Cacato zero

30 settembre 2011

Lui: “Senti… ma tu vuoi tornare in Maremma anche questo fine settimana?..”
Lei: “Mah, boh, sì, cioè, senti qua che caldo, in città non si respira, pensa invece come si starebbe al mare, spiaggia deserta, temperatura perfetta, acqua meravigliosa. E poi pensa alla casa, a quel giardino fresco, a quelle stanze accoglienti, a quel ristorantino di pesce a Orbetello, a quella pizzeria in piazzetta…”
Lui: “Sì, è vero, però sai… sono un po’ stanco di fare avanti e indietro, in fondo è un’estate intera che non si fa che andare là, ho anche voglia di godermi Firenze, andare a passeggio, mescolarmi alla gente, vedere qualche amico… che ne pensi?”
Lei: “Ok, va bene, restiamo pure qua.”

Gatto: “Il fatto di essere preso puntualmente in considerazione è il motivo principale per cui adoro questi due.”

Tutti in crociera!

30 settembre 2011

Per una clamorosa botta di culo, mi ritrovo una classe con cui ho già svolto l’intero programma di Storia che ci spetterebbe quest’anno. Mi spiego. La riforma Gelmini è andata a ritoccare la scansione cronologica della Storia negli istituti superiori: quello che fino all’anno scorso si faceva in seconda, ora si deve fare in terza. Ma alla terza di quest’anno io l’anno scorso ho spiegato tutto il programma di seconda (che ora però è previsto per la terza). Insomma, noi il Medioevo s’è bell’e fatto tutto e si conosce bene. O almeno, io così credevo.
Il fatto che ad oggi le crociate vengano confuse con le crociere solleva in me qualche dubbio. Lieve, però.

Non ce la posso fare

30 settembre 2011

“Profe, sul blog ho letto quel simpatico post in cui confessa di voler diventare cattiva.”
“Ehm… sì, (eh!eh!), cof… cof… be’, sai, l’ho scritto così… per ridere.”
“Ah, ecco. Perché infatti sono venuto a dirle che con noi che la conosciamo dall’anno scorso, mi dispiace, ma è troppo tardi. Non ce la può fare.”

Figlio, a chi m’appiglio?

29 settembre 2011

Con la letteratura di terza siamo alla poesia religiosa dell’Umbria dugentesca. Bella, mi garba da ‘mpazzire. Francesco d’Assisi io lo amo d’amor carnale e se fossi stata Chiara c’avrei provato dalla mattina alla sera. Stamani ai ragazzi ho raccontato la fascinosa e cupa storia di Jacopone da Todi. L’origine anagrafica nobile, la preziosa possibilità di studiare legge, il traguardo notarile, il matrimonio con la Vanna, la serqua di figlioli, la vita parallela fatta di distrazioni e scappatelle. E infine, l’imprevisto. La tragedia. Quella festa da ballo, quel solaio che crolla, la moglie che muore e quel cilicio che le viene trovato addosso. La conversione dettata dai sensi di colpa, la scelta radicale di farsi frate, la ferma decisione, tra gli spirituali e i conventuali, di optare senza ombra di dubbio per i primi, e il resto della vita fatto di mortificazione e pentimento, di amarezza e di rimpianti.
“E ora vi leggo il brano antologizzato, Donna de Paradiso, noto anche come Pianto della Madonna.”
Perché infatti racconta, inscenandolo come se fossimo a teatro, di quando Gesù viene crocifisso, di quando la sua mamma staziona sotto la croce a piangere e disperarsi, della folla che bercia sguaiata “crucifige! crucifige!” e di Giovanni che cerca di consolare la Madonna.
Si tratta, intuibilmente, di un brano straziante. C’è la telecronaca in diretta di quando i chiodi spaccano le mani e i piedi del Cristo (Donna, la man li è presa, ennella croc’è stesa; con un bollon l’ò fesa, tanto lo ‘n cci ò ficcato. L’altra mano se prende, ennella croce se stende e lo dolor s’accende, ch’è plu multiplicato. Donna, li pè se prènno e clavellanse al lenno; onne iontur’aprenno, tutto l’ò sdenodato) e c’è Maria che si sente strappare il cuore dal petto e non può fare altro, in una lunghissima e cantilenante anafora, che invocare il figlio morente. E allora io mi ci metto d’impegno, ci butto dentro tutta l’enfasi che posso avere in corpo la mattina all’ott’emmezzo. Insomma, mi concedo per intero, mi do tutta. Mi sdo.
“Figlio, l’alma t’è ‘scita, figlio de la smarrita, figlio de la sparita, figlio attossecato! Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio, figlio, a chi m’appiglio? Figlio, pur m’ài lassato! Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo, figlio, perché t’à el mondo, figlio, cusì sprezzato? Figlio dolc’e placente, figlio de la dolente, figlio àte la gente mala mente trattato.”
In sottofondo, però, cosa odono le mie orecchie? Risatine soffocate. Commentini a mezza voce. Soffiate tipiche di chi ne ha le palle piene. E starei per interrompere la lettura interpretativa per sciorinare un cazziatone da risveglio compromesso, una fetta di merda da professoressa vera. Ma improvvisamente mi ricordo di quando anch’io ero in terza, e per di più al classico, e la mia professoressa d’Italiano ci propinava questo figlio di qua, figlio di là. Ci fu una mia compagna che al verso “figlio, a chi m’appiglio?” mormorò “appigliati a stamminchia”. E noi ridemmo. Anch’io risi. Anch’io struffiai come per dire maremma che palle questa poesia lontana secoli e secoli dal mio sentire. Perché, in quel momento, non la capivo. E, non capendola, non potevo apprezzarla. Dev’essere stato questo salvifico ricordo a non farmi abbandonare al cazziatone, ma a spingermi a interrompere la lettura della lauda per raccontare ai miei studenti l’episodio che mi vide adolescente ignorante e imbecille come loro.
Poi ho ripreso la lettura, nel silenzio finalmente rinato.

