La forcaiola/2

27 settembre 2011

“Ragazzi, non si fa forca, datemi retta: venite a scuola la mattina.”
“Io profe quando fo forca glielo dico tranquillamente alla mi’ mamma!”

Un altro genitore che non vedo l’ora di conoscere.

La forcaiola/1

27 settembre 2011

“Ehi! Sei tornata finalmente! La mamma ti ha detto che, in qualità di coordinatrice della classe, ho chiamato a casa?”
“Sì.”
“E che è rimasta molto male per le tue assenze di questi (oltretutto) primi giorni di scuola?”
“Sì.”
“E che anche tutti i tuoi docenti sono rimasti male come lei per le tue forche irresponsabili?”
“Sì.”
“Ma allora, dimmi: perché l’hai fatto?”
“Profe, senta, ma lei non ha mai fatto forca quando era giovane?”

A parte il fatto che io SONO giovane.
Tzè.

La profé a Parì

26 settembre 2011

Lessi il bando con interesse. Scrissi il testo con entusiasmo. E inviai il plico con una punta di speranza.
Nel mezzo ci si è messa un’attesa di settimane, mesi, e i soliti ritardi delle cose fatte all’italiana, con le intenzioni migliori ma con tempi spesso troppo rilassati. Tanto che non ci pensavo quasi più. Anzi sì, ogni tanto ci pensavo ancora.
Oggi la comunicazione del verdetto finale. Ho vinto quel concorso letterario e il premio ad esso abbinato. Tre giorni a Parigi insieme alla persona che amo di più.

Ora, il mio compagno dà per scontato di essere lui, quella persona. Il mio babbo è di parere decisamente opposto e, ricordandomi oltretutto la disinvoltura con cui padroneggia la lingua francese, rivendica il primato affettivo e comunque la precedenza assoluta su quell’abusivo ipocrinito introdottosi con un ritardo vergognoso dentro la mia vita.

Nell’attesa

23 settembre 2011

Quando penso che sono già dieci giorni che è ripartita la scuola, la testa mi gira vorticosamente.
E quando penso che oggi è di nuovo venerdì, mi viene lo svarione. Per l’inarrestabile velocità con cui il tempo si consuma, per l’indomabile dinamismo a cui siamo costretti, per la mèta orrenda a cui tende tutto questo. Un giorno verrà quella signora e avrà anche i miei occhi.
Va be’, nell’attesa, meglio tornare in Maremma per il fine settimana.

Ma a cosa serve?

22 settembre 2011

Odio quando i ragazzi me lo chiedono.
“Profe?”
“Sì, caro, dimmi.”
“Scusi eh, ma a cosa serve studiare la storia?”
Oppure a cosa serve studiare la grammatica, la poesia, a cosa serve leggere libri, a cosa serve imparare a maneggiare i giornali, ad analizzare un testo, a fare la parafrasi, a scrivere un tema.
Lo odio perché vorrei che non ci fosse bisogno di dare tante spiegazioni, vorrei liquidarli tutti quanti con una citazione da Bennato (quando sarai grande saprai perché), vorrei andare avanti e fare lezione senza buttare via il tempo.
E invece, anche stamani.
Se pareba boves, alba pratàlia aràba, et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba. Vedete, quello che a colpo d’occhio potrebbe sembrarvi latino in realtà non lo è. O almeno, non lo è più nella misura corretta e rigorosa che il latino impone.”
“Scusi profe.”
“Sì, dimmi pure, caro.”
“Ma a cosa serve studiare il latino?”

Tenetemi. Tenetemi. Tenetemi forte.
Sennò corro al su’ banco e dagli stiaffi lo sbuccio.

