La fine del mondo

30 dicembre 2012

Il mondo, alla fine, non è finito.
In compenso sono quasi finite le mie vacanze, compromesse e massacrate da un morbo esoso che mi ha ridotta alla stregua di un cencio consunto.
Fatta eccezione per l’antivigilia (quando ho ricevuto a casa per pranzo la bellezza di venti studenti cinesi trascorrendo con loro una giornata che ricorderanno anche i vicini) e la vigilia (da fida leopardiana, per me l’attesa è tutto), da Natale in poi sono stati solo giorni di Passione (in senso evangelico come la maiuscola suggerisce).
Roba che la fine del mondo sarebbe stata una passeggiatina in centro.

Amici, ci siamo.
Domani, se quei bislacconi dei Maya ci avessero visto giusto, il mondo finirà.
E se anche l’ora che è stata diffusa a proposito del misterioso cataclisma dovesse essere giusta, io morirò a scuola.
In tutta sincerità, me lo meriterei.
Morirei in compagnia di persone che amo molto e a cui mi sento profondamente legata.
Sono persone che non ho scelto, esseri umani che mi sono stati messi accanto dal destino, cieco più di me. Ma che, col tempo, mi sono diventate incredibilmente care.
Pur fisicamente lontana da molti altri che amo in modo altrettanto (se non di più) intenso, credo che avrei un pensiero finale per tutti coloro che hanno lasciato il segno nella mia tutto sommato breve esistenza.
Grazie, babbo e mamma, per avermi prima tanto voluta, poi concepita, e quindi sempre accudita da quando sono venuta al mondo. Grazie per avermi fatto capire che studiare era l’impegno più importante a cui potessi dedicarmi da ragazza, grazie per avermi trattata di merda quando ci voleva, grazie per avermi lasciata andare dove sono voluta andare.
Grazie, Rondine, per essere stato il fratello che avevo sempre sognato da bambina, l’unico per cui valesse la pena di rinunciare al ruolo di figlia unica. Grazie per la leggerezza consistente del tuo amore, per non avermi detestata quando ero brava a scuola e tu bocciavi, per aver creduto alle mie parole, per esserti fidato dei miei piccoli consigli. Grazie per avermi fatto assistere alla tua metamorfosi più grande e più meravigliosa, da fratello a padre, da ragazzo a uomo, da fidanzato a promesso sposo.
Grazie, amici e amiche, per il passato che mi avete regalato, per i giorni in cui mi avete ospitata nelle vostre case, per le notti in cui avete ascoltato le mie paturnie e le mie follie. Grazie per il presente che desiderate ancora condividere con me, per i film che vediamo insieme, per le tavole apparecchiate a cui sediamo, per le passeggiate nelle vie di questa città in cui vogliamo vivere anche quando ci delude.
Grazie, amori di tutta la mia vita, tutti, da quello (potente e totale) provato all’asilo, a quello (altrettanto potente e totale) che provo oggi. Ciascuno di voi mi ha insegnato che si può amare meglio e di più, che all’amore va lasciato sempre spazio, che senza l’amore tutto il resto perde il senso.
Grazie, animali che ho avuto la fortuna di incontrare e di ospitare nella casa e nella vita per anni che non potrei mai a dimenticare. Grazie Agata, criceto ingrato e traditore, grazie Bearzot, pesce d’Arno strappato alla frittura di paranza di Sgomea e ospitato della boccia di vetro per diciotto mesi, grazie Giorgio, gatto terrorizzato e mai consolato. Grazie Nello, beagle comico e intelligente, il più bel regalo di compleanno di tutta la mia vita, compagno degli anni d’esilio in Lombardia, amico canino dallo sguardo umano, socio fiducioso, dolore enorme alla bocca dello stomaco quando te ne sei andato. Grazie Micino da Scansano detto Mimmo, più cane che gatto, teppista di Maremma, urbanizzato a forza e per amore, ronfatore indefesso e acquietatore di ogni affanno.
Grazie a chi mi ha fatto ridere, pentire, patire perché mi ha fatto pensare. Grazie a chi mi ha tradita, infamata, abbandonata perché mi ha fatto crescere la scorza che protegge. Grazie a chi ha attraversato i miei anni, a chi non mi ha capita, a chi non ha neanche voluto provare a farlo.
Se la mia vita dovesse finire domani, io sarò felice.
Perché stare al mondo fino alla fine del mondo m’è molto piaciuto.

