Confronto tra civiltà

31 maggio 2011

Il bello della classe monoetnica cinese è che ogni attività si trasforma in una preziosa occasione di confronto tra due antiche e gloriose civiltà, quella che rappresento io e quella che rappresentano i miei trenta studenti venuti dall’Estremo Oriente.

“Insomma ragazzi, a un certo punto della serata Andreuccio da Perugia deve andare al gabinetto. Ma qui occorre fare una digressione su come erano fatti i gabinetti nell’Italia del Trecento. Dovete sapere che non c’era mica il wc come oggi, e nemmeno una buca comunque protetta come avevano i nostri nonni. Il gabinetto era…”
“Io! Io!”
“Sì, prego, dimmi caro.”
“Ela una stanza piena di piscio e melda! Anche in Cina lo stesso!”
“Esattamente, era una stanza piena (come dice il nostro nobile amico) di piscio e di merda, dalla quale i fruitori si tenevano a distanza servendosi di…”
“Io! Io! Io!”
“Sì, prego…”
“C’elano assi! Due assi per mettele piedi! Anche in Cina, stessa cosa!”
“Bravo, proprio così, servendosi di due assi su cui appoggiare i piedi e cercare di garantirsi un’evacuazione più rapida, efficace e innocua possibile. Ora, il povero Andreuccio…”
“Io! Io! Io!”
“Ancora?! Va bene, dimmi pure…”
“E per pulile culo, no calta igienica!”
“Eh, no. Neanche in Italia a quei tempi c’era la carta igienica, hai ragione, hai fatto bene a dirlo. Vedete ragazzi come in fondo sono sempre state vicine le nostre culture!”

Poi però quando racconta che per pulirsi il culo i cinesi usavano il solito cencio merdoso lasciato lì da un giorno all’altro, mi tocca prendere le dovute distanze e dissociarmi dall’auspicato matrimonio culturale che avevo in mente.
Eccheccavolo.

Chi il pane e chi i denti

31 maggio 2011

“Maledizione, mi hanno convocata!”
“Accidenti, anch’io sono stata nominata…”
“No, cavolo! Speravo di scansarli almeno quest’anno!”
“Oh no, sono finita in quella scuola terribile…”
“E io allora? Avevo chiesto la zona di Firenze Sud e mi hanno spedita a Empoli!”

E invece io -che avrei voluto essere nominata membro esterno per l’esame di maturità in un istituto sul lungomare di Orbetello o in un altro sopra i poggi di Magliano in Toscana- dal 13 di giugno sarò in ferie e non annuserò più l’inebriante puzzino della scuola fino al 5 di settembre.

Una notte. Una notte ancora prima di sapere se anche quest’anno sarò commissaria agli Esami di Stato che, come già quello scorso, ho chiesto di fare nella provincia di Grosseto.
Se domattina, consultando il sito della Pubblica Istruzione, comparirò nella lista dei 42 mila membri esterni, inizierò a far sia mente locale che bagagli per me e per Micino da Scansano, fido compagno dell’avventura estiva e gaudente fruitore di bucolici paesaggi maremmani. E saranno giornate lunghe e afose in qualche comune litoraneo a interrogare diciottenni spaventati. Saranno cene solitarie in giardino a chiacchierare con i grilli, con i gatti liberi e randagi venuti a fare conoscenza del mio domestico e urbano, con volpi temerarie, ricci impavidi e istrici timidi. Saranno notti di un silenzio sconcertante, abbracciata a una palla di pelo bianco e grigio che quando ne ha la possibilità sfrutta in pieno l’ambito ruolo di unico signore del mio cuore. Sarà cibo naturale, verdura che sa di verdura, indigestione di frutta e di afonia.
Se invece il mio nome non sarà in elenco, tirerò un sospiro a metà fra il sollievo e la malinconia e mi regalerò un riposo che a questo giro credo di meritare ancora più degli altri anni.
Dedicandomi alla scrittura di un libro che non avrei mai pensato, un giorno, di dover curare.

Il rinnegato

27 maggio 2011

Nella scuola dove insegno non c’è una classe che non accolga una percentuale molto alta di studenti stranieri. Filippini, arabi, egiziani, rumeni, peruviani, polacchi. E poi quella valanga di cinesi. Tanto che a volte mi chiedo se sono a scuola o se mi sono persa dentro un mercatino multietnico. In una classe che mi sta particolarmente a cuore (la stessa con cui un paio di giorni fa ho fatto quella litigata da innamorata) emerge vistosa quella che io chiamo la compagine albanese, un quartetto (tre maschi e una femmina) proveniente dall’Albania, tutti belli, tutti fascinosi e tutti molto buffi.

