Felice Halloween a tutti

31 ottobre 2012

Il mio per esempio, questa mattina in classe, è cominciato così:

Io e loro

31 ottobre 2012

“Ragazzi…”
“Sì profe, dica.”
“Dicevo… per stasera… il cinema…”
“Sì! Tutto confermato! Sette e mezzo davanti al Cafè de Paris per l’aperitivo e otto e mezzo al Flora Atelier per il film!”
“Ecco… dicevo…”
“Icché la diceva, profe?!”
“Dicevo… siccome stamani ho cinque ore di lezione tutte in fila… poi nel pomeriggio mi aspetta una riunione di tre, dalla quale uscirò alle sei… potremmo rimandare a domani sera?”
“Ma perché, scusi?!”
“Perché sarò stanchissima…”
“Appunto! Viene al cinema con noi, si rilassa per bene e la ritorna nova!”

Non ci volevo credere, e invece avevano ragione loro.
Al Flora Atelier fa un freddo becco, eppure le immagini della cantina dove Lorenzo Cuni si nasconde, scaldata dai tubi dell’impianto termico che l’attraversano, ci danno il tepore di cui abbiamo bisogno. O forse a scaldarci è la contentezza di trovarci tutti insieme (un paio di loro hanno portato anche la fidanzata) in un clima informale? La trasposizione cinematografica che Bertolucci ha fatto dell’ultimo romanzo di Ammaniti a qualcuno piace molto, a qualcuno il giusto, a qualcuno per niente.
“Bellissimo!”, “Carino…”, “Che cacata.” sono i variegati ed eloquenti commenti all’uscita.
“Ma ora icché ci fa fare, una verifica?” invece è la domanda che accomuna tutti.
“Scherzate?! Per chi mi avete presa? Al cinema si va per il piacere puro!” è la risposta che non s’aspettano e con cui li ghiaccio.
“E quindi non si fa nulla?!” insistono tramortiti.
“Domattina abbiamo due ore: alla prima si va avanti. Alla seconda ci si scanna in una discussione libera sul film. Va bene così?”

Va bene così.

La casa dei pesci

28 ottobre 2012

Fa strano parlarne proprio oggi che è arrivato il Freddo Vero, ma tant’è.

In Maremma vive un pescatore che ha un sogno etico, sostenibile e parecchio illuminato. Lui si chiama Paolo, il suo sogno “La casa dei pesci”.
Schifato dall’abuso violento che la pesca industriale sta perpetrando ormai da anni degli 8000 chilometri di coste italiane, il pescatore Paolo si è convinto che, se è impossibile effettuare un controllo capillare, si può almeno attuare un’operazione di dissuasione stabile affinché la distruzione degli stock ittici, la devastazione sistematica della flora e della fauna bentonica e la desertificazione dei fondali abbiano termine.
Agguerrito e determinato come può esserlo solo un maremmano verace, il pescatore Paolo iniziò la sua battaglia andando a rompere i coglioni alla Regione Toscana e alla Provincia di Grosseto. L’ascolto gli fu dato, ma i soldi (che novità) erano pochini. Così il pescatore Paolo andò a bussare ad altre porte. Bussò all’Associazione Naturalmente Toscana, al Consorzio delle Aziende del Parco della Maremma, al WWF Italia, a Italia Nostra, alla Planet Life Economy Foundation e a molte altre. Gli hanno aperto tutti, hanno ascoltato cosa aveva da dire e gli hanno promesso un aiuto concreto.
L’idea del pescatore Paolo è quella di creare in mare percorsi culturali artistici e ambientali, cioè percorsi didattici sommersi per una fruizione intelligente dei tratti più belli della costa e percorsi artistici con sculture e installazioni nei luoghi di balneazione e di immersione, fino a creare un ‘giardino dell’arte’ sommerso che possa costituire un elemento di attrazione per il turismo balneare e subacqueo.
E qui entrano in scena gli artisti. Cioè il gruppo di scultori che stanno già realizzando un’opera a testa da posizionare successivamente in fondo al mare in modo da dissuadere le imbarcazioni da pesca industriale a penetrare nelle zone più delicate della costa toscana nel tratto compreso tra il Canale di Santa Liberata a sud, che delimita il confine tra il Tombolo della Feniglia e il Monte Argentario, il confine nord del Parco Naturale della Maremma, ovvero il confine tra l’area naturale e l’abitato urbano di Principina a Mare (Grosseto), e verso il mare fino al limite in cui è vietata la pesca a strascico, cioè fino a tre miglia nautiche dalla costa.
E qui entra in scena anche il mio collega e ormai caro amico Stefano Corti, scultore e docente al Liceo Artistico di Grosseto, dove ho avuto la fortuna di incontrarlo e conoscerlo per gli esami di Stato dell’estate scorsa. Stefano ha una postazione lungo la Giannella, illuminata da grandi fari se lavora di notte, tra Albinia e Porto Santo Stefano. Il blocco che sta scolpendo a cielo aperto e sotto lo sguardo incuriosito dei passanti pesa uno sproposito. Ma lui ha braccia possenti, sorriso aperto e fantasia da vendere: andate a osservarlo mentre combatte contro il marmo. Vi anticipo fin da ora che tanto vince lui e, con lui, tutti i suoi colleghi che hanno abbracciato la causa del pescatore Paolo, maremmano originale, sanguigno e incazzato.