Visita a sorpresa

20 dicembre 2012

A volte tendo a dimenticare particolari esistenziali significativi.
Dimentico per esempio che sono a scuola, che ci sono nelle vesti di insegnante, che ho venti alunni che mi guardano per un’ora intera e colgono ogni minima sfumatura dei miei atteggiamenti.
Dimentico, soprattutto, che ho quarantasei anni (quasi quarantasette).

Toc toc.
“Avanti!”
“E’ permesso?”
“NO! NON CI POSSO CREDERE!!!”

E stacco una corsa (su zoccoli a zeppa 12) che dalla cattedra su cui sono seduta (dimentico spesso anche che esistono le sedie) mi porta in un lampo alla porta dell’aula, sulla quale si è appena palesato il mio professore preferito, un gigante (buono) che l’anno scorso insegnava Matematica nel mio stesso istituto e che quest’anno la sorte maledetta e le regole inique che governano l’assegnazione delle cattedre mi hanno strappato via. Il mio compagno di merende preferito, uno tra gli uomini più pacifici della terra, un amico con cui era possibile parlare di ogni cosa.
Con un balzo mi stacco da terra e gli salto addosso, braccia al collo e gambe alla vita, sul modello di un primate affettuoso ed espansivo.
Al cospetto di una classe allibita, che (comprensibilmente) resta priva di favella.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis è il romanzo perfetto per gli adolescenti: passionale, impetuoso, incontenibile, tragico, estremo.
E di tutte le lettere che l’alter ego foscoliano invia all’amico Lorenzo Alderani, quella datata 15 maggio è tra le più convincenti: non a caso non c’è antologia scolastica che manchi di inserirla.
Jacopo Ortis, esule da Venezia dopo il tradimento di Napoleone che ha regalato Venezia e il Veneto agli austriaci col Trattato di Campoformio, si trova sui Colli Euganei. Lì conosce Teresa e se ne innamora. Lei però è già promessa sposa a un antipaticissimo Odoardo. Tuttavia non esita ad ammollare un bacio al fascinoso fuggitivo.

Dopo quel bacio io son fatto divino. Le mie idee sono più sublimi e ridenti, il mio aspetto più gaio, il mio cuore più compassionevole. Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi: il lamentar degli augelli, il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi: non fuggo più gli uomini e tutta la natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia. Se dovessi scolpire o dipingere la stessa beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.

“Che esagerato…”
“Ma come esagerato, ragazzi! Pensateci: non è così che ci si sente quando diamo il primo bacio alla persona di cui siamo innamorati? Non dico l’ennesimo bacio che si dà dopo mesi e mesi che stiamo insieme: dico il primo. Non si prova quest’estasi? Non ci sembra la terra il più meraviglioso dei luoghi? Non ci sembra la vita il più fantastico dei doni?”
“Beh, sì, forse…”
“Chi di voi è fresco di primo bacio?”
“Io, profe.”
“Ecco, allora diccelo: come ti sei sentita quella notte, quando, al ritorno dalla festa della musica elettronica alla Fortezza da Basso (eh!eh!eh!) hai dato il primo bacio a quel ragazzo che ti piace tanto?”
“In effetti mi sono sentita molto bene!”
“E allora vedi, vedete che Foscolo scrive quello che proviamo anche noi, mette su carta le nostre stesse sensazioni? Io ricordo perfettamente i primi baci che ho dato agli uomini che ho amato. Me li ricordo tutti, dal primo all’ultimo!”
“Davvero?! E cosa si ricorda, profe?”
“Ricordo come mi sentivo beata, com’ero profondamente felice.”
“Ma se li ricorda tutti tutti? Anche quelli dati da ragazzina?”
“Tutti, dal primo all’ultimo.”

Ed è proprio così, non ne ho dimenticato neanche uno. Dal primo bacio della mia acerba adolescenza (a bocca sigillata e lingua prigioniera) dato nel campo da calcio dell’oratorio dei preti, a quelli della mia maturità sempre più consapevole: quello che mi scorticò la schiena perché era estate e io indossavo una maglietta scollata, quello alla fine di una festa in campagna durata fino alle sei della mattina, quello al chiuso e al buio di un cinema, quello sotto casa prima di rientrare.
Ma quello che ricordo con più struggimento lo ricevetti dentro l’abitacolo di una macchina non mia, dopo una partita del Milan, poco prima della mezzanotte, davanti a una concessionaria automobilistica, un posto squallido che nella mia memoria ha i contorni dell’Eden. Fu il bacio più delicato e sensuale che abbia ricevuto in tutta la mia vita. A darmelo fu un uomo ch’io non potevo credere stesse baciando proprio me.