“Profe -dice stamani uno di loro- da ieri sono italiano anch’io.”
“In che senso?”
“La mia famiglia ha chiesto e ottenuto la cittadinanza. Non sono più albanese: ora sono italiano come lei.”
“Davvero? Ma senti che storia! E come ti senti?”
“Benissimo. Solo… detto tra noi… tutti questi albanesi di merda in classe mi danno un po’ fastidio.”

Che afa fa

26 maggio 2011

E’ questo il tempo del sole a picco sulle teste, delle palpebre serrate per parare un po’ di luce, della ricerca strenua d’uno spicchio d’ombra, delle auto che diventano forni nei parcheggi. E’ il tempo delle aule oscurate dalle veneziane, dei calzoncini (troppo) corti e delle magliette (troppo) scollate a scuola, delle fronti imperlate e delle ascelle pezzate. Il tempo del calo brusco d’attenzione perché la calura estiva è nemica del sapere ma strizza l’occhio all’ozio improduttivo e inetto. Il tempo dell’insofferenza alle ore di cinquanta minuti, alla promiscuità umana nelle classi, alle verifiche finali, alle scadenze burocratiche. Il tempo in cui aspetto che il tempo passi e che la sera arrivi, per ricominciare a vivere senza dover sudare. E’ questo il tempo in cui vorrei addormentarmi e risvegliarmi a ottobre, con le foglie gialle e rosse perfette per la meditazione, il cielo plumbeo amico dell’atto cogitante, il vento che agevola il respiro e spinge all’azione, le calze da rimettere alle gambe, un maglioncino leggero sulle spalle e l’energia scattante del fare e dell’andare.
Il bucato che s’asciuga in dieci minuti: tolto questo, non trovo altro fascino in questo tempo arrivato con la fretta che non m’aspettavo, e certo non desideravo.

Sei una fava

25 maggio 2011

Nel mezzo della lezione di Grammatica, una voce squarcia il silenzio della classe.
“SEI UNA FAVA!”
Mi volto sgomenta e cerco la bocca da cui è uscita l’ignominiosa espressione per seguirne la direzione acustica e arrivare al destinatario dell’offesa. Dietro lo sgraziato urlo trovo un metro e quarantacinque di cinese con la faccia a cartone animato. La fava in questione sarebbe (effettivamente) il compagno di banco italiano che gli ha insegnato a dirlo.
“Scusa, abbi pazienza, vedi, ecco… non dovresti dire questa parola…”
“Pelché plofe?”
“Perché in Toscana in generale, e a Firenze in particolare, la parola fava è una parolaccia…”
“Ah, e cosa vuole dile?”
“Ecco… vorrebbe dire… quel coso lì.”
“Che coso?!”
“Eh, quel coso… il coso.”
“Quale coso?!”
Tengo ferma la testa e butto gli occhi sgranati verso il basso, cercando di indicare l’ubicazione esatta del coso di cui vado discorrendo. Ma niente.
“Quale coso, plofe, no capisco.”
“Eh, quale coso quale coso… anche tu però… sforzati un pochino, dai… il coso.”
“Ma quale coso?!”

Alla fine di una lunga lista di epiteti (tutti rigorosamente esornativi) ci siamo compresi su un eloquente, intramontabile, eterno “pistolino”.

Come tra fidanzati

24 maggio 2011

Io dei miei studenti m’innamoro. Per questo mi comporto con loro come ci si comporta tra fidanzati: li penso anche quando non ci sono, cerco di dare loro la parte migliore di me, di non deluderli, di appassionarli, di appagarli. Preparo per loro verifiche rigorosamente personalizzate e corredate di cuori, fiorellini, sorrisi e inboccallupo. Esco volentieri in loro compagnia e se m’invitano a pranzo o a cena non dico mai di no. Conservo le loro lettere e i loro bigliettini come tesori inestimabili.
In pari misura, pretendo da parte loro un trattamento analogo. Voglio essere amata anch’io. Mi aspetto un rapporto basato sul rispetto e sulla fiducia, sulla dedizione e sulla passione intellettuale. Una classe che impara una poesia a memoria è per me il regalo più prezioso. E infatti non esito a esternare gioia e gratitudine, felicità e soddisfazione, fino a dedicarle un articolo sul Corriere della Sera. Una classe che non rispetta le scadenze e non svolge un lavoro nel modo in cui io mi aspettavo è per me il più tragico dei tradimenti. Per questo mi offendo, mi addoloro, mi abbatto e m’incazzo come una scimmia del Bengala. E strepito. E bercio. E urlo. E accuso, minaccio, giudico, prometto di non perdonare, tengo il muso ed esco sbattendo l’uscio.

Stamani, per esempio.

