Il ciccione

15 febbraio 2012

“Ooooh… ma guarda chi c’è: Micino da Scansano!”
“E’ permesso?”
“Certo, vieni, venite! Come stai? E come sta questo bel gatto maremmano?”
“Sta benissimo, come si evince gettando un occhio attraverso le sbarre del trasportino.”
“E come mai siete venuti a trovarmi?”
“Per il vaccino, però non abbiamo portato la cacchetta: non c’è stato verso di abbandonarsi a una liberatoria defecatio prima di venire qua.”
“Non fa niente: vieni, appoggia il trasportino qui sul tavolo e fallo uscire che lo voglio vedere bene questo bel Micino!”

A parte che quel bel Micino non voleva saperne di mettere nemmeno i baffi fuori dalla tana e che per tirarlo fuori ci è toccato rovesciare l’attrezzo con conseguente sparecchiamento degli arredi interni e incresciosa perdita della proverbiale dignità felina. Ma la vera umiliazione si è concretizzata nel momento della pesa: va bene che d’inverno s’ingrassa, però sei chili di gatto no, non sono disposta ad accettarli.

Il nostro San Valentino

14 febbraio 2012

Mio e dei miei studenti, intendo.

“Ragazzi, questa mattina lezione speciale: prendete il quadernone, andate alla sezione poesia e scrivete a caratteri cubitali: SPECIALE SAN VALENTINO.”
“No! Spacca!”
“Grande profe!”
“Ennina!”
“Icché si fa, icché si fa, profe?”
(“Eccola… chissà icché la ‘ombina…”)
(“Ganzo, invece!”)
“Oggi vi racconto la storia di questa ricorrenza, diventata nel tempo consumistica, ma originariamente legata a storie interessanti. Valentino, vescovo di Terni, nato nel 176 dopo Cristo e morto il 14 febbraio 273 per mano di un centurione romano che gli tagliò via di netto la testa per ordine dell’imperatore Aureliano, è identificato come santo protettore degli innamorati in seguito a un paio di aneddoti che si raccontano di lui. Secondo quanto tramanda il primo, Valentino un giorno incontrò una coppia di fidanzatini che litigavano come belve: costui, aiutato anche da una folla di piccioni ivi non a caso radunatisi, indusse i due a riappacificarsi. Da qui deriverebbe anche l’espressione fare i piccionicini, ma in tutta onestà questa storiella mi pare una boiata colossale. Veniamo infatti al secondo aneddoto, senza dubbio più intrigante e veritiero anche grazie al mistone di amore e dolore che fa sempre la sua porca presa sul popolo ignorante e credulone, cioè noi. Una ragazza cristiana aveva perso la testa per un soldato romano: chiaro che le due rispettive famiglie erano d’umore vistosamente compromesso e si opponevano alle nozze. Ma ecco lui, Valentino: convocato da lei affinché la sposasse col soldato di fede pagana prima che il morbo oscuro quanto implacabile che l’aveva colpita la trascinasse nella tomba, provvide testé a battezzare il promesso sposo e quindi a celebrare il sacro rito. La sorte, sfortunatamente, condusse di lì a poco entrambi a un’unica morte, il che fece nascere corposi sospetti intorno alla percentuale di sfiga (sfiga non si dice!) che avrebbe portato il futuro santo, ma non sottilizziamo. Questi, insomma, sono i motivi per cui Valentino è considerato il protettore di tutti noi innamorati!”
“Lei è innamorata, profe?”
“Certo che sono innamorata, che domande.”
“E cosa ha comprato per regalo al suo fidanzato?”
“Assolutamente niente, che domande.”
“NIENTE?!”
“Niente.”
“Ma come!”
“Il mio fidanzato si offenderebbe se io tornassi a casa con un regalo per lui, dal momento che sostiene che dev’essere l’uomo a fare regali alla donna e a provare per questo un grandissimo piacere (il piacere di renderla felice), e non viceversa. Imparate!”

Di tutta la lezione, conto che ai miei alunni (ma soprattutto alle mie alunne) resti in testa la parte finale.

Tutti allo stage

13 febbraio 2012

“Profe, come farà a stare senza di noi per due settimane?”

Domanda di riserva?

