Buone vacanze

31 luglio 2011

“No. La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo sempre più ricca, più desiderabile e più misteriosa -da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è vòlto alla conoscenza- e non un dovere, non una fatalità, non una fede. (…) La vita come mezzo di conoscenza. Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere.”

(F. Nietzsche, La gaia scienza, 1882)

BUONE VACANZE (DI CONOSCENZA) A TUTTI VOI.

Cappelli vittoriani

30 luglio 2011

CollegAmica, nota al grande pubblico anche come Maccheccelafarò, mi chiama al telefono per suggerirmi un’attività didattica da inserire nel libro di Ammaniti.
“Grazie dell’idea! E’ molto carina! Me la butti giù per iscritto?” le dico.
“Se mi riesce… ma che ce la farò, secondo te?” tituba lei.
“Ma come se ti riesce?! Sei una professoressa di Italiano!” protesto.
“Sì, ma sai, in questo periodo funziono solo nella parte teorica: in quella pratica ho qualche difficoltà. Peccato, perché di idee ne avrei parecchie, anche nel campo dell’artigianato. Ti ho già parlato dei miei cappelli vittoriani?”
No, non me ne ha mai parlato, così la esorto a farlo.
La storia parte da lontano, esattamente dal giorno in cui un merlo melomane prese ad appollaiarsi sui rami dell’albero davanti a casa sua. Che era melomane lo disse lei, la mia collega: sosteneva infatti che l’uccello, nel cinguettare, intonasse le arie delle più famose opere classiche, sia italiane che straniere. Messo al corrente della cosa, suo marito, forse provato dalle vicende fantasiose in cui la mia amica sovente lo coinvolge, si oscurò in volto. Poi però, una volta prestato ascolto con maggiore attenzione ai gorgheggi dell’animale, dovette ammettere che trattàvasi realmente di raro (forse unico) esemplare di merlo melomane.
Pur senza farne un businness, CollegAmica inaugurò una serie di tea-party a cui invitava persone altamente selezionate in grado di apprezzare l’inedito spettacolo. Affinché l’operazione di bird-watching-and-listening risultasse agevolata e costituisse un momento di perfezione anche ottica oltre che acustica, un giorno ella pensò di adottare una tenuta idonea all’appuntamento. In un negozio nei pressi della Stazione Centrale di Santa Maria Novella comprò così un cappello su cui era possibile intervenire con modifiche personali e vi applicò, acquistandoli in una botteghina specializzata in zona Beccaria, rami di ciliegio, foglie d’acanto, tralci d’alloro, un nido di fringuello e un fringuello intero. Non aveva preventivato il successo clamoroso che il prototipo di cappello vittoriano, indossato ai fini di una perfetta riproduzione dell’ambiente naturale, avrebbe ottenuto tra i fans del merlo.
L’uccello purtroppo prima ha iniziato a propinare concerti afoni. Poi è andato altrove, migrando sopra un altro ramo dove la sua privacy fosse messa meno a repentaglio.
Le realizzazioni successive della mia amica, però, sempre più azzardate ed eccessive, stanno andando a ruba. Chi dei lettori ne volesse uno, può contattarmi alla posta privata del sito.

