Voglia d’evasione

26 giugno 2011

Se hai bisogno di evadere dai soliti luoghi della sera fiorentina e i localini modaioli non ti rappresentano; se hai voglia di riassaporare il gusto della piazza esclusivamente pedonale dove i bambini giocano a pallone e a nascondino berciando vengo-vengo-evvengo, visto-Lapo-bucaiolo o bomba-libera-tutti mentre gli adulti affondano il dente in una pizza bona, c’è il ristorante “Le carceri” nel cortile del complesso architettonico delle Murate, uno dei recuperi urbanistici più riusciti di Firenze.

Se poi la voglia d’evasione non è solo momentanea, occasionale né trascurabile, ma impellente, petulante, esosa, allora  raccatta tutti i cocci, raffazzona alla meglio una valigiata di cenci leggeri, chiuditi dietro il groppone l’uscio e levati dai treppassi: la Maremma chiama.

Arrileggerci tra una settimana.

Per scrivere qualcosa di culturalmente significativo nel biglietto del regalo per il matrimonio della mia migliore amica ho chiesto aiuto ai grandi intellettuali della storia. Giovanni Verga mi ha detto “il matrimonio è come una trappola per topi; quelli che son dentro vorrebbero uscirne, e gli altri ci girano intorno per entrarvi”, Friedrich Nietzsche ha aggiunto “se i coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più frequenti”, Oscar Wilde ha asserito “il giusto fondamento del matrimonio è l’incomprensione reciproca”, Samuel Coleridge mi ha confidato “per me, un matrimonio felice è l’unione di un uomo sordo con una donna cieca”, Gottfried Benn ha concluso “il matrimonio è un’istituzione per la paralisi dell’istinto sessuale”.
Parendomi frasi tendenti a un’interpretazione sostanzialmente negativa della festa a cui stavo per partecipare e sollevandomi il sospetto di portare sfiga ho optato per una massima del massimo interprete della napoletanità moderna, Massimo Troisi: “Cioè, non è che sono contrario al matrimonio; però mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi”.

L’unico neo

25 giugno 2011

Da tre anni sono la zia di Francesco Landi, due fanali azzurri come occhi, un tulipano rosa al posto del naso, un rubino anziché una bocca. Due gamberelle secche e ipercinetiche, una voce argentina, un cervellino vigile e funzionante, un cuore comico. Se lo inviti a cena, non mangia una sega. Se ci giochi a carte, frega. Se gli presenti il gatto di casa, lo pedina con una certa discrezione. Se il 24 giugno gli fai vedere i fochi di San Giovanni dal quinto piano di un appartamento fiorentino, dice zia sembra di essere a Baghdad. A Formentera ha imparato a nuotare, nel paese dove vive va a scuola d’inglese. E’ bellissimo e sta simpatico persino a una rognosa come me.

Però se non impara a padroneggiare il congiuntivo non si va da nessuna parte.

