Coraggio e bellezza

28 febbraio 2013

Sveglia alle 7 per essere alle 8 e 30 in punto davanti al Palazzo dei Congressi.
“Profe, è in ritardo.”
“Cosa dici, sono le 8 e 32.”
“Appunto: è in ritardo.”
Il freddo pungente, il venticello traditore e la calca adolescente sono quelli di ogni anno.
“Profe, ma cosa ci fa tutta questa gente con il trolley?”
“Vengono da tutta Italia e devono stare qui tre giorni: è il loro bagaglio.”
“Già, è vero. Noi ci s’ha un bel culo a vivere a Firenze.”
Che ci s’ha un bel culo a vivere a Firenze effettivamente lo dice anche Matteo Renzi, appena sale sul palco dell’Auditorium per dare a tutti noi il saluto e il benvenuto ai Colloqui Fiorentini. Indossa la sua camicina bianca sbottonata al collo e il suo completo scuro. Consiglia un tour ideale nei luoghi letterari della città che rappresenta, consiglia di andare a vedere la casa in cui Dostoyevsky completò L’idiota, di non mancare le tappe dantesche, di guardare la via dello shopping indirizzando lo sguardo oltre i negozi, alla ricerca della cultura, che a Firenze è ovunque tu indirizzi l’occhio. Parla di bellezza e di coraggio: e dice che, senza il senso della bellezza e il sentimento del coraggio, Firenze sarebbe stata una città come tante altre, non sarebbe diventata quella che invece è: una città unica e magnifica. Esorta a cercare noi stessi negli autori che studiamo (o facciamo studiare) a scuola, a cercare l’uomo dentro lo scrittore, a chiedere la verità alle opere scritte. Ci invita a essere persone e non gentucola. E’ disinvolto, comunicativo, appassionato. E molto applaudito.
Iniziano poi i lavori: al tavolo sul palco siedono Gilberto Baroni, che dei Colloqui è la demiurgica mente, Carmine Di Martino docente presso l’Università di Milano, e Alessandro D’Avenia, che non ha bisogno di presentazioni.
Di Martino propone un intervento difficile e ostico: procede in modo scientifico e involontariamente costringe chi intende seguirlo a prendere appunti per non perdere il filo.
D’Avenia fa un intervento ruffiano in cui mescola sapientemente termini letterari a slang giovanilistico (“delirio”, “sfighe”, “menate”) e in cui, pur professore, si finge studente per far facile presa sugli studenti: sparla così dell’operazione narratologica che i docenti di Lettere propinano in classe, invita a infischiarsene della focalizzazione e limitarsi a leggere, leggere e rileggere le storie. Dice che la scuola dovrebbe basarsi solo su questo: la lettura dei testi. Invita a fare l’amore col testo. Annuncia che il Paradiso sarà così: un luogo dove i professori non imporranno l’analisi del testo ai loro alunni. Dice che per capire Verga non bisogna conoscere il Naturalismo, ma bisogna conoscere Omero e la Sicilia. E racconta di quando alla maturità infinocchiò il commissario di Italiano che gli chiedeva di commentare “il” Russo, controproponendo “il” Binni. Chiaro che, con queste premesse, l’applauso si spreca. E’ un cherubino un po’ piacione, D’Avenia, che stizzisce i suoi colleghi e disturba anche qualche ragazzo (i più acuti?) che dietro la captatio benevolentiae annusa puzza d’inganno. Mentre penso tutto questo, da due poltroncine più in là mi giunge un messaggio sul cellulare: “Profe, come spiega bene: mi ricorda tanto lei!” e ci resto di merda.
A pranzo mi vado a nascondere da “Palle d’Oro” alla ricerca di quel solipsismo di cui ogni tanto ho un bisogno vitale. Ma vengo stanata. Per fortuna a farlo sono due soggetti con cui il tempo passa più che bene. Mangiamo penne all’amatriciana, vuotiamo una bicchierata di rosso e torniamo ai Colloqui più allegri di prima.
Il pomeriggio è consacrato alla discussione delle tesine realizzate dai partecipanti: sul palco non salgono più i grandi, ma i piccini. Che diventano immensi nel momento in cui prendono la parola. Sono tutti liceali e tutti preparatissimi. Argomentano con testa e cuore portando contributi sinceri al titolo di questa edizione: “il semplice fatto umano farà pensare sempre”.
Nessuno studente della scuola in cui io insegno (unico istituto professionale a prendere parte ai Colloqui) ha mai osato mettersi in fila per afferrare il microfono e fare un intervento rivolto alla platea: ci voleva quella mia alunna venuta dall’Egitto, coi suoi riccioli ossigenati, le sue forme sinuose e la sua faccia (bella e) tosta. Le vedo alzare la mano e mi assale la sudorina. Neanche il tempo di pensare “Che cazzo fa?!” e già te la vedo sul palco a dire la sua sul bisogno indomabile di Mazzarò di accumulare roba, sempre più roba, quintali e chilometri di roba. Discute la teoria di una liceale classica che l’ha preceduta e non si dichiara d’accordo con quello che costei ha sostenuto poc’anzi. Quando torna al suo posto, le mando un messaggio su uozzàp promettendole un voto sul registro per il coraggio e la bellezza del suo intervento.
Alle 4 esco, saluto tutti, e m’incammino verso casa. Ma mi regalo tempo e passi da sprecare come più mi piace, senza programmi, senza doveri, senza orari. Taglio il centro con le cuffiette all’orecchio, ascolto Spandau e Michael Jackson, il vento mi schiaffeggia, il sole mi sbaciucchia, mi sento felice.

