A Istanbul

30 agosto 2012

Istanbul è la città che sogni da sempre ma che non t’aspettavi. E’ un viaggio deciso a caso, programmato di fretta, affrontato a cuor pe(n)sante e –anche ora che è finito- non del tutto metabolizzato. E’ una partenza che stenta a decollare, un vado-non-vado tirato fino all’ultimo istante, quello in cui l’aereo si chiude, romba, si alza: sei in aria. E quando rivedi la terra, quella terra in realtà sono due, spaccate nel mezzo da un serpente d’acqua che ne smembra quartieri, storia e identità. Improvvisamente capisci che, nella stessa giornata, puoi scegliere se trovarti in Occidente o in Oriente, se stare in Europa oppure in Asia. Perché Istanbul è entrambi quei mondi. Istanbul è tutto quello che vuoi che sia.

Chi c’è già stato per esempio ti ha detto che è una città puzzona e affollata di gente ambigua da cui guardarsi: appiccicosa, invadente, ruffiana e bugiarda. Chi ne ha scritto in siti propri o altrui lascia testimonianze che impensieriscono e un poco inquietano: anche i gatti di quella città pare siano da scansare, comunque da osservare ma senza toccare. Il consiglio diffuso è: sfiorare. I luoghi, i mercati, i quartieri. Coprirsi le spalle, sgranando bene gli occhi e tappandosi magari il naso.

Ma quando ci si arriva, Istanbul dimostra nel giro di poche ore quanto certa gente che viaggia sia inadatta a viaggiare, quanto l’ignoranza e i preconcetti inquinino i giudizi. Perché Istanbul è un’incantevole tavolozza di colori accesi di giorno che si fanno pastellati dal tramonto in poi. E’ un bagno di odori in cui distingui le spezie penetranti dei bazar, il retrogusto acidulo dello yogurt che disseta più di un bicchier d’acqua, il fresco insapore del cetriolo che ti mettono davanti fin dalla prima colazione. E’ un mare di turisti sani che si concedono una movida moderata e dignitosa e che creano onde calme sull’Istiklal Caddesi. E’ un popolo di gente che vive ancora come vivevamo noi negli anni Sessanta e sa accogliere senza invadere, sa offrire senza insistere, sa investire sull’oggi perché spera incredibilmente nel domani.

A Istanbul i vecchi giocano a backgammon seduti su seggioline basse per la strada e leggono il giornale all’aperto di cay bahcesi, passano giornate intere all’ombra a parlottare piano e a ridere di poco. I giovani indossano pantaloni, camicie e mocassini che da noi nessuno metterebbe, e stanno bene, e sono tutti molto belli. A Istanbul le donne escono con altre donne, escono da sole, escono nascoste dietro un velo nero, escono in shorts e minigonna; vivono in casa dedite solo alla famiglia, lavorano come maschi e fanno tardi la sera, si fanno mantenere e sfornano figlioli su figlioli, scelgono di restare single e di fare a meno della maternità.

A Istanbul c’è sempre qualcuno che suona uno strumento. Spunta da un angolo, si apposta sopra uno scalino, estrae un chitarrina, un tamburello, un piffero, anche niente, e suona. Una strada nel quartiere di Beyoglu è fatta esclusivamente di negozi a tema. Un sogno per gli estimatori della Fender. Il paradiso per chi simpatizza per la Gibson. Un ragazzo mi passa davanti orgoglioso e compiaciuto del suo recente acquisto: un non so che di enorme protetto in una custodia scura.

Ma a Istanbul chi comanda veramente sono i gatti. Gli abitanti della città sono 14 milioni? I gatti sono il doppio. Una strada che non accolga, nutra e custodisca almeno un gatto non è neanche contemplata. E un abitante che allunghi un pedatone o faccia un verso brutto a uno di questi animali è un’ipotesi scandalosa che non diventa mai realtà. Nessuno osa allontanare un felino malamente. Ogni esercizio pubblico ne ha almeno un paio in dotazione, in un affido a tempo indeterminato che solo il diretto interessato (il gatto stesso) può decidere se interrompere o (più spesso) trasformare in un’adozione a tutti gli effetti. Io ne ho conosciuti molti. Moltissimi. Erano tutti affabili e affamati di carezze e gerbi, accaldati eppure calorosi, disarmanti seppur disarmati.

A Istanbul il passato più che seguirti ti perseguita. Sei convinto di camminare nel presente a fianco di contemporanei: eppure Teodora e Giustiniano ti passeggiano vicini e tutto quello che per anni hai insegnato da una cattedra o, al massimo, da una carta geografica inchiodata sbieca alla parete, te lo ritrovi lì, sulla strada, in una piazza, sotto terra, in mezzo all’acqua, cosparso delle macerie di un terremoto o del tempo, sudicio di vita. Bisanzio, Costantinopoli e Istanbul ti stanno davanti tutte insieme con le loro personalità contraddittorie, i caratteri inconciliabili, le religioni ostili che si sono inseguite e susseguite, tagliate sempre in due da quel baco d’acqua che ha un nome suadente, scivoloso, sdrucciolo: Bosforo.

A Istanbul ti vengono le vesciche sotto i piedi per come vuoi pestarla tutta e riportare a casa gli occhi pieni per quando sarai talmente malinconica che avrai bisogno di quella malinconia languida che si prova solo lì.

A casa invece ti rimane tra le mani una lonely planet stropicciata e un libro che s’intitola col nome di questa città dove ti sei intenzionalmente persa e (s)fortunatamente ritrovata, dove c’è un liceo italiano in cui hai fatto domanda di trasferimento, dove sai che, un giorno o l’altro, forse, tornerai.

“Istanbul non porta la tristezza come una malattia temporanea, oppure un dolore di cui liberarsi, ma come una scelta”
(Orhan Pamuk, Istanbul)