Due sono i motivi per cui non scorderò mai la serata di ieri a Villa Strozzi.
Il primo: sentir parlare Galimberti è stupore, emozione, illuminazione e commozione. Tutto in una volta. Tutto insieme. Sicché mentre il filosofo rispondeva alle parole di chi lo intervistava, io e la mia amica non facevamo che guardarci e fare quella faccia che si fa quando qualcosa ci convince così tanto da spingerci quasi al pianto. Mi sentivo lacerare dentro, come se mi stessero facendo a brandelli il cuore, quando lui disegnava il quadro dei nostri ragazzi, degli adolescenti con cui lavoro ogni mattina. I giovani di oggi stanno male. Stanno malissimo. Dividono il presente con un ospite inquietante che si chiama nichilismo e guardano al futuro non come a una promessa, ma a una minaccia. Il nichilismo è l’agghiacciante fenomeno per cui tutti i valori si svalutano e lo scopo a cui dedicare un’azione non esiste più. Scopo, dal greco scopèin, guardare bene la meta a cui si mira. Ma i giovani questa meta non ce l’hanno più. Per questo si drogano: un po’ per anestetizzarsi e un po’ per eccitarsi. Vivono di notte perché il giorno è in mano ad altri, è in mano ai loro padri e ai loro nonni, che non hanno nessuna intenzione di cedergli il posto. I giovani vorrebbero trovare il proprio dàimon, il talento principale che li caratterizza, ma nell’età della tecnica non c’è posto per la loro eudaimonìa, la loro felicità. Neanche la scuola sa aiutarli in questo, perché è piena di insegnanti che non hanno capito che la trasmissione del sapere non percorre la via intellettuale, ma quella erotica. Gli studenti vanno conquistati, vanno sedotti con una personalità affascinante, che pochissimi docenti hanno. Prigionieri dell’impulso, sordi all’emozione e paralizzati nel sentimento, i giovani si rifugiano così in una psico-apatia che li protegge. Questo diceva ieri sera, e io mi sentivo male, perché la visione del filosofo è disperata e non lascia spiragli. Ma sentirsi così male, in contesti come quello, è benefico. Illumina, aiuta, costringe a guardare in faccia anche quello che non ci piace per niente. Galimberti mi ha privata della speranza, eppure allo stesso tempo me ne ha data tanta.
Ma ecco il secondo motivo: la tavola rotonda succeduta all’intervento centrale. Dopo averci dormito su ancora mi chiedo se l’ho ascoltata davvero o se l’ho solo sognata. Vorrei averla sognata, sinceramente. E così poterla inserire nel calderone degli incubi peggiori. L’impressione che nessuno a quella tavola dicesse qualcosa di sensato ce l’abbiamo avuta avuta solo io e la mia amica o ce l’hanno avuta anche i numerosi altri presenti? Mi sono vergognata. Di avere due assessori (uno all’Educazione e uno alle Politiche Giovanili) incapaci di parlare senza tirare castronerie grammaticali (“questa roba” lo detesto anche al singolare, ma pluralizzato in “queste robe” mi dà addirittura il voltastomaco) e di dare aria ai polmoni parlando di aria fritta. Di vedere Galimberti seduto allo stesso tavolo con direttori di scuole di psicologia inabili ad articolare un pensiero compiuto e coerente. E di vedere un grande filosofo elegante e colto costretto a subire il vergognoso turpiloquio di un regista atteggione e costruito più dei ragazzini di cui ha parlato tanto male.

“Galimberti è stato superlativo -ha detto la mia amica mentre tornavamo- ma gli altri sei intervenuti sono stati inqualificabili. Trattandosi di un addio al nubilato, è stato come assistere a uno spogliarello maschile e trovarsi davanti un pisello piccino.”

Addio al nubilato

23 giugno 2011

La mia amica storica (quella a cui avrei chiesto di sposarmi se fossi stata lesbica) si sposa. E mi ha proposto di festeggiare insieme, io e lei da sole, il suo addio al nubilato. Così stasera la porto a sentire la conferenza di Umberto Galimberti che, a Villa Strozzi, parlerà de Il sistema educativo, i media, la condizione giovanile: dalla presa di coscienza all’assunzione di responsabilità. Tutti quelli a cui lo diciamo ci danno di sfigate. Nel faticoso tentativo di controbattere all’ignominia rispondiamo semmai snob. Risibili i risultati.

Lucca portafortuna

22 giugno 2011

Sicuramente ci sarò stata anche prima di allora. Io però mi ricordo di Lucca solo dai giorni in cui ci andai per il Concorso Ordinario di abilitazione all’insegnamento. Come se la mia amicizia con quella città cominciasse da lì. Che era bella come solo le città d’impianto medievale sanno esserlo, me ne accorsi non appena ebbi varcato la cinta muraria che, perfettamente conservata, l’abbraccia ancora. Arrivai con netto anticipo sull’orario della prima prova scritta, arrivai addirittura il giorno prima: avrei avuto tutto il tempo per trovarmi un alberghetto dove trascorrere la notte e presentarmi fresca e riposata all’esame più importante di tutta la mia vita. Alberghetti alberghini e grand hotel: erano tutti presi, tutti completi, tutti full. Dalla Toscana (e anche da tante altre parti d’Italia) i professori intenzionati ad abilitarsi erano giunti a sciami. Me ne lamentavo dentro un bar, davanti a una cocacola, quando mi si fece accanto una signora gentile: “Posso affittarle una camera in casa mia, se le va bene” disse. Nella camera accanto a quella che riservò a me, la signora aveva accolto una collega del meridione che intendeva trascorrere la sera nel tentativo di praticare su di me il più bieco terrore psicologico con la storia che il Concorso Ordinario non lo passa mai nessuno figuriamoci se lo avremmo passato noi. Per andarle in culo senza apparirle volgare, presi l’uscio e imboccai per il centro storico. In una libreria antica, allo scopo di portarmelo a letto come da piccini ci si porta l’orso di pelo, comprai un vecchio volume di poesie del mio poeta preferito. Abbracciata stretta a Montale, trascorsi una notte indimenticabile. La mattina dopo presi posto al mio banchino e sperai che la prova vertesse su di lui. Capitò Svevo, invece, e ne fui felice uguale. Partorii sei paginone in brutta copia che diventarono dodici colonne in bella, per un’analisi del testo che mescolava insieme le conoscenze che avevo con quello che mi sentivo dentro il cuore. Che avevo superato lo scritto lo seppi dopo mesi: insegnavo ancora a Bergamo e il miraggio di Firenze divenne una speranza più fondata. Alla prova orale, che ebbe luogo quasi un anno dopo sempre a Lucca, presi quaranta quarantesimi. Dalla gioia dimenticai di fare la prova di informatica e una folla di colleghi abilitati come me mi passarono avanti in graduatoria. Ma a me non importava nulla: sarei entrata di ruolo e lo avrei fatto nella mia città. A Lucca sarò grata per tutta la vita per come mi accolse e per la fortuna che mi portò in quei giorni. Analogamente, spero che Lucca porti la stessa fortuna agli studenti che stamani, alla maturità, hanno deciso con coraggio di abbandonarsi ai versi dell’omonima poesia.