Aspettando la fine del mondo

17 dicembre 2012

“Profe, venerdì finisce il mondo, se lo ricorda vero?”
“Certo. Spero anzi che finisca di mattina mentre siamo ancora a scuola così saltiamo in aria tutti insieme mentre si fa lezione: può esistere morte migliore?”
“Davvero vuole morire insieme a noi? Che dolce! Però venerdì c’è l’assemblea.”
“Accidenti, è vero: ci tocca morire in palestra insieme a quelli delle altre classi…”
“Però alle prime due ore c’è lezione regolare!”
“Hai ragione, allora sarà perfetto: moriremo in classe nostra leggendo i Promessi Sposi!”
“Profe ma che è pazza? Io mi rifiuto di farmi cogliere dalla morte mentre faccio un’azione tanto assurda!”
“Stai scherzando? Trovami un modo più elevato per togliere le tende. Pensa, la fine del mondo arriverà e avrà la voce di Renzo e di Lucia.”
“Oddio che depressione.”
“Invece sarebbe magnifico, indimenticabile. Un gesto eterno.”
“Ma da sfigati.”
“Anzi, tutto il contrario: da eroi! E se qualcuno dovesse sopravvivere, magari, in futuro, scavando tra le rovine della nostra scuola, ci ritroverà imbalsamati come le vittime di Pompei, Ercolano e Stabia nel 79 dopo Cristo, quando il Vesuvio eruttò radendo al suolo le tre città. Che scenario! Che memoria di noi da lasciare ai posteri! Una classe intera, con la loro insegnante di Italiano, immobilizzata dalla morte con la propria edizione del Romanzo manzoniano tra le mani!”

Ancora un po’ e li convinco.

Ricevimento plenario

14 dicembre 2012

“Salve professoressa!”
“Buonasera signora. Lo sa, vero, che lei ha rovinato la mia vita?”
“Come?!”
“Proprio così: lei ha distrutto il mio equilibrio interiore, compromesso l’organizzazione logistica delle mie giornate, rivoluzionato la priorità dei miei impegni e alterato la natura dei miei rapporti sociali.”
“Ma… io…. veramente…”
“Sì, signora: lei e quei maledetti ferri da calza, lei e quei magnifici manufatti di cui riveste sua figlia, lei e la sua passione per la maglia che indirettamente mi ha trasmesso!”
“Ah… quella!”
“Signora, lo sa che per colpa sua io ho sviluppato una dipendenza vera e propria?”
“Sì, ho letto qualcosa sul blog…”
“Sì, ma sul blog non scrivo proprio tutto (perché mi vergogno): la situazione è molto più grave di quanto possa apparire.”
“A chi lo dice… Quando rimango senza lana è una tragedia.”
“Ecco, per me uguale: quando finisco i gomitoli vago per la casa come un’anima in pena.”
“Infatti non vedo l’ora che sia domattina per andare da Campolmi!”
“Ma cosa dice, signora? Campolmi il sabato… E’ CHIUSO!”
“CHIUSO?! NON E’ POSSIBILE!”
“Glielo giuro: è chiuso tutto il giorno.”
“Non può essere! Ho il ricordo di esserci stata proprio di sabato, in passato…”
“Le dico che è chiuso, mi creda.”
“Eppure io sono certa che…”
“Signora, volevo evitare di cadere così in basso, ma guardi qua, guardi lei stessa questa foto che ho scattato col telefono al cartello vicino all’insegna: CHIUSO NELL’INTERA GIORNATA DI SABATO.”
“Oddio!”
“Gliel’avevo detto.”
“E ora come faccio?! C’è da far passare tutto il sabato e tutta la domenica! Non posso aspettare fino a lunedì!”
“Beh, vada da Mirko filati.”
“Mirko filati?! E dov’è?!”
“In piazza san Lorenzo, proprio di fianco alla facciata della chiesa, sulla sinistra: un negozino sotterraneo, minuscolo ma strafornito, un po’ più caro di Campolmi, ma perfetto per le emergenze. Il sabato fa orario continuato fino alle diciotto. Io domattina ci vado di levata, sennò divento pazza.”
“Grazie professoressa! Grazie di avermelo detto: domattina ci vado anch’io. Sa, ho appena finito un cappellino per mio fratello e voglio cominciare un lavoro nuovo.”
“Un cappellino?! Ai ferri o all’uncinetto?”
“Ai ferri.”
“E come si fa a fare un cappellino ai ferri?!”
“E’ semplice: prima si fa la balza, tutta dritta, poi si inizia a scalare e…”
“Il mio dramma personale è che non so scalare.”
“Ma come professoressa?! Basta prendere due maglie in una volta sola!”
“Eh, facile a dirsi: a me non riesce. Pensi che vorrei farmi uno scialle e non c’è verso di capire come fare.”
“Uno scialle? A casa ho un modellino favoloso con tutte le spiegazioni: glielo faccio avere qui a scuola!”
“No, lasci stare… io ho bisogno di guardare in diretta: le spiegazioni scritte non le capisco quasi mai.”
“Le dico che queste sono semplici e chiarissime: le riuscirà sicuramente! Glielo mando tramite mia figlia. A proposito, a scuola come va?”

