Quel vecchio

23 novembre 2012

Stessa amabile classe, stessa atmosfera affettuosa. Stessa accoglienza calorosa come ogni lieta mattina in cui la vita e l’orario scolastico ci fanno il dono prezioso di poter stare insieme. Stessa gioia di rivedersi, di confrontarsi, d’imparare. Non solo loro da me. Anch’io da loro.

“Professoressa” esordisce la ragazza filippina recentemente aggiuntasi al gruppo.
“Sì?”
“Ho cercato su internet chi fosse Vasco Rossi.”
“Brava, hai fatto bene: questo denota una brillante curiosità intellettuale che ti fa molto onore.”
“Ma vorrei chiedere a lei la conferma della mia ricerca.”
“Certo cara, dimmi pure.”
“Vasco Rossi è quel vecchio che canta da una quarantina di anni?”

Professoressa annichilita.
Studentessa filippina neoarrivata condotta in trionfo dalla classe ebbra di soddisfazione.

Vasco chi?

23 novembre 2012

Quest’amabile classe ce l’ho dall’anno scorso. E’ una di quelle che ogni insegnante vorrebbe avere: una classe che rende rosa il giorno in cui sai di doverci entrare a far lezione. Sono sedici in tutto: otto maschi e otto femmine. Tutti belli, ma questo non fa testo. Tutti buffi, originali, passionali e in sintonia con me, e questo lo fa.
Unica nota stonata nel nostro sinfonico concerto d’affetti: loro amano Ligabue. Per me non c’è che Vasco Rossi.
I corridoi dell’istituto ove se ne diffondeva l’eco ancora conservano memoria delle infuocate discussioni in cui mi lasciavo coinvolgere l’anno scorso, loro contro me, una classe intera contro un’insegnante sola, un mucchio di uomini contro una donnuccia sparuta che però non mollava mai la propria tesi: non avrai altro dio all’infuori di lui, il rocker di Zocca.

Due giorni fa, la lezione era su Cecco Angiolieri.
“Che ebbe una vita spericolata, alla Vasco Rossi.”
“Si deve scrivere proprio così, profe, alla Vasco Rossi ?”
“Naturalmente. Il quadernone degli appunti è la nostra zona franca e noi ci scriviamo dentro quello che ci pare.”
“Ma io ‘un ce lo voglio scrivere.”
“Sì, tu ce lo scrivi perché io te lo ordino.”
“Ma io Vasco Rossi ‘un lo sopporto.”
“Ma siccome io sono la professoressa, io detengo il potere assoluto, e tengo pure il manico del famoso coltello, tu ce lo scrivi.”
Ma ecco una manina alzata. Si erge dall’ultima fila ed è attaccata al braccio di una nuova alunna filippina giunta da poche settimane, delicata ed educata oltre ogni immaginazione.
“Professoressa scusi, una domanda.”
“Dimmi mia cara.”
“Chi è Vasco Rossi?”

Professoressa agghiacciata.
Classe in tripudio.

Corsisti

21 novembre 2012

Una ci si è iscritta perché ha fatto la mamma per una vita intera e ora vuole frequentare tutti i corsi che la città le offre.
Una ci è venuta (con un sacco legato intorno al collo) perché è appena diventata mamma, si sente tanto felice, ha voglia di scrivere, ma teme di essersi scordata di come si fa. (Nel sacco intorno al collo dorme quieto il suo bambino.)
Una è lì perché, sebbene abbia settantatré anni e una licenza elementare, scrivere è quello che le riesce meglio e che desidera di più.
Uno ha varcato quella soglia perché non è passato un giorno senza che lui lo abbia fissato su una pagina.
Una si è seduta su quella sedia perché oltre a fare l’architetto vuole trovare lo spazio adatto a un’altra forma d’arte che la affascina da sempre.
Una vuole frequentare per dare voce ai silenzi della sua famiglia.
Una ha solo sedici anni e l’aria smarrita, eppure è lì.
Una ne ha diciassette e l’aria sicura, infatti è lì.
Una è la mamma di quella di sedici, ha un sorriso che rincuora e si chiama come me.
Una è bionda, colorata, allegra, sincera, modesta. Crede di non saper scrivere, ma non è così.

