca- e se n’è costruito uno tutto nuovo -altrettanto perfette per questa. Le ha chiamate “Canzoncine”, ma accidenti se sono ine. Sono canzoni immense, ingombranti e impegnative, canzoni di e da crisi, con testi che arrivano prima all’osso che alla ciccia e musiche che stordiscono sciolgono distruggono e lasciano basiti. Nada oggi è punk, incazzata, amara, ruvida, dolcissima. Nada oggi è innegabilmente sovrappeso, incredibilmente bella nel suo viso di bambina con il broncio. Nada è un’artista vera, di quelle che non hanno paura a rimettersi in gioco, a fare il punto e a capo, a sferrare il colpo di coda e mandare affanculo un passato che non le rappresenta più. Nada non te l’aspetteresti, ma sa anche recitare (bene) e tiene una platea col fiato sospeso a chiedersi cosa accadrà adesso, cosa racconterà tra un po’, e le previsioni ti fanno paura perché non c’è buonismo in lei: c’è il grande dolore dell’esistenza umana. Sul palco ci mette una sedia, un tavolo di ferro e un ombrello, non ha bisogno d’altro per sferrarti un cazzotto feroce alla bocca dello stomaco: le basta quella voce roca che sussurra non so ballare niente né un tango né un valzer, non so ballare niente mi dondolo in disparte, le bastano quei toni che solo lei sa alternare con quella maestria vocale. Due luci, la simulazione di una pioggia, e lo spettacolo sta in equilibrio perfetto tra la voglia di vegliare per non perdere il filo e l’istinto di adagiarsi sulla poltroncina vellutata, chiudere gli occhi e rincorrere la follia di quel ragionamento.

Allo spegnersi delle luci sulla scena, al riaccendersi di quelle in sala e al serrarsi del tendone, distinguo bene l’applauso di chi si è felicemente perso in quel sugo di parole e note, il grido di chi ha pianto dal primo minuto all’ultimo, la perplessità di chi si aspettava la Nada degli anni Sessanta, e la delusione di chi non c’ha capito un cazzo.

E torno a casa ripagata, riscaldata, ristrutturata. Tra me penso “altro che Albertazzi…” ricordando il tedio nauseato provato appena due sere fa alla Pergola, al cospetto di un attore finito, davanti a un uomo consumato e vecchio che non ha quasi più voce e non sta quasi più in piedi, ma che si ostina a proporsi al pubblico, oltretutto con la versione ridicola di un Picasso seduttore e trombone, tutto eros culi e fiche, di cui (davvero) non se ne può più.