Pronti, attenti, via

27 febbraio 2013

A distanza di un anno, ci risiamo.
Partono domani i “Colloqui fiorentini”, il fantastico convegno letterario aperto agli studenti di tutte le scuole superiori d’Italia, l’appuntamento a cui partecipano in media duemila adolescenti che giungono a Firenze da ogni provincia vicina e lontana.
L’anno scorso era Ugo Foscolo.
Quest’anno sarà Giovanni Verga.
Tre giorni barricati tutti insieme nell’oceanico auditorium del Palazzo dei Congressi a parlare del “semplice fatto umano che farà pensare sempre”. Tre giorni ad ascoltare interventi di prestigiosi docenti universitari, di scrittori molto amati e di ragazzi spontanei che, come ogni anno, afferreranno il microfono con sconcertante naturalezza per dire la loro idea sull’autore in questione.

“Allora ragazzi mi raccomando: domattina otto e mezzo davanti al cancello.”
“Ok profe: bisogna portare qualcosa?”
“Ci daranno una cartellina con penna e fogli per gli appunti, la brochure del convegno e l’elenco di tutti gli interventi. Non dovete portare niente.”
“Ah, perfetto, meglio così.”
“Piuttosto, che dite: sarà il caso che io mi porti i ferri e la lana da casa per fare qualche giro di maglia mentre ascolto, o dite che passo male?”

Incrocio di sguardi

27 febbraio 2013

Matti, comici, precari, anarchici e pecore nere: c’erano tutti, oggi, alla biblioteca delle Oblate, nella rassegna “Leggere per non dimenticare”.
E c’era anche colui che, idealmente, ce li aveva portati: Ascanio Celestini, il teatrante più seguito dalle giovani generazioni, lo scrittore teatrale che viene letto come un romanziere, il personaggio televisivo più rispettato da chi non guarda mai la televisione.
Con lui, al tavolone della grande sala dove la rassegna ha luogo ogni settimana, oltre all’inossidabile e statuaria Anna Benedetti, sedeva anche Alessio Lega, il musicista che lo accompagna e dà voce alle canzoni che l’autore scrive.
Di persona, Celestini, non lo avevo visto mai.
E’ contemporaneamente snervante, disarmante e buffo.
E’ spontaneamente comico.
Si contorce i peli della barba, si sfruzzica i buchi del naso, si gratta la fronte, si spinge i capelli all’indietro; si stuzzica una crosticina sulla tempia, si infila una falangina all’imbocco della narice, ci ripensa, la estrae, si ripassa la mano tra i capelli; gesticola, si placa, riparte. Non ha pace, riecco la mano sul viso, il dito sull’occhio, lo stropiccia, un nodo alla barba, una grattatina qua e là, per caso o bisogno?, ma gli prude o c’ha un tic?, ma fermo non ci sta mai?
No, non ci sta mai.
Parla di emarginati, di carcerati, di poliziotti, di ergastolani. Parla di quando gli sono cominciati a venire gli attacchi di panico, di quando ha pensato di morire di cuore. Racconta i suoi spettacoli teatrali, confida le trafile burocratiche assurde da cui ogni volta gli tocca passare.
Parla romano, senza doppie, con la voce roca, strascica qualche parola, sembra stanco, sfavato.
Ma arriva come un pugno al cuore.
E uno torna a casa più contento di quando era uscito per andare a incontrarlo.