Caccia al tesoro

29 luglio 2011

Nel centro di Firenze questa sera si disputava una caccia al tesoro a squadre. Quattro, presumo. Anche se io ne ho viste soltanto due: i Rossi e i Neri. Tutti americani, immagino. ‘Xcuse me, Santha Crhosce? Mah, io se non mi fanno la domanda rispettando le regole grammaticali non gli rispondo. Ma non perché sono stronza. Perché sono pìssera. A me la domanda me la devi fare nell’osservanza della costruzione sintattica dell’interrogativa anglosassone. Ci vuole il do? E allora ce lo devi mettere. E il do va messo prima del pronome e del verbo? Ovvia, allora fai le cose a modino: Excuse me, do you know where is Santa Croce Church, please? Allora io capisco. E allora io ti rispondo, anche volentieri, sempre nel rispetto della norma grammaticale: Yes, I do, look: just at the end of this street, straight on, good evening, you are welcome. Perdìo. Invece quel soggetto che viaggia spesso di fianco a me la grammatica non la sa però c’ha l’intuizione ed è aperto all’improvvisazione. ‘Xcuse me, Santha Crhosce? Oh, yeah: there! Poi mi fa: hai visto? C’è una caccia al tesoro in città.
E così mi torna in mente quando le cacce al tesoro si facevano a Gastra, al campeggio estivo della parrocchia, e ce le organizzavano i grandi, che oltre a grandi erano pure sadici bene, e si divertivano un monte a complicarci la vita con domande impossibili, gare di resistenza e prove al fulmicotone. A volte la caccia al tesoro durava una notte intera, sicché con le torce via per i greppi, giù in fondo ai boschi, scarpe grosse e pantaloni lunghi per non graffiarsi le gambe, ogni tanto una sosta appuntellati a un albero per baciare quello che ci piaceva e poi via su di nuovo verso il monte, o alla base stabilita per le prove di cultura generale, o nei luoghi meno probabili per cercare il premio finale. Nove volte su dieci il tesoro era nella pancia squartata dell’albero cavo, un nocio, o forse un castagno, no, una quercia, una quercia di dimensioni epocali che non so cosa aveva schiantato a metà lasciandola aperta e concava, perfetta per custodire un pacco, una scatolina, un biglietto su cui c’era scritto il lemma che c’inebriava: tesoro.
Era una notte di odori e di emozione, di batticuori e paura del buio, di competizione e condivisione.
Non esisteva ancora quel film, non avevo ancora letto quei versi, non conoscevo ancora quel poeta, eppure avevo netta in me quella convinzione: “Andai nei boschi perchè volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita per non scoprire in punto di morte che non avevo vissuto.”

Antipasti:
- “Non me l’aspettavo”: cornetti (un genere che nessuno in effetti mai s’aspetta) di pasta brisé ripieni di formaggio caprino e trito di erba cipollina, poi cosparsi di semi di sesamo, tenuti in forno fino a cottura adeguata e serviti con colata di miele millefiori.
- “Abbracciami stretta”: spicchi di pera molto dolce uniti a noce di gorgonzola adagiata sull’incavo del frutto e legati insieme da una fetta di prosciutto di Parma.
Portata regina:
- “Prima di perdere i sensi”: fette di roastbeef ben cotto all’esterno e quasi crudo al centro, servito con salsa ottenuta da inquitante misto di olio, sale, pepe, spezie e sangue.
Contorni:
- “Anche in capo a un tignoso”: vassoiata indecente di patate arrosto cotte in forno in un misto di salvia, rosmarino e alloro.
- “Occhio, ti vedo”: pomodori modello sangue di bue (non il bue di sopra, un altro) tagliati a dischi e cosparsi di una salsa ottenuta con prezzemolo, capperi, acciughe e olio, ingentilita da pupilla centrale di maionese e palpebra ottenuta con foglia di basilico posta trasversalmente.
Dessert:
- “Nonna Papera in mezzo a noi”: torta di mele classicona ma insaporita dalla scorza di un intero limone grattata nell’impasto.

Per salutarsi coi genitori, prima di partire per le vacanze.

