L’errore di Annibale

20 dicembre 2011

“E così Annibale partì dalla Spagna, attraversò la Francia, affrontò le Alpi e scese in territorio italico. Il suo obiettivo, lo sappiamo bene, era Roma. Era determinato a vendicarsi della città nemica che nella prima guerra punica aveva avuto la meglio su Cartagine. Aveva una fortissima motivazione, aveva un esercito potente, aveva perfino gli elefanti. Eppure… eppure commise un errore fatale. Quale, secondo voi?”

“Mangiò tloppo e finì tutte le scolte alimentali.”
“No.”
“Aveva poltato poche almi.”
“No.”
“Sulle Alpi venne neve e molilono tutti di fleddo.”
“No.”
“Dimenticò cosa ela venuto a fale in Italia.”
“No.”
“Fece pace coi Lomani.”
“No.”
“Passò di lì un topo, elefanti fuggono tanta paula, tutti soldati mòlti schiacciati”.

Insegnare la storia occidentale agli orientali nasconde mille insidie.
Tutte intellettualmente interessanti.

Quando Eros chiama

20 dicembre 2011

Mano alzata.
“Prego.”
“Profe, tu un po’ ingrassata, vero?”
“Ehm, sì Fang Fang, forse un paio di chiletti. Sei carina a farmelo notare…”
“Tu hai messo rotolini lì, eh! eh! eh!”
“Ma che te ridi, spiritosona? Lascia che ti dica un segreto: gli uomini ADORANO i rotolini sui fianchi!”

Mano alzata.
“Sì, caro, dimmi.”
“Profe, no vero che uomini piace rotolini.”
“No?! E tu Yongjie che ne sai, sentiamo!”
“A noi uomini no piace rotolini lì dietro. A noi uomini piace rotolini davanti.”
“Davanti?! Intendi la pancetta?”
“No profe: più su.”

Indica le poppe, sorride innocente, guarda compiaciuto i suoi compagni, certo di aver interpretato un pensiero comune.
Mi serro il cardigan e torno alla mia lezione.

Non solo cattedra

19 dicembre 2011

Lui.
La mattina spiega Economia Aziendale in classe.
La sera fa le prove di canto lirico con il Coro della Scuola di Musica di Fiesole.
Stanotte si esibirà alla Chiesa di Santa Trinita sulle note del Miriam Siegesgesang di Schubert.

Lei.
La mattina spiega Italiano e Storia in classe.
La sera fa le prove di ballo folkloristico.
Stanotte volteggerà tra passi di pizzica e taranta in San Niccolò.

Io.
Sono combattuta, mi affido all’ambarabaccicciccoccò e sto alla sorte. Ma ovunque andrò, stanotte, sono certa di trovare godimento.

Gelosia bibliografica

18 dicembre 2011

Una collega a scuola mi chiede qualche consiglio di lettura per sua figlia adolescente.
Le giro immediatamente una lista con una ventina di titoli freschi di elaborazione.
Il giorno dopo rivedo la collega in sala professori: mi ringrazia tantissimo da parte di sua figlia.
“Come posso sdebitarmi con te?” mi domanda.
“Consigliandomi tu stessa qualche titolo bello!” le dico.
La sua risposta è disarmante nella sua sincerità.
Confessa che lei ha con i libri e con chi li scrive lo stesso rapporto che si ha da ragazzine con il tipo che ci piace e con le amiche.
“Hai presente? Quando ti piace un ragazzo e non lo dici alle amiche perché hai paura che poi te lo corteggino e te lo portino via?”
“Ho presente.”
“Ecco, io con gli scrittori faccio uguale: quando ne scopro uno di cui mi innamoro follemente, lo tengo per me e non lo dico a nessuno!”
Mi convince così tanto questa sua argomentazione che la ringrazio lo stesso, per l’onestà e il coraggio con cui ha ammesso con me una debolezza simile.
Ma a quel punto lei s’intenerisce e mi snocciola nome, cognome e opera omnia della sua autrice del cuore. Una scrittrice (dice) dalla prosa magistrale, raffinata, elevata, moderna, eterna.

