“Professoressa, scusi.”
“Sì, dimmi.”
“Ma questi Promessi sposi come vanno a finire?”
“Ma come, non lo sai?!”
“Veramente no, professoressa: io non li ho mai studiati, neanche alle medie.”
“Davvero?”
“Se è per questo, neanch’io profe. Le medie le ho fatte in Perù.”
“Nemmeno io: le medie le ho fatte nelle Filippine.”
“Io neanche: ai tempi delle medie ero ancora in Albania.”
“Ho capito, ma insomma, dico, stiamo parlando dei Promessi sposi! Tutto il mondo sa come vanno a finire!”
“Va be’, noi non lo sappiamo.”
“Allora lo scoprirete alla fine dell’anno.”
“No, dai profe, ce lo anticipi un po’, per favore!”
“Ma dai, ci si arriva con un minimo di intuizione: Lucia molla Renzo e si mette insieme a don Rodrigo.”
“No! Come?”
“Ma certo. Non vi sarete mica aspettati il classico lieto fine! Manzoni era un tipo originale.”
“Ma io non ci posso credere…”
“Nemmeno io…”
“Ma perché lo lascia?”
“Ma, dico: voi non lo lascereste uno così? Io subito!”
“Ma profe! Povero Renzo…”
“Appunto, povero. E poi analfabeta, irascibile, ubriacone e sprovveduto. Che se ne faceva Lucia di uno come lui? Vuoi mettere don Rodrigo? Bello, fascinoso, intraprendente e ricco.”
“E quindi?”
“E quindi Lucia va a vivere al palazzotto, in punta al poggio, e sta come un ragno: una quarantina di stanze, quadrupli servizi, sale di ricevimento, una festa dopo l’altra, sempre ospiti per casa, e poi shopping, shopping, shopping, a Lecco, a Milano. Si dice che sia diventata compulsiva.”
“Ma Agnese non le dice nulla?!”
“Agnese?! Più contenta della sua figliola! Sistemata alla grande in una dependance del palazzotto, appena di lato. Suo genero le mette al seguito anche un paio di bravi che la seguono sempre quando va a fare un po’ di spesa giù in paese e le portano le buste.”
“Ma roba da pazzi, non l’avrei mai detto.”
“Neanch’io.”
“Neanch’io.”
“Neanch’io.”

A essere sincera, neanch’io.

Profe si guarda un film?

29 gennaio 2013

A scuola siamo in piena settimana di pausa didattica. Eviterò di rilasciare pareri in proposito (anzi no: la pausa didattica è una cagata pazzesca) e dirò invece che, per far passare questi benedetti sette giorni nei quali è vietato spiegare, interrogare e propinare verifiche, ho deciso di giocarmi la carta della cultura cinematografica.
“Potremmo proiettare sulla Lim il Decameron di Pier Paolo Pasolini.”
“E’ sconcio, profe?”
“Be’, un pochino sì, ma io (oltre a stimare lui) mi fido di voi e so che non vi comporterete come scaricatori di porto ma come damerini settecenteschi.”
“Ma di preciso icché si vede?”
“Nulla di che, solo c’è quella novella di quel muto che chiede asilo in un convento di suore e casualmente si accoppia con una di loro che poi racconta il livello di prestazione di costui a tutte le altre e quindi anche le altre…”
“Bellissimo! Si guarda!”
E invece alla biblioteca delle Oblate il dvd è in prestito, e nelle altre biblioteche introvabile.
“Se mi suggerisce un altro titolo, però -dice gentilissimo uno studente della classe in questione- posso sentire se ce l’hanno.”
Un po’ ci penso, un po’ spippolo su internet alla ricerca di qualche suggerimento. E (meraviglia!) vedo che c’è addirittura una pagina di wikipedia dedicata a film ispirati al capolavoro di Boccaccio.
La consulto:
- Decameron proibito: Boccaccio mio statte zitto.
- Fratello homo, sorella bona
- Decameron n.69
- Novelle licenziose di vergini vogliose
- Quando le donne si chiamavano madonne
- E continuavano a mettere lo diavolo ne lo ‘nferno
- E si salvò solo l’Aretino Pietro, con una mano davante e l’altra dietro
- Racconti proibiti di niente vestiti
- Quant’è bella la Bernarda, tutta nera tutta calda

Opto per un bel ripassone generale.