Letterine

27 luglio 2011

Fissiamo alla Edison e lui arriva con un libro da rivendere all’usato della Mel Books e una foderina trasparente con dei fogli dentro su cui riconosco subito la mia grafia.
“Te le ricordi queste?” mi fa.
Sono lettere collettive che scrissi alla classe di cui faceva parte quando andava al “Meucci”, l’Istituto Tecnico Industriale dove insegnai ormai -fammi fare due conti- sette anni fa. Una era ristretta al gruppo che si offrì volontario per partecipare ai prestigiosi “Colloqui fiorentini” nell’edizione dedicata a Pascoli, quando quel bischero di Rondoni si permise di stroncare la più originale e coraggiosa delle tesine. La nostra. Un’altra era estesa alla classe, tutta maschile, in compagnia della quale avevo appena trascorso uno degli anni scolastici più divertenti. A rileggerle, mentre lui parlotta un po’ con l’ex compagno che ci ha raggiunti chiedendo un’ora di permesso al lavoro, qualcosa mi si stringe intorno alla gola, strano, eppure non sto mangiando niente e il caffè shakerato l’ho bell’e finito.
Chissà perché l’ho interrotta, la pratica delle letterine, quando non facevo passare Natale, Pasqua e ultimo giorno di scuola senza depositare sul banco di ciascun alunno di ciascuna classe la lettera personale scritta apposta per lui. Chissà perché, dopo che nei tre anni d’insegnamento alle scuole medie, dove i ragazzini il cuore non me lo accarezzarono e basta ma me lo strapparono addirittura dal petto, mi ero veramente abbandonata all’esplicitazione più sincera di tutti i miei sentimenti di insegnante testardamente innamorata del proprio lavoro, all’improvviso, una volta rientrata alle superiori, mi sono castrata da sola e ho deciso basta, niente più letterine sui banchi a nessuno.
Ora che Francesco ha ritrovato quelle di quell’anno trascorso insieme e me le ha portate a rileggere in libreria nella nostra tarda e bella mattinata insieme, mi sembra che forse non è il caso di negare né di negarsi un gesto che io temevo fosse considerato cretino e invece forse era perfettamente percepito per il gesto d’amore che era.

Comunicazione di servizio: l’appuntamento con la sottoscritta in piazza Tasso alla rassegna letteraria “Pagine in piazza”, previsto per oggi, è stato annullato causa maltempo e rimandato a mercoledì 31 agosto, sempre alle ore 19:30.

Sei ancora a Firenze? Non sei ancora partito per le vacanze? Oppure vieni da fuori e stai trascorrendo qualche giorno nel capoluogo toscano? Se domani, mercoledì 27 luglio, verso le 19:30 sei in zona Oltrarno e non hai impegni particolari, passa da piazza Tasso e fermati al Torrino delle Mura: intervistata dal giornalista Gabriele Ametrano, consiglierò (motivandoli) quattro libri (ovviamente non miei) in lettura per l’estate, all’interno della rassegna letteraria “Pagine in piazza”, organizzata dal Circolo Culturale Aurora.

Un uomo che legge ne vale due.
(Valentino Bompiani)

E’ una domenica di luglio. Per il fresco che fa e per gli acquazzoni che piombano a terra credi di essere a Londra. Invece sei a Firenze (butta via). Finché diluvia scroscia e ràgana, te la godi in casa a contemplare un uomo dedito al giardinaggio compulsivo e un gatto che fa incetta volontaria di schizzi piovani sul terrazzo. Il cielo è gravido, livido, pesante. All’ora di pranzo, lo dicono le tue gambe accapponate, è indiscutibilmente (e meravigliosamente) freddo. Scivoli dentro un paio di pantaloni lunghi e ti avvolgi uno scialle in cotone sulle spalle, e intanto ti convinci non solo che Dio esiste, ma che ha anche una spiccata simpatia per te. Per mangiare, lo chiede il tuo stomaco vigile, ci starebbe alla perfezione il piatto invernale per antonomasia: la lasagna alla bolognese. E tu ce l’hai. La estrai dal freezer e la butti in forno. La consumi all’aperto, la besciamella bollente fende l’aria frizzante, Pollice Verde lecca il piatto col dito, il gatto si allunga ad annusare il ragù.

Nel pomeriggio si spalanca il cielo, tra le nuvole grasse il sole consuma il suo colpo di stato e riacciuffa il possesso della sfera celeste. Séguita a fare fresco e la strada chiama, perché camminare quando non si suda è l’occasione che aspetti da settimane, infilarti nel centro della tua città è qualcosa che d’estate non puoi mai fare se non a un prezzo emotivo così elevato da comprendere maledizioni alla città stessa, che invece ami tanto. Ti ricordi che il centro è tutto chiuso, tutto pedonale, tutto stravolto, e hai voglia di vedere com’è quell’immenso piano inclinato di piazza Pitti vuoto e sgombrato da macchine e motorini. Al prezzo di dodici euro compri il biglietto per la mostra dedicata alle produzioni artistiche dell’Opificio delle Pietre Dure, per il Museo d’Arte Moderna e per la Galleria Palatina. Per tre ore pesticci gli stessi impiantiti e attraversi gli stessi volumi che pesticciò e attraversò il Magnifico Lorenzo. Riconosci da lontano i cani di Giovanni Fattori, t’imbamboli davanti alle foglie lucenti di Plinio Nomellini.

