A un albero del giardino

17 luglio 2012

Lo descrivono tutti come un ragazzo bellissimo, socievole e sereno.
A soli trentacinque anni era il principale responsabile di una delle maggiori case di moda italiane. Quel posto se lo era guadagnato partendo dal basso, facendo il commesso nei fine settimana presso l’outlet della ditta per pagarsi gli studi di Ingegneria.
A laurea conseguita, il capo generale (un uomo universalmente noto come il terrore dei propri dipendenti) gli aveva offerto il posto più in alto, ricco di denaro e gratificazione.
E la sua carriera veleggiava alla grande, tra Milano e il Valdarno, dove lo attendevano un padre, una madre, una fidanzata con cui stava da un decennio e per la quale aveva di recente comprato una casa.
Nutriva una passione incontenibile per le motociclette: alcuni miei amici hanno fatto lunghi viaggi insieme a lui, che pare non avesse mai l’umore storto, che sembra non avesse bisogno d’altro per essere la persona più felice del mondo.

Qualche mattina fa, dopo aver trascorso la notte insieme alla fidanzata, l’ha salutata per andare al lavoro. Lungo la strada ha chiamato i genitori per informarsi se fossero a casa.
E, poiché non c’erano, ha raggiunto quella casa, ha preso una corda e si è impiccato a un albero del giardino.

Non ha lasciato una parola per nessuno.
Se n’è andato così, con la sua bellezza immensa, con la sua solarità contagiosa, con la sua vita invidiabile e perfetta.

A posteriori

11 luglio 2012

(pezzo scritto dieci giorni fa ma mai pubblicato per mancanza di connessione)

A me gli orali della maturità iniziano precisamente oggi. Finora sono state solo prove scritte e correzioni, a sgocciolare sudore su fogli protocollo e a incassare torcicolli per colpa di due, tre, quattro ventilatori puntati addosso a mattinate intere che nel frattempo però mi salvano dall’asfissia. Lo sapevate che al Liceo Artistico la seconda prova dura tre giorni? Io no, non lo sapevo. E non sapevo neanche che suddetta prova consistesse nel ritratto dal vero di una modella integralmente nuda. E’ tutta una scoperta, questa maturità che ho scelto di fare fuori sede, nella scuola di un’altra provincia. La mia giornata di lavoro inizia alle cinque e mezzo, quando gli uccellini della campagna maremmana anticipano (ma di poco) il suono becero e metallico della sveglia. Mi alzo, mi doccio, mi vesto, mi colaziono e mi metto in viaggio. Quaranta chilometri di curve e giungo a destinazione: scuola a mattoncini rossi, colleghi abbioccati e sudaticci come me, alunni coi capelli rasta in capo, con le ciabatte da mare ai piedi, con la tensione emozionata addosso. Tracce elettroniche da scaricare e da stampare, da fotocopiare e da distribuire. E poi la sorveglianza. Ore interminabili di sorveglianza avanti e indietro lungo il corridoio a budello che separa la prima dalla seconda fila. Uno alza la mano per un chiarimento, una smarrisce lo sguardo nel vuoto, un altro ancora va nel panico e spreca un’ora a convincere l’ansia a smammare. Alla commissione di cui faccio parte alla fine ho dovuto confessare l’ignominioso segreto: se a metà mattinata non affondo il dente su un paio di tasselli di farinaceo condito a modo, entro in crisi, calo di pressione, cedimento di energia, buio pesto e dalla fame non ci vedo veramente più. Così ora dilaga l’usanza della pausa condivisa, quasi competitiva, in cui ogni giorno scatta la tacita gara a chi porta e offre di più. E l’amicizia cresce. E’ fondamentale lavorare in un clima sereno, meglio ancora se gaudioso. Specialmente se il lavoro prevede di correggere e valutare i prodotti scritti di ragazzi che su questo esame hanno puntato tutto e che dagli esaminatori si aspettano accoglienza empatica, desiderio reale di capire. Il primo che consegna apre la strada agli altri, che afferrano il coraggio tra le mani e sebbene ancora titubanti vanno a imitarlo. A noi docenti restano sul tavolo pile di fogli scritti e un pomeriggio di fuoco da spenderci sopra. Vi si legge di tutto: da svarioni ortografico-formali a genialità contenutistiche. Si fatica un po’ ad abbinare i nomi ai volti di questi ragazzi, che non conosciamo, che frequentiamo solo da una manciata di giorni, ma che già ci stanno inspiegabilmente a cuore. Prima di scrivere quel “nove”, quel “tredici”, o quel “quindici”, ci domandiamo quale sia stata la strada che ha condotto quell’alunno fino a lì, quali i suoi progressi, quale la sua storia. Da stamani il quadro si farà più completo: se sulla carta si può mentire, lo sguardo e la parola orale non ingannano mai. A domanda risponderanno. E finalmente loro scaricheranno il fardello emozionale che li rallenta. Mentre a noi sarà possibile esprimere una valutazione che sia insieme auspicabilmente oggettiva e preferibilmente umana. La giornata è finita, via in macchina, a casa, a letto. Fino all’alba di domani.