Perché non scrivi più?

30 maggio 2012

Perché corro contro il tempo, perché la giornata è troppo corta, perché le scadenze sono tante, troppe e troppo concentrate. Perché mi sveglio la notte con le budella attorcigliate dal pensiero di quello che non ho ancora fatto e che avrei dovuto fare. Perché mi alzo dal letto la mattina all’alba e già a mezzogiorno crollo per il sonno ma non posso dormire perché ci sono le riunioni, ci sono i consigli di classe, c’è il collegio dei docenti, c’è lo scrutinio delle classi terze che hanno l’esame. Non scrivo perché sono triste, perché sono distratta, perché sono affaticata, perché sono pensierosa, dubbiosa, sospettosa, permalosa. Perché ho sonno, ho sonno, ho sonno, ho un maledetto sonno che mi salta addosso basta che m’appoggi su uno spigolo a caso, un tavolo, un cuscino, non fatemi vedere un letto poi perché davanti a un letto soccombo e non mi rialzo più. Non scrivo perché devo rispondere alle mail, perché devo redigere verbali, devo stendere programmi. Perché devo chiarirmi con qualcuno, devo rivedere qualcun altro, devo prendere una decisione, devo staccarmi, devo abbandonarmi, devo fidarmi. Perché ho un gatto a cui pensare, mille studenti da valutare, un uomo a cui preparare la cena e per cui accendere candele. Perché ho amiche che non vedo da settimane, un fratello che non riesco a riabbracciare, due genitori che sento solo per telefono e un nipote che mi cresce lontano e che in fotografia riconosco sempre meno. Non scrivo perché ho bisogno di staccare, di mangiare, di dormire, di sognare una vita lunga due, tre, quattro vite, una vita senza fine in cui trovare il tempo per fare tutto senza sentirmi strozzata dall’ovo sodo alla base della gola.

Domani però scrivo, lo giuro.

Dopo Brindisi

25 maggio 2012

Dopo Brindisi la scuola mi sta ancora più a cuore perché mi sembra ancora più indifesa. Prima la pensavo attaccata solo dal forbicione dei ministri che ne tagliano da anni le finanze castrandone la potenza. La vedevo sminuita da chi la critica senza più ricordarsi neanche vagamente l’odore speciale che ci si sente entrandoci dentro, quell’inconfondibile puzzino che c’è soltanto lì e che è il prodotto finale del mescolarsi armonico di gessi e ardesia, carta e cancelleria, zaini e scarpe da ginnastica, pelle e sudorina. La difendevo a suon di rispostacce secche e passionali da chi (e sono tanti) osa permettersi di sputare sentenze senza conoscerne i meccanismi (tutti trasformati), le dinamiche (tutte stravolte), i contenuti (tutti rivisti e corretti). Ma che parlate a fare –m’imbestialivo- zitti voi, che non avete la fortuna di guardare il viso adolescente dei nostri ragazzi mentre ci guardano fare lezione e riempire di schemi, date, nomi e regole le lavagne. Zitti voi, che non conoscete il privilegio di entrare ogni mattina in un ambiente protetto, off-limits, ermetico e sicuro. Ma dopo Brindisi la scuola mi sembra nuda ed esposta, e la guardo con occhi preoccupati ma ancora più incantati. In questa settimana che ormai volge alla fine, per due volte sono andata a teatro a vedere gli spettacoli messi in scena dagli studenti dell’Istituto dove insegno. Martedì scorso al Teatro dell’Affratellamento, ieri sera al Cantiere Florida. E sarà perché questi ultimi sono stati giorni di tensione e di paura, di pensieri cupi e di terrore, ma insomma io a vedere quei ragazzi sopra il palco a dare voce al Piccolo Principe nello spettacolo “Il mantello stellato” o a denunciare in “Questa sporca guerra sporca” le sevizie e le violenze perpetrate dai regimi sudamericani, mi sentivo strizzare lo stomaco come si fa con un cencio fradicio, mi sentivo chiudere la gola come alla vigilia di un pianto sofferente e trattenuto. E mi dico che si deve fare di tutto perché la scuola resti quello che è sempre stata, quel paradiso terrestre che gli studenti maledicono per una questione di luogo comune, perché a quell’età lo fanno tutti, perché bisogna quasi farlo per forza per sentirsi normali. La scuola deve rimanere quel posto di lavoro che è diverso da tutti gli altri  e a cui nessun altro è neanche lontanamente paragonabile. Dopo Brindisi, nella mia scuola non è che si siano fatte azioni eccezionali: un minuto di silenzio, e poi la lezione di ogni giorno, accompagnata dai giornali con le notizie aggiornate su quell’uomo fermato, interrogato e presto rilasciato, sulle ipotesi ancora tutte da convalidare, sulle supposizioni, i tentativi e i sentieri ancora da battere alla ricerca della verità. Le riflessioni dei ragazzi, i loro commenti disarmanti. Le considerazioni che si fanno quando la realtà è più agghiacciante di qualsiasi storia di paura letta dentro un libro. Questo deve essere la scuola: un posto incantato dove imparare a convivere con il disincanto, l’ambiente in cui gli adulti fanno tutto quanto è in loro potere per proteggere i ragazzi che ci vanno. L’edificio più importante tra tutti gli edifici costruiti in una città.

