La mia Halloween

31 ottobre 2011

« Questa è Berk. È dodici giorni a nord di disperazione e pochi gradi a sud di morire di freddo, si trova esattamente sul meridiano della miseria. Il mio villaggio, in una parola: solido, ed è qui da sette generazioni, ma ogni singola costruzione è nuova. Abbiamo la pesca, la caccia e un’incantevole vista del tramonto. L’unico problema sono le infestazioni: in molti posti hanno topi o zanzare, noi abbiamo… i draghi. »

C’è un film che fa le scarpe a tutto l’horror da due soldi che circola nelle sale cinematografiche e nei canali televisivi. Ha personaggi da sballo una fotografia fulminante e una colonna sonora ubriaca di pathos. Si regge su una storia ruvida e commovente che fa piangere fa ridere e fa paura. Piace a chi piace l’essere umano e anche a chi (come me) gli preferisce il regno animale. Gli animali di questo film sono vere belve con denti affilati e sporgenti, getti di fuoco, artigli letali e nomi eloquenti: si chiamano Gronkio, Incubo Orrendo, Orripilante Bizippo, Terribile Terrore, Uncinato Mortale, Morte Rossa. E poi c’è lui, il più spaventoso: Furia Buia. E’ un film d’animazione datato 2010. Il più bel film d’animazione che io abbia visto negli ultimi anni. Il modo migliore per godersi, in casa, al caldo, spaparanzati sul divano, una magnifica notte di Halloween.

« Questa è Berk. Nevica per nove mesi all’anno e per gli altri tre grandina. Le cose da mangiare che crescono qui sono dure e insapori, le persone che crescono qui lo sono ancora di più. L’unica nota positiva sono gli animali da compagnia: in molti posti hanno pony e pappagallini, noi abbiamo… i DRAGHI ! »

(Dragon Trainer, titolo originale How to train your dragon, tratto dall’omonimo libro per bambini scritto da Cressida Cowell)

Parrucchiera a domicilio

31 ottobre 2011

Chi non l’ha provata, non può capirne l’entità. La parrucchiera a domicilio, dico. Cioè una persona di fiducia a cui puoi abbandonare per intero la tua testa, certa che ne farà buon uso e te la ridarà indietro migliorata. Una donna destinata col tempo a diventarti amica -chi tocca i capelli tocca l’anima- che un giorno ogni cinque viene a casa tua e ti rimette al mondo con sciampi, balsami, maschere, lozioni e confidenze. La parrucchiera, per definizione, è di parola facile. Impossibile resistere alla sua ars affabulatoria, alla sua seduzione linguistica. Ella mescola alle poltiglie con cui t’imbratta il capo un potere misterioso e magico che t’induce a un cedimento progressivo delle membra e della mente. Lei t’impiastriccia il crine, tu chiudi gli occhi, e non c’è più storia.
La mia parrucchiera personale è bionda, moglie, madre, maldestra a livello esistenziale, maestra a livello professionale. Nella vita combina un casino dietro l’altro, ma nel mestiere va lasciata stare. Per abbreviarle i tempi, se non è giorno di tinta mi faccio trovare già lavata e le apro la porta col turbante in testa e le ciabatte ai piedi. Uno spettacolo che non riserverei al mio peggior nemico. Lei entra e va diretta in bagno: chiude la seggetta, vi apparecchia sopra l’arsenale bellico e inizia a mescolare e raccontare. Narra di figlioli e di marito, di suoceri e di conoscenti, di disavventure e soluzioni rapide per andare in culo al destino avverso. In quanto credente, di tanto in tanto tenta di convincermi dell’esistenza divina. In casi di stretta emergenza non ha esitato a farmi la piega all’alba come a notte fonda. Una volta mi ammalai e lei passò semplicemente a portarmi il pranzo. Quando uscì il mio terzo libro la portai a cena fuori e sul tavolo del ristorante mi fece trovare un mazzo di fiori e una penna parker; poi ne acquistò dieci copie e le regalò alle clienti di fiducia. Ella stessa è una fervida lettrice, ma legge esclusivamente reportage su serial killer, schizzi di sangue e budella al vento. Solo Alunna Irriverente ne mette in discussione la bravura (“Profe, ma quando la smetterà di tingersi i capelli di arancione?”). Per me è una droga di cui non riesco a fare a meno.
Stamani, perché questo lunedì di ponte fosse ancora più gaudioso, insieme a lei ho chiamato a casa la collega amica che me la presentò: the verde e brioches al rassicurante suono del phon, per una mattinata di tricologica empatia.