Verifiche autografate

29 settembre 2011

Ho ritirato il primo pacco di verifiche e me lo sono portato a casa, appoggiandolo sul tavolo dello studio per la correzione. Mi sono recata quindi in bagno a rinfrescarmi, in cucina a rifocillarmi e quando sono tornata nello studio ho trovato il gatto seduto col culo sui compiti, dai quali l’ho prontamente esortato a spostarsi.
L’azione a cui costui si era precedentemente dedicato doveva avere un qualche intuibile legame con l’espletamento delle feci quotidiane. Attesterebbe questo mio insistente sospetto il caccolino di merda rimasto sopra la prima verifica del pacco.
Ricchi premi e cotillones all’alunno privilegiato dal fato.

Non ho il fisico

29 settembre 2011

Nella scuola dove insegno c’è una collega di Italiano che mi piace un sacco. Ha la fama di essere severa, rigida, inflessibile, “insomma tosta, tostissima, profe”. Io la guardo attraversare i corridoi, entrare in sala docenti, penetrare nelle classi, e la ammiro. Seria, tutta d’un pezzo, pochi sorrisi, pochi discorsi e via lavorare.
“Ma insomma, ragazze, ditemi: è davvero così tosta la vostra nuova professoressa di Italiano?”
“Tosta?! E’ tostissima, profe!” rispondono loro, che l’anno scorso erano mie alunne e adesso sono state smistate altrove per motivi di indirizzo.
“Fatemi capire, fatemi un esempio: cosa fa, cosa fa?” chiedo fremente di curiosità.
“Per dire, ci ha dato da leggere il romanzo Bianca come il latte rossa come il sangue in una sola settimana!”
“Una sola settimana?! E voi?”
“E noi lo abbiamo letto!”
“Tutti?! Anche i lazzaroni che l’anno scorso non studiavano un tubo, che non lessero Se questo è un uomo neanche in trenta giorni, e che alla verifica facevano regolarmente l’assenza strategica?!”
“Tutti, profe, anche loro.”

Mapporcamiseria, ma tu guarda questi, ma allora sono io che non sono buona, ma allora bisogna che mi faccia cattiva anch’io, bisogna che semini il terrore, che imponga anch’io una sola settimana per la lettura di un libro, altro che un mese, un mese?!, una torda sono stata, ecco cosa, furba mi devo fare, entrare in classe, dettare legge e vietare ogni tipo di accordo e negoziazione. Ora entro nella mia nuova classe, e mi sentono.

“Ragazzi, dunque, prima di iniziare la lezione desidero assegnarvi un libro in lettura domestica. Ecco, questo è l’autore, questo il titolo, questa la casa editrice, scritto?, bene, tra una settimana verifica.”

Non m’hanno lapidata con il tomo della letteratura di cinquecento pagine solo per non avere precoci guai con la giustizia.