Il primo ricevimento plenario dei genitori di quest’anno è stato più surreale di sempre.

Mea culpa

13 dicembre 2012

In ogni scuola la regola vieta l’uso dei cellulari e di ogni dispositivo elettronico.
A scuola ci si va per seguire le lezioni, per svolgere compiti e verifiche, per farsi interrogare.
A scuola va evitata ogni distrazione: non si mandano messaggini, non si risponde neanche alle chiamate del babbo e della mamma, non si controlla la posta, non si naviga in Rete se non usando l’apposita Lim.
“Scusa, cosa stai facendo?”
“Nulla profe, perché?”
“Perché io spiego e tu stai spippolando nel tuo aggeggio. Per di più, di tanto in tanto alzi gli occhi, mi guardi, e ridi sotto i baffi. Si può sapere che cos’hai?”

Leggeva il post intitolato “Vaffanculo”.

Un fiorino

12 dicembre 2012

A Storia il discorso cade sul fiorino, la moneta d’oro di 3,54 grammi a 24 carati coniata per la prima volta nel 1252 a Firenze e, tra il XIII secolo e il Rinascimento, grazie alla crescente potenza bancaria della città, diventata la moneta di scambio preferita in tutta Europa, una sorta di dollaro dell’epoca.

“UN FIORINO! Eh ragazzi, ricordate?”
“Cosa?”
“No, dico: UN FIORINO!”
“Ma cosa, profe?”
“La scena di quel film fantastico: CHI SIETE? DOVE ANDATE? COSA PORTATE? UN FIORINO!”
“Ma di che parla?!”

Non lo hanno mai visto.
Non sanno nemmeno che esiste.
Così stamani tutti in aula audiovisivi per la proiezione di “Non ci resta che piangere”.
Basta con quest’ignoranza.

Vaffanculo!

12 dicembre 2012

Uno dei sonetti che Cecco Angioleri dedica alla ragazza di cui è innamorato (tale Domenica, detta Domenichina, detta Becchina, una senese belloccia quanto di facili costumi) s’intitola “Becchin’amor!”.
Oltre che un sonetto, la poesia in questione è un contrasto, ossia un corteggiamento in versi.
Generalmente nel contrasto c’è sempre un lui che chiede a una lei qualcosa di facilmente intuibile e una lei che nega a un lui l’oggetto tanto sospirato. Per poi concederglielo regolarmente a fine testo, dopo una quarantina di rime.
In questo caso invece Cecco chiede a Becchina solo un gesto (uno dei più difficili, effettivamente): il perdono.
Si vede che gliene doveva avere combinata una grossa, perché ci mette tutto l’impegno per commuovere la donna e spingerla a un atto di pietà. Lei, da parte sua, non cede, lancia accidenti contro il povero poeta disperato, e gli augura perfino di morire.

“Per la prossima volta me la studiate a memoria.”
“No! Come sarebbe a dire profe?! Un’altra poesia a memoria?!”
“Proprio così: un’altra poesia a memoria.”
“Ma noi un se ne pole più! Son difficili!”
“Le so io, le dovete sapere anche voi.”
“Ma lei è una profe!”
“E voi siete i miei cari alunni. E proprio per dimostrarvi quanto tengo a voi, vi concedo di recitarmela a coppie: salirete in cattedra e uno farà Cecco, una farà Becchina.”
“Ma un siamo nemmen pari!”
“Vorrà dire che qualcuno farà la donna, o qualcuna farà l’uomo.”

Infatti eccole, due ragazze a dividersi il battibecco in versi datato 1300. Gli scappa un po’ da ridere, ciondolano un po’ di qua e di là. Ma poi si ricompongono, si danno un contegno e cominciano la declamazione interpretativa.

