Il lezzone

21 luglio 2011

Chi mi conosce sa quanto stravedo per il gatto che ho adottato due anni fa, tale Micino da Scansano detto Rini. Chi non mi conosce se lo può immaginare, perché i gatti hanno un fascino speciale a cui solo i cuori algidi sanno restare indifferenti. I gatti sono esseri misteriosi: nelle loro menti vi è molto di più di quanto possiamo pensare. Il gatto lecca raggi di luna nella scodella dell’acqua, pensando che siano latte. I gatti sanno calcolare con matematica precisione il luogo esatto nel quale daranno più disturbo se vi si siederanno. Dio ha creato il gatto per dare all’uomo il piacere di accarezzare la tigre. Gli occhi di un gatto sono finestre che ci permettono di vedere dentro un altro mondo. Se un pesce è l’incarnazione del movimento dell’acqua, il gatto è la materializzazione dell’aria. I gatti sono gli inquilini del sole: dove c’è il sole, c’è un gatto. Il gatto è un lembo di notte arrotolato sullo spigolo di un tetto. Io non mi meraviglio affatto quando il gatto fa qualcosa di misterioso, mi meraviglio quando fa cose normali. Soltanto il gatto lascia sul letto l’impronta totale del suo corpo addormentato. Un gatto può risolvere un po’ tutto facendo le fusa. Con i gatti non si sa bene dove finisce il normale e dove inizia il paranormale. I gatti commettono raramente un errore, e mai per la seconda volta. Il gatto è il più gentile degli scettici. Il gatto ha troppo spirito per non avere cuore. Il tempo del gatto è perfetto, si allarga e si stringe come la sua pupilla, concentrico e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio. D’accordo, i gatti tiranneggiano, strumentalizzano, condizionano i loro padroni, ma in cambio offrono impagabili lezioni di saggezza.
Sono tutte frasi famose di gente famosa. E sono tutte incredibilmente vere.

Solo Joseph Epstein secondo me tirò una cazzata quando disse: “Il gatto è l’unico animale che si prende cura della propria igiene. E lo fa dannatamente bene”. Micino da Scansano detto Rini, per esempio, s’è sempre lavato poco. Dev’essere perché, avendo perso prematuramente la sua mamma, non ha avuto accanto chi gli tramandasse la sublime arte della toelettatura. Fatto sta che da due anni a questa parte io a quel gatto gli ho sempre sentito puzzare parecchio i piedi di formaggio e il culo di merda essiccata.
Nella nostra recente permanenza in terra di Maremma, però, Rini ha stretto amicizia con tale Miciaccino, randagio puro con la fissa della pulizia personale. Aggrovigliato su se stesso a giornate intere, Miciaccino parte dalla punta delle orecchie e si ferma solo quando arriva alla fine della coda. Per Rini è stato come l’aprirsi di un universo (effettivamente) inesplorato. Nello spirito emulatore che lo contraddistingue, ora non fa che lavarsi e rilavarsi. Poiché indugia particolarmente intorno alle zone podalica e perianale, la nostra convivenza ne risente in termini nettamente migliorativi.

Farinaceo mon amour

20 luglio 2011

Sono stata trasferita in un Istituto Professionale. Uno di quelli dalla reputazione spaventosa. Si vocifera di classi ingestibili, alunni violenti, disciplina impossibile. Io però non ho paura ed entro in aula con la mia aria battagliera. Individuo subito il tipo più tosto, lo sfacciato, lo sfrontato, insomma il bullo. E proprio su di lui nei giorni a venire mi concentro, per piegarlo, trascinarlo dalla mia parte. Ma quello è indomabile, è un legno nodoso, un muro di pietra, una spranga di ferro. La stessa che tiene tra i pugni stretti, un mattino, venendomi incontro. “Professoressa, lo sa? Lei mi ha proprio rotto i coglioni” mi sibila all’orecchio inchiodandomi al muro mentre i suoi compagni stanno fermi a guardare. “Andate a chiamare qualcuno” provo a dire piano, simulando una tranquillità che non provo. Poi, il massacro.

In effetti la Napoli, a cena, è un po’ pesina.