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente che mi parla di California come d’un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie, ho in vista la morte.

(Giuseppe Ungaretti, Lucca, in L’Allegria)

Quella sera, dopo cena, scesi in piazza.
Non andai in nessun luogo, mi sedetti sui tre scalini che davano sul marciapiede e lì rimasi, a guardare il cielo e a respirare il profumo di sambuco.
Non feci tardi. Mi ritirai che saranno state le dieci, massimo le dieci e mezzo.
Il letto su cui m’addormentai odorava di bucato, le lenzuola scricchiolavano perché erano di lino.
Ebbi un lungo sonno ininterrotto, m’apparvero i poeti dell’Otto e del Novecento, musoni e polverosi come piacevano tanto a me, e mi trattenni a chiacchierare un po’ con loro.
Mi dissero di non avere paura, ché non era quello il sentimento da provare.
La mattina dopo infatti mi svegliai e mi sentii tranquilla.
Indossai l’abito più comodo e fresco che avevo nell’armadio.
E andai a fare il primo scritto della mia maturità.

In bocca al lupo per domani a tutti gli studenti di quinta superiore.

A me le radici non sono mai piaciute. E mi hanno sempre fatto una gran pena gli alberi, costretti per un’esistenza intera a stare piantati e immobili nello stesso posto. Per questo adoravo il mio stato di precaria (va anche detto che all’epoca non c’erano ministrucoli volgari a definirmi “la peggiore Italia”) e per questo, una volta entrata a tempo indeterminato, il dispiacere di perdere alunni a cui m’ero affezionata si attutiva nella sete di conoscere realtà scolastiche del tutto nuove.
Ma in questa scuola -che non avevo scelto e che mi è stata affibbiata d’ufficio per il fatto di risultare sovrannumeraria in seguito agli esosi tagli del governo- che ci posso fare: io ci sto bene. Ma non bene così, tanto per dire. Bene parecchio. Gli studenti sono mondiali. Infatti vengono da tutto il mondo. E in quanto ai colleghi, tra me e me ho fatto un calcolo approssimativo: in tutte le altre scuole, che me ne andassero davvero a genio, non ce n’erano mai più di tre o quattro. Qui cominciano a essere una trentina buona. E di tutti i rimanenti, nessuno che incenerirei col tostapane elettrico. Hai detto poco.
Sicché stamani ho svuotato il cassetto, l’ho spolverato, ho buttato via la confezione aperta di biscotti salati cinesi, ho cestinato la bottiglietta d’acqua frizzante ormai sfiatata, ci ho rimesso dentro la Divina Commedia e i Promessi Sposi -che fanno sempre comodo e arredo- ho consegnato quaranta pacchi di verifiche, due registri, quattro relazioni, sei programmi, e sono venuta via.
Tanto mercoledì ci torno per la sorveglianza alla maturità.

