Dies irae dies illa

30 marzo 2012

“CONFUTATIS!”
“MALEDICTIS!”
“FLAMMIS ACRIBUS ADDICTIS!”

Già da qualche giorno accogliamo in questo modo l’ingresso in sala professori del nostro collega che la mattina insegna Economia Aziendale e la sera va alle prove del coro della Schola Cantorum “F. Landini” diretto da Nicola Paszkowski.
Vogliamo in questo modo ricordargli che stasera alle 21 saremo tutti ad applaudirlo nella basilica di Santa Trinita di Firenze per il Concerto di Pasqua che unisce la Schola Cantorum all’orchestra Galilei della Scuola di Musica di Fiesole e che in questa occasione mette in scena il Requiem di Mozart.

Un collega stimatissimo e il mio compositore preferito, insieme, in una botta sola: neanche volendo potrei mancare.

Inviti a cena

29 marzo 2012

Lui è invitato dal Pìgola per l’infernale combinazione cena+partita.
Io ne approfitto subito per convocare alla mia mensa l’amica del cuore.
“Bambini, questa sera non ci sono -annuncia lei ai suoi figli di sei e nove anni- vado a cena dall’Anto. Saremo zingarissime!!!”
Loro esclamano un accorato “NON E’ GIUSTO!!!” ma comprendono, accettano, tacciono e la lasciano andare.
Per lei indosso il grembiule riservato solo alle Grandi Occasioni e preparo il cavallo di battaglia del momento: gnocchi di patate fatti in casa al pomodoro piccante. Sul carrello portavivande che ci seguirà fin sul terrazzo metto tutto quello che ci serve per fare le amiche a cui non manca nulla per sentirsi le donne più fortunate del mondo: stuzzichini iniziali, vino bianco fresco, formaggio, verdura e il gatto (innamorato dell’oggetto in quanto semovente). Accendo candele come se attendessi un fidanzato. Metto il jazz più caldo che ho. Abbasso le luci. Per celare la polvere.
All’arrivo, lei porta in dono tanta voglia di chiacchierare e una vaschetta di gelato allo jogurt con quattro barattolini di balocchi da aggiungerci dentro: fragoline in brodetto, trito di noccioline, cioccolato e gianduia liquidi.
Il gatto s’intrufola muto tra i nostri discorsi, che vanno da quant’è difficile andare d’accordo con le mamme a quant’è bello essere grandi consapevoli e contente.
La notte ci sorprende così, stanchissime ma felici di esserci scelte fra tanti, tanto tempo fa.

Letture

27 marzo 2012

“Profe, devo dirle una cosa a nome di tutta la classe.”
“Prego, cara, dimmi pure.”
“Ecco: basta con questi libri sugli adolescenti! Ci dia un libro che parla di droga.”
“Di droga?!”
“O di sesso, se preferisce.”

Misure

27 marzo 2012

“Profe, questo tema mi sta venendo lunghissimo: non ne esco!”
“Stai tranquillo: meglio lungo che corto.”

Ma il dramma è che mi sgorgano spontanee.

Scrivi, che ti passa

27 marzo 2012

“Professoressa, io non avevo mai scritto tanto in vita mia come da quando sono finita in questa classe.”

Davanti a frasi come questa, io non so se sentirmi ganza o (viste le correzioni in cui m’intorto) fessa.

Stamani alle dieci avevo appuntamento con un giornalista. L’ho fatto venire a scuola perché lì ero e lì dovevo restare. Così gli ho dato l’indirizzo e all’ora convenuta gli sono andata incontro al cancello. Lui è arrivato, ci siamo salutati, ha messo piede dentro il cortile e nel suo accento romano ha esclamato: “‘Mmazza che angoscia me prende a entra’ nelle scuole… Me paiono tutte così vecchie, così fatiscenti…”.

Sì, anche quella dove insegno io è vecchia, fatiscente e pure bruttina.
Eppure a me, ogni volta che ci entro, mi monta addosso un’inspiegabile allegria.

Tabucchi chi?

26 marzo 2012

Quell’anno insegnavo in un Istituto Tecnico di Bergamo. Avevo (tra le altre) una classe quinta, a cui feci leggere diversi romanzi. A un certo punto del secondo quadrimestre proposi loro Sostiene Pereira e glielo introdussi, presentando prima di tutto chi lo aveva scritto.
“Antonio Tabucchi, nato a Pisa nel 1943, è uno dei nostri più alti autori. E’ legato da un amore viscerale al Portogallo ed è il maggiore studioso di Fernando Pessoa. Ha fatto dell’impegno politico la propria letteratura. I suoi libri e saggi sono stati tradotti in 18 paesi, compreso il Giappone. Per Sostiene Pereira ha ottenuto il Premio Campiello.”
“Pota profe -disse uno seduto al primo banco- l’è mìa tàc famùs chél Tabucchi lì: io non l’ho mai sentito nominare.”

Ieri Antonio Tabucchi ha lasciato per sempre questa vita.
Non lascerà mai la nostra memoria.
Forse neanche quella del mio alunno bergamasco ignorante e ciuco.

