Dante, che ridere

30 novembre 2012

L’anno scorso lui faceva la seconda. E io speravo con tutta me stessa di averlo anche in terza: gli spiegherò Dante, il suo poema immortale, le figure retoriche, i trucchi stilistici e lui, giovane sensibile alla poesia e dotato nella comprensione e nella produzione in versi, trascorrerà ore beate, contemplando quelle pagine con occhi estasiati.

E invece quel bischero, che ora fa la terza e che è ancora in classe con me, non riesce a trattenere le risate alla lettura delle terzine incatenate che narrano un Inferno che evidentemente lui trova assurdo, oltre che esilarante.

La madrina

30 novembre 2012

Per l’assemblea di dicembre, e all’interno di un progetto didattico finalizzato al turismo, gli studenti di quinta dell’istituto in cui insegno stanno organizzando una sfilata di moda multietnica come l’istituto stesso. Per questo passano dalle classi a prendere i nomi di chi desidera partecipare in prima persona.
“Uh che bello, voglio sfilare anch’io!” esclamo garrula e dimentica dello status anagrafico inspiegabilmente lievitato senza che io me ne sia nel frattempo accorta.

Ma il tentativo effettuato da costoro di convincermi a fare (al massimo) da madrina all’evento me ne fa improvvisamente accorgere.

Volersi bene

30 novembre 2012

Compito in classe.
Silenzio claustrale.
Concentrazione assoluta.
A un tratto, lui.
“Profe, ma lei ci vuole bene?”
“In misura pazzesca.”
Concentrazione assoluta.
Silenzio claustrale.
Compito in classe.

Ciao nini

27 novembre 2012

Nella nottata che ha preceduto questa spaventosa giornata di ràgani e baturli è morto lo zio Umbe, fratello della mamma e surreale presenza in casa nostra da che io ne ho memoria.
Comunemente detto “il bersagliere” per i suoi gloriosi trascorsi nel corpo dal cappello piumato, lo zio Umbe in famiglia veniva chiamato più spesso Flambert, che ne faceva quel soggetto elegante e signorile ch’egli fu fino al giorno in cui l’umiliante malattia giunse a mortificarne la figura e la natura.

Camminatore indefesso, lo zio Flambert chiedeva sempre di essere portato in Pratomagno. Alla perenne ricerca di una compagnia con cui dividere giornate da conservare nella testa e nelle gambe, egli suonava spesso al nostro campanello, certo di trovare -come vi trovava- persone disponibili a dargli uno strappo per l’Italia.

Amante dei cani, egli possedé la leggendaria Musetta, una barboncina argentea con perenni cispe agli occhi e una voglia incontenibile quanto sconcia di praticare sesso ubiquo, com’ella stessa mostrava al pubblico osservante attaccandosi con ambedue le zampette anteriori alle gambe di malcapitati ignari. Fu poi co-proprietario di Crodino, un canino calabro-toscano ereditato grazie (o a causa?) della seconda moglie. Nei mesi precedenti alla progressiva e irreversibile perdita del controllo degli arti inferiori e superiori, ha seguitato ad aggirarsi per le strade del paese in compagnia di tale Matilde, una schnautzer nana che ha molto in odio i gatti.

Grande conoscitore della storia del Risorgimento, lo zio Flambert amava intrattenere i suoi interlocutori in racconti rimaneggiati di persona, che diffondeva con un tono di voce esagerato, incapace di gestirne il volume a causa, io suppongo, di un problemino acustico che nel tempo lo aveva reso ipoudente. Quando ragionava, allo zio Flambert si accendevano gli occhietti, piccoli e puntuti, con i quali pareva ti volesse frugare dentro l’anima.

Dove mangiava lui era come se ci avesse razzolato un gruppo di galline tante briciole lasciava a giro; era rumorosissimo e masticando biascicava senza freni inibitori. Condividere un pasto in sua compagnia era un’impresa che poteva rivelarsi affascinante, benché impegnativa, come un seminario di antropologia culturale.

