Cioè, ma lei, quindi…

28 febbraio 2012

“Scusi profe…”
“Sì, ditemi ragazzi.”
“A proposito del libro di Ammaniti…”
“Sì, prego.”
“Ma cosa vorrebbe dire che lei ha scritto una biografia originale e inedita?”
“Che non ho copincollato da internet le solite tre notizie in croce (come fate voi) ma sono andata a intervistarlo di persona per farmi raccontare quello che mi interessava veramente sapere, per esempio che adolescente fosse lui alla vostra età.”
“Cioè, ma lei, quindi, lo avrebbe conosciuto di persona?!”
“Non lo avrei: lo ho.”
“Macché, la ci piglia in giro!”
“Ma che in giro, grulli, l’ho incontrato l’estate scorsa.”
“Ma dove?!”
“A casa sua.”
“A CASA SUA?!”
“A casa sua.
“Cioè, lei sarebbe andata a casa di Ammaniti?!”
“Non sarei: sono.”
“Ma dove?!”
“A Pitigliano, dove lui risiede abitualmente.”
“E con chi c’è andata?”
“Da sola! Con chi ci sarei dovuta andare?”
“Be’, con il suo fidanzato!”
“Questa è bella: cosa c’entra il mio fidanzato?”
“Come cosa c’entra?!”
“Sì, cosa c’entra scusate: era un incontro di lavoro, è chiaro che ci sono andata da sola.”
“E il suo fidanzato ce l’ha lasciata andare?!”
“Ma che domande fate, certo! Lui era al lavoro qui a Firenze e io sono andata a Pitigliano. Capirai.”
“Capirai un corno! O profe! Non va mica bene!”
“Cosa non va bene?”
“Che lei sia andata da sola a casa di quello.”
“Quello è uno scrittore.”
“No profe: quello è il suo scrittore preferito, ce l’ha sempre detto lei stessa che lo adora!”
“Certo, lo adoro e lo stimo moltissimo. E allora?”
“E allora non va bene, profe, non va bene! E il suo fidanzato non avrebbe dovuto lasciarla andare da sola. Noi per esempio, se fosse stata la nostra fidanzata, non glielo avremmo mai permesso.”
“Ma siete fuori di cervello?! Ma cosa pensate che ci sia andata a fare? Sono andata a intervistarlo!”
“E com’è andata?”
“Bene, anzi, benissimo: sono rimasta tutto il giorno a casa sua e gli ho fatto mille domande.”
“Ma anche lui era solo?”
“Sì, era solo, sua moglie (l’attrice Lorenza Introvina) era via per lavoro.”
“Quindi siete stati soli per un giorno intero?!”
“No: c’erano anche i suoi due cani.”
“Capirai.”
“Capirai che cosa?! Siete un branco di deviati!”
“E cosa avete fatto per un giorno intero?”
“Sono arrivata in mattinata, ci siamo messi sotto il loggiato della sua splendida casa, ci siamo tolti i sandali e ci siamo accomodati su un immenso divano circondati dai cuscini e dai cani che ci stavano acciambellati accanto.”
“Non ci possiamo credere!”
“Poi è arrivata l’ora di pranzo e lui mi ha invitata a restare.”
“E lei?”
“E io sono rimasta! Avevo una fame che non ci vedevo!”
“E cosa avete mangiato?”
“Pastasciutta al pomodoro e birra Beck’s. Ha cucinato lui e intanto io continuavo a fargli l’intervista, che a quel punto era diventata una chiacchierata molto tranquilla.”
“Ma senti questa!”
“Ma che volete da me?!”
“Non va per nulla bene profe. Il suo fidanzato ha fatto male. Ha fatto molto male. Almeno le avrà telefonato ogni mezz’ora per dare una controllatina, giusto?”
“Ma ci mancherebbe altro: l’ho chiamato io non appena sono andata via, alla fine di tutto il lavoro.”
“Sì, di tutto il lavoro…”

Brutti malpensanti infidi e sudicioni.

Io e lui

27 febbraio 2012

“Ragazzi, a costo di passare da vanitosa, guardate: vi ho portato a vedere la prima copia del mio nuovo lavoro editoriale!”
“Cioè?!”
“Il romanzo Io e te di Niccolò Ammaniti, di cui ho personalmente curato l’edizione scolastica per Einaudi!”
“In che senso l’edizione scolastica?!”
“Nel senso che il testo è quello di Ammaniti, io ho fatto l’introduzione, la biografia originale e inedita che ho potuto scrivere a seguito della lunga intervista che lo scrittore mi ha concesso l’estate scorsa a casa sua, e l’apparato didattico finale, ricco di esercizi e attività sfiziose e stuzzicanti.”
“Va be’, non penserà di rifilarli a noi!”