In viaggio verso Primo Levi

27 ottobre 2012

L’altro ieri sveglia alle cinque. Mi aspettava un treno per essere a Milano nella prima mattinata e arrivare in tempo alla Fondazione Corriere della Sera per prendere parte a un seminario organizzato dalla Fondazione Memoriale della Shoah e dedicato a Primo Levi.
Ci sono andata perché il titolo (che lo definiva “un compagno di viaggio”) e il sottotitolo (che parlava di “un dialogo rimasto interrotto” con un uomo che fu al tempo stesso testimone e scrittore di qualcosa di mostruoso) mi incuriosivano.
E ci sono andata perché ricordo molto bene, nonostante siano passati venti anni tondi tondi, quello che promisi a me stessa quando ero studentessa di Lettere all’università, ossia che avrei fatto di tutto perché quella laurea che un giorno avrei preso non si coprisse di polvere. Quella promessa me la sono puntualmente ripetuta soprattutto dopo che ho cominciato a fare il mestiere d’insegnante: restare aggiornata frequentando corsi che spolverassero le mie conoscenze accademiche e m’impedissero di imprigrirmi intellettualmente e di accontentarmi di quello che avevo già imparato ma che non poteva, non doveva bastarmi.
E, conservando ancora il brutto ricordo di certi insegnanti avuti al liceo che dimostravano impudicamente la loro mancanza di freschezza culturale, dicevo a me stessa che mai mi sarei ridotta come loro, a riscaldare una minestrina uguale a se stessa tutti gli anni per propinarla a studenti sempre nuovi e sempre diversi anche nelle esigenze e nelle aspettative; ma che, al contrario, mi sarei sforzata per tenere il passo con le uscite editoriali, seguire i dibattiti sulle questioni storico-letterarie più importanti, leggere, sapere, capire e poi provare ad aiutare a capire anche chi aveva la ventura di finire in classe mia.
Così l’altro ieri sono partita con questo stato d’animo. La Sala Buzzati dove il seminario si teneva pullulava di insegnanti come me venuti da ogni dove e di studenti simili in tutto ai miei. Di Primo Levi ho scoperto segreti che non conoscevo, ho riletto passi che mi mossero al pianto quando li studiai per la prima volta, ho ascoltato interpretazioni originali a cui non avevo mai pensato. Credo che siamo tornati a casa sentendoci tutti appagati, con la sensazione di piacevole sazietà che si prova dopo aver mangiato un cibo che si è sentito buono e si sa sano.
Nessuna scuola ha rimborsato tutti quei docenti della spesa sostenuta per andare, stare e tornare da Milano un giorno intero (e di cui basterebbe il prezzo del treno per farsi venire un coccolone): eppure il salone era gremito.
Questo volevo raccontare oggi ai lettori.
Questo vorrei che leggesse il mio ministro, quando si permette di parlare della categoria a cui appartengo come se fosse una marmaglia di furbetti che con diciotto ore di lavorino facile se la sfanga.
Questo vorrei che sapessero tutto coloro che, spesso per ignoranza, faciloneria o pressappochismo, si lasciano scappare dalla bocca commentini odiosi sulla scuola e su chi ci lavora, ben più di diciotto ore alla settimana.