Congedandosi da casa nostra, urlava a pieni polmoni una frase breve diventata però emblematica all’interno del nostro nucleo familiare e adottata spesso per far fronte ai momenti di tensione quotidiana o stress episodico: “CIAO NINI!!!” era il modo con cui lo zio Flambert salutava me e mio fratello, che lo imitavamo attingendo a suoni gutturali e cavernosi. Era un grido libertario, salvifico, risanatore e pacificante.

Ciao nini, ti dico allora oggi, caro zio Flambert. E spalancando la finestra come facevo quando vivevo ancora nella vallata natale, lancio al cielo questo grido, che ti accompagni sulla montagna più alta verso cui hai preso a salire questa notte.

?!

27 novembre 2012

Sorridente e paciosa: “Sono stata a cena dal Bargia, il vostro ex professore di Fisica!”
Scandalizzati e giudicanti: “MA DA SOLA?!”

Guarda te se una alla mia età deve rendere conto a una classe di pischelli bacchettoni.

Tra Manzoni e Leopardi

27 novembre 2012

“Lo posso dire? A me questo Leopardi mi sta antipatico.”
“Davvero, hai ragione, sta antipatico anche a me, scusi eh professoressa.”
“Sì, perché si vede da lontano che si sente il meglio.”
“Ma poi superbo! Non si voleva neanche mescolare coi ragazzi di lì, di Recanati.”
“E’ vero, ma chi si credeva d’essere?”
“Va be’ che a 14 anni l’aveva bell’e scritto du’ libri pesi.”
“E conosceva tutte quelle lingue.”
“Però, insomma, umiltà zero!”
“Ci credo che poi rimaneva sempre solo.”
“E gli toccava salire in punta alla collina a scrivere poesie tristi.”
“Allora a questo punto, tra Manzoni e Leopardi, senta, preferisco Manzoni.”
“Anche a me mi sta più simpatico Manzoni, almeno l’era furbo!”
“Infatti, con quella storia del romanzo: non l’ho scritto io, non l’ho scritto io, io ‘un sono stato…”
“E invece l’era stato proprio lui!”
“Manzoni è un ganzo.”
“Leopardi invece è uno sfigato.”

A volte restare ad ascoltarli mentre vomitano sentenze (benché sommarie) e sputano giudizi (quantunque facili), c’ha il su’ fascino.

La vecchina

27 novembre 2012

Sono impegnati e chini sui fogli protocollo per la verifica sull’ultimo romanzo letto.
Ne approfitto per dedicarmi alla mia droga: estraggo dalla borsa la strumentazione, infilo il ferro destro sotto l’ascella, impugno il sinistro nella medesima mano, srotolo di qualche giro il gomitolo e parto imperterrita.
Però che paio una vecchina no, non me lo dovevano dire.

A cena con la Preside

25 novembre 2012

Ci conoscemmo che lei era “solo” una professoressa di Diritto. La sorte ci aveva infilate nella stessa commissione d’esame, tre anni fa, a Grosseto.
Ci piacemmo a pelle, per questo nei giorni degli orali sedevamo sempre accanto. E poi anche perché lei diceva di voler fare un ripassino di letteratura e storia.
Nonostante i pochi giorni trascorsi insieme (appena tre settimane), fummo complici spontanee e ci bussettammo diverse volte sotto il banco quando la situazione che ci si palesava davanti era comica, imbarazzante o addirittura scandalosa (casistiche frequenti, alla maturità).
Con tutti gli altri ci perdemmo, ma tra noi mantenemmo saldo il filo del contatto, della corrispondenza elettronica, del salutino saltuario.
L’anno scorso tentò il megaconcorso per diventare Dirigente scolastica. Ne è uscita vittoriosa e immediatamente collocata in una scuola sulla costa del Tirreno.
E’ venuta a Firenze per un corso e mi ha chiesto di portarla a cena in un posticino valido, dove mangiare cibo tipico locale in un ambiente accogliente e caloroso.
Il caso ha voluto che Maria Cassi si esibisse al Teatro del Sale in uno spettacolo che non avevo ancora visto, “Fiorentini”: così per la mia amica ho unito una cena che sapevo ottima a un dopocena inaspettato e sorprendente per chi non conosce la natura di quel luogo.
Polenta aromatizzata alla cannella, sformatino di verdure, gnocchi alla romana, patate e bietoline all’aceto, schiacciata al lardo, crema di broccoli, lenticchie stufate e ceci lessi d’antipasto.
Mezzemaniche al sugo, risotto al nero di seppia e vongoline al peperoncino di primo.
Lampredotto con patate, polpettine con acciughe al sughetto di capperi, bollito misto con peperoni verdi e pizzicotto di sale di secondo.
Di dessert, due classici: losanghine al cacao spolverate di zucchero a velo e conca di panna montata con cialde fresche e friabili.
E dopo tutto questo popò di roba, lei, Maria Cassi. La donna che, per il ridere, può comprometterti la digestione della cena.