Quando esci è il tramonto, l’ora di cena. E la macchina (ma tu guarda a volte, il caso) l’hai parcheggiata proprio di fronte alla stessa enoteca che fa i crostoni più buoni di tutta Firenze. Prometti che questa è l’ultima cena, che d’ora in poi basta, che da domani dieta.

Parlami d’amore

24 luglio 2011

Ieri ero a cena da un (altro) amico. Menu sopraffino, persona squisita, conversazione elevata e variegata. Questioni pedagogiche, aneddoti personali, segreti culinari, progetti professionali, analisi politiche locali e nazionali. E poi, alla fine, l’argomento degli argomenti, il tema imperituro, la questione eterna: il cuore, l’amore, la forza che travolge, la diga che irrompe, le farfalle nello stomaco, la vertigine, i brividi, l’equilibrio che va a farsi benedire.
“Da qualche mese mi vedo con una” dice.
“Bene!” esclamo.
“Bene un cazzo” precisa.
Perché lei è una tosta. C’è, ma non c’è. Ci sta, ma anche no. Può, ma non sempre. Perché ha molti impegni e molti pensieri. Ha una vita interiore ricca, affollata e complicata.
“E tu?” indago.
“E io ci patisco. E insisto” confessa.
Perché lui la vorrebbe tra i piedi, cenette e vino fresco, chiari di luna e notti stellate. Lui la tampina coi messaggi, la insegue a parole, la invoca nel silenzio del deserto estivo cittadino. La vorrebbe con sé, tutta per sé.
“E allora lasciala in pace, sii presenza leggera, regalale sorrisi, non tenerle il muso, non chiederle niente. Falle sentire che sei uomo, completo, equilibrato e felice anche senza di lei, a prescindere da lei. Falle sentire che nella tua vita ci sono, poiché ce ne sono, mille altri affetti, mille altri interessi. Che se una sera lei preferisce dormire a casa sua, tu comprendi quel bisogno, che è prima di tutto umano. Non palesare la tua tristezza, non dichiarare la tua disperazione, non solleticare inutili e controproducenti sensi di colpa. Non farle mai pensare che sia lei a dare un senso alla tua vita. Quello di cui deve convincersi, per innamorarsi davvero di te, è che la tua vita ha un senso pienamente compiuto anche se lei non c’è. E che con la sua presenza, al massimo, lei può soltanto rendere la tua vita migliore.”

Dighe rotte, farfalle nello stomaco, brividi e vertigini quanto si vuole. Ma l’equilibrio, nell’amore soprattutto, non deve mai andare a farsi benedire.

L’analisi del testo

23 luglio 2011

D’accordo essere una professoressa di Lettere e, per questo, avere il destino segnato.
Ma andare a cena da un amico per vedere la sua casa appena acquistata e ritrovarmi a fare l’analisi del testo a “Stella stai”, “Qualcosa qualcuno”, “Immensamente” e “Tu” di Umberto Tozzi mi pare onestamente troppo.