Il corso di scrittura è una figata.

Pst

21 novembre 2012

Quarta ora, questionario di Storia romana.
Lei è una ragazza responsabile, seria, affidabile, puntuale nelle consegne. Ha fatto del suo quaderno un’opera d’arte in quanto a precisione e cura estetica. E, soprattutto, studia. Sempre.
Anche oggi lo aveva fatto, non ne ho il minimo dubbio. La domanda numero tre, però, non la sapeva.
Un po’ deve averci pensato, un po’ deve essersi spremuta. Ma nulla. Il vuoto. Come qualcosa di cosmico, di panico.
E proprio perché dominata dal panico, ha estratto dalla borsa un fazzolettino di carta, piegato alla perfezione in quel modo in cui si piegano solo i fazzolettini, lo ha parzialmente aperto, attenta a non incresparlo, a non rovinarlo. Dentro ci ha scritto una cosa sola, un numero: il tre. La domanda che non sapeva. Quella del buio universale.
Quindi ha ripiegato il fazzolettino, l’ha fatto tornare come nuovo.
“Pst…” ha bisbigliato alla compagna in linea d’aria più vicina, concentrata e china sul foglio protocollo.
“Pst…” ha sussurrato ancora, ché quella non sentiva.
“Oh… ehi… pst…” ci ha riprovato.
Eccola infatti, la compagna, che finalmente ode, si volta, vede il fazzolettino nella mano dell’amica allungata verso di lei: sgrana gli occhi e tira su le sopracciglia come dire che sorpresa, proprio quello che mi ci voleva, lo afferra, ringrazia con una spinta del mento in avanti, lo spalanca, ci getta il viso dentro e ci si smoccica il naso con una certa imponente sonorità che non passa inosservata a nessuno.
Neanche a me.

Il male minore

20 novembre 2012

Nel corso di una lezione che non esiterei a definire drammatica, vengo a conoscenza di un fatto sconcertante: gli studenti di quella classe (una quarta, affinché il quadro tragico appaia nella sua totale completezza) sono fedelissimi e appassionati spettatori di Walker Texas Ranger, di cui da anni non perdono una puntata, e amano Chuck Norris.

Oltremodo afflitta e demotivata da un’imprevedibile notizia come questa, dopo il suono della campanella cambio classe cercando consolazione in un altro gruppo di studenti (stavolta di terza). I quali credono di rincuorarmi confidandomi di guardare dall’infanzia Dragon Ball. Di cui improvvisano un’irripetibile sinossi e mostrano un video riassuntivo grazie a un collegamento con youtube.

Quel fottuto lavoro

18 novembre 2012

La seconda lettura in classe tratta dalla corrente poetica degli Stilnovisti è stato il sonetto di Guido Guinizzelli.
Che dice di voler lodare la sua donna attenendosi al vero, cioè dicendo le cose assolutamente come stanno: la sua donna è paragonabile alla rosa e al giglio, splende e si manifesta con una potenza ancora maggiore della stella Venere, e tutto quello che c’è lassù, nel cielo, è equiparabile a lei. Egli le affianca il verde che costeggia i corsi d’acqua e l’aria, tutti i colori dei fiori, dal giallo al rosso, dall’oro all’azzurro, e tutti i più ricchi gioielli degni di essere regalati. Dice che perfino Amore, Cupido, Eros (chiamatelo come volete) grazie a lei si perfeziona.
La donna celebrata dal poeta passa per la strada, elegante e talmente gentile, che abbassa la tracotanza a chi dona il saluto e fa diventare credente anche chi non lo è. A questo schianto di donna non si può avvicinare un uomo moralmente basso. Anzi, il poeta ci dice di più: nessun uomo può coltivare pensieri peccaminosi e immondi, finché la guarda.