Cri cri

27 febbraio 2013

A elezioni compiute e a spoglio ultimato, gli studenti della mia scuola hanno chiesto e ottenuto dalla Dirigente il permesso per un’assemblea in cui commentare i risultati del voto.

Pareva di essere a luglio in un campo di grano popolato da uno sciame di ortotteri.

Cercasi logo disperatamente

23 febbraio 2013

In sala professori le colleghe mi osservano sferruzzare come una posseduta dal dèmone della calza. Una mi contempla, una mi dà di pazza, una mi prenota una stola, una un collo a otto, una una sciarpa lunga fino ai piedi.
Una è andata oltre.
Mi ha tassativamente ordinato di pensare a un logo con cui realizzare un’etichetta da cucire alla base dei miei manufatti, in modo da renderli personalizzati, unici e pubblicizzati.
Le proposte finora partorite tra un cambio d’ora e l’altro vanno da “le-sciarpe-della-profe”, “made-in-profe”, “nonsololibri”, “penna-e-ferri”, fino a “Mimmo-e-le-sue-sciarpe”, “coda-e-gomitoli”, “ferri-e-vibrisse”.

A casa fanno tutti ostruzionismo.
Perfino il gatto pare opporsi.

Filmino

23 febbraio 2013

La mamma di quella mia alunna che ha la totale responsabilità di avermi avviata alla droga della maglia, tramite sua figlia mi fa sapere di aver trovato in un giornalino specializzato il modello ragionato per la realizzazione di una stola favolosa.
Ma siccome la mia alunna mi conosce molto bene e sa quali esagerate dimensioni abbia la mia incapacità di decifrare gli schemi cervellotici di quei frustranti giornalini, mi ha tranquillizzata con una prospettiva che è anche una promessa: lunedì a scuola non mi porterà la pagina strappata dalla rivista.
Mi porterà il filmino di sua madre che lo decifra e lo realizza passo passo per me.

Ci faccio la figura della demente.
Ma almeno imparo.

Ricaduta

22 febbraio 2013

Come un’autentica tossica che si rispetti, ci sono ricaduta anch’io.
Avevo giurato che avrei smesso, avevo promesso che ce l’avrei messa tutta per disintossicarmi.
Non ce l’ho fatta.

La dipendenza da maglia e ferri si è impossessata di me ancora una volta.
E a me non è rimasto che soccombere.
Aggrava ulteriormente la già allarmante situazione il fatto che, dopo le colleghe, anche le mie alunne hanno preso a coprirmi di gomitoli di lana da trasformare in oggetti con cui abbellirsi e scaldarsi.

Ne fanno le spese i compiti dei miei studenti, allineati e abbandonati sopra il tavolo da una settimana. I miei rapporti sociali, del tutto annullati a favore dei nuovi manufatti avviati. Le mie passioni extrascolastiche, che non ho più coltivato. E questo blog, che non è stato più aggiornato da una settimana.

E ora scusate, una nuova stola mi aspetta.

La cappella delle meraviglie

16 febbraio 2013

Già un museo che sorge nei locali di una ex chiesa è da vedere.
Se poi, dentro al museo, si erge anche una cappella datata 1467, firmata Leon Battista Alberti, recentemente restaurata e, da oggi, aperta allo stupore del pubblico, la visita si fa assolutamente obbligatoria.
Se la fece costruire Giovanni Rucellai (tutto fuorché un tipino semplice) e, commissionandola all’Alberti, gli tuonò sul viso: “Bada che la voglio analoga al Sepolcro di Gerusalemme!”. “Cazzo, -rispose l’architetto- addirittura!”
Ma il vecchio Leon Battista coi progetti ci sapeva fare e, in quattr’e quattr’otto, tirò fuori un disegnino favoloso che accontentò, prima sulla carta, poi sul marmo bianco, verde e rosso il vecchio sborone. Che quandò morì ci finì dentro tutto soddisfatto.

E noi oggi tutti in fila a guardarlo, lungo disteso dentro una cappella che, da quanto l’è preziosa, infiocchettata e arzigogolata, la pare un centrino in pizzo macramè. Mica una tomba.