Quant’è che insegno? Vent’anni precisi fra tre mesi. E in vent’anni, fatta eccezione per il biennio consumato in quell’Itis di Seriate (da conservare tra i ricordi più preziosi) e il triennio assassinato in quella media di Firenze (da cancellare come ho effettivamente fatto), ho cambiato scuola tutti gli anni. Prima perché ero precaria. Poi perché ero insoddisfatta e inquieta. Il che equivale a dire: zero diritti e un fascio di doveri. Tra i diritti mancati ma obiettivamente sacrosanti, primeggia e impera il doppio cassetto.
A tutti i docenti viene assegnato un cassetto (detto altresì loculo per l’ubicazione parietale e la ristrettezza spaziale): in esso vengono deposti il registro personale, i libri di testo, i compiti da correggere o corretti, e rìzzati. Spazio per altra oggettistica te lo scordi. Solo coloro che hanno maturato sufficiente anzianità di servizio nello stesso istituto possono aspirare a un secondo cassetto, succursale del primo. Tutti gli altri, i precari, i neoassunti in ruolo, i supplenti, s’attaccano e zitti. E l’oggettistica “altra” se la portano a giro, avanti e indietro avanti e indietro tra casa e scuola scuola e casa.
Quello appena iniziato, però, è il mio secondo anno nella stessa scuola. Ormai sono dei loro. E questo mi ha dato il coraggio necessario per avvicinare oggi la bidella Tina e chiederle ciò che non avevo chiesto mai.
“Tina, c’è una remota possibilità per me di avere un secondo cassetto?”
“Ma certamente, professoressa, venga con me: prendo la scatola con le chiavi e andiamo in sala professori a cercarne uno tutto vuoto per lei.”
Ebbra di soddisfazione e stordita d’emozione, l’ho tosto arredato: una bottiglietta d’acqua per l’arsura da logorrea, un pacchetto di biscotti per il calo d’energia, una barretta di cioccolato per il bisogno d’amore e la voglia di peccato, un sacchetto di arachidi cinesi ricoperte di glassa di wasabi strapiccante dono di Hu Lorenzo, una tovaglietta provenzale per apparecchiarmi il tavolo quando resto a pranzo a scuola, dentifricio e spazzolino per la successiva pulizia orale, pacco di lines per le spiritose sorprese mensili, salviette viso cera di cupra con estratto di miele e aloe per una rinfrescata generale, salviette intime chilly gel al mentolo per una rinfrescata particolare (parliamone del mentolo stropicciato lì, proprio lì dove il sole batte solo se lo vuoi: chi non l’ha mai provato non può sostenere di aver goduto nella vita).
Ora sì che si ragiona. Ora sì che mi sento docente di ruolo a tempo indeterminato. Ora sì che posso dire di aver realizzato il sogno di una vita.
E siccome i sogni sono più belli se li condividi con chi ti fa simpatia, il secondo cassetto è a metà con la collega di Scienze, avvezza all’uso del medesimo mio armamentario da lavoro.
Sullo sportellino del cassetto, policrome etichette fluorescenti recitano: beauty corner, non-di-soli-libri-vivono-le-prof, riserve alimentari e risorse igieniche.

