La scuola che vorrei

22 maggio 2011

Ho passato le ultime quarantott’ore a Cles, in provincia di Trento, dove piacevolmente ho incontrato la Preside e i genitori dell’Istituto Comprensivo “Bernardo Clesio”.
Ho dormito in un albergo abbracciato da una foresta di meli.
Ho girato intorno a un lago dentro cui si rispecchiavano montagne, alberi e cielo.
Ho fatto amicizia con quindici cani e sperato d’imbattermi in un orso del Parco Naturale Adamello Brenta.
Ho fotografato orchidee selvatiche e mughetti di bosco.
Ho mangiato canederli in brodo, polenta coi funghi, yogurt naturale e strudel alle mele.
Ma più che altro ho visto la scuola che vorrei: un edificio pensato per i ragazzi e realizzato con criterio, colorato per educarli al gusto del bello, pulito per avviarli alla cura responsabile delle cose. In ogni classe sedie policrome, armadietti personalizzati, lavagne tradizionali e lavagne elettroniche. Sopra nessun muro scritte sconce né pedate. Lungo ciascun corridoio laboratori di tutto, dalla fotografia alla cucina. In ogni angolo punti di raccolta differenziata dei rifiuti. Appese alle pareti e dislocate negli androni, opere d’arte di alto valore. Appena fuori dal portone, un giardino prezioso come un pizzo macramè.
E ho sospirato rattristata, pensando ai muri scortecciati e scarabocchiati delle nostre aule, ai nostri corridoi disordinati, al nostro cortile infestato di erbacce e forasacchi.
Ma non temete, ragazzi: nemmeno una briciola della mia voglia di rivedervi per stare insieme a voi è diminuita.
A domani.

Tanto rumore per nulla

20 maggio 2011

Temevo questo venerdì 20 come se fosse un venerdì 17.
La programmazione degli impegni scolastici prevedeva per oggi il Collegio dei Docenti. L’ultimo. Il più caldo. E generalmente il più infuocato. Per questioni di meteo e di umori. Per annunciate polemiche e ventilati scontri. Per rese dei conti che raramente mettono d’accordo tutti e decisioni per l’anno scolastico venturo che accontentano solo la metà dei professori. E prima mettici una mattinata di lezione. E poi un pranzo da consumare fuori, e il disagio di non levarsi le scarpe per una giornata intera, e l’impossibilità di lavarsi i denti in santa pace a casa propria.
E invece sono stata proprio bene. La lezione è scivolata liscia tra consueta allegria e primaticce malinconie (“Ma a voi ragazzi non dispiace che la scuola stia per finire?”, “A me tantissimo profe: dopo una settimana di vacanza comincio a stare male, ad annoiarmi e a desiderare di tornare qui dentro”). Il pranzo fuori è stato un ottimo buffet allestito da una ditta di catering ingaggiata dal nostro Preside, fresco e felice di matrimonio. I denti me li sono lavati al gabinetto della scuola. Al Collegio, durato mezz’ora meno del previsto, ho udito e partecipato a risate, applausi, e complimenti. E le scarpe non m’hanno neanche sbucciato i piedi.

Lacrime

19 maggio 2011

“Ragazzi, tirate fuori i vostri quaderni, preparate le vostre penne per scrivere tanti appunti, e state pronti. Sto per introdurvi a una delle più belle novelle del Decameron: legami familiari, amore, passione, intrighi, incontri notturni, sesso, sangue, cadaveri, teste mozzate, pettegolezzi cittadini, sogni premonitori, carne umana in avanzato stato di decomposizione, piante di basilico. Tutto c’è, in questa novella. E ci sono soprattutto lacrime. Tante, tante, tante lacrime.”

Io non avevo mai visto una classe ridere in questo modo davanti alla tragedia umana di Lisabetta da Messina.
Ma è anche vero che prima di quest’anno non avevo mai avuto una classe di soli studenti cinesi.