Faccio promessa solenne -con tanto di incrocio di indici su labbra che schioccano baci e mano destra sul cuore- di custodire il segreto e di correre in libreria senza rivelare a nessuno gli estremi del mio acquisto.

Canino

17 dicembre 2011

“Profe, lo vòle un canino?”
“Un canino?! Che canino?”
“Un cucciolo. C’ho dodici cuccioli da collocare.”
“Cuccioli di che?”
“Cuccioli di pitbull.”
“Uh per carità, i pitbull mi fanno una paura…”
“Ma che scherza davvero profe, i pitbull sono dolcissimi.”
“Ma come fai ad averne dodici?!”
“C’ho due femmine e le m’hanno figliato tutt’e due insieme: dodici cuccioli in tutto.”
“Ma sei sicuro che sian buoni?”
“Profe glielo giuro: i pitbull sono cani veramente amorosi.”
“Allora, giù, portamene uno. Un maschio.”
“Per lei trecento euro, profe.”
“Trecento euro?! Te tu hai visto un film alla radio.”
“Va bene, via, per lei duecentocinquanta.”
“Te tu sogni.”
“Duecento.”
“Te tu sei grullo.”
“Centocinquanta.”
“Non se ne parla: ti metto otto a italiano e mi porti il cane.”
“Davvero? Ci sto!”

Lo giuro

15 dicembre 2011

“Forse questa non è la scuola giusta per mia figlia: lei vuole aiutare i bambini poveri dell’Africa.”
“Brava professoressa: gli faccia leggere tutti questi libri! A proposito, quale sarà il prossimo?”
“Madonna però professoressa quanti libri: la ci fa spendere un monte di quattrini!”
“Mi dica lei cosa devo fare perché io non so che pesci prendere con quella disperata di mia figlia.”
“Mia figlia non la guarda male: è miope.”
“Buonasera, mia figlia mi ha detto di farmi dire da lei di chi è innamorata.”
“Mia figlia mi ha detto che ultimamente si sente fascista.”
“Ochèi ochèi, ho capito: è simpatico, buffo, socievole, aperto, accogliente, gentile ed educato: ma la sufficienza ce l’ha sì o no?”
“Mio figlio la inquieta?! Capirai: è una vita che inquieta anche me!”
“Ah, va male in Italiano? Bene, da domani le tolgo il fidanzato.”
“Non ci giriamo tanto intorno, glielo dico io professoressa: mio figlio non ha voglia di fare un cazzo. E’ talmente sfaticato che non mangerebbe nemmeno, per evitare la fatica di cacare.”

Lo giuro: sono tutte frasi che mi sono state veramente dette all’odierno ricevimento plenario dei genitori.

Salone di bellezza

15 dicembre 2011

“Profe, insomma oggi c’è il ricevimento generale dei genitori…”
“Sì ragazze, non fatemici pensare: ieri ho preso un acquazzone in centro e oggi sono impresentabile. Guardate qua che capelli ammosciati da derelitta.”
“Davvero profe, non è da lei. Su, venga qua che la rimettiamo a posto noi.”

Non ho nemmeno il tempo di rendermene conto. L’aula a pianterreno si trasforma in un salone di bellezza: la seggiolaccia di legno diventa una poltrona, al cavo della corrente anziché un computer o un lettore cd viene attaccata la piastra Imetec, una pinza mi solleva i ciuffi e partono i lavori di restauro, mentre una congrega di comari mi sta intorno per alimentare una conversazione da bottega. Un quarto d’ora e sono decente. Passo dal bagno, mi lavo i denti, mi stendo uno strato di rosso mattone sulla bocca e vado.

Sono pronta per parlare.