(pubblicato oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Prove aperte

27 ottobre 2012

Uno dei miei sogni giovanili destinati a rimanere irrealizzati mi vede su un palco a mettere in scena Pirandello.
Facevo il liceo quando, leggendo i Sei personaggi in cerca d’autore, mi sentii bruciare dentro la voglia di fare l’attrice. Col tempo mi sarei resa conto di non averne la stoffa e che nemmeno un corso di buon livello avrebbe potuto darmi il talento che non ho.
Però il teatro ha continuato a piacermi sempre tanto e quando ci vado è quasi impossibile che mi annoi o che ne esca delusa, perché l’atmosfera che vi si respira e tutta la vita del dietro le quinte su cui fantastico da me sola mi bastano per uscirne appagata, se non commossa.
L’altro giorno un’amica speciale mi ha fatto un regalo speciale come lei portandomi ad assistere alle prove di Tutto per bene, per la regia di Gabriele Lavia che ora ha settant’anni ma che da giovane con quella ruggine tra i capelli scatenava in me un non trascurabile bombardamento ormonale tanto da farmi chiedere perché anziché Antonella Landi non fossi nata Monica Guerritore.
Le prove si tenevano dove si tiene la commedia, in scena da ieri sera fino al 4 novembre, alla Pergola: un ambiente di per sé sufficiente a provocarti il mancamento tipico da goduria artistica. Mettici poi dentro l’allestimento asciutto e lineare di una commedia pirandelliana, sguinzaglia sopra il palco, fra gli altri, un attore (Gianni De Lellis) dalla voce roboante e un’attrice (la figlia stessa di Lavia, Lucia) dal corpo sinuoso che lei è bravissima a far camminare all’indietro in una moviola perfetta. Mettici intorno il silenzio vellutato e scricchiolante che c’è solo nei teatri, dove ogni passo che fai suona felpato come quello di un gatto, ma viene sempre svelato dal rumore traditore di un’asse di legno che si nasconde sotto l’infinito piano di moquette.
Ne sortirà un pomeriggio incantato in cui, come tanti anni fa quando al liceo l’insegnante leggeva i Sei personaggi, potrai chiudere gli occhi e sognare di fare una delle (tante) cose che invece non sai fare.

Onora il padre e la madre

26 ottobre 2012

Di Edoardo Albinati non avevo letto niente. Neanche quel Maggio selvaggio che ho in casa da anni e che non ho mai aperto. O forse sì, ma non me lo ricordo.
Invece l’altro giorno mi è venuta la curiosità di andare a guardarlo in faccia, l’autore di questo libro recentemente uscito, Vita e morte di un ingegnere. Era ospite della solita Anna Benedetti alla solita rassegna “Leggere per non dimenticare” di cui mi diverto a parlare sempre male ma che amo in modo profondo perché mi ha regalato molti tra i miei pomeriggi più intensi. Già che c’ero, il libro l’ho comprato. Anche perché, a pelle, mi sono piaciuti l’uomo e l’argomento.
Albinati non ha l’eloquio della Murgia. Ne ha un altro. Lento. Smorzato. Ponderato. Quasi singhiozzante. Come se fosse insicuro, incerto se dire o no ciò che sta per dire. Come se ci stesse un po’ per ripensare all’ultimo momento. Si vede da lontano che non vuole fare il divo, e che non gli riuscirebbe nemmeno se lo volesse. E’ timido, Albinati. E’ riservato. E ha una forma di pudore assai marcata.
Eppure questo libro, che lui definisce un saggio su suo padre, è stato attaccato dalla critica proprio nel nome di un mancato rispetto del senso del pudore.
Figlio di un uomo anaffettivo che era leader sul lavoro ma fantasma a casa, Albinati ne ha raccontato tutti i limiti emotivi. Il padre di Albinati non abbracciò mai suo figlio in vita sua. Ci volle una malattia fulminante perché i loro due corpi si facessero per necessità così vicini da toccarsi. E della malattia di quel padre creduto immortale ma scomparso dalla faccia della terra nel giro di nove mesi appena, Albinati non ci risparmia nulla: vuota il sacco, vomita tutto, con il risentimento e l’amore che prova per quell’uomo ne sputtana il disfacimento fisico e l’umiliazione impostagli da una malattia spietata quanto incalcolata. Denuncia il mercato che di quella malattia ebbero il coraggio di fare medici ciarlatani e infami. Confessa tutto quello che -da figlio- ha provato, quando è stato costretto ad assistere alla morte di suo padre.

Con questo libro, a me sta capitando qualcosa che mi capita molto raramente.