 

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Insegnamenti boccacceschi

27 febbraio 2012

“Allora ragazzi, cosa c’insegna la novella di Lisabetta da Messina?”
“Che nel Medioevo alle ragazze non era consentito uscire da sole.”
“Bene, poi?”
“Che nel Medioevo i matrimoni erano combinati.”
“Molto bene, poi?”
“Che nel Medioevo era considerato sconveniente e vergognoso che una donna ricca s’innamorasse di un morto di fame.”
“Benissimo, poi?”
“Che l’Amore però se ne frega e colpisce chi gli pare senza guardare in faccia nulla e nessuno.”
“Eccellente, poi?”
“Che l’Amore, quando è forte, può perfino condurre alla morte.”
“Perfetto, poi?”
“Che se un giorno mi dovesse venire la voglia di piantare un po’ di marjuana, prima sarebbe il caso che ammazzassi qualcuno per sotterrarlo e ottenere in questo modo un terreno più fertile e rigoglioso che faciliti la crescita delle piantine.”

Post stage

27 febbraio 2012

Siccome mentre erano allo stage non facevano che scrivermi mail e messaggini di agonia, o telefonarmi per lunghe e dettagliate lamentele su quanto si annoiavano, quanto si rompevano, quanto si sentivano sfruttati, e per ripetermi che non vedevano l’ora di tornare a scuola, per stamani che li rivedevo avevo preparato una lezione (come dire?) generosa: presentazione del nuovo libro assegnato in lettura domestica (Andrea Bajani, Domani niente scuola, Einaudi), lettura, analisi e scheda riassuntiva di due novelle di Boccaccio (Lisabetta da Messina e Chichibìo e la gru), articolo-reportage scritto sull’esperienza fatta nelle due settimane di stage presso aziende, istituti, uffici, associazioni, seguendo l’ordine alfabetico sul modello del mio articolo pubblicato ieri dal Corriere.

La conclusione filosofica della mattinata è stata che all’essere umano piace sempre di più ciò che non possiede.