Analisi e autoanalisi

13 dicembre 2011

Io amo fare grammatica.
L’amavo da studentessa, quando l’insegnante di italiano ci ammollava venti, trenta, quaranta frasi da analizzare e ci lasciava lì così, ciascuno nel proprio uovo di silenzio a rimuginare su soggetti predicati e complementi. Altrettanto l’amo da professoressa, perché mi rilassa, mi distende, mi riconcilia con il mondo. Nell’analisi logica tutto ha un ruolo, tutto ha un posto, tutto torna. Perché tutto ha un equilibrio interno. La frase sta in piedi, e io mi sento contenta. Dirai: ti basta poco. Dirò: di questi tempi, ti pare poco far tornare le cose e far stare in piedi le frasi.
Nell’ora di analisi logica ogni studente trova il proprio spazio: sono io che glielo cerco. Invento e cucio le frasi su misura per loro, li trasformo nei protagonisti di piccole storie lunghe una, due, massimo tre righe. Indugio (e infierisco) sulle loro peculiarità, sui loro tic, su quello che li identifica e li rende unici ai miei occhi. Sbaglia chi pensa che l’analisi logica sia pallosa. Essa permette di realizzare grandi paginate ordinate e multicolori nei nostri quadernoni, di nero l’enunciato, di rosso l’esplicitazione dei singoli elementi, di verde i ricorda e i nota bene, di blu i commenti scemi e le faccine attonite. Analizzare frasi in questo modo vuol dire analizzare la nostra vita e guardarsi un po’ allo specchio, fare autoanalisi e infilarci vicendevolmente qualche pulce nell’orecchio, che ci sta sempre bene.
“Tizia ha la lingua troppo lunga e ficca sempre il naso in questioni che non la riguardano”; “Caio è un gran cialtrone e ha un quaderno che fa pena”; “Sempronio cerca disperatamente di copiare i compiti in classe di grammatica ma la professoressa gli controlla anche il tappino della penna”.
Loro analizzano e se la ridono.
Io li guardo e me la godo.

Nel mezzo della spiegazione, oggi, entra il mio studente turco che come cognome ha il nome buffo di una droga.
Non ha zaino, non ha libri, non ha nemmeno un quadernuccio o una penna.
“Ehi, bello, sei venuto a scuola o pensi di essere in centro a fare un giro?”
Ma lui mi ghiaccia annunciando di essere passato solo per salutarci tutti: se ne va, questa sera stessa, per sempre. Lascia Firenze e si trasferisce altrove. Non ci spiega perché, non ci dice come. Solo ci teneva a rivederci tutti per l’ultima volta.
Rimane in classe per l’ora intera.
E diventa il protagonista della frase da analizzare.
“Il nostro compagno, venuto dalla Turchia attraversando l’Europa insieme alla famiglia, ha vissuto a Firenze per tre anni: questa sera si trasferirà altrove e da domani non sarà più in classe con noi. Ci mancheranno tanto il suo sguardo scuro, la sua battuta fine, la sua voce roca, la sua mente acuta. Forza, fate l’analisi!”
L’ala femminile crolla nella disperazione conclamata.
Quella maschile nasconde il dispiacere tra grandi pacche sulle spalle.
Io cerco rifugio tra i complementi.
Lui sorride malinconico e sornione.

Ma la verità è che siamo tutti molto tristi.

Basta con questi libri

12 dicembre 2011

Chi era Otto Turpin, parlami della signora Carson, cosa sai dire di Big Bill Brady, e cosa di Bad Tiger Malone, chi sono e cosa fanno gli hoboes, raccontami di Jimbo e Boxcar Bertha, ti è rimasto più simpatico Jack Catcher o preferisci Jane Lewis, sintetizza l’episodio delle cavallette, parla di Puzzone, cosa lega Gasper a Junior, come finisce questa storia, ti è piaciuto questo romanzo, perché sì, perché no, perché insomma.

Per quelli che invece hanno letto l’altro libro: descrivi Anna, parla di Francesca, analizza la situazione familiare delle due ragazze, tratteggia la città che fa da sfondo alla storia, chi è Donata, chi è Lisa, chi è Cristiano, chi è Massi, cosa fa Mattia, cosa accade ad Alessio, che sorte spetta a Nino, cos’è il Tartana, cos’è il Gilda, racconta e commenta la scena che ti ha più segnato, raccomanda o sconsiglia questo libro a qualcuno.