Quando Melissa moriva davanti al cancello della propria scuola, io mi trovavo in Irpinia, ad Avellino.
Ero lì per ritirare un premio assegnato all’Istituto dove insegno, per il Miglior Giornalino Scolastico d’Italia. Ero lì per un motivo lieto, dunque. E infatti ero contenta, in compagnia della collega che mi sono scelta affinché il momento fosse ancora più speciale: due donne accomunate da una profonda passione per la professione che svolgono, l’insegnamento, e animate da una fede ai limiti del religioso per ciò che questa professione è in grado di produrre. La scuola è il nostro microcosmo, il nostro universo, il nostro regno, dove torniamo ogni mattina per trasmettere i contenuti delle nostre materie e, insieme, mescolarci le più belle parole coniate dall’umanità: integrazione, accoglienza, tolleranza, consapevolezza, cultura. Legalità.
Alla cerimonia di premiazione erano presenti insegnanti e studenti di tutta Italia; sul palco si esibivano le classi che avevano una canzone da cantare, una poesia da recitare, un pensiero da condividere. All’improvviso la preside della scuola che ci ospitava ha interrotto i lavori e ha annunciato, sconvolta, quanto era appena accaduto a Brindisi e che nessuno di noi poteva sapere. Tutti galleggiavamo ignari nella bolla di gioia che le soddisfazioni scolastiche sanno procurare. Il minuto di silenzio che abbiamo osservato mi ha dato modo di capacitarmi che quello che non era mai accaduto prima stava accadendo, era appena accaduto: il mostro del terrorismo aveva violato la zona protetta delle aule, dei banchi, delle cattedre, dei ragazzi. Lo aveva fatto nell’ora più placida (qualche minuto prima dell’apertura dei cancelli e dell’inizio delle lezioni) e nella modalità più turpe (la quiete ovattata di una mattina del Sud).
Da quel momento la coppa e l’attestato che tenevo in mano non li ho quasi visti più.
Continuo invece a vedere il cancello della scuola dove insegno, quando la mattina è ancora chiuso ma davanti ci sostano già i primi studenti che vengono da fuori e che arrivano in anticipo. Ci si appoggiano, ci si aggrappano, ci guardano attraverso, nella speranza di incrociare lo sguardo delle custodi e convincerle a farsi aprire prima perché, a seconda delle stagioni, muoiono di freddo o muoiono di caldo.
Melissa è morta di schegge e di stupore. Di colpo. Un attimo prima respirava, parlava, viveva, e un attimo dopo, di lei, non rimanevano che amabili resti.
Mentre Melissa moriva, la sua compagna Veronica e altri sette adolescenti come lei venivano trasportati in ospedale, massacrati. Nel frattempo, la Carovana antimafia arrivava a Brindisi. Un caso? Un calcolo preciso? Una regia mortale?
Il Papa ha definito “orribile e vile” quanto è accaduto, il Ministro dell’Interno ha parlato di “crudeltà senza precedenti”, Roberto Saviano su Twitter ha scritto “ciò che mi distrugge è che l’obiettivo fosse proprio la scuola”.
La mia collega mi guarda e mi chiede se ci sia una parola più spregevole di “vigliacco”.
Le rispondo che per certi gesti che l’uomo compie a volte le parole giuste non esistono nemmeno.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Io, lei e Italo

17 maggio 2012

Domattina io e una delle mie colleghe preferite partiamo per la gloriosa trasferta volta al ritiro del premio messo in palio dal Concorso Nazionale bandito dal Ministero dell’Istruzione e patrocinato dalla Presidenza della Repubblica per il Miglior Giornalino Scolastico d’Italia.