Alfabeto di colloqui

25 febbraio 2012

L’undicesima edizione dei “Colloqui fiorentini”, il faraonico convegno letterario inventato da Diesse Firenze-Toscana e destinato a studenti e insegnanti di tutta Italia, è finita. In duemila, per tre giorni, barricati negli splendidi locali del Palazzo dei Congressi a parlare di un autore ogni volta diverso. Il 2012 è stato l’anno di Niccolò Ugo Foscolo (il 2013 di Giovanni Verga). E poiché io c’ero, ve li racconto nel dettaglio e in rigoroso ordine alfabetico.
A come accoglienza. Logisticamente parlando non è semplice accogliere, gestire e indirizzare la fluviale affluenza di duemila adolescenti: eppure gli studenti dell’Istituto “Marco Polo” di Firenze ce l’hanno fatta anche questa volta, impeccabili nelle loro divise blu ed encomiabili nella loro gentilezza.
B come Bologna. Di tutte le città partecipanti, una più di altre m’è rimasta ancorata al cuore: il Liceo “Malpighi” di Bologna. E il motivo è la commovente performance teatrale che i ragazzi hanno inscenato, ridando vita a Jacopo Ortis, Didimo Chierico, Giuseppe Parini e Foscolo stesso con la grazia dei professionisti e il carico emozionale che solo loro possono avere.
C come concentrazione. Dopo tre giorni di interventi e relazioni, posso dirlo con cognizione di causa: i ragazzi di oggi (come quelli di ieri) sono capaci di elevare la soglia dell’attenzione molto al di sopra dei canonici quaranta minuti di cui si parla sempre. Bisogna però che sentano che ne vale davvero la pena.
D come D’Avenia. Alessandro D’Avenia, lo scrittore dal cherubino aspetto che da un biennio buono domina le classifiche dei libri più venduti, è intervenuto come relatore e come accompagnatore di una propria classe di liceali milanesi. Il pubblico adolescente lo ha accolto con la standing ovation. Ma, tra i presenti, diffuse sono state anche le perplessità: non sarà costui un po’ troppo autoreferenziale? Non riscuoterà successo facile perché corteggia e blandisce furbamente l’auditorio? Non renderà un po’ troppo semplicistica l’idea d’insegnamento con quelle idee di svecchiamento scolastico che invitano alla lettura diretta di un’opera ed esortano a fregarsene di tutto quello che ci gira intorno? Ai posteri l’ardua sentenza.
E come entusiasmo, esperienza, emozione. Dei Colloqui potrete dire tutto. Ma non che siano carenti dell’entusiasmo di chi li organizza e di chi vi partecipa, né del prezioso bagaglio di esperienza che comportano per tutti coloro che vi si iscrivono, né della profonda emozione che provoca vedere radunati tutti insieme duemila giovani che provano (riuscendoci) a parlare di un autore senza essere mai banali.
F come “forse”, “fatal” “fugge”. Tre delle tante parole-chiave individuate nel convegno accomunate dalla medesima lettera iniziale, foriera di quella magica mistura tra spirito vitale, anima e fisicità. “Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago a me sì cara vieni, o Sera”: chi ha la sventura di non conoscere questi versi meravigliosi?
G come Gilberto Baroni. L’ideatore, il teorico, il demiurgo dei Colloqui, degnamente seguito nell’oneroso incarico da suo figlio Pietro. Entrambi figure di uomini d’altri tempi, conferendo a “d’altri tempi” l’accezione più elevata e prestigiosa, naturalmente.
H come happening. Perché i Colloqui dimostrano come anche una cosa antica e datata come la letteratura possa costituire l’occasione per riunirsi.
I come illusione. Forse il termine più usato, scritto e gridato da Ugo Foscolo. “Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancora di più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele”.
L come Licei. Se ai Colloqui si accompagnano gli studenti di un Professionale, si percepisce fin troppo bene il divario tra i due ordini di scuola. Ma proprio per questo si deve seguitare ad accompagnarceli: per mostrare loro che esistono altri mondi e altri modi di intendere lo studio.
M come Maddalena. Quello di Giovanni Maddalena, docente dell’Università degli Studi del Molise (insieme a quello di Marino Biondi, dell’Università fiorentina) è stato l’intervento più difficile e quindi più formativo. I ragazzi arrancavano per mantenere il passo dietro alla sua scarpinata filosofica. Ma di certo ora si sentiranno più ricchi di prima.
N come nulla (eterno). Perché diciamoci la verità: in un mondo dove l’argomento della morte è bandito da ogni conversazione e dove a ogni accenno si accompagnano quei gestacci scaramantici di pessimo gusto, passare tre giorni a ragionare di nulla eterno non è da tutti.
O come opinioni. Se ripenso a me in versione adolescenziale, credo che mai avrei avuto il coraggio di raggiungere un microfono per dire la mia su un tema letterario. E invece bisognava vedere la fila che c’era davanti alla pedana e la tenacia di quei ragazzi a salire sul palco per porsi a tu per tu coi professoroni dell’università.
P come parole. Sepolcro, tomba, esilio, illusioni, miti, poesia, morte, eternità, coraggio, impegno, coscienza, dignità. Sono solo alcune delle parole che hanno dominato la tre giorni. Ma basterebbero a scaldare il cuore di speranza a tutti i professori d’Italia, che ne hanno tanto bisogno.
Q come questioni. Analogamente, le questioni sollevate sono state auliche e potenti. Tra le migliori: perché quando siamo innamorati, il cielo è più blu? A momenti mi commuovo davanti a tutti.
R come Rondoni. Lo confesso: detestavo Davide Rondoni, il poeta che ogni anno interviene ai Colloqui con l’evidente scopo di infastidire la folla accorsa. Ma lo ammetto: quest’anno ci ho fatto pace, perché il suo intervento sul valore della poesia (anche di quella che apparentemente non ci piace) è stato impareggiabile.
S come seminario. Ce n’è stato uno, tra i tanti, che mi ha incuriosita di più: quello riservato a noi soli docenti. Ho ulteriormente capito quanto siamo vari, diversi, opposti e (purtroppo) a volte inconciliabili.
T come tesine. La premiazione finale delle tesine presentate dai ragazzi è uno dei motivi per cui vale davvero la pena di partecipare ai Colloqui: provate a immaginare le ovazioni di chi vince e gli sguardi ammirati di chi assiste alla vittoria.
U come Ugo. Foscolo aspirava all’immortalità. E l’ha ottenuta. Foscolo è stato per tre giorni, materialmente, in mezzo a noi. E tutti noi lo abbiamo visto, respirato, incontrato. E abbiamo parlato insieme a lui. Magia della poesia.
V come Vasco. Ma anche Vasco Rossi (che graziaddìo non è ancora deceduto) è stato in mezzo a noi: Davide Rondoni (dopo aver criticato i miei studenti che anni fa ebbero a citarlo nella loro tesina su Giovanni Pascoli) lo ha nominato ben due volte nel proprio intervento.
Z come zonzo. E alla fine tutti a zonzo per Firenze, duemila ragazzi per le vie della città d’arte per eccellenza, per i luoghi dove tutto questo avvenne, dove la Bellezza è di casa, dove tutto è esploso e dove tutto ancora riecheggia.