E quelli rispondono a tutto. Sanno tutto. Ricordano tutto. Perché sono stramaledettamente giovani e memorizzano anche i particolari più insignificanti. E ora che c’hanno preso gusto mi guardano con l’aria di sfida com’a dire: vediamo il prossimo qual è. Vediamo che storia scegli per la settimana a venire. Vediamo a questo giro cosa t’inventi. E leggono sempre. E leggono ovunque. E leggono addirittura nelle ore delle altre materie e fanno incazzare i miei colleghi.

Resti tra noi: io non riesco più a tenere questi ritmi.
Basta con questi tempi contratti.
Basta con queste maledette verifiche.
Basta con questi cazzo di libri.

Quel mazzolin di fiori

11 dicembre 2011

Il mistero della lettera dell’amministratore condominiale si svela quando suonano alla porta.
Vado ad aprire.
Mi si para davanti l’inquilino del piano di sotto, un signore anziano a cui mi lega un educato rapporto di buongiorno/buonasera in ascensore.

“Buongiorno signorina.”
“Buongiorno! Mi dica.”
“Senta signorina… la mi scusi se la disturbo così alla porta…”
“Ma si figuri, mi dica pure.”
“Mah, guardi… senta… qui bisogna che lei… la m’abbassi codesta musica perché a me ummi riesce più di dormire…”
“Musica?!”
“Sì signorina, codesta musica che lei la tiene sempre a volume altissimo, dalla mattina alla sera, e spesso anche la notte, anzi, quasi sempre anche la notte…”
“Ma guardi che lei si sb…”
“No, signorina, ascolti me, io ummi sbaglio: lei la c’ha sempre la musica altissima, giorno e notte, notte e giorno… tanto che a me ummi riesce più di prendere sonno, vo a letto ma codesta musica la m’entra ni’ capo e un ce la fo ad addormentarmi!”
“Senta, scusi, abbia pazienza: intanto entri pure, venga. Guardi, io e il mio compagno lavoriamo entrambi: usciamo la mattina presto e spesso rientriamo la sera. Quella che semmai torna all’ora di pranzo sono io, ma facendo l’insegnante di pomeriggio ho da correggere i compiti e da lavorare per la scuola, nel silenzio. La musica, quando la ascolto, non la metto mai a volume sfacciato, e certamente mai nelle ore in cui è previsto il rispetto del riposo altrui, ci mancherebbe.”
“Eppure signorina lei la c’ha la musica sempre altissima a tutte l’ore, la dovrebbe sentire da casa mia come la si sente, par d’avella lì con me nella stessa stanza.”
“Le ripeto che da questo appartamento non possono arrivare in casa sua rumori molesti: né di musica né di altro. La prima cosa che faccio appena entro in casa è togliermi le scarpe e infilarmi queste ciabattine di cencio, guardi lei stesso.”
“Sì, e ho capito, le ciabattine di cencio… però la musica l’è sempre alta, ma alta le dico… e poi sempre le stesse melodie, sempre le stesse canzoni… sempre quei cori di montagna…”
“Cori di montagna?!”

Praticamente il rintronato non è (solo) l’amministratore (che comunque avrebbe dovuto informarsi un po’ meglio prima di spargere terrore in via epistolare): è l’inquilino.
Il quale, con una serietà da trattamento sanitario obbligatorio, sostiene che in questa casa gira sempre la stessa compilation, in cui ininterrottamente si alternerebbero (prendete nota se la tradizione bellico-alpina v’incuriosisce) Quel mazzolin di fiori, Il testamento del capitano, Di là del Piave, Sul ponte di Bassano, La tradotta, Era una notte che pioveva, Bombardano Cortina, Vinassa vinassa, Bersagliere ha cento penne, I dispiasi’ d’noi autri povri alpin (testo originale in piemontese), Sul rifugio, Passa la ronda e per concludere Ta pum.

Se si ripresenta all’uscio glielo fo io, ta pum.