Non torno mai nelle scuole in cui ho insegnato. E’ una scelta maturata nel tempo e rafforzata da una certezza alla luce della quale sono diventata adulta: il passato va lasciato nel passato. I colleghi tanto li rivedi a giro per Firenze, al cinema, alle manifestazioni di piazza, al supermercato. I ragazzi è meglio se non li rivedi perché a rivederli le budella ti si torcono nello stomaco e le sacche lacrimali ti scoppiano all’improvviso. Una mattina che uscivo presto da lezione imboccai la strada per una scuola dove avevo lavorato e lasciato grandi affetti: arrivai, parcheggiai l’auto, spensi il motore. Ma lo riaccesi subito, uscendo da quel quadrilatero coi rettangoli disegnati sull’asfalto, tornando immediatamente a casa mia e congratulandomi con me stessa per il pericolo sventato.

Ieri mattina però in quel liceo ci dovevo tornare per forza: c’erano dei documenti da ritirare per una pratica da completare e il sabato era perfetto perché io di sabato non lavoro e loro invece sì. Va be’ -dicevo a me stessa uscendo da Firenze e prendendo verso le verdi colline della campagna limitrofa- entro in segreteria, ritiro tutto e scappo.

Entrando, una bidella e due bidelli mi corrono incontro: una per dirmi che l’altro giorno alla Feltrinelli ha letto tutto il mio secondo libro, se l’è gustato a fondo e poi lo ha rimesso nello scaffale, uno per dirmi che tutti i venerdì mi legge sul Corriere, uno per ricordarmi che solo lui può vantarsi con gli amici di avermi visto il culo (qui i dettagli imbarazzanti).

In segreteria è in corso un trasloco in grande stile: sei segretarie, tutte donne e tutte ciaccolone e ridanciane, sommerse da plichi, cartelle e raccoglitori, prendi da lì e sposta di là. In un angolo del tavolo, però, la solita tisana calda alle erbe drenanti che vi lasciai quando fui trasferita altrove. Nei loro discorsi, il programma di organizzarsi quanto prima con una bozza da un chilo di pane toscano da abbrustolire e una bòccia d’olio novo da versarci sopra per fare la fettunta all’intervallo. Irrompo, bercio un buongiorno a tutte, abbraccio e mi faccio abbracciare, racconto e mi faccio raccontare, vogliono sapere dei cinesi, voglio sapere dei miei ex studenti, ma senza andarli a cercare, no, non andrò mai dentro le classi.

“Ma come no?! Su, venga con me.” Udito lo schiamazzo tutto femminile, il Preside ci sorprende accampate nell’ufficio accanto al suo a non fare niente se non ciabattare e ridere. Lo prendo a braccetto e mi faccio accompagnare prima in sala professori per qualche bacio che non fa mai male e poi nel corridoio che porta alla prima delle tre classi che ebbi quell’anno. Dal vetro scorgo la collega di Economia che interroga lui, proprio lui, il cimbellone polemico e ribelle che a quattordici anni disse ai suoi genitori bucolici e agresti che avevano scelto uno stile di vita rustico ed essenziale, naturista e minimale, lontano dai centri abitati e in comunione con la flora e la fauna locale: “Stateci voi fuori dal mondo: io vo a vivere dalla nonna”.

Il Preside bussa, entra e annuncia: “Buongiorno ragazzi, c’è una visita per voi”.

Sono sincera: nonostante l’apparenza, ci speravo. Nonostante avessero ufficializzato l’intenzione di partire, speravo che i miei fossero vittime di una pesante soma da senso di colpa e rinunciassero al loro viaggio al Sud per fare (come avevano promesso in una solenne cerimonia d’investitura) da cat-sitters a Micino da Scansano detto Rini, Ruzzy, Sgrògiolo e Mimmo Bellezza. Ero certa che alla fine, sensibili al pelo almeno quanto me, mi telefonassero per annunciare: “S’è fatto per scherzo, si rimane a casa, portaci il gattino”.

Per telefonare, hanno telefonato: “Viaggio splendido, pochissimo traffico, arrivati in questo momento, temperatura primaverile, ci sentiamo”.