(anche sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

Colloqui fiorentini /1

23 febbraio 2012

“Profe, ma oggi, di preciso, cosa facciamo dalle 9 del mattino alle 4 del pomeriggio, chiusi dentro il Palazzo dei Congressi?”
“Ascoltiamo.”
“In che senso, scusi?”
“Ascoltiamo gli interventi che si susseguiranno nell’arco di tutta la giornata: il sindaco Matteo Renzi che ci saluterà, il professor Gilberto Baroni che presiederà e coordinerà i lavori, il professor Diego Picano che introdurrà la riflessione su Ugo Foscolo, il professor Giovanni Maddalena dell’Università degli Studi del Molise che parlerà dell’esperienza della bellezza tra mito e realtà, la professoressa Elena Pontiggia dell’Accademia delle Belle Arti di Brera che illustrerà il Neoclassicismo nell’Italia fra ’700 e ’800, gli studenti provenienti da tutta Italia che relazioneranno sulle tesine che hanno redatto, come abbiamo fatto noi.”
“Ah.”

Pensavano di annoiarsi. E anch’io temevo che lo avrebbero fatto. Invece le tre donzelle che ho accompagnato all’undicesima edizione dei Colloqui fiorentini  hanno seguito, hanno preso appunti e hanno molto apprezzato. Complice (forse) anche il pranzo consumato insieme alla trattoria “Palle d’oro”, dove abbiamo fatto una meritata pausa condividendo cibo, impressioni ed emozioni.
Domani la seconda giornata.

Anche il secondo numero del giornalino scolastico è pronto: 67 pagine contro le 55 del primo, ha una grafica migliore e contenuti secondo me interessanti. Ma io sono la responsabile e non faccio testo. Alla stampa hanno pensato le efficientissime custodi della scuola, coinvolte in prima persona anche nella stesura di articoli d’ispirazione autobiografica e culinaria. Per l’impaginazione invece ho prelevato a gruppetti i miei alunni di seconda e ho mostrato loro come si procede nell’affascinante benché alienante lavoro a catena. Non tutti hanno superato l’esame: i meno dotati di manualità, organizzazione logistico-mentale, scaltrezza psicologica e inventiva motoria sono stati malamente espulsi dal gruppo operativo. Per cui, alla fine di una spietata selezione naturale, siamo rimasti in quattro: io, due ragazze e un ragazzo.
“Raga, cosa avete fatto ieri?”
“Silenzio! Il lavoro a catena impone concentrazione.”
“Ma profe, non c’è mica da pensare: basta seguire la fila e infilare una pagina dopo l’altra…”
“Ti sbagli: l’errore nasce proprio dalla superficialità con cui si eseguono lavori apparentemente semplici e meccanici: se salti un passaggio il giornalino viene male, per cui silenzio e lavorare.”
“Accidenti però…”
“Che caldo…”
“Posso fermarmi per dare una sorsata alla bottiglietta d’acqua?”
“Non vorrai fermare tutta la catena!”
“Ma profe, ho sete!”
“Si beve tutti insieme all’intervallo.”
“All’intervallo?! Mancano quaranta minuti!”
“Silenzio!”
“Forse stavo meglio a fare Francese…”
“Eheheh, anch’io!”
“Anch’io!”
Invece si vedeva bene che stavano proprio bene dove stavano, bellini tutti in fila a prendere un foglio per uno dalle 67 pile di fotocopie e via, avanti, uno dopo l’altro, fino alla fine del giro, per poi ricominciarne subito uno nuovo. Guardandoli, mi rivedevo ragazzina come loro quando, al campeggio estivo in montagna, svolgevo il medesimo lavoro esaltante e ingrato, e con i miei coetanei scrivevo articolini, li battevo con la Lettera 22 dell’Olivetti, li passavo al ciclostile e li impaginavo. Mi sembravano delle opere preziose, mi pareva di stare dentro la redazione di un giornale vero. E sognavo che, da grande, avrei fatto qualcosa che implicasse la scrittura.
“Cantiamo?”
“Ma che cantare: ho detto silenzio! Concentratevi, cialtroni.”
“Profe, canti con noi: si trasforma in un raggio missile con circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e vaaa…”
“Ma che, conoscete Ufo Robot?!”
“Accidenti, certo che lo conosciamo, o profe, per chi ci ha presi?!”