“Becchin’amor!”
“Che vuo’, falso tradito?”
“Che mmi perdoni!”
“Tu non ne se’ degno!”
“Merzè, per Deo!”
“Tu vien molto gecchito…”
“E verrò sempre!”
“Che saràmi pegno?”
“La buona fe’”
“Tu ne sei mal fornito!”
“Non inver’ di te.”
“Non calmar, ch’i ne vegno…”
“In che fallai?”
“Tu sai ch’io l’abbo udito!”
“Dimmelo, amor!”
“Va’, e che ti venga un segno!”
“Vuoi pur ch’i’ moia?”
“Anzi, mi par mill’anni!”
“Vaffanculo!”

Interrompo e intervengo per puntualizzare, con voce pittimina.
“Quella parolaccia non può avergliela detta: le battute di Cecco sono sempre quinari. Vaffanculo invece (vaf-fan-cu-lo) è di quattro sillabe: mi salterebbe tutto il sonetto”.

Il tutto ripreso con i cellulari e probabilmente già dato in pasto alla Rete.

53 anni fa

8 dicembre 2012

Cinquantatré anni fa era, esattamente come oggi, l’Immacolata Concezione.
Il mio babbo e la mia mamma si frequentavano da tre anni. Uno sproposito. All’epoca, quando due stavano insieme senza che le rispettive famiglie ne sapessero ufficialmente niente, si diceva che “facevano all’amore fuori”. Nel senso “non in casa”. Uscivano insieme, con ogni probabilità nazzicavano di brutto (altrimenti il babbo cosa diavolo ce la montava a fare la mamma sulla GS portandola tra le fresche frasche lungo il reston dell’Arno?), però nulla era ufficiale, riconosciuto, né tantomeno approvato. La coppia c’era, ma socialmente era abusiva, quasi losca, in odor di peccato.
Ebbene, proprio nel giorno dell’Immacolata Concezione di cinquantatré anni fa il babbo decise di restituire alla mamma quella rispettabilità sociale di cui egli stesso (forse insieme alle mutande) l’aveva privata, e si presentò alla porta dei futuri suoceri.
Prima però, nel pomeriggio, aveva portato la mamma al cinematografo a vedere “I dieci comandamenti”. Ci avesse portato me l’avrei mandato al paese dei pìppoli, ma la mamma da quel ragazzo di vent’anni si sarebbe fatta portare anche nell’Ade.
Dopo il cine andarono a cena, ognuno a casa propria, e poi, finita quella, il babbo inforcò di nuovo le scale per uscire: sotto casa lo aspettava il Chiecchione, suo amico di remotissima data, dal quale egli sperava di ricevere tutto il coraggio necessario ad affrontare il delicato incontro.
Il Chiecchione lo accompagnò fino alla cantonata del Cavezzuti, indi lo lasciò al suo destino, sulla via XXV aprile, allora sterrata. Il babbo varcò il cancello che conduceva nel grande giardino, lo attraversò, entrò dentro il civico 31 e bussò alla porta.
Il nonno e la nonna conoscevano fin troppo bene quel giovane uomo dal cilabbro doppio come Marlon Brando e dalla capata di capelli come Elvis Presley: la Fama dalle larghe ali si era data da fare con le chiacchiere sul cospicuo numero di femmine da costui sciupate e di lì a poco abbandonate, prima di imbattersi in quella silfide che negli anni Sessanta era mia madre.
La nonna aveva preso tante volte a granatate la mamma, che ogni volta cercava (senza trovarlo) un riparo sotto il letto: “Quel capone! -le ruggiva dietro- Ti porta a giro e non conclude nulla di serio!”
Sconfinata era però la fiducia che la mamma riponeva nel mio babbo: era certa che l’amava e che, se non era oggi sarebbe stato domani, l’avrebbe fatta prima fidanzata e quindi sposa.
Il babbo fu fatto accomodare in cucina e gli fu offerto un vecchia romagna etichetta nera che non bevve poiché non simpatizzava per gli alcolici. Gradì invece un caffè.
Fatte du’ parole, salutò e tornò a casa sua.

Oggi hanno festeggiato la ricorrenza storica tornando insieme al cinema: al posto dei dieci comandamenti hanno visto Venuto al mondo, tratto dal romanzo della Mazzantini, con Sergio Castellitto e Penelope Cruz.
Decisamente meglio.