Primo, non lo lascio mai. Fisicamente, dico. Me lo porto dietro, me lo tengo tra le mani, ne guardo e ne accarezzo la copertina anche mentre guardo un film o parlo al telefono con un’amica. Lo porto a letto anche se a leggerlo la sera non ci riesco proprio. Lo apro, lo sfoglio, lo chiudo, lo riapro. Rileggo qualche frase qua e là, poi smetto. E ricomincio.

Secondo, lo penso sempre. Mi è entrato nella vita, mi si è insinuato dentro le giornate e mi segue come un cane ostinato e fedele.

Terzo, non gli faccio neanche un bacherozzolo laterale. I bacherozzoli laterali sono quei segnetti ondulatori che lascio lungo le colonne dei temi dei miei studenti a scuola quando ci trovo scritto un passaggio che non mi piace, una parola che non mi convince. La deformazione professionale ormai è tale che neanche con i libri riesco a sottrarmi a questo vizio: e sono pochi, pochissimi, i libri completamente privi di bacherozzoli, nei miei scaffali. Ammaniti, per dire, ne ha fatto incetta, perché anche se mi piace molto e non ne ho mai fatto mistero con nessuno, nelle sue storie trovo decine di parole che non avrei usato, rinvengo diversi passaggi che mi sarebbe piaciuto leggere espressi in un altro modo. In quasi tutti i libri che leggo trovo qualcosa da ridire, soprattutto nell’aspetto legato alla forma. Ecco, questo libro di Albinati secondo me è perfetto: non c’è un eccesso, non c’è una stonatura, non c’è una sbavatura. Tutto è detto come andava detto.

Quarto, sento che parla anche a nome mio, parla anche per me. Dice dei legami familiari quello che ho sempre pensato anch’io e che, invecchiando, penso sempre di più: il comandamento biblico che c’impone di onorare il padre e la madre è anche quello che ci castra e alimenta di più in noi il senso di colpa tipicamente cattolico. Perché sono d’accordo che il padre e la madre vadano onorati. Ma sento anche il bisogno di dire che questa pratica non viene sempre facile, perché i genitori non sono tutti parimenti onorabili, non sono tutti parimenti amabili. Tu li ami comunque, perché quell’amore che provi per loro è un sentimento a cui non potresti sottrarti neanche se volessi, è un legame atavico e viscerale, atemporale e acausale, nasce prima ancora che tu nasca e non muore nemmeno dopo che sei morto. Ma com’è difficile, a volte, amare un genitore. Com’è difficile amarlo anche quando palesemente lui non ricambia il tuo sentimento ingestibile, irrazionale e sconfinato, o lo ricambia in misura adulterata, fredda, dispari e distante. Quando ti ammazza con una frase, con una parola sola. Quando ti fa sentire che gli stai sulle palle senza che tu ne conosca vagamente il motivo. Com’è difficile evitare di frapporre tempo e distanza da quel genitore che ai tuoi occhi non è capace di sfruttare il tempo e la vicinanza per dirti che semplicemente ti ama per quello che sei stato e sei diventato, anche se quello che sei non è esattamente quello che si aspettava da te.

Edoardo Albinati e questo suo libro mi piacciono tanto, tantissimo. Perché hanno entrambi il coraggio e l’onestà di dire anche quello che quasi nessuno oserebbe confessare e raccontare.

La doppietta

26 ottobre 2012

“Profe!”
“Sì?”
“Ieri è uscito il film Io e te, tratto dal romanzo di Ammaniti!”
“Lo so.”
“Allora?”
“Allora cosa?”
“Non ci dica che non ci porta a vederlo!”

Non solo ce li porto, tutti e sedici.
Ma per fare la doppietta gli ci abbino anche un prodigioso aperitivo da consumare tutti insieme nel locale che confina con il cinema e in cui darsi un po’ di arie da sboroni in quanto prossimi spettatori di un film di (quel palloso di) Bernardo Bertolucci.

Entro nella nuova biblioteca recentemente inaugurata e intitolata alla memoria del poeta fiorentino Mario Luzi, e mi colpiscono le gigantografie appese alle pareti. Vi si riportano citazioni tratte dai più grandi scrittori del mondo, da Marguerite Yourcenar a Emily Dickinson.
(“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.)
(“Le cortesie più piccole -un fiore, un libro- piantano sorrisi come semi che germogliano nel buio”.)

Ci entro perché questo pomeriggio viene dedicato proprio a lui, al grande Mario, che nacque intorno a questi giorni d’ottobre dell’anno in cui il primo conflitto mondiale prendeva a scoppiare. Ma (lo confesso) non conosco nessuno tra coloro che ne parleranno. Soprattutto non conosco lei, la protagonista dell’incontro, colei che è stata chiamata a dare voce ai versi del poeta celebrato: Elisabetta Salvatori.