Gnocco gnam

11 febbraio 2012

Ne avevo già parlato qui, dell’ammirazione-barra-simpatia-barra-passione che provo per questo giovane chef toscano: per l’indiscutibile professionalità, la fantasiosa creatività e l’incredibile velocità con cui spiega (assai chiaramente) e realizza (assai magistralmente) i propri piatti innovativi.
C’è stato un tempo in cui lo balzellavo sul canale sky del Gambero Rosso, pronta col quadernino e la penna in mano a prendere appunti. Ora la fissa m’è passata, ma se lo incrocio mi trattengo volentieri, anche perché nessun altro programma di cucina ha il ritmo serrato e le schitarrare rock in sottofondo che ha questo.
L’altra sera lo becco mentre diffonde i segreti per la realizzazione di uno dei piatti che più mi fanno perdere la testa: gli gnocchi di patate.
Dice Simone che per farli buoni ci vogliono patate vecchie, non nuove. Preferibilmente gialle. Si fanno bollire in acqua salata, si pelano, si passano. E fin qui, facile. Ma il bello è che è tutto facilissimo anche dopo. Volendo, ci si può mettere dentro un uovo intero: Simone lo consiglia, avendo l’uovo quel potere dolcemente legante in questo frangente necessario. L’uso dell’uovo favorisce anche una ridotta aggiunta di farina, l’ultimo ingrediente necessario per lo gnocco. Infatti non ci vuole altro: tutto qua.
Prima si dà una razzolata al composto contenendolo dentro una zuppiera; poi, quando il composto dà a vedere di stare insieme volentieri, lo si va a rovesciare sul piano da lavoro in legno. Ancora un po’ di farina e il gioco è fatto: perché se le patate asciugano e chiedono ancora farina! farina! farina!, preoccupatevi: son casini. Gli gnocchi magari verranno lo stesso, ma saranno pesi e duri come mattoni, mentre chiunque sa che il loro segreto è l’assoluta leggerezza, la disarmante impalpabilità, tacita garanzia di subitanea digestione.
Simone, che puntualmente conferisce un quid in più a ogni sua ricetta, al composto ha aggiunto un mazzolino di foglie di salvia appenappena sbollentate e tagliate grossolanamente al coltello.
Una volta arrotolato il lungo bacherozzolo e ricavati gli gnocchetti con decisi tagli di lama, basterà farli scivolare nell’acqua bollente e prelevarli via via che affiorano in superficie.
Si condiscono come ci pare: burro e formaggio, pomodorino sciuè sciuè bello piccante e parmigiano, sughetto bianco al misto di funghi.

Giuro su dio che sono facili, immediati, prelibati. Indimenticabili.

Alla fine gliel’ho detto

10 febbraio 2012

La presentazione del libro di Leonardo Oliva, ieri sera alle Oblate, è andata bene. Ma non è di quello che intendo parlare, bensì di questo.
Tra il pubblico, in prima fila, proprio davanti a me, sedeva un mio conterraneo.
Lo conobbi, senza mai farlo realmente, all’asilo delle Suore Agostiniane dove fui spedita quando avevo cinque anni. L’anno successivo avrei cominciato le elementari e la mamma temeva che io potessi integrarmi con difficoltà, dopo un’infanzia trascorsa tra le pareti domestiche a baloccarmi con il mangiadischi, la fattoria degli animali e l’orso Ciappino. Così, pensando di farmi cosa gradita e di agevolare i miei imminenti contatti quotidiani con i coetanei, mi mandò all’asilo.
Odiai quel luogo due minuti dopo averci infilato il piede dentro.
Ma con pari celerità sperimentai il potente sentimento dell’amore: l’oggetto della mia attrazione era un bambino con una ceppata di capelli biondi e due occhi celesti come il mare di Sardegna che si chiamava Luca.
Non scambiai con questo Luca nemmeno una parola, nei tre mesi che passai all’asilo.
Mi limitavo a contemplarlo da lontano e a sospirare silenziosa.
Non avendo legato con nessun altro individuo in particolare, evitai saggiamente anche di farne parola a chicchessìa. E quando intimai a mia madre di levarmi da quel covo di beghine, o ne avrei accoltellata una, portai via con me il ricordo della mia passione infantile e primordiale.
Negli anni a venire lo incrociai puntualmente per le strade e le piazze del paese, ma nessuno mai ci presentò per cui noi mai ci salutammo.
In tutti questi anni, lui si è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Firenze ed è diventato un affermato fumettista. Oggi insegna in una scuola superiore della zona e ha recentemente pubblicato una graphic novel in collaborazione con un amico che ha scritto i testi da accompagnare ai suoi disegni.
Ieri sera, alla fine della chiacchierata con l’autore che presentavo, mi sono avvicinata con un certo coraggio al tavolo a cui sedeva.
“Ciao -gli ho detto- quando avevo cinque anni, nei tre mesi in cui frequentai l’asilo delle monachine, m’innamorai di te perdutamente.”