Desiderata

19 luglio 2011

Chiàmansi desiderata (sost. lat. neutro plur.) tutte quelle cose che ci garberebbe tanto avere all’inizio di un anno scolastico nuovo di zecca. Tipo: non entrare mai alla prima ora se ci s’ha un figliolo da portare all’asilo, non fare mai la sesta (o la settima!) ora per non essere presa a cimosate sul muso dagli alunni fusi, non avere ore buche in cui doversi girare i pollici in sala professori, avere il sabato libero per passare la mattinata a letto con il proprio uomo.
Condizione tassativa per godere del diritto di esprimere i propri desiderata è aver maturato in una scuola quel minimo di anzianità professionale tale da poter almeno ricevere tra le mani la preziosissima modulistica da compilare. Se vieni nominato d’ufficio a luglio o se ti presenti a settembre ingenuo e novellino, i desiderata te li scordi. Io infatti me li sono scordati praticamente per diciannove anni.
Quest’anno però mi è stato chiesto di dar voce a qualche sogno.
Orbene: fatemi entrare all’ora che vi pare, fatemi uscire all’otto di sera, riempitemi la settimana di ore buche, fatemi venire a lavorare di sabato anche se la scuola è chiusa.
Ma rendetemi le classi che avevo l’anno scorso.

Le storie d’amore (se funzionano) non si possono mica lasciare a mezzo.

Conference call

18 luglio 2011

Qualche sera fa bisbocciavo con un’amica in giro per Firenze. Tiravamo tardi a raccontarci le nostre avventure, a farci le nostre confidenze. Ce la godevamo in quella solitudine condivisa che solo a chi è in grande sintonia è dato di provare. Quando, a un tratto, sarà stata mezzanotte e mezzo, mi suona il cellulare. Era un certo Hu, mio stimato alunno cinese di quest’anno scolastico conclusosi da poco. Annunciava l’imminente arrivo, nell’arco delle prossime nottate, di una telefonata collettiva che al momento stava pianificando in combutta con un’altra decina di elementi non meglio identificati delle medesima classe. Conference call, l’ha chiamata. Ha detto proprio così, conference call. Che penso di poter tradurre con chiamata di gruppo in stile conferenza. Ho chiesto di cosa esattamente intendessero conferire, in pieno luglio. Ha riso in quella sua delicatissima e squisita tonalità asiatica, convinto che la mia fosse una battuta.