Attenzione!

28 gennaio 2013

Non lo dico io, lo dicono gli esperti: gli studenti di oggi non sanno più concentrarsi e dispongono solo di un’attenzione parziale. Come in un’infinita e mostruosa riproduzione della dea Kalì, in una mano tengono lo smartphone per le chiamate e i messaggini, in un’altra l’ipod per la musica, in una terza il telecomando per seguire la televisione e nella quarta (nei casi più felici) un lettore e-book. La scorsa settimana alla Cattolica di Milano si è tenuto un convegno dedicato a tutto questo. Non so cosa ne sia emerso: io, mentre gli esperti si riunivano per elaborare un vademecum capace di interrompere questo presunto processo involutivo, ero in classe a combattere coi cellulari dei miei alunni. Ho letto però che si parla di “allarme pensiero”, di “preoccupante regressione”, insomma una sorta di “criminalizzazione generazionale”. Ho letto che noi, della generazione pre-tecnologica, eravamo migliori, più intelligenti, quasi perfetti a livello cognitivo: conoscevamo il pensiero critico, applicavamo la consequenzialità logica e padroneggiavamo la frase complessa. Questi di ora? Nulla, una tragedia: lessico stringato, sintassi singhiozzante, pensiero nebuloso punteggiato di “tipo”, “cioè” e “praticamente”, mancanza di stimoli ad approfondire. Non starò qui a dire è vero o non è vero. Vorrei solo fare due osservazioni. La prima. Un mio alunno, in un tema recente sulle trasformazioni generazionali, mi ha scritto le testuali parole: “Basta coi discorsi su com’eran belli i vostri tempi, su come vi sapevate divertire voi, su come studiavate bene e tanto. Basta con la storia di quei lunghi pomeriggi passati a ragionare a cavallo di un muretto. I tempi non sono più quelli, noi non siamo voi e il mondo in cui noi siamo nati non è il vostro. A voler essere precisi, voi lo avete inventato, per poi dire a noi che fa schifo e non vale quanto il vostro. Noi questo mondo ce lo siamo ritrovato e ce lo dobbiamo tenere: siamo cresciuti col cellulare in mano, con la tecnologia sempre addosso? E’ vero. E’ così”. Non vi sembrano parole tanto vere quanto disarmanti? A me sì, e infatti mi guarderò bene d’ora in poi dal fare predicozzi ai miei studenti. La seconda. Nell’indimenticabile serata dedicata alla Costituzione, Benigni disse qualcosa sull’Europa unita: disse che era folle pensare di tornare indietro, di interrompere il corso naturale delle cose e della storia. Non vi sembra che la sua osservazione sia applicabile anche a questa benedetta tecnologia? L’abbiamo inventata, l’abbiamo diffusa, l’abbiamo strapubblicizzata: teniamocela e impariamo a usarla, senza demonizzarla. Apriamo la mente al nuovo che avanza e le braccia ai nostri ragazzi, che per certe cose sono molto più avanti di noi (anche se ci brucia tanto ammetterlo). Io dai miei diabolici studenti cinesi mi sono fatta istallare sull’iphone l’infernale WeChat, con la quale riusciamo a stare in contatto anche in eventuali notti insonni. E con quelli italiani vado di whatsapp selvaggio tanto che, quando mi beccano connessa tra un cambio d’ora e l’altro, mi fanno degli amabili cazziatoni che abbattono le barriere generazionali e ci fanno sentire meno estranei.