Carissimi ragazzi di 3C,

prima che la scuola ripartisse mi ero fatta un piano: vi avrei scritto una di quelle letterine sdolcinate che (insieme ai cornetti ripieni e alla torta di mele) sono una mia specialità, poi me la sarei fatta fotocopiare dalla Lorella in portineria, quindi alla zitta sarei salita al primo piano e, di soppiatto, approfittando della vostra assenza in massa all’intervallo, ne avrei depositata una su ogni banco. Ripiegata e chiusa. Come si fa con le parole segrete.
Poi però mi sono detta e se si scompisciano dal ridere? E se quando entro in classe mi pigliano a palline di carta sul muso? E se perdo la credibilità e mi prendono per una deddona e non mi tengono più in considerazione e non mi studia più nessuno proprio quest’anno che sono in terza e c’hanno l’esame?
Così stamani in classe ci sono entrata in maniera regolare, dopo il suono della campanella, con la borsa da passeggio a tracolla e quella da lavoro che ciondolava dalla mano destra, insieme al registro personale nuovo di zecca e rosso come un cuore innamorato.
Sono molto innamorata di voi, e ho deciso di scrivervelo qui. Un po’ spero che nessuno di voi si ricordi che ho un blog, un po’ che vi sia venuto a noia andarlo a leggere, un po’ che lo leggiate in fretta e non capiate che queste parole le sto dicendo a voi. Ma effettivamente è a voi che le sto dicendo.
E avrei voluto dirvele anche stamani alla quarta ora, che per noi era la prima perché non ci eravamo ancora ufficialmente visti se non nei corridoi, nell’atrio, nel cortile o nel parcheggio e aspettavamo quel momento con il pizzicorino addosso e la risatina a fior di labbra.
Invece che vi ho detto? Oh, stamani non si fa nulla, eh! Questo vi ho detto. E poi ho dato il via al giro di ricognizione per sapere tutto quello che v’era successo nel tempo lungo in cui non ci siam visti, se vi eravate divertiti, se vi eravate riposati, se avevate viaggiato, se vi eravate innamorati, lasciati, ripresi, fidanzati. Mi sembravano queste, le cose più importanti da dirsi, nella nostra prima ora insieme. E lei, profe? mi avete chiesto anche voi. E io ho risposto, perché mi sembra che si debba fare in questo modo quando si rivedono persone che sono state importanti e che continuano a esserlo, con cui si è iniziato un discorso che va ancora finito, a cui si è provato a insegnare cosa furono le Crociate, chi fu Federico II, cosa diavolo erano i Comuni e perché a un certo punto diventarono Signorie, a cui si è provato a far piacere la poesia mescolandola a tradimento con il nozionismo da cui non si può prescindere, a cui si è consigliato di scrivere, scrivere, scrivere sempre, perché nessun momento della vita passi invano. Siamo stati nove mesi fianco a fianco tutte le mattine. Vorrà pur dire qualcosa. Avranno pur lasciato un segno.
In me l’hanno lasciato netto e profondo, tanto che d’estate ho tormentato il preside e la sua vice affinché non mi facessero lo spregio di separare ciò che il destino aveva unito un settembre fa. In me l’hanno lasciato così profondo e netto che ora mi sento pronta a darvi anche tutto quello che l’anno scorso per prudenza vi ho negato. Profe, quest’anno ci porta in gita? Sì, quest’anno vi ci porto.
E quest’anno vi racconto tutta la storia della letteratura dalle origini al Cinquecento, e vi leggo i versi più belli che siano mai stati scritti, e vi faccio scrivere ancora ancora e ancora, e vi porto i giornali in classe e vi costringo a leggerli, e vi obbligo a sorbirvi un libro al mese in lettura individuale, e vi porto al cinema una sera, e magari anche a teatro un’altra sera, e vi coinvolgo in pranzi bucolici nel giardino della scuola, e vi accompagno a qualche convegno palloso per insegnarvi ad apprezzarlo, e vi interrogo tutte le settimane, e vi sto addosso fino a giugno.
Perché sono molto, molto innamorata di voi.
E sono molto contenta di fare un altro pezzo di strada in vostra compagnia.

Esce cello blu

20 settembre 2011

In seconda si fa solo poesia. Un anno di versi, strofe, rime e figure retoriche a piovere. Io godo come una biscia al sole, perché i ragazzi quando glielo dici cominciano a smusare e a borbottare che “a noi profe la poesia ci fa schifo” infilando in una frase sola almeno due oscenità linguistico-grammaticali, schifo non si dice e non si dice neanche a noi ci, ma poi col tempo non solo si affezionano a quelle che all’inizio chiamano righe, ma si convincono addirittura di essere nati poeti senza saperlo e prendono a riempirti la moleskine di eresie contenutistico-formali che tu devi a. leggere b. correggere c. restituire d. commentare positivamente per non uccidere l’autostima adolescenziale del poeta in questione. Scherzo, dai, sono carine.
Stando a quanto dimostratomi dall’esperienza, per un sano battesimo poetico nulla funziona meglio dell’haiku. E’ corto, e questo ti garantisce anche la simpatia degli sfaticati. E’ semplice, due quinari e un settenario spingi spingi vengono fuori a chiunque. Non pretende la rima, e questo agevola un certo rilassamento emotivo. Impone contenuti legati esclusivamente alla natura e ai sentimenti, e questo finisce per piacere anche a chi al posto del cuore simula di avere un sasso d’Arno.
Così stamani, rivedendo riabbracciando e ricominciando a lavorare coi cinesi di un anno fa, ho buttato lì l’haiku. Lo so, quelli son cinesi e questo è giapponese, come dire il cane e il gatto, ma la cultura non abbatte anche i pregiudizi e le antipatie umane? No, però almeno ci prova.
“Allora per la prossima volta mi aspetto da voi tre haiku a testa.”
“TLE?!”
“Tle.”

E’ di cinque minuti fa l’sms di YongJie detto Francesco.
“Ho trovato haiku. Acqua che scorre/ Nasce arcobaleno/ Esce cello blu”.