Va be’, ma allora cantiamo!

Appello (disperato)

19 febbraio 2012

L’ho sempre chiamato Techno-Brother, ci sarà un perché.
Il perché sta nella naturalezza con cui mio fratello si è sempre approcciato a qualsiasi marchingegno elettronico, nella disinvoltura con cui ne ha puntualmente individuati i funzionamenti e le peculiarità, nella cultura naif e fieramente autodidatta con cui competeva coi laureati in informatica. Il perché sta nella sfacciata confidenza che costui ha sempre avuto con la macchina, coi bottoni, coi pulsanti e coi tastini. Nativo digitale ante litteram, era ancora un bambino quando chiese in dono a Babbo Natale il Commodore 64 per non limitarsi a giocarci a racchettine ma per combinarci non so cosa, visto che, mentre lui aggeggiava, io perdevo tempo prezioso dietro alle eccezioni della terza declinazione.
Se avesse avuto voglia di studiare, la sua strada sarebbe stata certamente questa. Ma pur senza studiare, ha sempre dato pappa e ciccia a chi lo aveva fatto.
Da grande si è innamorato della mela col morso laterale. In casa ha un arsenale di oggetti bianchi grandi e piccini che s’illuminano, trillano, soffiano, suonano e a momenti preparano il caffè.
Qualche anno fa mi ha convertito alla sua fede e mi ha guidata lungo la fascinosa strada dell’acquisto per corrispondenza: quando il mio MacBook giunse a destinazione, fui costretta a osservare strani rituali a cui mai avrei pensato di piegarmi e inizialmente la mela mi lasciò basita e paralizzata. Tutto procedeva al contrario, tutto rispondeva a regole nuove e a me, che fino al giorno prima avevo vissuto a fianco di un potente ma banalissimo Toshiba, del tutto sconosciute.
Successivamente caldeggiò l’acquisto di un iPhone: ne avevo assolutamente bisogno (sosteneva), per scaricare e leggere la posta ovunque mi trovassi, per godere delle app più innovative e rivoluzionarie, per fare foto e girare video ad altissima risoluzione, per inzepparne la rubrica che avrebbe accolto tutti i numeri che tenevo sparsi nel vecchio cellulare, in fogli smangiucchiati, in librini e quadernini logorati dal tempo e dall’usura.
Così acquistai anche l’iPhone.
“Ma non l’hai mai aggiornato?” ha chiesto da allora, a cadenza temporale insistente e regolare.
“Ma non hai mai aggiolnato, plofe?” hanno chiesto anche i miei studenti cinesi, elettronicamente emancipati e assai stupiti di trovare il mio iPhone nell’identico stato in cui l’avevano lasciato la volta prima, e quella prima, e quella prima ancora.
No, non l’ho mai aggiornato.