(Il Corriere della Sera, pagine fiorentine, 26 gennaio 2013)

Il canto sussurrato

28 gennaio 2013

Finalmente, dopo averne tanto sentito parlare, l’ho conosciuto di persona.
E’ uno dei Dirigenti scolastici a cui fischiano di più le orecchie in tutta la provincia di Firenze: dicono che il suo nome sia pronunciato con stima sincera dai professori che hanno voglia di lavorare e con cieco terrore da chi a scuola ci va per scaldare la sedia della cattedra. Dicono che, dove passa lui, l’erba cresce più alta; dopo che le ha dirette lui per qualche anno, anche le scuole più sgarrupate riprendono vigore e s’innalzano di livello. Perché lui non dà pace, non concede tregua: controlla i registri, supervisiona i programmi, entra nelle classi, s’intrattiene coi ragazzi, penetra nelle dinamiche, smussa gli spigoli e valorizza i talenti. Ma fa anche una guerra impietosa (e giusta) a chi questo lavoro lo fa come se ne farebbe uno qualsiasi di segreteria.

Venerdì scorso è stato il protagonista della Lectura Dantis accolta presso l’aula magna del “Miche”, il liceo classico di via della Colonna. Aveva scelto il Canto Sesto dell’Inferno, quello dei golosi. Un canto ricco di suggestioni e di messaggi, politici soprattutto. Tuttavia -com’egli stesso ha puntualizzato- sarebbe un errore credere, come si tende a fare, che i canti politici del poema dantesco siano solo i tre canti sesti delle tre distinte cantiche: di politica è intrisa l’intera Divina Commedia, di politica si parla quasi in ogni canto, perché la politica animò Dante più di ogni altro sentimento. Certo, nel Canto Sesto il tema è dominante grazie all’incontro con quel mangione di Ciacco che rivela tre profezie al povero Dante, prossimo all’esilio del 1302.
Io quando leggo in classe questo canto, faccio sempre un gran casino: m’improvviso Cerbero e latro sguaiatamente simulando di avere tre gole e altrettante bocche spalancate, squarto e scuoio simbolicamente i miei studenti camminandogli vicina e seminando anche un po’ di inquietudine, imito le anime dannate distese a terra, ora prone ora supine, e Dante e Virgilio costretti a procedere in punta di piedi per non calpestare quella vanità che par persona, faccio versacci e vocioni.
Il Preside Valerio Vagnoli, invece, venerdì scorso ci ha regalato una lettura sussurrata, in un approccio intimo e misurato a uno dei canti più maestosi della prima cantica, dove la pena è greve come quella pioggia che cade incessante, l’atmosfera irrespirabile come quella terra che riceve e pute, la visibilità minima come in tutto il resto del mondo infernale. E la paura immensa.

Due sorprese

27 gennaio 2013

La prima l’ho ricevuta.
Un ex studente bergamasco, che fatico a considerare tale perché dopo dodici anni è per me semplicemente un amico a tutti gli effetti, ha prenotato una stanza d’albergo e una visita guidata agli Uffizi e al Corridoio Vasariano. Quindi ha preso al volo un treno per Firenze e mi si è materializzato davanti ieri sera nel piazzale delle Murate davanti all’ingresso del Caffè Letterario. Per mano teneva sua sorella, un’incantevole ragazzina di dodici anni che venne al mondo quando lui ne aveva già diciotto e che io ho conosciuto solo in questa improvvisa, imprevista e inimmaginabile occasione.

La seconda l’ho fatta.
Un’ex collega dell’anno scorso, quotidianamente pensata e rimpianta, finiva gli anni in questi giorni: suo marito, alla zitta, le ha imbastito una cena a sorpresa invitando persone a lei care. In dono le ho portato uno dei miei preziosi e ambitissimi manufatti: i ciechi la chiameranno sciarpa, i lungimiranti e gli artisticamente sensibili non esiteranno a nomarla stola. In finissimo bouclé beige e marrone, che sulla Rosi (ringiovanita anziché invecchiata nei suoi invidiabili trentacinque anni) fa la sua porca figura.