Paolo Uccello

22 luglio 2011

In tanti l’hanno chiamato così per una vita, Paolo Uccello. In casa mia invece si preferiva Paolo l’Uccellaio, visto che gli uccelli li vendeva. Ce n’aveva una bottegata piena zeppa in piazza della libertà, proprio davanti alla casa dove sono nata e cresciuta e dove tuttora vivono il mi’ babbo e la mi’ mamma. Un fondo che nei decenni s’è allargato sfondando muri e mangiando vani fino a conquistare quattro entrate: due per l’alimentari della su’ moglie Rosa detta Rosina, e due per la rivendita aviaria da Paolo l’Uccellaio condivisa co’ du’ figlioli Antonio e Andrea detti Ghigo e Ghighino.
Il Ghigo originale però era anche lui un uccello: un esemplare di gracula religiosa che i non addetti sogliono nomare merlo indiano, sai quegli uccelli con il muso astioso, che paion sempre incazzati neri, e neri appunto anche di vestito, con il becco lungo e giallo e du’ ciondoli mosci ai lati delle gote? Quelli. Anche se va detto che Ghigo non era un merlo indiano come gli altri: Ghigo rifletteva. E c’aveva anche il su’ carattere. Un po’ di merda, a volerla dire tutta, perché ti faceva stare a mezz’ore ad aspettare che spiccicasse verbo, concentrati lì davanti ai ferri della gabbia a dirgli “Ghigo! Ghigo! Come stai, Ghigo?” e quello nulla, zitto peggio d’una mosca, poi al momento che tu voltavi i’ culo eccolo, partiva co’ discorsi. Abituato al caldo equatoriale e alle intemperie umide del Valdarno, Ghigo ha speso una vita nella gabbiona attaccata al muro esterno.
Ma se siamo qui non è per scrivere di Ghigo, bensì per dedicare un po’ di meritato spazio a Paolo l’Uccellaio, il patriarca. A capo di una famiglia semplice col pallino innato degli affari, Paolone viaggiava con una giardinettina verde culo di bottiglia e in quella non si sa come ma ci pigiava tutte le merci da distribuire in qua e in là ai contadini della valle. Poi la parcheggiava sempre davanti alla bottega, proprio di fianco alla pompina dell’acqua indove si sciaguattava spesso le mani.
Socia fedele dell’azienda e lavoratrice indefessa, la moglie Rosina non ha mai fatto un giorno d’assenza. Non solo: per come aprivano presto e per come abbassavan tardi la serranda, uno che non ci abitava davanti e non poteva studiarne tutti i movimenti avrebbe detto che ci vivevano, a bottega.
Io e il mi’ fratello, invece, si sapeva bene che a una cert’ora chiudevan la baracca e ritornavano in quella casina bianca piena d’animali, poco fuori dal paese, a mezza collina: perché si stavano a balzellare dalla terrazza in punta al sesto piano, a guardarli riporre le cose esposte sul grande marciapiede, coprire le gabbie degli uccelli, montare in macchina e partire. Ma non era mai prima delle nove e mezzo, a volte anche le dieci, con quell’umidate di novembre, con que’ freddi dell’inverno.
Tanto che fra tutti si pensava che i figlioli, una volta grandi, gli avrebbero fatto maramèo e a lavorare con quei ritmi non c’avrebbero pensato nemmen lontanamente. E invece Paolone e la Rosina, dai picchia e mena, a piegare que’ du’ giovani ce la fecero, già tant’anni fa. Prima uno, quello più grande e docile. Poi quell’altro, più ribelle e (pareva) vagabondo. Andavan visti invece come s’erano inquadrati e come lavoravano di brutto. Ma poi la cosa buffa è che nel tempo andavano a pigliare piano piano tutt’e due lo stesso modo di fare, di camminare, di vendere e di relazionare del su’ babbo, la stessa vocina a trombetta, lo stesso sorriso sempre stampato in viso, la stessa aria gentile. La stessa parlata lèmme lèmme, consolatoria e tranquilizzante, quasi curativa.
Solo con la citta femmina Paolo e Rosina non ce l’hanno fatta mai. Sì, per qualche mese la si vide dietro al banco a vendere la mortadella co’ i’ pistacchio, il capofreddo e il buristo (che Rosina ha sempre spacciato col dire “questo l’è di’ mio”, cioè è fatto con i miei maiali), ma poi da un giorno a un altro la sparì. Allora si sentiva dire che l’era andata a studiare a Firenze, poi che la faceva Anatomia, poi che l’era diventata un’estetista. Fatto sta che nessuno l’ha più vista.
Quegl’altri invece, per chi li cerca, sono ancora indove li lasciai vent’anni fa, quando andai via dal mi’ paese appollaiato sotto il Poggio della Ciulla e venni a vivere in città.
Tutti meno uno.
Paolo l’Uccellaio, proprio ieri, è morto.
Dice che al funerale, la chiesa, la straboccava di gente.