Da quei grulli

15 giugno 2011

“Profe siamo la sua ex 3C del Calamandrei di Sesto Fiorentino. Martedì facciamo la cena di fine anno e ci piacerebbe tanto rivederla. Verrà? Aspettiamo sua risposta”.

Diceva così il messaggino ricevuto sul cellulare una settimana fa.
Ieri sera alle 20,30 in punto ero nel grande piazzale antistante il ristorante più inopportuno e inadatto ad accogliere tre classi quinte di maturandi coi loro rispettivi professori: “Da quei grulli”, a Campi Bisenzio. Se il nome vi desta simpatia (l’epiteto “grullo” fa sempre presa soprattutto tra i non fiorentini), il locale vi risveglierebbe l’orticaria. Me l’aveva fatto notare Fidanzato Belpelato mentre in camera mi preparavo per uscire.
“Ma hai presente il posto dove stai per recarti?” diceva sdegnato.
“No, perché?”
Io scivolavo dentro jeans e camicetta bianca con le maniche a sbuffo e lui visitava l’inguardabile sito dell’incommentabile luogo: il menu scritto in vernacolo (con “fihattole co’ salumi”, “sbombardone di tutt’un po’”, “tortelli di patahe fatti da noattri” e una tagliata riadattata a prevedibile “tagliaha”), i video per farsi un’idea di dove s’andava a parare, le foto esplicative ed eloquenti e una home page da denuncia in cui si avverte la gentile clientela a stare pronta a tutto, specialmente a farsi mettere le mani su poppe e culo da disinibiti animatori.
“Ma che sei sicura di volere andare in questo troiaio?”

Non ero sicura, però ci sono andata a occhi chiusi. Perché ero sicura che, nel caso del profilarsi di situazioni imbarazzanti, ci avrebbero pensato i miei ragazzi a tutelarmi.

Rivederli tutti insieme a due anni di distanza dall’ultima volta in cui li salutai lasciando quella scuola per un’altra è stata la solita botta al cuore provata tante volte in questo quasi ventennio d’insegnamento.
“O vediamo se la profe ci riconosce tutti!”
Ho riconosciuto la grafia dei miei studenti bergamaschi di quindici anni fa: sarà che non riconosca i volti di ragazzi con cui ho passato un magnifico anno appena ventiquattro mesi fa? Però ecco, non mi spiego mai quale miracoloso meccanismo della genetica adolescenziale impedisca ai ragazzi di andare a peggiorare, con la crescita, ma li spinga sempre e solo a migliorare. Tutti bellissimi, mi paiono sempre. Tutti fascinosi. E le ragazze? Delle strafighe da paura, tutte acconciate e messe a modino per la serata d’eccezione.
“Profe, ci ricordiamo tutto di lei e delle sue lezioni.”
E io mi ricordo tutto di loro e del loro modo di essere studenti, da quello timido che non spiccicò parola da settembre a giugno se non quando lo interrogavo a quello che in mezzo alla lezione alzava la mano per chiedere parola e anziché parlarmi di Guido Guinizzelli m’invitava a cena fuori offendendosi perché gli rispondevo con una risata a garganella. Da quelli che in fondo all’aula si nascondevano dietro le teste di tutti per redigere alla zitta il dizionario degli sproloqui dei docenti a quelli che appena arrivò il primo caldo apparecchiavano il banco col telo da mare per evitare che la sudorina gli facesse scivolare il braccio mentre prendevano gli appunti. Da quelle che all’intervallo s’imboscavano in fondo ai corridoi per sbaciucchiarsi il fidanzato a quelle che mi portavano alla cattedra poesie scritte al tramonto sul terrazzo della cameretta.

“Bada che professoressina c’è seduta a questo tavolo!” ansimavano al microfono i cosidetti animatori.
Ma prima che la situazione potesse degenerare, come ero certa che avrebbero fatto ci hanno pensato i miei ragazzi a mettermi in salvo, abbandonando in massa quel locale dozzinale e portando avanti la serata nel piazzale lì davanti, all’aperto, ognuno col proprio bicchiere di vinello bianco e fresco tra le mani, col proprio sorriso trasognato e malinconico tagliato in volto, e con lo sguardo smarrito e turbato di chi sa che la felicità di quella sera sarà l’ultima di quella fase della vita, prima che ne cominci un’altra.

“Facciamo un mestiere meraviglioso” mi ha sussurrato all’orecchio una collega cara che mi è tanto dispiaciuto dover lasciare.
Ne sono convinta anch’io: facciamo il più bello dei mestieri. L’unico dove devi mettere in gioco tutto ciò che sei e tutto quello che hai. E dove l’amore che dai ti torna indietro centuplicato.