“Sei guarita? Ti senti meglio? Allora vestiti: oggi domenica ecologica e biologica.”
Sicché una cosa fa? Si veste e parte. Tanto (dice a se stessa) sarà una domenica per certi aspetti sotto tono, modesta e moderata, a zero eccessi e anzi, proiettata verso quella rassicurante morigeratezza tanto consolante, dopo che si è stati poco bene a letto per tre giorni.
“Parcheggiamo in piazza Poggi e facciamo quattri passi verso il centro, che ne dici?”
Che ne dico: dico che va bene, quattro passi non hanno mai ammazzato nessuno, e oggi poi è una giornata così ariosa e ventilata, fresca nonostante i trenta gradi, che spinge a camminare, intrufolarsi tra i turisti, fingere di essere una di loro, venuta da lontano, l’aria emaciata non per l’influenza ma per il viaggio, magari il fuso orario, la notte insonne e le valigie sempre troppo pese.
“Prendiamo per Santo Spirito? Dovrebbe esserci la Fierucola.”
Ma sì, prendiamo per Santo Spirito, la mia piazza preferita di questa città in cui non so mai che cosa scegliere da quanto mi garba tutto, ma Santo Spirito però, be’, Santo Spirito c’ha tutta la sua storia, nei meandri della quale s’infrena anche la mia, quando ero una ragazza e ci facevo notte, quando insegnavo agli stranieri e ci comparivo di prima mattina, quando m’ero fissata con la colazione dai Ricchi, quando poi m’impuntai con l’aperitivo del Cabiria, quando poi mi prese la fissa per l’osteria all’angolo, e quando mi piaceva starci semplicemente a bivaccare leggere e guardare, guardarmi intorno, guardare la gente atipica che l’attraversava, guardare il profilo sinuoso della chiesa omonima riprodotto da mille pittori, guardare gli alberi frondosi e mossi d’estate, spogli e illuminati da dicembre in poi.
In piazza Santo Spirito in effetti la Fierucola c’è: un tripudio policromo di bancarelle tutte issate nel sacro nome del biologico, del naturale che più naturale non si pole: pane fatto in casa, frutta colta da alberi veri, verdura coltivata in campagna, dolcetti della tradizione contadina, vino vino, olio olio. Per cui si comincia proprio come s’era deciso: assaggini vegetariani, in casi estremi pure vegani, zucchine a dadolini su crosticina di pasta, pizzine integrali con pomodoro messo sopra all’ultimo minuto, roba fresca insomma, roba favolosa.
“Se dietro queste mappazze secche non ci bevo qualcosa di molto fresco vo via di cervello.”
Il tradimento alla giornata dell’ecologia comincia in questo modo. E ora non starei nemmeno a puntualizzare su chi per primo abbia pronunciato la peccaminosa frase, diciamo che è andata così, qualcuno la dice e il resto accade in inarrestabile conseguenza. Tempo di uscire dalla piazza, imboccare via Maggio, scavallare il ponte alla Carraia, prendere per via dei Tornabuoni, girare verso piazza della Repubblica, ed eccolo là. L’Hard Rock Cafè di Firenze.
“Dai, un hamburger e una birra ghiaccia nel regno dell’omologazione, della globalizzazione, della perdizione, per una volta, una volta sola! Ho letto positive recensioni su questo megalocale appena inaugurato, ma lo sai che hanno assunto a tempo indeterminato centocinquanta ragazzi? Andiamo a vedere che tipi sono. Andiamo a vedere come l’hanno fatto sulle ceneri del vecchio Gambrinus. Andiamo a guardare gli arredi, la chitarra di Ghigo, la borsetta di Madonna, il cappello di Bob Marley. Andiamo a consultare il menu!”
Dalle ceneri del vecchio Cinema Gambrinus hanno tirato fuori il più bello tra gli Hard Rock Cafè del mondo. I centocinquanta ragazzi che ci lavorano li hanno scelti per capacità d’accoglienza, gentilezza e professionalità. Gli arredi mescolano armoniosamente quello che c’era prima -gli immensi lampadari, lo schermo gigante, i fari e i bassorilievi in marmo- con quello che c’è stato messo dopo -dal bancone lussuoso ai tavoli curati, dal palco coi divani giganti alle nicchie biposto. Il menu è peccaminoso come un coitus non interruptus dentro un confessionale.
E io ho peccato.

Maledizioni

18 giugno 2011

Solo un’insegnante può beccarsi la febbre a 38 a metà giugno.
Giusto un paio di giorni dopo l’affissione dei quadri finali alle vetrate della scuola.