Mi ricordo bene quanto invidiavo quei quattro fratelli (due maschi e due femmine) che mantenevano con rigore una promessa fattasi a vicenda da bambini: una volta grandi, a prescindere dalle nuove famiglie che avrebbero formato e dagli impegni che avrebbero avuto, si sarebbero regalati periodicamente una serata esclusiva, per andare a cena, stare insieme, loro quattro, solo loro, senza nessun altro. Si erano promessi questo dono per la paura di allontanarsi, di diventare adulti, ritrovarsi estranei e scordare tutto quello che erano stati da bambini con la complicità di una casa condivisa e nella quotidianità di mezza vita passata insieme.
A me questa cosa pareva straordinaria.
Ma mi vergognavo a dire a mio fratello facciamolo anche noi. Infatti non gliel’ho detto mai. E neanche lui l’ha mai detto a me.
Tra noi è venuto naturale.
Così da qualche tempo, a cadenza ballerina e improvvisata perché di scadenze fisse ci se n’ha anche troppe, anche noi ci regaliamo la nostra serata. Generalmente è lui a venire a Firenze da me e a far partire il consueto rituale.
Suddetto rituale prevede prima di tutto l’incazzatura dei nostri genitori, i quali non tollerano che ciascuno di noi molli a casa compagni e (nel suo caso) prole per “andare a fare i bischeri a giro”. Prosegue con una simulata pantomima di gelosia da parte della compagna di mio fratello, che per gioco pretende documentazione fotografica fedele e puntuale di ogni nostro spostamento e frequentazione pubblica. E si conclude con il mio fidanzato che tenta di inretirci e trattenerci a casa con aperitivi di gran classe e lancio di tappi per aria ripetendo ogni volta la medesima aulica fraseologia: “ma si può sapere che cazzo uscite a fare”, “ma si può sapere dove cazzo andate”, “ma mi dite perché cazzo non restate qui a casina insieme a me, che vi ho preparato questo ben d’Iddio”. Ultimamente i sensi di colpa vengono acuiti da un certo Francesco che, nei suoi mirabili quattro anni, filma se stesso col faccino attapirato mentre chiede “babbo… dove vai insieme alla zia?…” e poi procede all’invio dello straziante allegato video.
Tuttavia niente riesce a fermarci e anche ieri sera, dopo un aperitivo effettivamente superlativo consumato al quinto piano con vista su piazzale michelangiolesco e cupola brunelleschiana, siamo andati bellamente in tasca all’ospite e riversandoci in città abbiamo optato per i sapori forti del ristorante messicano e per un gelato al riso dal sempiterno Vivoli, che dio lo preservi.
Che volete che vi dica: ho il bisogno viscerale di difendere la confidenza con questo ragazzo che desiderai bambino e che ormai è diventato uomo e padre, tutto insieme. Ho bisogno di coltivare la nostra fratellanza aggiornandola però all’età adulta e proiettandola verso quello che sarà il nostro futuro. Ho bisogno di raccontargli i miei segreti, di sentirmi dire come sta, di farmi narrare le ultime uscite verbali di quel bambino magro e biondo dalla voce d’argento (“babbo, sai, mi sono innamorato”, “davvero? e come hai fatto a capirlo?”, “l’ho capito perché si è innamorato anche il mio pisello”), confidarci i pensieri e le paure, consolarci col dirsi che ci staremo sempre accanto, che ci faremo forti quando ce ne sarà bisogno e che tenteremo di tutto per non litigare mai. Ho bisogno di conservare un brandello di cordone ombelicale, un avanzo di placenta insieme a lui. Del resto i miei genitori me lo fecero su ordinazione e su misura: maschio, bello e affettuoso.
Così tornando a casa a notte avanzata, quella canzone sparata a volume tamarro e urlata in un coro a due che dice è questa la vita che sognavo da bambino mi sembra parli anche di me. E quei quattro fratelli, ormai, non li invidio più.

Mail da Singapore

27 settembre 2011

“Plofe! Giacomo Li sclitto mail!”
“Davvero? Il nostro adorato Giacomo Li, un anno fa nostro compagno di classe e adesso volato a Singapore a seguito della famiglia, ti ha scritto una mail? Fantastico! E cosa ti ha scritto, dimmi!”
“Che scuola a Singapole fa cacale.”
“Ma cosa dici, Xin Xin!”
“Sclitto lui, io lipeto.”

Caliamo un velo

27 settembre 2011

“Plofe, ho fatto haiku.”
“Bene, vieni a scriverlo alla lavagna e a condividerlo con tutti i tuoi compagni.”
“So-no-stan-chi-no/
ba-sta-con-que-sta-scuo-la/
vo-glio-dol-mi-le.
Cinque-sette-cinque: fatto bene, velo?”

Velo.

Tra le lamiere contorte

27 settembre 2011

“Notate la bellezza di questa strofa in cui Francesco d’Assisi loda e ringrazia Dio anche per la morte…”
“Be’, insomma profe, ora, proprio bella bella la morte non ci pare…”
“Ma guardate bene: lui parla di morte corporale, ossia la morte del corpo. A uno che ha la fede cosa importa del corpo, se l’anima vive in eterno? L’unico dispiacere semmai è che, una volta nell’aldilà, pur continuando a vivere non ci riconosceremo. Pensate che brutto: magari ci s’incrocia tra le nuvoline e non ci si riconosce.”
(toccando il ferro del banco) “Uffa, ma perché bisogna parlare per forza di questa cosa?”
“Perché questa cosa fa parte della vita e prima o poi tocca a tutti, nullo homo vivente pò skappare, vedete? Lo dice anche lui. Non bisogna aver paura della morte: quando lei non c’è, ci siamo noi. Quando lei c’è, noi non ci siamo più. Io non ho paura di morire. Ho paura solo di soffrire e di abbrutirmi nella malattia, di subire la mortificazione del corpo. Infatti il mio desiderio più grande è morire in un incidente stradale.”
“Ma cosa dice, profe?!”
“Proprio così, in un incidente stradale, sul colpo, prigioniera tra le lamiere contorte come la canzone di Guccini, pensate che spettacolo, tutta aggrovigliata tra i resti della macchina, certo magari l’estetica ne risentirà, ma voi promettetemi che non verrete a vedermi all’obitorio e a ridermi sul viso mentre sgomitandovi vi dite bada come l’è ridotta, bada come la s’è disfatta.”

Ormai mi conoscono da un anno, sanno che persona sono e di che panni mi vesto.
A loro posso dire tutto.