Lui ha fatto mostra di trovare degna d’attenzione la tardiva confidenza, ci siamo stretti la mano e abbiamo finalmente fatto quella chiacchierata che aspettavo. Per me è stata la gioiosa chiusura di un cerchio.

Programma del giorno

9 febbraio 2012

Prime tre ore di scuola: impaginazione, stampa e rilegatura del secondo numero del giornalino scolastico.
Tre ore successive: regolare lezione in 2D (Antologia-Grammatica) e 3C (Storia).
Pausa pranzo: venti minuti scarsi.
Primo pomeriggio: consiglio di classe.
Medio pomeriggio: riunione dei coordinatori.
Tardo pomeriggio: presentazione di “Ce l’ha un libro marrone?” di Leonardo Oliva presso la Biblioteca delle Oblate.

Considerato il fatto che, dopo la chiacchierata con l’autore (che prometto ritmata, leggera e frizzantina) il Caffè della Biblioteca prospetta un ricco aperitivo affiancato da un concerto jazz live, direi di trovarci tutti lì.
Ore 19.

Lo so, fa freddo: copritevi.

A me gli occhi

8 febbraio 2012

“Profe, come mai in questi giorni i suoi occhi lacrimano?”
“E’ questo freddo eccessivo, Marta. Del resto, noi che abbiamo questi bellissimi occhi chiari sappiamo bene quanto essi siano delicati. Cosa che invece ignora del tutto chi per sua sfortuna possiede un paio di occhi scuri.”
“Eheheh! Ha ragione profe, noi con gli occhi chiari…”
“A ME NO PIACE OCCHI CHIALI! IO PLEFELISCO OCCHI SCULI!”
“Chi ha parlato?!”
“IO!”

Lui (il più simpatico tra tutti i cinesi che conosco) preferirà anche gli occhi scuri, ma intanto è dal 15 settembre scorso che non riesce a staccare i suoi da quelli (azzurrissimi, marini, incantevoli) di suddetta Marta.

“Profe! Sa quella gattina confinata dai padroni a vivere all’addiaccio sul terrazzo dell’appartamento nuovissimo e borghese in cui si sono da poco trasferiti, di cui ha scritto nel blog?”
“Sì, dimmi caro.”
“Ho deciso: l’adotto io!!!”

Lui sarebbe quello che, tra il giardino e la casa, convive con diciotto (18) pitbull di cinquanta (50) chilogrammi cadauno.

“Profe! Profe! Venga qua, devo dirle una cosa!”
“Dimmi cara, accidenti che verve, non mi dai neanche il tempo di entrare in aula: che succede?”
“Profe! Sto leggendo un libro FANTASTICO!”
“Davvero?!”
“Profe, le dico, è BELLISSIMO!”
“Ma che mi dici?! Mi sbalordisci!”
“Profe, glielo giuro: è MERAVIGLIOSO, mi travolge, m’incolla alla pagina, non riesco a smettere di leggerlo, lo amo!!!”

Il libro in questione è Jane Eyre di Charlotte Bronte.
Lo so, sembra la scena cinematografica di un regista visionario affetto da patologia allucinatoria.
Invece è tutto vero. La ragazza ha diciassette anni e fa il Professionale.
Eppure legge Charlotte Bronte di sua spontanea volontà e le piace da morire.
Ma non è ancora nulla: adesso che le ho rivelato l’esistenza di tale Emily Bronte, sorella della suddetta nonché autrice delle indimenticabili Cime tempestose, la sua adolescenza ne uscirà ulteriormente segnata e definitivamente compromessa.

Donne e poeti

6 febbraio 2012

“Ma insomma professoressa, prima Dante c’ha fatto una testa così con quella Beatrice, ora Petrarca ci fa un capo così con questa Laura: ma i poeti, in tutta la vita, s’innamorano d’una donna sola?!”

Bisogna in tutti i modi accelerare i tempi e arrivare a D’Annunzio.
Passando naturalmente per Foscolo.
E puntando dritti a Montale.