Incanto

24 maggio 2011

“Plofe, lei clede amole etelno?”
“No, mia cara, io credo all’amore, ma non al fatto che sia eterno.”
“Davvelo?! Ma lei pelò fidanzata!”
“Certo, ho il fidanzato. Ma chi può dire che questo fidanzato mi amerà in eterno? Magari un giorno si sveglia e non mi ama più.”
“Non è possibile!”
“E perché mai?”
“Noi la amiamo tanto, non è possibile che lui non ama lei almeno come noi”.

Semplice, logica, lineare.
Un incanto.

Disincanto

24 maggio 2011

“Riprendiamo la novella boccaccesca di Lisabetta da Messina e cerchiamo di studiarla un po’ più a fondo, ci state? Ci sono quei tre fratelli da psicanalizzare per esempio. E poi quell’attrazione tra lei ricca bella e benestante e lui servo subalterno e socialmente inferiore. E quell’amore fortissimo e profondo che va oltre la morte e, anzi, alla morte conduce. Cosa ne pensate?”
Braccio alzato.
“Dimmi caro.”
“Amole no esiste. Facciamo altla lezione.”

Storia in 2B alla prima ora. Storia in 3C alla seconda. Due ore di Italiano in 1D. Mezz’ora in coda in segreteria didattica per consegnare certe carte e ritirarne certe altre, per ricevere istruzioni precise sugli ormai imminenti scrutini di fine pentamestre. Un’altra mezz’ora a raccontare il mio lavoro di quest’anno alla ricercatrice dell’Università di Siena che monitorizza i risultati ottenuti nelle classi multietniche a confronto con la classe monoetnica dagli occhi mandorlati.
E poi ho finito. Per oggi, ho finito. Cioè me ne posso andare. Posso uscire dalla scuola, salire in auto, tornare a casa dal mio gatto, cucinarmi un pasto un po’ più elaborato di una scatoletta di tonno arrovesciata su una cupoletta di insalata e pomodori conditi con sale olio e limone. Invece no.
“PLOFEPLOFEPLOFE!” berciano dalla finestra che si affaccia sul parcheggio gli studenti cinesi della 1C.
“Ragazzi! Cosa c’è?”
“PLOFEPLOFEPLOFE! ULGENTE! DEVE VENILE SUBITO IN CLASSE! VENGA PLOFE! VENGA SUBITO!”
Un po’ mi agito, ma vedo anche che in classe con loro c’è il collega di Fisica, quello che all’inizio sembrava un gran musone ma che poi si è rivelato uno dei pezzi migliori di tutto l’Istituto, per cui mi tranquillizzo: nessuno si sarà fatto male, nessuno sarà in pericolo di vita, visto che lui è lì e che ha sul volto un’espressione piuttosto divertita. Tuttavia corro e senza neanche bussare entro.
“Allora? Che succede? Che vi prende?”.

Scopro che anche i cinesi s’innamorano e, conseguentemente, soffrono per il sentimento più travolgente e devastante che si prova nella vita. Scopro che anche per loro un sms ermetico e oscuro diventa un patimento da torcibudella e li distrae dall’attività scolastica curriculare. Scopro che, con le ragazze cinesi, se un maschio fa troppo lo scemo va lasciato senza pensarci due volte, ma anche uno che fa troppo il serio e ipotizza programmi a scadenza troppo lunga fa paura. Scopro che, con i ragazzi cinesi, se una ragazza sta per lasciarli fanno di tutto per lasciarla prima loro, per evitare almeno la vergogna e l’imbarazzo. Scopro che il parere di un adulto fa molto comodo anche a loro, anche se mentre te lo chiedono non hanno il coraggio di guardarti negli occhi e fanno finta che quella questione di cui ti stanno parlando non riguardi direttamente loro, ma un’ipotetica (e inesistente) altra persona che non è presente. Scopro che anche a loro va detto che per parlare d’amore non vanno bene i messaggini telefonici e nemmeno le chat, ma bisogna incontrarsi, annusarsi, respirare la medesima aria, e quindi aprire bocca e parlarsi. Che solo guardandosi negli occhi mentre ci si parla si può sperare di riuscire a capirsi.

Così mi fermo insieme a loro, mi siedo con calma, prima li ascolto, e intanto guardo il mio simpaticissimo collega che non dice nulla dalla bocca ma comunica tutto con lo sguardo, poi m’inserisco con rispetto tra il groviglio delle loro domande, provo a dare qualche risposta, li porto a confessare che quello di cui stiamo parlando non riguarda quell’ipotetica altra persona ma precisamente una di loro, lei, proprio lei. E’ vero? Sì, è vero.

Quando me ne vado è tardi, il gatto lo trovo addormentato dentro la cesta sul terrazzo, il tempo per un pranzo elaborato non c’è più, sventro una scatoletta di tonno e lo mescolo all’insalata e ai pomodori.

E penso che sono un’insegnante molto, molto fortunata.