“Ma di cosa ti preoccupi, scusa? Lascialo a casa!”
“A casa?! Da solo?!”
“Ma certo! E chiedi a un’amica di andare a dargli da mangiare e da bere e a pulirgli la lettiera una volta al giorno!”
“Una volta al giorno e basta?! Ma lui non è abituato alla solitudine! Lui è abituato a stare con me e il mio compagno! Da quando è nato è sempre stato insieme a noi, non ci siamo mai separati neanche per un giorno, ogni notte dormiamo tutti e tre insieme nel lettone, la mattina ci svegliamo facendoci le coccole e gli abbracciatini, lui ci segue in bagno e mentre noi ci laviamo i denti lui salta sopra il lavandino e si bagna le zampine leccando l’acqua, poi entriamo in doccia e lui vuole che lasciamo il vetro aperto perché così gli arrivano gli schizzi sul musino, la colazione la facciamo tutti e tre insieme, ai pasti apparecchiamo anche per lui quando c’è il pesce e la sera sul divano ci organizziamo per incastrarci alla perfezione e leggere un libro o guardare un film facendosi in contemporanea degli scherzi. Quando io scrivo lui mi contempla. Quando io correggo i compiti lui si acquatta sui fogli protocollo. Quando io esco lui zompa dentro il pet-zainetto ed esce insieme a me. Capisci? Questo è un gatto molto particolare.”
“No, io capisco che tu non hai capito nulla di come gira il mondo in fatto di felini. Coi gatti è come con gli uomini: vanno fatti patire! Se tu ci sei sempre, loro ti danno per scontata! Di tanto in tanto vanno abbandonati! Non definitivamente, no, ma per un po’ di tempo. Tre giorni come in questo caso sono perfetti. Tu vai a Parigi con il tuo compagno, il gatto resta a casa da solo, e quando torni ti amerà ancora di più!”

E poi dicono che le colleghe di Religione andrebbero abolite.

Ipotesi

29 ottobre 2011

Lo potrei lasciare ai suoceri.
“Per carità: i gatti puzzano!”

Lo potrei lasciare all’amico col giardino.
“Io te lo tengo più che volentieri, ma se poi scappa dal giardino e non sa tornare?”

Lo potrei lasciare alla collega che vive al sesto piano.
“Però se salta sulla balaustra, scivola, precipita e si spappola al suolo? Oh mio Dio, sarei distrutta dai sensi di colpa!”

Lo potrei lasciare all’amica con due figli.
“Va bene, ma povero lui, in mano a quei due diavoli…”

Stai a vedere mi tocca lasciarlo all’Air France.

This must be the place

28 ottobre 2011

Saranno stati due anni che non andavamo più al cinema insieme. A lui il cinema piace tanto, però sta scomodo nelle poltroncine. Così io o ci vado con ElenaQuinta la mia amica, o ci vado da sola che mi sembra uno dei gesti più ribelli e libertari concessi all’essere umano. Quando erano ancora i tempi in cui io e lui litigavamo di sovente, ero felicissima: mi sparavo (almeno) tre film al mese. Con ampi gesti teatrali prendevo l’uscio e mi dileguavo nel buio della sala cinematografica, il luogo migliore per dimenticarsi. All’uscita tutto il nervoso era sparito. Ma ora non si litiga più, accidenti. Comunque, questa sera siamo andati insieme. Io oscillavo tra Melancholia, Terraferma e il mio amore Sean Penn. Poiché Sean Penn è anche l’amore suo, la scelta si è praticamente imposta da sola.

Sean Penn io lo amavo anche quando era solo l’irascibile marito di Madonna. Con quel muso di topo e gli occhi piccoli e vicini un po’ da ritardato, la bocca stretta da violento, la corporatura arcuata del disadattato, il passo da imbecille. Sean Penn m’è sempre sembrato bello. Col tempo mi sono accorta che è bravo. Un bravissimo attore bravo anche a fare il regista. In questo ultimo film di Sorrentino è superlativo nella sua infantile malinconia, nella risata mugolata, nella maschera da rock star patetica e vecchia, nei tic dettati dalla noia che inquina la sua vita. E’ valorizzato dall’incantevole attrice che non ha mai paura a farsi riprendere senza trucco, e che in questo caso interpreta sua moglie. Ed è incorniciato da una fotografia che abbaglia e paralizza, prima nell’ovattata Dublino, poi nella sconfinata America. In questo film, che mi è sembrato un viaggio esterno e interno, tra i luoghi della terra e i luoghi del cuore del protagonista, ce ne ho visti due: il primo tempo è una storia, il secondo tutta un’altra. Ma senza la prima non sarebbe dato di capire la seconda. E la prima senza la seconda sembrerebbe fatta e messa lì. Insieme, invece, sono una poesia di immagini, aforismi, intuizioni e verità. E ora Sean Penn lo amo anche di più.

Tra una settimana io e l’uomo con cui divido la casa, l’animale di casa e la vita partiamo per Parigi in virtù di quel concorso letterario vinto. Un fine settimana, tre giorni belli pieni, per i quali ci eravamo già ampiamente organizzati accordandoci con i due cat-sitter di fiducia: il mio babbo e la mia mamma. I quali, però, con l’imprevedibilità del fulmine a ciel sereno hanno dato buca annunciando a loro volta la partenza per un viaggio per i beati cazzi loro. Nulla mi rende più felice che saperli felici. Detto questo, ora il gatto chi lo tiene?

