Chiedere o non chiedere il trasferimento? Andarsene in un’altra scuola o restare in quella dove siamo? Staccarsi dallo scoglio e tentare nuove avventure professionali o restare ancorati nel nome di un rivisitato ideale dell’ostrica di verghiana memoria? Nella posta elettronica istituzionale di tutti gli insegnanti proprio in questi giorni è arrivata l’e-mail per la presentazione della domanda di trasferimento, che scadrà intorno alla fine di marzo. Ci sono quindi due mesetti buoni per ponderare, rimuginare e alla fine prendere la migliore decisione. Da quando ho iniziato a fare questo mestiere ho sempre avuto un sogno: insegnare italiano e storia in un liceo artistico. Nel mio immaginario, probabilmente inquinato da un eccesso di fantasia, l’artistico è il coacervo delle menti più dotate, più impavide e più libere. E quando penso a tutti gli incastri contenutistici che potrei pianificare con i colleghi delle materie d’indirizzo, mi si palesano davanti lezioni pirotecniche dense di pathos e suggestioni: già fondere insieme le mie due materie con la storia dell’arte potrebbe produrre roba buona. Figuriamoci poi con tutte le altre. Così ogni anno, da tre anni, mi si ripropone il fastidioso dubbio: andare o restare, agire o rimandare, osare o temere? Cosa deve pesare di più sulla bilancia di una scelta come questa: le aspettative su quello che potrebbe essere o le certezze su quello che già è? E quali sono gli aspetti che contano di più in un lavoro come il mio? Probabilmente al liceo artistico troverei un pubblico discente impegnato e veramente interessato a tutto ciò che potrei andare proponendo: mi ascolterebbero, comprenderebbero e soprattutto studierebbero di più rispetto agli studenti professionali con cui animatamente combatto tutti i giorni. Ma avrebbero il loro stesso animo multietnico e focoso? Mi si attaccherebbero emotivamente come cozze confidando su di me anche per le scelte personali? Accoglierebbero nella loro vita quei poeti antichi e quei personaggi storici col piglio critico, spiazzante e sincero dei miei attuali studenti? E (aspetto che vale più di ogni altro in un lavoro come il mio) ritroverei altrove un team consolidato e predisposto a un intenso rapporto amicale come quello con cui mi confronto tutti i giorni in questa scuola dove, sì, i soffitti pencolano, le macchie d’umido imperversano, le porte cigolano e non si chiudono, le pareti invocano una tinteggiatura, ma dove le custodi lavorano con passione e dove i professori collaborano parlando, ridono mangiando insieme e hanno come obiettivo unico del loro impegno quotidiano il confronto professionale che, quando c’è davvero, tende a produrre studenti appagati? In venti anni di docenza ho cambiato quindici scuole e penso di poterlo dire con cognizione di causa: tra gli insegnanti non è facile che questa magia scatti. Prevale semmai (e purtroppo) la tendenza a coltivare un orto ristretto e ottuso con inspiegabile gelosia spesso dannosa. Forse anche quest’anno rinuncerò al salto nel buio e resterò ancorata al mio scoglio. A volte non solo la fortuna dimentica di aiutare gli audaci, ma li getta pure in un mare di guai.

(pubblicato oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera e dedicato ai colleghi, alle colleghe, agli studenti e alle custodi della scuola dove insegno)

Tra sette giorni precisi torneremo a celebrare la Giornata della Memoria, dedicata allo sterminio ebraico perpetrato dai nazisti tra il 1939 e il 1945.
Il ciclo d’incontri “Leggere per non dimenticare” ha anticipato di una settimana la ricorrenza e qualche giorno fa ha ospitato Georges Bensoussan al Saloncino della Pergola di Firenze.
Nato in Marocco, Bensoussan è uno dei maggiori storici contemporaneisti: autore di numerosi saggi tradotti anche in italiano, fra cui L’eredità di Auschwitz, è considerato una pietra miliare nella riflessione sull’insegnamento della Shoah. Oggi dirige la Revue d’histoire de la Shoah ed è il responsabile editoriale delle pubblicazioni del Mèmorial de la Shoah di Parigi.
L’incontro, presentato dal presidente e rabbino capo della Comunità Ebraica di Firenze Joseph Levi e introdotto dal direttore della casa editrice Giuntina Daniel Vogelmann, è stato così intenso che distillerei i punti che mi si sono più attaccati alla pelle.