Legittimo godimento

13 giugno 2011

- Ho appena finito gli scrutini, posso smettere di arrovellarmi il cervello sui voti da dare, gli alunni da rimandare, gli incartamenti da compilare, le pratiche da consegnare.

- Da domattina potrò svegliarmi al suono impercettibile dell’orologio biologico, iniziare la giornata con una buona colazione consumata senza l’ansia di far tardi e scendere nel quartiere a passeggiare con il gatto nello zaino.

- E’ scaduto il tempo previsto per il referendum e il numero che rimbalza risuona rimbomba in rete in radio e in televisione è un esaltante 57. Altro che 50 più uno.

Io dico saranno stati due mesi senza esagerare che i cinesi di classe mia discutevano del pranzo di fine anno: torniamo alla Città Imperiale dove andammo a Natale, no questa volta cambiamo, ma perché non andiamo in quel ristorante cinese nuovo aperto da poco, sì ma quale, quello dove c’è anche il karaoke così cantiamo tutti insieme, anche lei canta vero profe, io posso anche cantare ma le canzoni cinesi non le so, sì però c’è anche musica internazionale, ah be’ allora mi prenoto per Hot things di Prince, Prince chi scusi profe? E poi tutta la questione del menu: ostriche sì ostriche no, rombo con patate o astice e verdure, riso o spaghetti di soia, manzo o maiale, roba cotta o anche cruditè, e la medusa la prendiamo ancora, ma alla profe d’Inglese piacerà o no, questa volta ordiniamo la famosissima oca di Pechino un’assoluta specialità del nostro paese, ma insomma sedici portate o venti?

A mezzogiorno e mezzo eravamo tutti, docenti e studenti, nell’assolato piazzale antistante il Ju Bin, faraonico e pretenzioso ristorante recentemente ricavato da un mega capannone in mezzo al nulla estetico: alla vostra destra il Mc Donald’s, alla vostra sinistra l’Ikea, di fronte a voi l’abisso periferico fiorentino, sulle vostre teste gli aerei di Peretola.

La lochèscion individuata dai nostri ragazzi si dislocava nelle due sale in cui siamo stati costretti a dividerci, salvo poi farci visite e salutini in continuazione tra una portata e l’altra e tra un coro di maschi e un altro di femmine. Ma eccole, le portate:

- pistacchi e lingue d’oca con corde vocali
- carne di maiale essiccata e caramellata con pesci interi probabilmente d’Arno
- straccetti di medusa accompagnati a fettine di manzo pressato
- gnocchi di riso con verdure
- zuppa di pescecane gelatinosa e simpaticamente allappante
- astice sdraiato comodo su verdure crude
- spiedini di pecora emotivamente contrariata
- chiocciole timide di mare
- rombo musone con patate al forno
- dadoloni di carne di manzo stufata
- spaghetti di soia con germogli di soia (a noi la soia non ci fa paura neanche di questi tempi)
- drago cinese aggressivo in umido
- piatto principe della tavola: Grande Oca di Pechino tronfia e piena di sé con salsa dolce, focaccine e verdure crude in accompagnamento
- dessert: palline di boh ripiene di boh ricoperte di sesamo
- bevande: succo di cocco, the verde cinese, birra, acqua

Seguono documentazione fotografica, saluti, tante braccia al collo, baci unti sulle guance morbide, promesse di fare i bravi, di parlare italiano anche d’estate, di pensarci reciprocamente almeno venti volte al giorno e appuntamento in classe il prossimo settembre.

E ora via in cucina a preparare la torta di mele da portare questa sera al party della scuola, ristretto a docenti, alte sfere dirigenziali e maturandi.

Oddìo come farò/3

9 giugno 2011

“Oddìo, come farò, non vi rivedrò più fino a settembre” piagnucolavo oggi in 1D.
Come risposta mi sono sentita dire che, in cambio dell’azzeramento di quell’immorale carico di compiti per l’estate, sarebbero stati disposti a inviarmi un sms di consolazione cadauno al giorno.

Oddìo come farò/2

9 giugno 2011

“Oddìo, come farò, non vi rivedrò più fino a settembre” pigolavo stamattina nella classe dei cinesi.
Loro intanto, con quell’orientale senso pratico che li tipizza, proponevano: a. l’acquisto da parte mia di una gelatiera Simac e b. un raduno a cadenza settimanale a casa mia per un’abbuffata di gelato in allegria.

Oddìo come farò/1

9 giugno 2011

Quando ho realizzato che -entrando io il venerdì alle 11:00, ma terminando domani le lezioni alle 9:50- quello di oggi veniva improvvisamente a delinearsi come il mio ultimo giorno di scuola, con l’imprevista presa di coscienza ho avuto quasi un malore psicofisico.
E così ho consumato l’ultima mattinata ripetendo “Oddìo, come farò, non vi rivedrò più fino a settembre” ad libitum, come un’autentica esaurita di mente. Mentre i venti di 2B mi guardavano come si guarda una sclerata e tentavano di procurarmi uno straccio di consolazione con la promessa (naturalmente fallace) di portarmi a cena fuori la settimana prossima.