Il principe… è un re

16 luglio 2011

Erano anni che lo diceva: “Quando verrà in Europa, ovunque si esibisca, fosse Amsterdam, Londra, Berlino o Parigi (visto che in Italia non verrà), io ti ci porterò”.
Il principe invece non solo è venuto in Italia: è venuto a Perugia, all’Umbria Jazz. Che è come dire nella stanza accanto, subito dietro l’uscio. Tanto che, fino a quando non lo abbiamo visto materializzarsi nel suo completino giallo senape sperluccicoso rifinito da un’apoteosi di paillettes e di lustrini, si pensava all’allucinazione immaginifica, al sogno, alla chimera, all’utopia. Insomma, al bidone.
Per questo dalle sette e mezzo alle nove ci siamo concentrati più che altro sulla cena a base di pesce consumata all’interno dell’Arena di Santa Giuliana, nel pieno centro di Perugia, dove ieri soffiava un venticello per il quale io organizzerei una raccolta di firme a livello planetario affinché nostro signore dio l’altissimo ce lo garantisca trecentosessantacinque giorni all’anno, quel ventolino amico che agevola il respiro e smette di farti stramaledire i mesi estivi. Il prato, intanto, pullulava del popolo bello e variegato che ama da anni le petit prince e che forse ieri sera come me si domandava se sognava o era desto.
Poi però l’ora ics è arrivata e quel popolo si è spostato nell’immensa pedana di parquet sulla quale il folletto di Minneapolis ha voluto che ci concentrassimo, tutti in piedi e tutti uguali senza distinzione di posto né di prezzo, tutti unificati dai 75 euro sborsati a cranio per godere del privilegio di vedersi comparire davanti quel tipetto nero dal viso femmineo e maschio insieme, dal corpo di fuscello e dalla voce stridula ma melodiosa, gracchiante eppure dolcissima, falsettata nella sua naturalezza.
Prince Roger Nelson, classe 1958, è apparso alle 21 e 39. I due maxischermi che lo ingigantivano ce l’hanno mostrato per quello che è: un artista magnifico da ascoltare, da guardare e da cui essere disposti a farsi trascinare. Dice che gli organizzatori dell’Umbria Jazz avessero previsto un’arena apparecchiata di poltroncine per un pubblico abituato a godersi il jazz in postura comoda, considerato anche il livello anagrafico del pubblico classico, non sempre giovanissimo. E dice che Prince, quasi sdegnato, abbia (giustamente) esclamato: “Se io a 53 anni posso reggere un concerto di queste dimensioni, loro possono stare in piedi a ballare insieme a me”. Ma infatti io l’avrei voluto vedere, il pubblico di ieri sera -vampiresco nel suo chiedere ancora, ancora, ancora una canzone- seduto sulle poltroncine. Nemmeno inchiodato, ci sarebbe stato. Ma poi, che Prince è un diavolo capriccioso lo sanno anche i bambini: youtube di tanto in tanto si vede sparire i video che lo riguardano, le case discografiche lo temono, i fans non sanno mai cosa aspettarsi da lui. Ma prendono tutto. Perché Prince si fa talmente amare quando suona canta e balla, Prince ti porta sul palco musicisti così bravi, Prince sorride ammicca e sussurra I love you così sensualmente mentre gorgheggia, che tu lo lasci fare e aspetti passivo la prossima schitarrata pop-funk-psichedelico-jazz-rock.
Già, ma che roba è, la musica di Prince?
Non chiedertelo, pensa a piangere e ballare.
Poi, quando il concerto è finito (tre ore abbondanti, con tre generosissimi rientri) corri dietro al vento e riempiti le mani e la borsa di purple rain, la pioggia di carta viola sparata dal palco sull’assolo della più bella sinfonia del ventesimo secolo.

La prima che mi viene incontro si chiama Eva. E’ passionale, un po’ irruente, quasi maldestra. Mentre cerco di abbracciarla per fare la sua conoscenza, mi mordicchia le mani, me le infradicia col naso nero e schiacciato. Ha la forma di un dado, la compattezza di un tassello di mortadella, soda e tirata come un’atleta che si allena ogni giorno. Esagitata e rumorosa, mescola starnuti a finti colpi di tosse per dirmi che a casa sua sono la benvenuta, che il mio odore non le dispiace, che insomma sì, su quel divano azzurro sotto il portico che domina la valle mi ci posso anche sedere. Lei però no, lei preferisce seguitare a razzolarmi intorno come un topone curioso con le orecchie a pipistrello e il culo a sposa. E’ bionda come eccezionalmente lo sono quelli della sua razza, in genere toppati a mucca o tigrati scuri. Freneticamente si guarda in giro, alla ricerca ossessionata di lucertole. Quando ne trova una l’afferra tra i denti, la mastica, se la ributola da una parte all’altra della bocca, quindi (trovandola forse amara) la sputa, abbandonata all’agonia.

La seconda che mi si palesa è Twiggy. Slanciata, puntuta, più che longilinea: all’osso. Talmente bianca che dalla pancia le traspaiono grossi pois marroni. Talmente riservata che dalle cosce non estrae mai la coda che ci si rifugia. Talmente buona che dagli occhi escono quasi le parole. Lei invece sul divano azzurro ci si acciambella addirittura, lasciandosi percorrere la colonna vertebrale che le contorna il dorso, facendosi contare le costole affacciate dalla pancia. E’ una ragazza troppo magra ma ancora molto bella, è una signorina elegante e raffinata, un giunco sinuoso, un alito di vento che è diventato corpo, la fiamma ancheggiante di una candela.

Sono nate tre anni fa e si credono sorelle. Il bulldog pensa a sé come a un levriero. Il levriero è convinto di essere un bulldog. Corrono insieme in campi di cui a malapena si vede il confine, mangiano da ciotole vicine, dormono nella stessa stanza.

Sono i cani di Niccolò Ammaniti. La parte più indimenticabile di un’indimenticabile giornata trascorsa a casa sua.