A costo di bruciare vivi

18 maggio 2011

Mi c’era voluto un quarto d’ora per accordare i suoni: te spostati di là, te stacca codesto banco e vai più indietro, te chiudi il libro e falla finita di ripassare tanto ormai quello che sai sai, te furbino fammi guardare dentro l’astuccio cosa c’hai nascosto, te leva codesta palizzata dal banco e lasciaci sopra soltanto il foglio protocollo, te vieni quassù alla cattedra attaccato a me, te allontanati dalla tua amica secchiona, te giura su Buddha che non copierai, te giuralo su Allah, te invece su Gesù. Ché nelle classi multietniche vanno considerati tutti anche nell’aspetto religioso. Insomma. Distribuisco la fotocopia con il compito di Storia, un gioiellino di questionario concepito con creatività e partorito con pazienza ieri sera, una copia per uno, coi titolini infiocchettati, le sezioncine fantasiose, le domande a merda per i bravi e qualche agevolazione per i meno dotati. Allora zitti tutti ora si parte, chi parla è morto, chi copia è un verme, chi consegna prima del suono della campanella è rimandato a settembre. Ma infatti, parliamone, della campanella: si mette a suonare in un fuori programma che ci fa subito pensare a quello che in effetti è. La prova antincendio. La prova antincendio durante il mio compito di Storia. “CHE NESSUNO S’ALZI DALLA SEDIA E OSI ABBANDONARE L’AULA: A COSTO DI BRUCIARE VIVI, NOI FACCIAMO IL COMPITO, TANTO L’E’ UNA SIMULAZIONE E BASTA!”. Travolta dall’ondata umana mi ritrovo nel cortile, al solicino, sotto un platano, a ragionare con le mie ragazze di ombretti e fondotinta, creme anticellulite e colorazioni per capelli. Il tecnico passa a ritirare il modulo dell’evacuazione, la collega ne approfitta per fumare anche un cicchino, i ragazzi giocano a chiappino, passa la classe dell’ora successiva, sembriamo tutti più belli all’aria aperta, si sta da dio, un dio qualunque, così per dire. E il compito pace, si farà domani.

Un uomo che piange

17 maggio 2011

“E insomma ragazzi, quando Monna Giovanna facendosi coraggio spiega a Federigo degli Alberighi il vero motivo per cui è andata a trovarlo, vale a dire per chiedergli il falcone da portare a suo figlio malato che tanto lo desidera, Federigo si abbandona a un pianto a dirotto.”
“Cosa plofe?! Fedeligo… piange?!”
“Sì, Federigo piange. Tanto che Monna Giovanna crede che lui stia piangendo a causa della sua richiesta esosa, mentre lui lo fa perché sa di non poter accontentare la richiesta dell’amata, visto che il falcone glielo aveva appena offerto, arrostito e profumato, per pranzo!”
“Capito capito, quindi… piange…”
“Sì, esatto: piange.”
“No bello uomo piangele.”
“Come sarebbe non è bello che un uomo pianga? Cosa c’entra questo commento?”
“C’entla plofe: uomo mai deve piangele. Se no non è velo uomo.”
“Oh, ma senti che teorie bislacche e obsolete! Cosa dovrei dire allora del mio fidanzato, che piange un giorno sì e un giorno no?”
“Suo fidanzato… PIANGE?!”
“Sì, mio fidanzato piange. E spesso, anche.”
“Ma pelché?”
“Be’ generalmente piange guardando i film. L’ultima volta si è sciolto sulla trasposizione cinematografica del romanzo L’eleganza del riccio, ma piange anche vedendo Up o la storia di Prince narrata in Purple rain-The movie. Piange ai concerti di Vasco Rossi quando parte Liberi liberi o Sally, piange riguardando vecchi video anni Settanta, piange ai documentari dedicati agli animali in via d’estinzione, piange se le amministrative vanno insperatamente bene come ieri. Certo, la volta in cui pianse di più fu la sera in cui mi regalò l’anello di fidanzamento…”
“Ha pianto quando le ha legalato anello?! Ma come plofe!”
“Eh. Come, come.”

E gli racconto tutto, di come mi portò a cena a Viareggio, di come prima mi accompagnò sul mare a passeggiare, del ristorante bello e buono che aveva prenotato e di come io smusavo perché mi c’andava di più la pizza. Mi attardo sui dettagli, la tiro lunghissima, esito, accelero, rallento, indugio. Descrivo l’inequivocabile scatolina dentro cui giaceva la splendida pietra, conduco l’auditorio (specialmente quello femminile) alla fase di aspettativa massima, le palpebre sbattono, i sospiri prolificano, le bocche semichiuse strappano le parole dalla mia perché l’epilogo giunga prima.

“Quando aprii la scatolina e mi trovai davanti l’anello, io…”
“LEI…?”
“…io…”
“LEI…???”
“Caddi vittima di una crisi nervosa e cominciai a ridere, a ridere, a ridere.”
“E LUI?!”
“Lui, che intanto annaspava per riuscire a portare a termine la dichiarazione d’amore più interrotta e boicottata della sua vicenda umana personale, si sciolse nel pianto di una profonda commozione.”
“E lei cosa pensò di questo uomo che piangeva?”
“Pensai che, con ogni probabilità, ne valeva due.”

Keep in touch!