“Sono alta un metro e cinquanta e sono sicura che nessuno di voi mi conosce” esordisce raggiungendo il tavolo del dibattito dalla prima fila di poltroncine in cui siede, tra il pubblico presente. “Ma proprio perché sono così piccola e così poco nota, oggi mi sento ancora più privilegiata.”

Ha ragione, Elisabetta Salvatori, a essere così felice ed emozionata: perché non è brava, è bravissima nella lettura espressiva ed interpretativa delle poesie di Luzi. E ci tocca la pancia, il cervello e il cuore, con quella voce un po’ roca e un po’ bambina, con quello sguardo smarrito e consapevole, con quei modi di chi prova a dare tutto pur nel timore di non esserne capace.

Legge parole di amore, di leggerezza, di vecchiaia, di morte. Parole di grande speranza.
“Vorrei arrivare al varco/ con pochi essenziali bagagli/ liberato da molti inutili/ inerziali pesi e zavorre/ di cui l’epoca tragica e fatua/ ci ha sovraccaricato, noi uomini”.
E alla fine legge quel testo straziante che Luzi scrisse per Firenze dopo che Firenze fu violentata in via dei Georgofili.
E ci fa rivivere, mentre il tramonto trapassa dai finestroni di una biblioteca che parla d’antico ma profuma di nuovo, la notte più brutta, quando io vivevo in collina e dello scoppio di quella bomba non mi arrivò che l’incredula eco.

Sia detta per te, Firenze,
questa nuda implorazione.
Si levi sui tuoi morti,
sulle tue molte macerie,
sui tuoi molti
visibili e invisibili tesori
lesi nella materia,
offesi nell’essenza,
sulle tue umili miserie,
ferma, questa preghiera.
I santi della tua storia
e gli altri, tutti,
della innumerabile corona
la portino in alto,
le soffino spirito e potenza,
ne cingano d’assedio
le stelle, i cieli,
le superne stanze:
“Giustizia non ti negare
al desiderio degli uomini,
scendi in campo, abbi la tua vittoria!”
Sia detta a te, Firenze,
questa amara devozione:
città colpita al cuore,
straziata, non uccisa,
unanime nell’ira,
siilo nella preghiera.
Vollero accecarti, essi,
della luce che promani,
illumina tu, allora,
col fulgore della collera
e col fuoco della pena
loro, i tuoi bui carnefici,
perforali nella tenebra
della loro intelligenza, scavali
nel macigno del loro nero cuore.
Sii, tra grazia e sofferenza,
grande ancora una volta,
sii splendida, dura,
eppure sacrificale.
Ti soccorra la tua pietà antica,
ti sorregga una fierezza nuova.
Sii prudente, sii audace.
Pace, pace, pace.

Per farsi perdonare

23 ottobre 2012

L’estimatore di musica elettronica che sabato scorso mi ha trascinata con l’inganno e la menzogna al concerto-pacco di Atom spacciandomelo per l’evento dell’anno e procurandomi un’emicrania protrattasi fino alla domenica sera, è al momento impegnato nell’arduo tentativo di farsi perdonare.
Accompagnandolo con una letterina in rima (“Il mal di testa ti feci venire/ che nemmeno il Vivin C ti fece sparire./ Ti chiedo scusa portandoti ad ascoltare/ la musica caramellaminchia che solo tu sei capace d’amare”) mi consegna il biglietto per il Cesare Cremonini del 4 novembre.

Ora non so come fare a dirgli che in realtà io ho già fissato di andarci con la terza A.

Cose che fanno preoccupare

23 ottobre 2012

Fa uno:
“Profe, lo sa i miei amici che scherzo hanno fatto a un loro insegnante?”
“No, non lo so.”
“Gli hanno cosparso la maniglia della portiera di auto di cacca!”
Dice un altro:
“Capirai! I miei amici alla loro profe hanno rubato la bicicletta dal parcheggio della scuola!”
Racconta un’altra:
“Profe! Ma lo sa che ho scoperto dove abita quella di Matematica? L’ho seguita con il motorino e ora so tutto!”
Commento io:
“Io non ho paura di nulla: abito in via XXX al numero XX. Quando volete passare a trovarmi, vi aspetto.”

Ora però li aspetto davvero, un pochino preoccupata.