- La questione ebraica viene giudicata da molti come qualcosa di cui si è già parlato, scritto e prodotto anche troppo: troppe conferenze, troppi libri, troppi film fanno correre il rischio di averne fatto il pieno. Effettivamente anche a scuola, quando ne parlo, i ragazzi esclamano: “Ancora ebrei?!”. Chiediamoci il perché.

- Lo sterminio di questo popolo è conosciuto dai più a livello emozionale: tutti hanno visto i film e i documentari con le immagini mostruose di quella tragedia, tutti la vivono e la interpretano con la pancia. Pochissimi la conoscono con la testa. Conoscere la Shoah non significa turbarsi o piangere davanti a quelle immagini: significa leggere libri, conoscere dati, padroneggiarne la storia. Pensiamoci.

- Il negazionismo relativo alla Shoah non è un fenomeno quantitativamente molto esteso: tuttavia, lo strumento di diffusione di cui esso si serve è la Rete, che amplifica anche il minimo messaggio. E’ questo il vero pericolo che dovrebbe farci preoccupare. Ci preoccupa abbastanza?

- Se (quasi) tutti sono d’accordo sulla condanna radicale dell’azione passata di Hitler e dei suoi collaboratori, (quasi) tutti sono altrettanto uniti nel parteggiare per gli arabi, nell’attuale conflitto arabo-israeliano. Perché?

Festa all’alba

18 gennaio 2013

Alle otto del mattino tengo già la panza piena.
Torta al limone, cornetti alla nutella, pizzette al pomodoro e mozzarella, schiacciatine alle patate e alle zucchine, patatine fritte, CocaCola, Fanta ed Estathe.
“Tanti auguri a vooooi… tanti auguri a vooooi… tanti auguri ragazze… tanti auguri a voi!”

Loro sono due alunne di seconda: una filippina, l’altra peruviana.
Hanno una pelle così ambrata e liscia che mi verrebbe da coprirle di carezze. Hanno occhi così scuri e intensi che non mi stanco mai di contemplarle. Hanno accenti così delicati e buffi che passerei ore a ragionare insieme a loro. Hanno esistenze così dense e avventurose che in confronto a loro mi sembra di non essere neanche nata.

Ana

18 gennaio 2013

“Le tre celeberrime terzine pronunciate da Francesca nel Canto Quinto dell’Inferno, come già la scritta sulla porta infernale del Canto Terzo, contengono una figura retorica importante: quale?”
“Eh, quale?”
“Lo domando a voi.”
“E noi lo domandiamo a lei.”
“Fate poco gli spiritosi e ditemi il nome che mi aspetto.”
“…”
“Dai, su, vi do un aiutino: a…”
“A…?”
“An…”
“An…?”
“Ana…”
“ANACONDA!”

Tutto sommato non è andata male: con quell’inizio potevano precipitare in un campo semantico molto più delicato e imbarazzante.