Abbastanza turbate dalle dimensioni dell’evento e del viaggio, stiamo tentando di trasformare l’impegnativo spostamento geografico in una gita goliardica e ridanciana a tutti gli effetti. Come due perfette adolescenti imbecilli, ci siamo fatte i capelli di un colore simile e a momenti c’incontreremo per scegliere dall’armadio dei capi d’abbigliamento che s’intonino per stile, gusto e cromatismo. Ad attenderci a destinazione ci saranno due camere singole in un hotel a quattro stelle e una cena in un ristorante sopraffino. Tutto fa pensare a due giorni di divertimento assicurato.

L’unico che potrebbe compromettere l’idilliaco quadretto è quel bischero di Italo, il treno elegante e rapido inaugurato di recente, che a poche ore dalla partenza non fa che mandarci mail del cazzo con cui ci sposta di posto in continuazione contribuendo a instillare in noi una più che comprensibile incertezza, accident’a lui.

Questo, codesto e quello

14 maggio 2012

Nemmeno gli italofoni padroneggiano i tre aggettivi dimostrativi (tutti bravoni con questo e quello, ma codesto raramente se lo caga qualcuno), figuriamoci gli stranieri. Ecco infatti questa mattina l’albanese biondo del primo banco -aria da studente impegnato, sopracciglio cinconflesso e ruga del pensatore sulla fronte- che di punto in bianco fa.
“Profe, scusi.”
“Sì? Dimmi.”
“Me lo rispiega quando si usa codesto ?”
“Certo caro: codesto si usa quando l’oggetto indicato è lontano da chi parla e vicino a chi ascolta.”
“?!”
“Per esempio, se volessi indicare lui (il suo compagno di banco, albanese pure lui, n.d.r.), dovrei dire codesto bischero che tu c’hai vicino .”
“Ah, ecco, ora ho capito. Grazie profe.”
“Di nulla, caro.”

L’altro giorno Tiziano Scarpa -scrittore acuto e originale, vincitore del Premio Strega nel 2009 con “Stabat mater”- mi ha mandato un sms. Mi invitava a un appuntamento che mi ha spinta a infilarmi le scarpe e, dopo che ero stata fuori dalle sette del mattino alle sette della sera, a uscire di nuovo. A parte il grande piacere di conoscere lui di persona dopo che per un paio di anni ci eravamo solo scritti e-mail, m’incuriosiva l’iniziativa di cui egli era il protagonista assoluto. Si trattava di “Maggio di libri”, la ricca rassegna di letture, conferenze, spettacoli, incontri e laboratori che ogni anno si tiene a Sesto Fiorentino e che di quel Comune coinvolge le tre scuole superiori: il Tecnico “Calamandrei”, il Liceo “Agnoletti” e il Liceo Artistico. L’appuntamento era al Multisala “Grotta” per una sfida stuzzicante, interamente imbastita proprio intorno al romanzo dell’autore veneziano. Sono arrivata con qualche minuto di ritardo, quando le luci erano già state spente, il pubblico già sistemato nella grande platea, le tre squadre rappresentanti delle tre scuole posizionate sul palco davanti ad altrettanti megaschermi da cui seguire e gestire il gioco, e la giuria schierata frontalmente. L’atmosfera era vivacissima, il pubblico attento ma allo stesso tempo scatenato, il livello di competizione elevato ma molto corretto. A parte scoprire che Tiziano Scarpa coi ragazzi ci sa davvero fare, e sta al gioco, e dice loro le frasi giuste al momento giusto, e aggiusta la voce a quello che vuol dire, e cattura l’attenzione come un attore di teatro (lui che di teatro s’intende tanto che la sua ultima fatica è una commedia in due atti nella quale Giacomo Leopardi si concretizza davanti a un maturando nella notte prima degli esami di maturità). Ma la rivelazione (che in realtà per me non è altro che l’ennesima conferma) sono stati gli studenti: buffissimi, coraggiosi, sfacciati e commoventi come solo loro sanno essere. Al gioco a premi (dove i premi grazie a Dio non erano altro che quintali di libri) si aggiungevano video e testimonianze raccolte nei lunghi mesi in cui il progetto “Cacciatori di testi. Bibliosfide d’autore” ha trovato realizzazione nei locali delle tre scuole coinvolte: i ragazzi, piazzati davanti a un video senza null’altro intorno se non il loro mondo di emozioni, sono capaci di buttare fuori tutto il buttabile. Si mettono in gioco e in discussione. Si analizzano e si prendono in giro. Si raccontano e si criticano. Si galvanizzano per una frase che li rappresenta. Si riconoscono nelle parole scritte da qualcun altro che non hanno mai incontrato di persona ma che li sa capire come se fosse il loro babbo grazie al potere magico della scrittura. E quando quel qualcuno scende da Venezia per venirli a incontrare, con la naturalezza che si ha solo nell’adolescenza gli si pongono davanti e gli dicono mi piaci o non mi piaci. Poi, a giochi finiti, si mettono in fila per un saluto personale, una stretta di mano, un autografo sul libro. E mostrano agli adulti che una serata come quella regala molto di più di un dibattito (sgraziato), un programma (idiota) o un film (quasi sempre dozzinale) alla televisione.