Ca’ Foscari e BdSA

24 gennaio 2013

Mi è arrivata una mail da un professore universitario di Trieste che mi propone un incontro pubblico sulla scuola, la didattica e i metodi educativi, da tenersi presso l’Università di Venezia Ca’ Foscari: argomento caldo, interlocutori interessanti, luogo prestigioso.
Leggendola, pensavo: ma a Venezia vive la mia ex compagna di banco del liceo, la duchessa Bianca di Savoia Aosta (BdSA per tutta la mia classe), con cui ho riso per cinque anni e che non rivedo da trenta!

Ho detto subito sì, vengo.

Parli!

24 gennaio 2013

“Profe!”
“Dimmi caro.”
“Come sarebbe questa storia letta sul suo blog?”
“Che storia?!”
“La storia del liceo artistico.”
“Ah, quella…”
“Eh, sì, quella: come sarebb’a dire?”
“No, nulla.”
“Ma che nulla, profe: parli!”
“Non adesso: adesso c’è da fare Boccaccio.”
“Ma che Boccaccio e Boccaccio, profe: ci dica la verità.”
“Insomma Boccaccio, dopo il periodo napoletano, venne richiamato a Firenze dal padre, che aveva bisogno di lui per…”
“Va bene, allora noi non si prendono più appunti.”
“E non si viene più nemmeno a scuola nelle ore di Italiano.”
“E le boicottiamo puntualmente lezioni.”
“E le impediamo di portare a termine il programma.”

Prima che arrivassero a dire “e le riempiamo la faccia di cazzotti”, ho fermato la lezione e ho parlato.

Barbera e champagne

21 gennaio 2013

Quando s’era bambine, io e la mia cugina Lucia, il babbo ci proponeva spesso quello sketch: l’aria gigiona, la mascella volitiva, l’occhio a triglia bollita, la postura plastica di chi s’avvia lentamente su una passerella. Quindi attaccava:
“Barbera e champagne… stasera beviam… per colpa del mio amor pa ra pa pa… per colpa del tuo amor pa ra pa pa! Ai nostri dolor… insieme brindiam… col tuo bicchiere di barbera… col mio biccheire di champagne!”

Io e mia cugina, sei anni a cranio, lo contemplavamo affascinate: ma mentre lei (che già allora aveva occhi enormi e spalancati) reggeva qualche minuto e poi scoppiava a ridere chiedendo bis su bis, io rimanevo estasiata davanti alla capacità interpretativa di quell’uomo che mi appariva inarrivabile. E poi com’era bello quando cantava quella canzone, com’era fascinoso: i capelli corvini, la bocca carnosa, i denti bianchissimi e perfetti.

Stasera io e il babbo ci siamo sentiti al telefono mentre su RaiTre andava in onda lo speciale che Fazio ha dedicato a Gaber: Iacchetti cantava Barbera e champagne, ci è preso il ridere e al babbo gli s’è sganciata la dentiera.

Vasco day

21 gennaio 2013

Dopo lunghe settimane di degenza in ospedale, dopo notizie allarmanti sul suo stato di salute, dopo un susseguirsi frenetico di voci che lo davano per spacciato, oggi Vasco torna a cantare.
S’intitola L’uomo più semplice il singolo passato in giornata da tutte le radio.

Forza Vasco, faglielo vedere a quei puzzoni di 3A -che preferiscono il Liga a te- di cosa sei capace.

La supplente

21 gennaio 2013

“Ragazze, avete dello smalto rosso? Mi si è scheggiato qua, sul dito, vedete?, e non mi posso vedere quest’unghia sghemba.”
“Macché profe, la supplente ce li ha sequestrati tutti mettendoci anche una nota sul registro.”

Come si permettono queste supplenti?