Il Picchi (forse l’uomo più antipatico d’Italia) non c’era: è stata una serata favolosa.

Mi puntano da lontano mentre prendo aria nel cortile posteriore chiacchierando fitta fitta con la collegamica di Italiano.

“Profe, allora quando si viene a fare un po’ di salotto letterario a casa sua?”
“Cos’è questa storia?!”
“Zitta, guarda, non mi dire nulla: ho avuto l’infelice idea di spiegare loro cosa fosse un salotto letterario e ora questi si son messi in testa di venire a farlo a casa mia. Perché anziché da me non andate dalla collega, che (io l’ho visto) ha un bellissimo salotto?”
“Mah, io veramente più che altro ho una bella barca di panni da stirare.”

E’ bastata un’occhiata. Il lampo fulmineo dell’intesa immediata, la dimostrazione palese che la sintonia mentale tra gli umani esiste, che delle parole -a volte- si potrebbe anche fare a meno.

“Li facciamo venire e distribuiamo i lavori.”
“Sì, e mentre lei stira…”
“L’altra potrebbe passare l’aspirapolvere…”
“Profe, a me stirare ‘un mi riesce!”
“Bene, allora a lei facciamo passare l’aspirapolvere…”
“E a stirare ci si mette la sua amica…”
“A me mi va bene: io stiro benissimo!”
“Altre due si piazzano a mettere a posto la cucina…”
“I maschi a dare il cencio in terra…”
“O professoresse, tutt’e due, ma di letteratura quando se ne parla?!”
“Mentre voi lavorate, noi vi si viene dietro con il libro in mano: vi si legge qualche brano dei romanzi classici, vi si declama qualche verso imperituro…”

Queste.
Sono queste le nuove strategie da elaborare per il rilancio della scuola.

Salotti letterari

23 novembre 2012

“Nel Settecento, con la cultura, mutano anche i luoghi della cultura stessa. Non più le consuete accademie e le solite università, ma caffè, circoli, club, salotti letterari.”
“In che senso salotti letterari?”
“Nel senso che puoi intuire dall’espressione stessa: un luogo di riunione, spesso privato, dove si riuniscono periodicamente intellettuali o personaggi più o meno noti alle cronache mondane, per dibattere o conversare su argomenti legati all’attualità culturale o politica. Nel caso specifico dell’Illuminismo francese, svolgevano un ruolo preminente le donne, le “salonnièries” (salottiere) alle quali il nuovo ideale egualitario illuminista offriva l’opportunità di collaborare, mostrando le proprie doti intellettuali, a un progetto politico radicalmente riformista, non più riservato a una cultura soltanto maschile.”
“Ma in pratica cosa facevano?!”
“Cosa facevano: si ritrovavano in questi salotti e ragionavano di cultura a giornate intere. Come se io vi invitassi tutti e venti a casa mia, preparassi un the per voi, magari anche un dolcino, e stessimo lì, diciamo, un pomeriggio alla settimana, a leggere poesie e discutere di libri.”

Ho sempre avuto questa particolare predisposizione a rovinarmi la vita con le mie stesse mani e la mia stessa boccaccia che non riesco mai a tenere chiusa.