(oggi sull’inserto fiorentino del Corriere della Sera)





Mi faccio un tatuaggio

10 maggio 2012

Ultima lezione su Dante Alighieri e la sua Commedia. Ispirata e commossa, recito le terzine finali e tento d’incatenarci l’uditorio adolescente.

“Profe profe profe!”
“Sì? Chi mi chiama?”
“Io profe! C’ho da dirle una cosa urgente! Urgentissima!”
“Spero che questa cosa urgente urgentissima abbia una qualche correlazione con l’argomento in corso.”
“Veramente no.”
“Allora me la dici dopo, va bene?”
“No profe, la prego! E’ importante glielo giuro! Riguarda Vasco! Il nostro Vasco! Vasco Rossi!”
“Dimmi pure, cara.”
“Ho deciso che mi faccio un tatuaggio!”
“E Vasco in tutto questo cosa c’entra?”
“C’entra profe: mi faccio tatuare una frase tratta da una sua canzone!”
“Davvero?! E quale?”
La vita…
La vita è tutta un equilibrio sopra la follia ! Sally ! Meravigliosa! Come sai sono contraria ai tatuaggi, ma questa frase è splendida, fai benissimo!”
“No, profe, veramente non è quella…”
“E qual è?”
La vita non è facile/ ma a volte basta un complice...”
“… e tutto è già più semplice. Brava Giulia.”
“Sì, è tratta da Brava Giulia.”
“Mmmh…”
“Che c’è profe?”
“Non mi convince.”
“Ma come profe! E’ bellissima! E pensi: io e la mia amica del cuore ci facciamo tatuare la stessa frase in segno di amicizia eterna.”
“Mi convince ancora meno.”
“Perché?!”
“Perché l’amicizia eterna raramente esiste e a te rimarrà appiccicata sulla pelle una frase in cui stenterai a riconoscerti. Invece quella che ti dico io, tratta da Sally, è la frase simbolo di Vasco. Quella frase è Vasco. Pensaci, prima di fare un gesto avventato.”

Ha detto che non ci pensa proprio.
Ma io sono sicura che invece lo farà.

E anche il programma d’Italiano s’è finito. Si doveva arrivare a Boccaccio e a Boccaccio siamo arrivati.

“Sì, però unn’è miha giusto!”
“A cosa ti stai riferendo, mia cara?”
“La c’ave’a promesso che la c’avrebbe letto la novella di Haterina e l’usignolo e invece la c’ha rifila’o i’ solito uggioso di Federigo degli Alberighi, i’ solito bischero di Chichibìo e la solita piagnona di Lisabetta da Messina: roba spinta, nulla!”
“Ma come! Veramente abbiamo studiato anche La badessa e le brache !”
“Sì, capirai che scandalo: una monaha beccata a letto co’ l’amante e la badessa che la doveva punire beccata a letto co’ un prete…”
“Sì, ma beccata anche con le mutande del prete in capo al posto della cuffietta, se vogliamo dirla tutta.”
“Capirai che roba…”
“Ma insomma, cosa vuoi?”
“Gliel’ho detto: voglio l’usignolo!”
“Ma non è antologizzata e comunque, dai, falla poco bozzolosa: te l’ho bell’e raccontata io a parole mie!”
“Lei non capisce: io voglio il testo originale!”