A prima vista

19 settembre 2011

Delle quattro classi assegnatemi quest’anno, due mi sono ampiamente (e gradevolmente) note. Le altre due invece, pur trattandosi di una seconda e di una terza, sono per me del tutto nuove. Gli alunni che le compongono magari li ho incrociati l’anno scorso lungo i corridoi al cambio dell’ora o nel cortile per il cicchino dei due intervalli della mattinata. Ma insomma non posso dire di conoscerli. Stamani li ho visti. Nel senso, li ho guardati bene in faccia, sfruttando la collocazione frontale a cui ci obbliga la scuola. Ho letto i loro nomi sul registro e li ho chiamati a voce alta contraccambiando la loro mano alzata e il loro primo sorriso con il mio nome e un sorriso di ricambio per ciascuno. Prima della lezione non erano che un magma anonimo e informe. Al suono della campanella erano già le persone uniche che ognuno di noi è, anche quando non lo sa.

Paradiso andata e ritorno

18 settembre 2011

Caro diario,
tre settimane sono passate da quando sono stato preso in braccio e, a tradimento, infilato dentro il trasportino. No, non quello morbido a zainetto, delle uscite brevi a piedi o in bicicletta in compagnia di quella svarionata che mi ha adottato. Quello rigido. Dei viaggi lunghi in macchina. Io però non avevo alcuna voglia di viaggiare e il pensiero di cambiare residenza non mi sfiorava proprio. Fosse per me, la firma perpetua ci metterei, per rimanere a oltranza in quel terratetto accogliente dagli arredi bucolici e vagamente provenzali in provincia di Grosseto. La vecchiaia ci aspetterei, in quel giardino anarchico e selvatico confinante con l’orto del signor Rosario. Io adoro scavalcare la rete e cacargli nell’orto, al signor Rosario. No, nel mio giardino non ci caco volentieri. Potrebbe capitare che poi, nel cercare un posticino all’ombra per la pennica pomeridiana, nell’oblio del giorno prima, distratto, mi acciambelli proprio sopra il mio stesso ricamo. Nell’orto del signor Rosario, invece, che chilometriche salsicce gli ci ammollo. Che bachi lunghi marroni e puzzonissimi gli ci lascio. E come mi piace sganciargliela puntualmente sul prezzemolo che lui ha piantato, pazientemente annaffiato e amorosamente coperto dal troppo sole con una protezione di canniccio. Così, mentre espleto, frescheggio e mi ritempro. Insomma, quel giorno. Quel giorno di tre settimane fa l’infida rossa con cui vivo e il pelato che vive con lei mi hanno attirato in casa con voci a falsetto, vieni, vieni Micino, vieni amorino, vieni Rino (questa in buona sostanza la dinamica onomastica che ha accorciato il mio nome originale riducendolo di fatto a un cognome: Rini), sicché io (coglione) sono andato, bello ronfante e generoso di fusa come mia abitudine. E loro (vigliacchi) zàc!, preso spinto e chiuso dentro. Tra me e il mio terratetto, il mio grande giardino e l’orto del signor Rosario, una grata ferrea, odiosa. Tra me e la libertà a cui in due mesi m’ero abituato, un’orrenda prospettiva: il rientro in città e una vita pendolare tra terrazzo e poltrona. Dice: “Ma almeno a Firenze c’avete il Renzi, il sindaco che quasi tutti i fiorentini infamano e che tutta Italia v’invidia”. Me ne strafotto, io, del Renzi. Io voglio correre nei campi e dormire sotto la fronda del sambuco, io voglio sentirmi il pelo mosso dal vento e andare a caccia di lucertole. Io rinuncio per sempre alla mia scatoletta ai frutti di mare in brodetto di pesce da un euro e cinquanta per cinquanta grammi. Io voglio andarmene nei boschi per succhiare il midollo degli alberi come facevano in quel film. Io voglio pensare in versi, contare le pecore, discutere con Miciaccino sui confini catastali ufficialmente miei e abusivamente suoi. Io voglio vivere, mentre in città esisto solamente.

Una volta letto tutto questo, non potevamo che prenderlo di peso, chiuderlo nel trasportino rigido dei viaggi lunghi, ributtarlo in macchina e (seppur per un week end soltanto) ricondurlo in quell’ameno luogo che gli uomini chiamano Maremma e che il mio gatto chiama Paradiso.
Ora che siamo tutti e tre di nuovo a casa, lui è psicologicamente pronto per affrontare un autunno urbano, l’altro è disposto a rientrare nell’intorto del lavoro a tempo indeterminato. E io non vedo l’ora di entrare finalmente in classe.