Musigialli e nasilunghi

8 giugno 2011

“Sapete ragazzi, nel libro che sto leggendo in questi giorni ho trovato scritto che voi asiatici chiamate noi europei nasi lunghi. E’ vero?”
“Celto plofe: noi adoliamo vostlo naso, così bello, plonunciato, lungo, con punta.”

Praticamente le cose stanno in questo modo: noi sbaviamo dietro quei loro nasini accennati che paiono disegnati, quei profili leggeri da bambole di porcellana, quelle fattezze minute, quegli occhi allungati, quelle bocche strette, turgide e carnose. E intanto loro farebbero carte false per trovare i soldi, ricoverarsi in una clinica estetica di alto livello, farsi sostituire i loro nasini con le nostre nappe, trovare il modo di spalancarsi per sempre le palpebre meravigliosamente mandorlate e procurarsi un paio di occhioni sgranati, cambiarsi le bocche a ciliegia con le nostre labbra piatte e fini.

“Plofe! Ma che mondo è questo?! A noi piacele voi e a voi piacele noi!”

E’ un mondo destinato a diventare incantevole. Quando impareremo a mescolarci gli uni con gli altri facendo delle nostre differenze la nostra ricchezza.

Il convegno intelligente

7 giugno 2011

Se organizzi un convegno a cui pensi d’invitare gli studenti delle scuole superiori, devi essere furbo e lungimirante.

1. Individua un luogo adatto ad accoglierli: sontuoso, elegante, ufficiale. Anche se non lo dicono, i ragazzi amano il bello e sono stufi di ritrovarsi puntualmente pigiati dentro ambienti osceni, sgarrupati e fatiscenti. Come la maggior parte delle scuole italiane, per esempio.
2. Metti ad accoglierli all’ingresso giovani sorridenti e gentili, formali e accoglienti, che li dislochino secondo il criterio della mescolanza casuale e interrompano la sterile catena del voglio-stare-accanto-a-lui.
3. Invita a intervenire solo persone che non dimentichino l’auditorio che hanno davanti e siano capaci di coinvolgere chi le ascolta.
4. Lascia a casa propria i portatori (quantunque sani) di orchite, nota malattia testicolare che s’attacca come l’edera e, come l’edera, uccide. Ma di noia.
5. Calcola bene i tempi e bandisci gli interventi fiume che si dilungano nell’inutile e sfociano nell’autoreferenzialità ridicola.
6. Lascia spazio ai diretti interessati. Che non sono la Regione, la Provincia, il Comune, l’istituzione scolastica ufficiale. Ma gli studenti stessi.
7. Dividi il convegno in due parti, una seria (ma non pallosa) e una ludica (ma non banale).
8. Organizza per i ragazzi presenti un mega gioco a premi. E metti premi veri. Dei balocchi ai ragazzi non importa nulla. Metti roba utile, preziosa per la loro età e rispettosa della loro intelligenza.

Questa mattina, nel Salone dei Congressi dell’Hotel Mediterraneo di Firenze, si è tenuto il convegno organizzato dall’associazione culturale “Nuovi Orizzonti” e dedicato ai Luoghi per accompagnare verso il successo formativo.
Si è parlato di come sia bellissima questa presenza massiccia di studenti stranieri nella scuola italiana, ma di come sia faticoso trovare un metodo didattico che vada bene per tutti.
E si è parlato di come questi studenti stranieri strappino il cuore dal petto alle insegnanti italiane, che non erano più abituate a tanta attenzione e a tanta educazione.
Poi si è giocato e, per non farsi mancare niente, si è mangiato.
I miei studenti cinesi, anche in questa occasione, sono riusciti a dare il meglio di sé.

“Però profe non è giusto…”
“Cosa non è giusto?”
“Lei sul blog scrive sempre della sua classe di cinesi!”
“Ma veramente ho scritto tante volte anche di voi.”
“Ma non tanto come di loro!”
“Hai ragione, ma vedi, loro sono così buffi e se ne vengono sempre fuori con certe uscite imprevedibili e improbabili…”
“Sì, però non è giusto. Lei vuole più bene a loro che a noi.”
“Non pensarlo neanche.”
“Va be’, comunque non è giusto.”

Dedicato alla ragazza dalle forme morbide e dagli occhi dolci, che ha il cuore pulito e il sorriso delicato, che ha una scrittura minuta e una preparazione scolastica adeguata, che ha un fratellino piccolo e un fidanzato compagno di banco. Che incarna il concetto di kalòskàiagatòs -bellezza e bontà concentrate in un’unica persona- di cui parlavano gli antichi greci.