“Non vi sembra bellissima?”
“Carina, sì.”
“Magari un po’ inverosimile, ma carina.”
“Di certo oggi le ragazze così non esistono più.”
“E chi può dirlo? Magari ci sono!”
“Mah.”
“Profe, ma che la vede la gente che c’è a giro?”
“Sì, però la gentilezza e la grazia esistono ancora: basta saperle trovare.”
“E insomma: ora con questo sonetto cosa ci si fa?”
“Ci si fa un lavorone scritto, come si fa su tutti i sonetti che leggiamo!”
“No! Ancora?! Non le è bastato che abbiamo scritto un sonetto d’amore per uno rispettando tutte le regole di quel bruciato di Jacopo da Lentini? Non le è bastato il tema-commento su Misura, providenzia e meritanza di Federico II?”
“Ma infatti, avete scritto delle cose così belle che io direi di proseguire.”
“Giù, sentiamo.”
“Intanto direi di dividere i compiti: uno per il gruppo dei maschi, uno per quello delle femmine.”
“Eccoci…”
“I maschi, questo fine settimana, andranno in centro (via dei Calzaioli, piazza Duomo, piazza della Signoria, quelle zone lì)…”
“A far’icché?!”
“Vi fermerete in un posticino da cui vi sia possibile osservare bene il passeggio e, tra la folla, individuerete la ragazza che, per aspetto fisico, grazia dell’incedere ed eleganza dei modi, vi cattura di più…”
“Ganzo! Poi?”
“Poi ognuno se la gioca come vuole.”
“Come sarebb’a dire?!”
“Sarebbe a dire che impostate il lavoro-verità come preferite: vi limitate a osservarla e la descrivete, l’approcciate per farle un’intervista su come sono cambiate le ragazze nel corso dei secoli, l’avvicinate, le leggete il sonetto di Guinizzelli e glielo spiegate per poi parlarne insieme, tutto quello che vi pare. A me basta che tra una settimana mi mettiate sulla cattedra un lavoro scritto originalissimo e brillante.”
“Favoloso!!!”

Ieri, intorno alle 18:30, una telefonata.
“Profe, volevamo dirle che siamo in centro, tutti insieme, per quel suo fottuto lavoro.”

L’ultima droga

16 novembre 2012

La colpa è tutta di quella mia alunna con gli occhi verdi e l’orecchino al naso: viene a scuola ogni giorno con una sciarpa differente, un cappello colorato, uno scaldacollo fantasioso.
“Sono bellissimi: ma dove li compri?”
“Non li compro profe: me li fa la mamma!”

Scopro così che la mamma bionda di questa ragazza mora nel tempo libero sferruzza di brutto lanciandosi in produzioni sempre più funamboliche e impegnative. E all’improvviso, come se non fossero passati quarant’anni, mi ricordo di quando, a sei, la mia mamma mi mise in mano i primi attrezzi da lavoro: i ferri e l’uncinetto. Mi chiamava “la sua donnina” e diceva che avevo “le manine di fata” perché tenevo il filo non troppo morbido né troppo tirato e le mie sciarpette e i miei centrini uscivano armoniosi e precisi che parevano “fatti da una grande”. Mi ricordo anche che, un paio d’anni fa, ereditandola da un suo amico defunto che lo aveva ereditato dalla moglie defunta prima di lui, la mamma mi passò una cassettina lignea con il coperchio a scorrimento piena dell’attrezzistica più varia, da me riposta su uno scaffale della libreria e mai più degnata di uno sguardo. Incoraggiata dall’alunna, che acutamente scorge nei miei occhi il luccichio dell’emulazione, vado in spedizione in un inimmaginabile negozio di filati ubicato (dice) da sempre in via Folco Portinari ma (onestamente) da me mai notato. “Filati Campolmi” ha tutto quello che una provetta o consumata sferruzzatrice può cercare. Io ci entro e ci perdo letteralmente il capo. Torno a casa con due gomitoli di lana nera che difendo come due santini dalle grinfie di un gatto palesemente intenzionato ad arruffarli e mi pregusto un dopocena da donnina, appollaiata sul divano, il gatto da un lato, i gomitoli dall’altro, e in mano due ferri numero 4,5. Purtroppo quarant’anni di vita obiettivamente movimentata hanno cancellato la memoria dell’avvio, cioè dell’operazione più delicata di chi prende a sferruzzare, quella di iniziare la maglia stessa. Come cazzo si faceva? Si faceva che mi tocca andare a letto con un mal di testa lancinante e un senso di frustrazione incurabile, riponendo tutte le speranze nel mattino successivo a scuola.