Eppure la mia vita, pur priva di periodici e sistematici aggiornamenti, era così bella. Ero felice anche se non aggiornavo, non facevo backup, non sincronizzavo e non salvavo. La mia vita era così facile, così leggera, così efficiente. Avevo tutto quello di cui abbisognavo: leggevo la posta elettronica in tempo reale da ogni luogo, a casa mia, a casa dei miei, a casa tua, sua, nostra, vostra, loro, a scuola, sull’autobus, per la strada, sulla tazza del gabinetto. Avevo non so quanti giga di musica, per camminare a tempo, per correre intorno allo stadio, per accompagnare la noia (che non provo mai), per allietare la solitudine (che mi allieta). E poi avevo tutti i miei contatti finalmente radunati insieme in un luogo solo. Tutti. Contatti accumulati in anni e anni di amicizie, di incontri, di amori, di lavoro. Tutti i numeri di tutte le scuole in cui ho insegnato, tutti i numeri delle persone che ho conosciuto. I numeri dei miei genitori, del mio fidanzato, delle mie colleghe simpatiche, perfino di quelle antipatiche. I numeri di tutti gli studenti a cui ho voluto e voglio bene. I numeri della gente incontrata andando in giro per l’Italia a presentare i libri, i numeri degli amici virtuali e di quelli reali. I numeri di Mondadori, di Einaudi, del direttore e di tutti i giornalisti del Corriere della Sera. Il numero di Niccolò Ammaniti. Quello di Tiziano Scarpa. Tutta la vita in una rubrica telefonica. No, non avevo mai voluto trovare il tempo né la voglia per trascriverli sulla carta (carta, io ti amo, carta, io ti venero, carta, io non rinuncerò mai a te, mi voto a te per la vita intera, una vita di carta, carta vecchia, carta gialla, carta rotta, carta eterna), perché (cieca, stolta, inebetita dalla voce suadente delle sirene tecnologiche) mi fidavo della modernità, mi fidavo della mela rosicchiata, e mi fidavo del mio adorato Techno Brother.

“Insomma, l’hai aggiornato questo iPhone o no?” ha chiesto (anche) oggi, venuto a trovarmi a casa in compagnia del bambino più bello del mondo.
E io, che ancora, no, non lo avevo mai aggiornato, ho proposto il fatale do ut des: un the time in cambio di un aggiornamento software.
“E’ un problema se perdi tutte le foto e tutta la musica?”
No, non è un problema, perché le foto le ho sempre salvate sul computer e la musica meglio così, così è la volta buona che la cambio e la rinnovo.

In una vita precedente devo essere stata molto cattiva. Perché oggi il dio Steve Jobs ha deciso di punirmi con la cancellazione irreversibile e totale della mia rubrica telefonica. Ho perso tutto. E a memoria non conosco neanche il numero dell’uomo che divide la casa, il gatto e la vita insieme a me.

Questo non è un post come tutti gli altri: è un appello disperato.
Chiunque, in un passato prossimo o remoto, mi avesse dato il proprio numero di telefono, è pregato (ma che dico pregato, supplicato) di mandarmi un sms con nome e cognome (non al 338, che non ho più, ma al 393).
Vi risalverò. E renderò eterni nella mia testa e nel mio cuore i vostri dati affidandoli anche alla carta (carta, io ti amo, carta, io ti venero, carta, io non rinuncerò mai a te, mi voto a te per la vita intera, una vita di carta, carta vecchia, carta gialla, carta rotta, carta eterna).

A cena dal Pìgola

18 febbraio 2012

Se un amico ci dice “venite a cena da me?” per noi è un piacere.
Se a dircelo è il Pìgola, cuoco sopraffino, sperimentatore impavido, stratega delle pentole, alchimista dei fornelli, per noi è una festa.

 

 

 

 

 

La scomparsa di Xin Xin

16 febbraio 2012

Non bastava Giacomo Li. Non bastava che l’avessero strappato dal suo banco per trascinarlo fino a Singapore, per poi riportarlo in Italia, ma solo per il periodo delle feste natalizie, e quindi trasferirlo nuovamente a Est fino a chissà quando.

Da due giorni è sparito anche Xin Xin, lo studente più amoroso e buffo incrociato sul mio sentiero scolastico. Se n’è andato. Scomparso. Volatilizzato. Fino a due giorni fa c’era (lui, con la sua postura aggobbita dalla timidezza, con i suoi occhi stretti e buoni, con il suo simbiotico giubbotto con cui si proteggeva dall’invadenza becera del mondo esterno, con il suo eloquio rallentato da moviola con cui irrompeva verbalmente in mezzo alla lezione per commenti lucidi, lapalissiani e disarmanti), e ora non c’è più.

“Come sarebbe non viene più?!”
“No viene più: paltito.”
“Partito per dove?!”
“Pel Cina.”
“Ma torna?”
“Non sappiamo.”
“Ma quanto sta via?”
“Non sappiamo.”
“Ma perché è partito?”
“Non sappiamo.”
“Ma perché non mi ha detto niente, perché non mi ha fatta abituare gradualmente all’idea? Perché non mi ha neanche salutata?”

Questo lo sanno, e me l’hanno detto.
Ma averlo saputo non fa che acuire il vuoto profondo che quel ragazzo lascia nelle mie mattine a scuola e nel mio cuore.