15 maggio 2011

“Profe! Mi gira le foto del tour mediceo che abbiamo fatto in centro?”
“Profe! Ma perché le nostre foto non le mette sul suo blog?!”
“Profe! Ha finito di correggere il questionarione di letteratura?”
“Profe! Quanti punti ho totalizzato? Via, me lo dica!”
“Profe! La salutano i miei genitori!”

Il bello (?) di aver dato agli studenti (a venti giorni dalla fine della scuola) il numero di cellulare e l’indirizzo mail sta nel fatto che il contatto con loro non s’interrompe neanche nel fine-settimana.

La rivoluzione

13 maggio 2011

“Profe, ma lei in questa scuola è di ruolo?”
“Sì, mia cara.”
“Quindi l’anno prossimo lei sarà ancora qui.”
“Se i tagli ciechi e furiosi di quel ministro donna non si abbatteranno anche su di me, sì.”
“Ma le sarà mantenuta questa classe?”
“Credo che il Preside farà di tutto per garantire la continuità didattica.”
“Eppure in passato a professori che sono rimasti sono state assegnate classi diverse.”
“Sì, può succedere. E generalmente è per una questione di distribuzione oraria.”
“Ma noi cosa possiamo fare per restare insieme a lei?”
“Possiamo presentare una domanda scritta.”
“Solo noi o anche lei?”
“Anch’io.”
“E lei lo farebbe?”
“Non lo farei. Lo farò assolutamente.”
“E se le nostre domande scritte non verranno considerate?”
“Manifesteremo nel cortile della scuola.”
“E se manifestare non servirà?”
“Ci incateneremo al cancello.”
“(eheheh!) E se neanche quello sarà sufficiente?”
“Conieremo slogan originali in rima baciata da urlare in corteo pubblico per impietosire chi di dovere.”
“(eheheheh!) E se neanche gli slogan faranno effetto?”
“Telefoneremo a Roma e chiederemo di passarci all’apparecchio il Presidente della Repubblica Napolitano.”
“(eheheheheh, cheggrulla!) E se Napolitano avesse troppo da fare e non ci considerasse?”
“Non ci resterà che un’ultima possibilità. Fare la rivoluzione.”

Non ha riso più.
Perché forse ha capito anche lei che, a questo punto della Storia, davvero non ci resta che quella.

Lo so, il titolo è abusato. D’altronde questo è il terzo anno di fila che accompagno gli studenti nel tour mediceo del centro fiorentino attraverso i luoghi dove visse, operò e splendé il Magnifico Lorenzo. La cosa grave semmai è che mi diverto sempre come la prima volta.

Otto e mezzo: Santa Maria Novella.
Io arrivo assonnata, scombussolata e sconvolta da una disavventura onirica che ha turbato la mia notte.
“Oioi ragazzi come sono stata male: ho sognato che il mio gatto (maschio) Micino da Scansano partoriva dieci bellissimi gattini di tutti i colori, tra cui ne spiccava uno rosso che pareva finto. Ma arrivava un omaccio brutto e cattivo che non so perché ma ce l’aveva con noi e c’inseguiva per uccidere i cuccioli. Quando riusciva ad afferrarne uno, gli stringeva la testa con la mano fino a spappolargliela. E io scappavo, scappavo, scappavo, usando la parte frontale di una maglia lunga che indossavo e dentro cui infilavo i mici superstiti e Micino stesso per metterli in salvo. Mi rifugiavo sotto i ponti di una città sconosciuta, cercavo riparo dentro cantine abbandonate e buie, ma l’omaccio ci trovava sempre e io ricominciavo ogni volta la mia forsennata fuga. Sono stanchissima.”
Anche loro arrivano assonnati, ma hanno la chiacchiera di cinquanta suocere e l’iperattività di venti adolescenti di diciassette anni.

Regola uno: guardare e non spiegare.
Al corso di Glottodidattica che ho seguito quest’anno, i due docenti che hanno smantellato tutte le mie certezze didattiche hanno fatto a pezzi anche quella che in me era la più salda: e cioè che, prima di andare a fare una gita d’istruzione, l’istruzione deve esserci già stata. Per diciannove anni netti la mia metodologia era rimasta invariata: prima si spiega, poi si parte. Prima s’imbottiscono le teste, poi si va a toccare con mano. Prima si forniscono i contenuti, poi si vanno a verificare le forme. Ebbene: ho toppato per quasi un ventennio. Perché l’approccio giusto pare sia quello contrario: prima si guarda, in uno stato di pressoché totale e beata ignoranza, quindi si assimilano sensazioni emotive diverse per ciascuno, infine -fatto ritorno in classe- si rielabora tutto il materiale, facendo degli studenti un gruppo di ruminanti che rigurgitano il bolo ingoiato alla cieca per rimasticarlo meglio e digerirlo a modo.