A Firenze, in piazza della Signoria, sotto il Palazzo Vecchio, è sommerso un teatro antico. Antico nel senso parecchio. Lo costruirono i romani quando, tracciato come prima cosa il cardo e il decumano, fondarono Florentia. A quell’epoca gli abitanti di questa città erano 20mila. I romani pianificarono per il teatro una capienza di 8mila persone. Alle gradinate si accedeva percorrendo il “vomitorium”, un corridoio la cui ampiezza è comprensibile dalla pittoresca denominazione. Gli spettacoli teatrali occupavano la metà di un intero anno. Tanto per capirsi sul peso che avevano all’epoca le attività legate alla cultura.

Tutto questo ben d’Iddio è rimasto sepolto sotto la Firenze moderna fino all’Unità d’Italia, quando la città fu nominata, dopo Torino e prima di Roma, capitale. Fu in quegli anni che, per conferirle maggior lustro e fare di lei una vera città europea, si mise mano ai picconi e si cominciò a scavare per allargare le strade e le piazze. E fu allora che saltarono alla luce tutte le meraviglie urbanistiche che le epoche successive a quella romana -il Medioevo, il Rinascimento e giù giù fino a momenti sempre meno remoti- avevano impietosamente coperto costruendoci sopra con sprezzante sbattimento di palle nei confronti dell’antico.

Oggi tutto questo è visibile, a patto che s’abbia il culo di trovare un posto libero nella lista delle affollatissime prenotazioni e a patto che si sia disposti a tirar tardi sottoterra in compagnia di una quindicina di altri curiosi e di una guida molto atipica. Non per sciupare la sorpresa a chi andrà a vederlo, ma insomma, nel bel mezzo di una canonica spiegazione state all’erta: il teatro riprenderà magicamente vita, la guida smetterà i panni dell’archeologa, vestirà quelli di Prassagora, e voi vi troverete in mezzo a Le donne al parlamento, l’attualissima (poiché immortale) commedia di Aristofane che due bravissime attrici portano in scena trasformando la solita visita guidata in uno spettacolo sotterraneo, imprevisto, spiazzante, coinvolgente. Avrete l’inquietante sensazione che le pietre vi stiano parlando. E vi sentirete privilegiati interlocutori.

Se c’è una cosa che detesto, è l’edizione scolastica dei libri. Cioè quella versione parallela di un romanzo, di un racconto, o di un saggio, dove il testo originale resta tale e quale, ma viene corredato di tutto un apparato di attività cosiddette didattiche destinate a ignari e incolpevoli studenti. I quali, poveracci, una volta finito di leggere il libro (e magari averlo miracolosamente anche gradito), si ritrovano intortati in una serie di esercizi, domande e interrogatori volti a testare l’effettivamente avvenuta lettura. Una polizia segreta della pagina scritta.
Come studente, odiavo le edizioni scolastiche in quanto strangolatrici della fantasia.
Come insegnante, le odio in quanto mortificazione del mio sedicente genio improvvisatore che m’induce a proporre ogni anno, a ogni classe, attività ogni volta diverse.

Se però la casa editrice Einaudi ti contatta per proporti di curare l’edizione scolastica dell’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti -sì, lui, l’autore contemporaneo che hai amato di più e che hai fatto tanto leggere ai tuoi studenti, proprio lui, il creatore di Pietro Moroni e Gloria Celani, l’ideatore di Michele Amitrano, l’inventore di Flora Palmieri, il demiurgo di Graziano Biglia!- come fai a dire “no, grazie: io odio le edizioni scolastiche”?
Non puoi dirlo.
Infatti dici “sì, grazie, volentieri!” e dai via libera al cervello perché partorisca l’apparato didattico più ribelle e meno convenzionale che abbia mai affiancato un romanzo d’autore.
O almeno, ci provi.

Fortunata o grulla?

5 luglio 2011

Quei colleghi che, mentre sono in ferie, s’incontrano per stare un po’ di tempo insieme mi son sempre parsi grulli.
Sei in vacanza e fissi con gente che ti ricorda il lavoro?! Hai la fortuna di staccare e ti riattacchi da solo?!