Vedrò

16 gennaio 2013

Che il re francese Luigi XIV fosse un diociliberi lo sanno tutti.
Fanatico, egocentrico, megalomane, dispotico. In una parola: odioso.
Poco interessato dai libri, fu semmai più attirato dalla pratica politica e militare.
Studiacchiò un po’ di francese e imparò a memoria qualche parolina di spagnolo e d’italiano, nulla di più.
Da grande si sarebbe pentito di essere così ignorante, ma da ragazzo non lo sospettava.
Fu un uomo vitale e calcolatore e seppe costruirsi un’immagine di esagerata grandezza.
Quando il cardinale Mazarino, ministro tuttofare dello Stato, morì, Luigi poté salire materialmente al trono e realizzare un sogno che evidentemente covava fin dai tempi della culla: acciuffare per sé tutto il potere e relegare gli altri al ruolo di mere comparse adoranti.
Cavaliere consumato, visse la guerra da vicino quando era ancora giovanissimo.
Il tirocinio giovanile al fianco di Mazarino e le esperienze adolescenziali contribuirono fortemente a sviluppare in lui il gusto della dissimulaizone, un certo disprezzo per gli uomini e la convinzione che la fedeltà era una questione di denaro.
Dalla madre Anna d’Austria, invece, ereditò peculiarità ispaniche: il gusto del segreto, il senso della magnificenza, una devozione scrupolosa e quella cortesia raffinata e fredda che non gli sarebbe mai venuta meno.
Il Re Sole era instancabile nella caccia, nella guerra, nella danza, nella tavola e nell’amore.
Fisicamente, Luigi XIV era di statura piccola: per questo portava tacchi alti e una parrucca che lo alzavano di almeno venti centimetri.
Per tenere a debita distanza gli scocciatori e prendersi il tempo necessario a svolgere i suoi impegni, pare che solesse usare sempre la medesima espressione: “Vedrò”.

“A questo proposito, ragazzi, vi comunico che da questo preciso momento intendo fare come lui: anch’io, quando mi romperete le scatole con la correzione di quei vostri stramaledetti compiti, risponderò così. Vedrò.” dichiaro stamani con aria regale.

Prontamente rispondono che anche loro intendono adeguarsi a questa simpatica moda e, quando io romperò le scatole con le mie stramaledette interrogazioni, diranno lo stesso, però al plurale: vedremo.

Complemento d’età/2

15 gennaio 2013

“Profe, chi è quella classe di ingrati a cui ha dedicato il post Complemento d’età ?”
“Si dice il peccato, non il peccatore.”
“Via profe, a noi ce lo può dire!”
“La seconda A”.
“Cattivi! Che poi lei è carina ancora e le rughe mica ce le ha.”

Ma infatti, non ci vuole mica nulla per far felice un’insegnante stagionata (e contemporaneamente guadagnarsi un più sul registro): basta mentire con una certa credibile grazia.

Chi trova un amico.
L’amicizia secondo Verga e secondo noi.

L’infanzia negata.
Il mondo è pieno di Rosso Malpelo.

Corpi in vendita.
La lupa e Nanà in Verga e Zola.

Con gli occhi di Verga.
Temi e motivi nelle novelle verghiane.

I titoli delle quattro tesine con cui i miei diciotto alunni parteciperanno ai “Colloqui fiorentini” sono grandiosi.
I contenuti?

Il Marocco in classe

15 gennaio 2013

Verginità.
Imene.
Deflorazione.
Visite ginecologiche.
Pene.
Vagina.
Prepuzio.
Circoncisione.
Matrimonio.
Poligamia.
Tradimento.
Separazione.
Divorzio.

Io volevo spiegare i Sepolcri dal verso 151 in poi.
Ma con quattro marocchine in classe non è mica facile.

Complemento d’età

14 gennaio 2013

Più il tempo passa, più il complemento d’età mi sta sulle palle.
Per esorcizzare l’antipatia nei confronti della fase senile a cui mi vado lentamente quanto inesorabilmente avviando, improvviso un’autoironia che si fa di anno in anno sempre più maldestra.

“Scrivete questa frase e analizzatela: la professoressa di Italiano a venti anni aveva meno rughe ed era più carina”.

Ci fosse stato uno che ha detto ma che dice profe, lei è carina ancora e poi le rughe mica ce le ha.
Tutti seri pareva d’essere a una conferenza di Filologia romanza.

Un più

14 gennaio 2013

Per effettuare una semplice prova e constatare se il contatto elettronico riusciva, un’alunna mi ha inviato un’e-mail praticamente vuota, intitolandola “nulla eterno”.

Senza dirglielo, le ho messo un “più” sul registro per la citazione magistralmente contestualizzata.