Entro con quaranta minuti d’anticipo, alle 7,20 anziché alle 8, e mi precipito nello stanzino delle custodi perché l’immaginario collettivo -quindi anche il mio- identifica in costoro il prototipo della donna-tuttofare, calza compresa. “Non me ne ricordo”, “non l’ho mai saputo fare”, “non me ne frega nulla” sono invece le risposte che mi sento dare per cui, oltremodo priva di speranza, torno in sala professori. Ma ecco le tre grazie, ecco le tre dèe. Ecco le salvatrici della patria, i resti tangibili e preziosi delle donne che non esistono più. Ecco tre colleghe che sanno fare la calza e sanno pure avviare. Poiché insegnanti, m’insegnano benissimo. Poiché discente motivata, discio all’istante. Avvio il ferro. Parto. Sono partita.

E’ l’ultima droga.
La meno gestibile.
La più contagiosa.
La più pericolosa.

Un pensiero

14 novembre 2012

Un pensiero alla fiera gente di Maremma, inginocchiata dall’alluvione e depredata in una manciata di ore della vita normale.
Un pensiero a quei paesi sommersi, a quelle strade sventrate, a quel ponte spezzato nel mezzo come fosse stato una corteccia di pane. A quei tre operai dell’Enel volati nel vuoto e morti come topi prigionieri di un’auto.
Un pensiero ai campi che d’estate attraverso ogni giorno, ai pomodori di cui contemplo l’incredibile rosso, ai poderi e alle cascine in cui mi capita d’immaginare una vita diversa.
Un pensiero agli amici di Scansano che ad Albinia avevano un esercizio commerciale e che ora hanno perso tutto, che ora non hanno più niente, che ora conservano solo fango e incredulità.
Un pensiero a quel cane nero ritrovato per caso e messo in salvo da una ragazza gentile, a quel cane marrone che non ha ancora smesso di tremare, a quella mamma cinghiale risucchiata dal fiume in piena mentre cercava invano di trarre in salvo i suoi cinghialini.

Un pensiero alla vita, che ci sembra sempre scontata, faticosa, a volte perfino noiosa, finché non sbattiamo il muso contro il disagio, la perdita di tutte le nostre memorie, la morte.