A minuti esco per raggiungere in via Gioberti la mia collega di Francese e consumare una lunga, lenta, ragionata e goduriosa colazione insieme a lei nel bar più peccaminoso della zona. E stasera vado alla cena esclusiva e riservata che le colleghe di Lettere hanno organizzato per noi sole. O le donne con cui lavoro da un anno a questa parte meritano di essere frequentate anche fuori dalla sala professori, o sono diventata dimolto grulla anch’io.

Tra i numerosi colleghi che nell’appena terminato anno scolastico hanno catturato la mia attenzione e suscitato la mia stima primeggia senz’altro Il Naturista. Lo adocchiai a settembre, lui e le sue bellissime scarpe vissute, lui e il suo fantastico giubbottaccio liso, lui e i suoi capelli lunghi arrangiati in una coda. Sorrideva a tutti, era socievole, e le palle sembravano non girargli mai. Andava in tutti i modi conosciuto.
“Ciao, cosa insegni?”
“Ciao, Economia aziendale.”
Ammetto che la risposta mi stupì. Come poteva il docente di una materia tanto fredda riscaldare così la Sala Insegnanti? Ma di lì a poco conobbi anche Il Saggio, professore delle medesima disciplina, e tutto mi fu chiaro: si vede che chi insegna Economia aziendale è aperto, spiritoso, interessante e originale. Ma torniamo al Naturista.
Costui, che piovesse a vento o battesse un impietoso sole, viaggiava esclusivamente in bicicletta. Tagliava le strade congestionate di Firenze e dal centro del centro -dove vive- raggiungeva gaudioso e sorridente l’immediata periferia in cui sorge la nostra scuola. E non era di quelli che se arrivava fradicio d’acqua o di sudore perdeva tempo a imprecare contro il solito governo ladro, responsabile (oltre che di tutto il resto) delle peggiori condizioni meteo. No, lui varcava il cancello, parcheggiava, entrava nell’atrio e… sorrideva. A tutti. Bidelli, studenti, professori. Tanto che semplicemente incrociarlo ti metteva bene la giornata. Sì, andava in tutti i modi conosciuto meglio.
E allora col tempo ho scoperto che adora viaggiare, ama i paesi islamici, odia tutte le guerre del mondo, predilige le ragazze more con gli occhi scuri e profondi, ascolta Controradio, legge Il Sole 24 Ore e lo capisce, divide un appartamento bohemien con una gatta tigrata e una coltissima signora con la quale prepara barattoli di olive sotto limone con peperoncino da regalare agli amici per Natale e non mangia mai animali. Semmai qualche uovo. Purché di gallina libera e ruspante.
“Ti ho portato… quella roba” gli disse un giorno una collega.
“E io ti ho portato… quell’altra” le rispose lui.
Volli intrufolarmi per capire: “Di che state parlando?!”
“Di uova” disse lei.
“Di fermenti lattici vivi” disse lui.
Così scoprii che i due loschissimi figuri da una manciata di mesi praticavano scambi equi, solidali, onesti, paritari e naturisti: lei portava a lui uova delle sue galline anarchiche e libertarie, lui portava a lei barattoli di fermenti lattici vivi da cui ottenere ottimo yogurt.
E così sono entrata nel giro. Siccome le uova me le procuro in Maremma dallo spacciatore di fiducia, ho preso solo i fermenti, simpaticissimi perché assomigliano alle Dixie al formaggio, aumentano di giorno in giorno, tenuti in mano fanno da antistress e trasformano il latte in una crema deliziosa. La preferisci morbida e delicata? Dalle 10 alle 12 ore. La vuoi più soda e acidula? Oltre le 18. Non dimenticare di lavare tutti i giorni i fermenti. Se parti per le vacanze, non scordarli dentro il frigo ma portali con te. Se non hai vergogna di essere beccata, parlaci. Se non temi l’internamento in un ospedale psichiatrico, scegli per loro dei nomignoli individuali. Se credi che tutto ciò sia troppo, scegline uno collettivo come ho fatto io.
“Oddìo, a momenti scordavo i ragazzi !”
“Ragazzi?! Quali ragazzi?”
Non dare spiegazioni a chi non sarebbe in grado di capire.