Le tappe.
Le tappe, almeno, sono rimaste sempre quelle: Cappelle Medicee, Palazzo Medici Riccardi, Santa Maria del Fiore con l’obbligato pellegrinaggio al Canto dei Bischeri, Palazzo Vecchio (in piazza della Signoria troviamo il Presidente della Repubblica Napolitano), Corridoio Vasariano, Palazzo Pitti (dove la sosta sbraciolata sull’immenso piazzale in discesa si fa infinita e gaudente) e ritorno. Tutto alla luce del sole, tutto all’aperto, tutto come se fosse una passeggiata tra amici, rigorosamente lento pede, in stato di magnifico relax, tra una chiacchiera e un cazzeggio, tra scatti fotografici e video con l’iphone, tra colazioni alle Giubbe Rosse fino al pranzo finale.

Il pranzo finale.
Se un’insegnante ha la gigantesca botta di culo di avere in classe la nipote dell’egiziano che trentacinque anni fa, primo in assoluto in tutta Firenze, aprì un negozietto di kebab quando ancora quel curioso panino ripieno di ciccia tagliata da un cilindrone roteante e condito di ogni bendiddìo di salse e verdure nessuno sapeva cosa diavolo fosse, non può non approfittarne. Così il pranzo finale si è consumato da “Amon” in via Palazzuolo, due passi da piazza Santa Maria Novella, ospiti trattati con i guanti dalla mamma della nostra Jasmin, che oltre al mistico piatto della tradizione ha offerto a tutti noi libidinosi dolci egiziani a base di cocco, miele e mandorle da perdere il cervello. Dev’essere stato il clima di esasperata goduria che si è venuto a creare a spingere i ragazzi alla confessione più sincera e disarmante. “Profe, noi all’inizio dell’anno la detestavamo”. “Come sarebb’a dire?!”. “La odiavamo, profe. Entrò in classe con quell’aria da fighetta, ci guardò seria e disse: non è questa l’accoglienza che esigo da voi. Vi dovete alzare in piedi, sorridermi e augurarmi il buongiorno, come farò io ogni mattina da qui alla fine dell’anno. Quindi facciamo così: adesso esco di nuovo, rientro, e rifacciamo tutta la scena da capo. Che nervi, profe! E poi quando tirò fuori quella storia del quaderno! (voce a falsetto) Domani vi presenterete in classe con un quadernone ad anelli diviso da cartoncini colorati per separare le varie materie che studieremo insieme: grammatica, poesia, narrativa, scrittura e storia. Dupalle!”. Tutti gli anni, alla fine della scuola, mi sento raccontare questo episodio. E tutti gli anni, guardando gli occhi dei miei studenti che (forse) non pensano più che sono una stronza che si atteggia a fighetta ma solo una che crede che nel rispetto delle regole e dei ruoli si basino i buoni rapporti e si costruiscano i grandi affetti, ne gioisco. Quando, salutandoci prima di tornare a casa, ci sbaciucchiamo e ci abbracciamo stretti, me ne convinco ancora di più.

Fedro, Esopo, Calvino, Boccaccio e tutta la compagnia di favolisti, fiabisti e novellieri mi perdoneranno se stamani per un’ora, un’ora sola, ho cambiato strada e mi sono buttata su un sentiero per la mia classe di cinesi completamente inesplorato.
Che a livello di musica italiana quei ragazzi navigassero in un mare d’ignoranza me ne sono accorta quando abbiamo registrato il video per il concorso “Andare a quel Paese”.
“Quali sottofondi musicali ci mettiamo?” chiesi.
Suggerirono Tiziano Ferro e Laura Pausini.
“Qualcun altro?” richiesi.
Due o tre citarono un certo Vasco Rossi, confessando tuttavia di non padroneggiarne i testi.
“Il video è tutto girato a Firenze: dovremmo scegliere artisti almeno toscani.”
Tacquero.
Jovanotti così lo scelsi io.
“Che nome strano… ma quanti sono?”.
Stamani ho varcato la soglia dell’aula corredata dell’opera omnia del Cherubino da Cortona in cd rigorosamente originali e di un lettore dal pompatissimo volume. Ho raccontato la vicenda biografica e artistica dell’acerbo dj diventato negli anni cantante eclettico e mutante, ricostruito la storia del genere rap e distribuito fotocopie con i testi di pezzi simbolo.
“Cosa vuol dire selenata?”
“La serenata è quando un ragazzo che ti ama viene sotto le tue finestre e canta per te una canzone romantica. Attenzione però: in questa serenata c’è anche una parolaccia.”
“Dove! Dove!”
“Cercatela.”
“Eccola! L’ho vista! Amol ch’a nullo amato amal peldona POLCO CANE!”
“Non mi riferivo a quella, veramente…”
Jovanotti è perfetto per esercitarsi sulla pronuncia veloce, iniziare a ragionare sulle figure retoriche, discutere di questioni grammaticali, avviare alla poesia e spiegare il concetto di lisca. Far cantare a una classe di cinesi Io penso positivo pelché son vivo pelché son vivo è un’emozione. Scovare dentro una canzone un turbinio di allitterazioni, anafore, metafore, onomatopee e sinestesie dà soddisfazione. Far notare che nel verso “sono fortunato perché non c’è niente che ho bisogno” il pronome relativo è usato in modo improprio prima o poi tornerà utile.
Per agevolare una maggiore fusione delle nostre voci con le forze della natura, abbiamo spalancato le finestre, sconcertando certi operai al lavoro.
“Chissà cosa penseranno di noi.”
“Penselanno che non ci annoiamo, non ci annoiamo, eh no che non ci annoiamo, non ci annoiamo.”