A una ragazza così sensibile all’aspetto lessicale, linguistico, sintattico e filologico delle novelle di Boccaccio non si può dire di no.
Domani, usignolo libero.

La prova della prova

3 maggio 2012

Le classi terze della scuola dove insegno, alla fine dell’anno, devono sostenere l’esame di qualifica. Esso consiste in una serie di prove strutturate che coinvolgono tutte le materie, e in due prove relazionali finali ancora più ampie e articolate.
Gli scervellati dei miei studenti, che fino a ieri gozzovigliavano bellamente atteggiandosi a tranquilloni, presa coscienza del pericolo imminente, oggi tremano.
Al fine di tranquillizzarli, prepararli a modo, e far toccare con mano la tipologia delle prove che saranno di qui a poco chiamati a fare, pianifico “la prova della prova”, cioè la simulazione del test scritto delle mie due materie, italiano e storia.
Questa mattina toccava alla storia.

Uno ha passato tutta l’ora a oscillare avanti e indietro la mano a dita raccolte sulla cima, gestualità che potremmo tradurre con le espressioni “ma che roba è?!”, “ma chi lo sa?!”, “ma che ne so?!”.
Uno ha scavato un solco in terra a furia di andare dal banco alla cattedra, dalla cattedra al banco, alla ricerca di chiarimenti, delucidazioni, illuminazioni, o più semplicemente di risposte captate strada facendo.
Una frugava tra la mente.
Un’altra frugava tra i foglietti nascosti nell’astuccio.
Uno tentava invano di concentrarsi.
Uno tentava con successo di distrarre tutti per trasformare il panico in momento di allegria condivisa.
Una, dal fondo, faceva gli occhi dolci alla sua professoressa per avere un gesto di conferma all’ipotesi della risposta che intendeva rilasciare.
Un’altra dichiarava che sono una sadica bella e buona.
Un’altra ancora si chiedeva a voce alta perché io non trovi mai nulla di meglio da fare che preparare verifiche stronze come quella.
Uno rideva di fronte alle alternative proposte nell’esercizio a risposta multipla.
Uno toppava clamorosamente anche le domande più ridicole.
Uno tirava a caso e (maledetto lui) ci azzeccava.
Uno si metteva di sbieco e lasciava ciondolare il foglio affinché il compagno dietro leggesse agevolmente la risposta che gli comodava.
Uno mi chiedeva un suggerimento e, constatato il mio ostinato silenzio, domandava il permesso di poterlo chiedere all’amico di lato.

Io, appollaiata sulla cattedra, mi godevo dall’alto l’irripetibile spettacolo.

Pronto, Firenze?

2 maggio 2012

“Professoressa scusi, la vogliono al telefono. Con una certa urgenza.”
“Veramente sto interrogando…”
“Ma è dalla sede del Premio per il Miglior Giornalino Scolastico d’Italia!”

“Pronto?”
“Buongiorno, sì, chiamo dalla sede del Concorso Nazionale, vorrei chiederle alcune informazioni in merito alla giornata di premiazione… Pensate di venire? E in quanti? A che ora arrivate? E avete già prenotato l’albergo? E sapete che siamo convenzionati con alcuni hotel a 4 stelle per l’accoglienza degli ospiti?”
“Salve! Certo che si viene! Il nostro Preside ha desciso di mandare due insegnanti, io e la mia hollega di Scienze, si parte il 18 maggio, s’arriva in seratha, ancora la camera non s’è prenothatha, ci pensate voi o ci si deve pensare noi? Comunque sabatho mattina alle 9 prescise noi ci si presenterà alla sede del concorso: grazie di averci inseritho tra i vincithori, siamo parecchio hontenti, i ragazzi poi, sono galvanizzati da morire!”
“Ehm, dunque, voi siete la scuola di Firenze, vero? Sì, certo, in effetti si sente…”

Il corpo insegnante trasecola.
I ragazzi fremono.
Le custodi non vedono l’ora di esporre il premio nella bacheca dell’atrio centrale.
La collega di Scienze che mi accompagnerà alla cerimonia di premiazione ha già fissato la parrucchiera per farsi la tinta.
Io ho ancora qualche difficoltà a crederci.