Bòn capodanno!

25 marzo 2012

Firenze è signora. E come tutte le signore, primeggia per bellezza, eleganza e originalità. Da noi il primo giorno dell’anno è (anche) oggi. Almeno, lo è stato fino al 1750.
Tutto il resto del mondo cattolico si era adeguato al calendario gregoriano entrato in vigore nel 1582, che fissava al 1° gennaio l’inizio dell’anno civile. Ma i fiorentini se n’erano strafregati e, caparbi e superbi come loro solito, avevan replicato: “Sai a noi icché ce ne frega. Noi si vòle bene alla Madonnina e la ‘un s’abbandona. Chill’è questo Gregorio?! Noi ‘un si ‘onosce, a noi ‘un ci deve ‘omandare nulla. Noi si fa come ci pare e piace. Noi siamo di Firenze, c’importa una sega di quell’attri”. Proprio a questo modo, dissero.
Restando fedeli al 25 marzo come festa di Capodanno, intendevano riconoscere la ricorrenza dell’Annunciazione, collocata dalla chiesa cattolica proprio in questo giorno. Firenze è così: una tra le città più blasfeme d’Italia, ma ostinatamente devota alla gravidanza di Maria.
Poi però, nel 1749, arrivò il Granduca Francesco III di Lorena a emettere un decreto che fissava anche per Firenze il 1º gennaio come data iniziale dell’anno civile.
“L’è la solita lorenata -dissero i predecessori di quelli che oggi gridano ogni due minuti alla renzata- cazzo vòle ora, i’ Grandu’a?! O perché, anziché a cambiare la data delle feste, ‘un pensa a rifare l’asfalto delle strade?”
Ma Francesco III (proprio come Renzi) fece come gli parve. “Sono o non sono il Granduca?” disse a propria difesa. “Porcamado’!” replicarono i fiorentini, in un’unisona dichiarazione di devozione alla Madonna.

E così Firenze, che come tutte le signore abbonda in fatto di possessi, ha due capodanni anziché uno solo.
A noi non resta che sortire e abbandonarsi ai gloriosi e sempiterni festeggiamenti cittadini.

Quant’è che non fate un giro in libreria?

“Il custodi della pergamena proibita”.
“Il linguaggio segreto dei fiori”.
“Il mercante di libri maledetti”.
“Il profumo delle foglie di limone”.
“La quinta costellazione del cuore.”
“Il sentiero nascosto delle arance”.
“Il cortile dei girasoli parlanti”.
“Il Dio degli aromi impossibili”.
“L’estate dei giochi spezzati”.
“La bottega dei libri proibiti”.

Propongo “La fantasia perduta degli editori” come titolo del mio prossimo libro.

Ansia da prestazione

24 marzo 2012

A scuola ho il collega maschio che tutte le professoresse femmine vorrebbero avere.
Insegna Matematica, è alto grande e grosso come una montagna, ha lo sguardo buono, la sensibilità professionale, la simpatia partenopea, la disponibilità congenita. E soprattutto ha un’incontenibile passione per i prodotti culinari di tutto lo Stivale.
Si dice che sua madre, ora che ci stiamo avvicinando alla Pasqua, stia già sul piede di guerra per lanciarsi nella preparazione di una trentina di pastiere.
“Trenta pastiere?! Ma chi diavolo le mangia?”
“Le regaliamo.”
“A chi?!”
“A chi passa a trovarci per farci dono della propria.”
Pare che a Napoli in occasione delle feste imperversi il gemellaggio dolciario. Così, per quella seppur minima ma comunque vivida componente genetica napoletana che mi tipizza, mi scatta dentro la competizione e gli domando quale sia il suo dolce preferito.
“La torta di mele nella maniera più assoluta” risponde lui.
Essendo la torta di mele il mio cavallo di battaglia da decenni, formalizzo la promessa in un annuncio ufficiale e pubblico, compiuto al cospetto di tutta la sala professori al gran completo.
“Domattina ti porto una torta di mele fatta da me tutta per te!”
Lui si guarda intorno con l’espressione di chi pensa simpatica però ‘sta guaglionciella, tiene sempre voglia di scherzare. Io però non scherzo affatto e, uscita da scuola, faccio sosta dal mio alimentari di fiducia per tre mele golden, burro, farina, zucchero, lievito, limone e uova. Lo yogurt ce l’ho in produzione personale dentro il frigo di casa, grazie ai ragazzi (i fermenti lattici vivi adottati nel giugno scorso, n.d.r.) che lavorano indefessamente notte e giorno.
Con tutto l’affetto empatico che mi lega al collega, indosso il grembiule e mi metto all’opera.
Faccio tutto come lo faccio sempre.
Seguo la cottura da vicino per evitare il rischio -mai gradito- dell’arrostita.
Quando è l’ora, estraggo il prodotto finale.
Unammerda colossale.
Come ogni volta che mi devo esibire e che l’ansia da prestazione ha la meglio su di me.