(Jovanotti in concerto al Mandela Forum di Firenze, 2 maggio 2011)

Il signore della montagna

10 maggio 2011

C’è questo uomo, nei ricordi della mia giovinezza.
Un uomo che prese in prestito una montagna e ne fece un paradiso sulla terra.
Con la sua arte improvvisata e fantasiosa costruì casette di legno a cui affibbiò epiteti rubati alla toponomastica locale (Casa Biondo, Casa Mora, Poggio alla Regina) e le appollaiò traballanti ma ben salde all’imbocco del bosco. Consultandosi con un prete che nei mesi estivi sfilava via il collare, vestiva panni sportivi, cantava De André e lanciava gavettoni, realizzò una chiesetta all’aperto che non aveva niente, eppure aveva tutto: le pietre come panche, un tronco come altare, l’erba per tappeto, gli alberi a fare da cupola.
Da una grande casa in pietra rilevò una cucina sempre invasa dai fumi e dai profumi, un refettorio dove le voci rimbombavano festose e un teatro per il divertimento della sera.
Per anni e anni si ritirò sulla sua montagna a giugno, per scenderne a settembre. Lo seguirono migliaia di ragazzi. Tra quei ragazzi, per quasi un ventennio, ci sono stata anch’io.
Quando l’estate finiva, l’uomo della montagna tornava in paese, un po’ più triste forse, ma sempre attivo e determinato a fare del semplice oratorio un campettino (che c’è la sua bella differenza). All’oratorio (lo dice il nome stesso) per lo più si prega. Al campettino si fa campo, si fa congrega, si fa gruppo, si fa unità, musica, feste, cenoni, nottate, pomeriggi interi a ciondolare sulle panchine, a tirare a canestro, a correre lungo il perimetro, a rubare melagrane dal giardino confinante, a raccontarsi i segreti dell’anima, a cercare -come già Diogene- l’uomo, a guardarsi allo specchio interiore, a imbastire sogni esagerati, io voglio cambiare il mondo prima che il mondo cambi me.
Poi l’estate tornava, e l’uomo della montagna spariva nelle alture portandosi dietro la migliore gioventù.
Di voi ragazzi adorava la potenza fisica, le promesse sportive, la vita distesa davanti, il futuro tutto da fare.
Di noi ragazze odiava il fascino di cui ci servivamo per imbambolare i maschi che nella sua parziale visione del mondo dovevano pensare solo ad allenarsi. A noi ragazze non perdonò mai che fossimo foriere d’amore e dunque sensazioni forti, scompensi e turbamenti. Lui che l’amore per un essere unico e speciale lo lasciò fuori dalla propria vita, forse pretendeva che anche gli altri facessero lo stesso. Di tutti noi osservò i talenti, di alcuni in particolare volle coltivarli.
Pur nelle sue palesi contraddizioni, fu quello che si definisce un uomo buono e di buona volontà. E come tutti gli appartenenti alla categoria, rimase solo.
Questa notte, alle 3 e mezzo, è morto.
E tra tutti i ragazzi e le ragazze che lo seguirono per anni, oggi uomini e donne, è partito un tam tam che d’improvviso li ha riportati al tempo del sogno impavido e della speranza indomita.
Buon viaggio finale, signore della montagna.

(in memoria di Prospero, indimenticabile dimostrazione che quel tempo è stato)