Non ci penso nemmeno

26 ottobre 2011

“Profe, domani ci riporta i compiti corretti?”
“Non ci penso nemmeno.”

Sul momento ci son rimasti un po’ così. Poi, quando ho spiegato che oggi è giornata interamente consacrata alla delicata arte culinaria e che mi aspetta un cenone in compagnia del Pìgola, della Marroncina e dell’Infiltrato a base di funghi porcini alla nepitella, patate bianche del Casentino nel tegame e pollo ruspante all’arrabbiata, hanno fatto mostra di possedere il dono prezioso della comprensione e quello (ancor più prezioso) dell’attesa.

Venite ad amare l’amore!

25 ottobre 2011

“Venite ad amare l’amore!” lo gridava a Firenze una ragazza vissuta tra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo. Apparteneva a una delle più prestigiose famiglie cittadine, era stata battezzata come Lucrezia, ma in casa la chiamavano tutti Caterina. Lei però rinunciò anche a quel nome e se ne scelse un altro quando, a sedici anni appena, contro il volere di suo padre e di sua madre, decise di entrare in convento e farsi suora. Da allora fu Maria Maddalena dei Pazzi.
E pazza, a essere sinceri, poteva sembrarlo anche nella sostanza, oltre che nel cognome. All’interno del convento in cui viveva, le capitò spesso di svarionare e mettersi a berciare come un’aquila. Urlava che l’amore doveva essere per forza amato, non c’era via di scampo. Ma poi, si fosse fermata solo a questo: soprattutto i suoi primi cinque anni di vita in convento sono costellati da un continuo di astrazioni, ratti e drammatizzazioni di episodi evangelici, che si materializzavano ovunque e in qualsiasi momento. Metti, serviva a tavola le consorelle e tàc, si immobilizzava. Ma non per qualche minutino: per ore. Oppure era in punta al torrino del convento a pregare e dài, s’attaccava alla corda della campana e la faceva suonare all’impazzata ripetendo ossessivamente quella frase, “venite ad amare l’amore! venite ad amare l’amore!”, fino a che non le passava quella che a un occhio profano appariva come un’autentica mattana. Nell’estasi mistica iniziava a sragionare e diceva tante di quelle cose che la madre superiora a un certo punto incaricò le sorelle di effettuare la redazione di appunti e trascrizioni di colloqui di sintesi. Tutto quello che fu detto, sussurrato, urlato a pieni polmoni dalla santa, fu trascritto fedelmente dalle altre suore che le stavano perennemente appresso.
Si ammalò gravemente di tisi e morì il 25 maggio 1607 a quarantun’anni. Nel 1611 iniziarono i processi per la beatificazione, che si conclusero il 28 aprile 1669 con la canonizzazione da parte di Clemente IX.
Le sue spoglie vennero trasferite in Borgo Pinti, nell’odierna chiesa a lei dedicata, presso il Liceo Classico “Michelangelo”. Ma nel 1888 il corpo venne nuovamente spostato presso il Monastero di Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Careggi, dove tuttora si trova. Per i cattolici di Firenze Santa Maria dei Pazzi rappresenta quello che rappresenta Santa Rosalia per i palermitani.

Ieri, nell’umidità buia di una suggestiva serata fiorentina in cui l’Arno soffiava fuori il suo tipico e romantico odore di pesce marcio, sono entrata nei luoghi dove tutto questo accadde. Ho seguito un seminarista che mi ha guidata lungo un tour affascinante e tenebroso dell’intero monastero, oggi Seminario Maggiore Arcivescovile: ho visitato il refettorio con l’effetto acustico a tradimento (anche se bisbigli ti sentono dall’altra parte del salone), i due chiostri dove quattro ragazzi giocavano a biliardino, l’aula magna con l’affresco di Bernardino Poccetti raffigurante la Cena di Gesù dopo il digiuno nel deserto e il meraviglioso torrino dove Maria Maddalena perdeva il controllo di sé. Stavo per perderlo anch’io, con tutto quel bendiddìo di panorama. Entrando nella cappella della santa, sia io che il seminarista abbiamo fatto un salto in aria quando, nelle tenebre totali, abbiamo messo a fuoco un sacerdote che pregava in un angolo al lumicino di un cero rivestito di rosso. Attraversando immensi corridoi intervallati dalle camere dei quarantuno seminaristi attualmente ospiti, mi è stato raccontato anche del fantasma che vive in una stanza del sottoscala e che si è palesato un paio di volte a terrorizzati religiosi.

A quel punto ero pronta per affrontare l’incontro pubblico e parlare della mia visione della scuola ai giovani del MSAC. O almeno, m’è sembrato.