Corso di scrittura

12 novembre 2012

“Come sarebbe si è iscritta a un corso di scrittura?!”
“Proprio così, mi sono iscritta a un corso di scrittura!”
“Lei è una professoressa di Italiano! Non può frequentare un corso di scrittura!”
“Ah no? Perché?”
“Perché lei deve già saper scrivere!”
“Ma cosa c’entra, io…”
“Lei è obbligata a conoscere già tutti i segreti della parola scritta!”
“Sì, ho capito, ma io…”
“Altrimenti cosa ce li fa a fare tutti quei discorsi sull’analisi del testo!”
“Ma certo, però io…”
“E il narratore interno, e quello esterno, e quello onnisciente, e il tempo della storia, e il tempo del racconto, e la focalizzazione…”
“Ma che discorsi fate, in realtà io…”
“E poi tutto quel tempo ad analizzare le poesie!”
“Naturale, io però…”
“E il quinario, e il settenario, e l’endecasillabo, e le quartine, e le terzine, e le rime alternate, baciate, incrociate, incatenate, miste, imperfette, false, e l’anafora, e l’enjambement, e l’ossimoro, e la parafrasi e la perifrasi…”
“Voi non capite, io…”
“Ma poi tre libri chi l’ha scritti, noi o lei?”
“Io, sì…”
“Allora vorrà dire che di scrivere è capace!”
“Boh, spero di sì, però il fatto è che…”
“E poi è dall’anno scorso che ci fa tenere uno scomparto del quadernone per la scrittura mista come la chiama lei!”
“Sì, infatti, carino, no?”
“Sì, va be’ carino, mh, insomma, tutte quelle storie, e l’importanza dell’incipit, e la chiusa, e la forma circolare da dare a quello che si scrive, e la consequenzialità logica, e la punteggiatura, e gl’accapo, e i connettivi…”
“Ma insomma di che cosa vi scaldate? Dovreste anzi essere contenti: imparerò nuovi segreti e li condividerò con voi.”
“APPUNTO!!!”

Infatti, svegliona, aspetta ancora un po’ a capire.

Chiacchiere

11 novembre 2012

Ci sono persone con cui puoi stare anni senza vederti e non cambia nulla.
Il giorno in cui la vita vi fa incontrare di nuovo, il discorso riparte da dove si era interrotto.

“E’ proprio il caso di dire laudato si’ mi’ Signore per sora nostra Morte corporale…”
“Già… da la quale nullu homo vivente po’ skappare.”
“Quello che però deve importarci è che la morte secunda non ci faccia male.”
“Incredibile la potenza di questo testo scritto ottocento anni fa.”
“Davvero: c’è un uso dell’aggettivazione elevato e semplice insieme, un accostamento di parole che trasmettono emozioni forti. Il mio passo preferito è quello dedicato all’acqua: la quale è multo utile et humile et preziosa et casta. Non ti sembrano quattro attributi che potevano dirsi solo in questo modo?”
“Hai ragione. Però il mio preferito è il fuoco: et ello è bello, et iocundo et robustoso et forte. Mi fa sentire un caldo..”
“Te la ricordi ancora benissimo dai tempi dell’oratorio!”
“No: la insegno tutti gli anni ai miei studenti.”
“E’ vero, che scemo, sul momento non ci ripensavo… l’inizio della letteratura italiana… il primo testo poetico in volgare consapevole… E i tuoi studenti cosa dicono?”
“Con Francesco d’Assisi succede sempre questa cosa strana: nonostante in un anno scolastico si studino tanti autori, il prescelto per l’argomento a piacere resta sempre lui, chissà perché, i ragazzi gli si affezionano in modo inspiegabile, affascinati e attratti dalla sua vicenda biografica, dal coraggio estremo delle sue scelte, dalla semplicità disarmante di queste sue parole.”
“Comunque ripensaci, il verso sull’acqua è il più bello: utile, umile, preziosa e casta. C’è attualità ecologica e verità morale in queste quattro parole. L’acqua ripulisce sempre tutto, porta via la malattia, pensa alla peste manzoniana.”
“Oppure pensa a quello che mi ha raccontato una mia studentessa peruviana: il suo popolo, quando ha un pensiero brutto o ha fatto un sogno spaventoso, apre il rubinetto e glielo racconta. L’acqua che scorre se lo porta via. Non ti sembra bellissimo?”
“Straordinario.”

A dare l’ultimo saluto a Faustino sono andata insieme a don Giovanni, il prete della mia infanzia serena e della mia adolescenza turbolenta, colui che di me sa tutto. Anche quello che nessun altro sa.