Tutto questo è stato

16 febbraio 2013

Arriva con qualche minuto di ritardo. I ragazzi lo aspettano pigiati e un po’ distratti in aula magna: chi spippola al cellulare, chi parlotta col compagno, chi spera che finisca presto. La prospettiva di un incontro di due ore a ragionare di Storia, quando si hanno diciott’anni, alletta solo se serve a farti saltare una verifica scritta o un’interrogazione. Ma già quando entra e attraversa la grande stanza, coi suoi novantuno anni addosso, un’energia inconsueta vi si diffonde dentro. Io guardo i miei studenti, che guardano fissi lui. Cosa potrebbe avere da raccontare, proprio a loro, un uomo così anziano? Si siede al tavolone quasi sparendoci dietro, saluta con voce flebile, e comincia. In due ore racconta trentanove mesi, lontanissimi dal nostro presente, ma al suo appiccicati ancora molto bene. Trentanove mesi di deportazione, prigionia, violenza e umiliazione. Il suo nome è Silvano Lippi. Non è la prima volta che va in una scuola e accetta di incontrare una folla di studenti. Lo fa da qualche anno. E’ tristemente felice di farlo. Raccontare quei trentanove mesi di sessant’anni fa gli costa fatica fisica e interiore, ma sa bene quanto valga la sua testimonianza, quanto sia indispensabile parlare, far sapere, meditare “che questo è stato”. Dopo l’8 settembre 1943, come militare, Silvano Lippi decise di non allearsi con la Repubblica di Salò. Il suo destino divenne raccapricciante, allucinante, inverosimile: fu costretto alla prigionia e al lavoro coatto prima nei campi di concentramento dell’Egeo, poi a Samos e infine nei campi di sterminio di Norimberga e Mauthausen. Ancora oggi non c’è giorno senza che l’orrore visto allora non torni a trovarlo, in ogni momento, in ogni gesto della sua giornata. Guarda negli occhi uno per uno i miei studenti e parla chiaro, dice tutto, fino in fondo: racconta di cumuli di corpi umani immersi nel piscio e nella cacca, di lui stesso che –con la pelle strappata dalla disidratazione- si bagna le labbra con la sua stessa urina, narra torture feroci e gratuite inflitte per divertimento puro, per gioco. Dice di quel giorno in cui, per aver chiesto a un kapo un po’ d’acqua per un compagno agonizzante, fu costretto a infilare la testa di costui dentro un secchio e procurargli la morte per annegamento. Dice di pidocchi e cimici disseminati nel corpo di tutti i detenuti, di una pulizia inesistente, di una mortificazione costante, irrazionale e illimitata. Però è solo uno il momento in cui piange davanti alla platea adolescente che lo contempla muta: quando dice del suo ritorno a casa e dell’incredulità ironica con cui il racconto del suo inferno venne accolto dagli amici, dai parenti, dai conoscenti. E mentre piange al cospetto di cento ragazzi costernati, ripete come un lamento una domanda: perché dicono che non è vero? Certi storici non condividono la pratica di invitare nelle scuole i superstiti della deportazione, sostenendo che la storia si debba studiare con la testa e non cercare di riviverla col cuore. Dopo aver guardato i miei ragazzi che ascoltavano Silvano Lippi, io sono convinta dell’esatto contrario: finché i superstiti saranno al mondo e vorranno farci dono di se stessi, noi dobbiamo studiare anche ascoltando, sdegnandoci e credendo.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Alla fine dello stage

15 febbraio 2013

Sono due settimane che non vedo la mia classe terza.
I ragazzi e le ragazze che la compongono sono stati fino a oggi impegnati nello stage, distribuiti in diverse aziende, enti, associazioni o esercizi commerciali.
Certo, non li ho visti, ma li ho occasionalmente sentiti.
Una in particolar modo (CIAO YLE!), che prima di partire per lo stage dichiarò: “Professoressa, le prometto solennemente che tutte le mattine le manderò un messaggino” e io pensai: “Sì, figurati se questa qua sta dietro a me.”
E invece non solo lei ha mantenuto alla lettera ciò che aveva preannunciato, ma la situazione è talmente sfuggita dalle mani di entrambe che i messaggini (grazie all’insostituibile signor uozzàp, che Dio lo abbia in gloria e lo protegga) da mattutini sono diventati pomeridiani, serali e, talora, notturni. Che poi la ragazza in questione (non a caso 9 a Italiano) scrive così bene e ha un sense of humor talmente naturale, che mi manda in visibilio a ogni frase che spedisce. Ho risposto così tante volte “ahahahahahah” che ormai associo il suo nome alla risata e non so come fare lunedì a rivederla in classe e a proporle una lezione seria.
Comunque, oggi lo stage finisce e io, nelle involontarie vesti di coordinatrice, ho dovuto fare un giro di telefonate per chiedere ai tutors un fedele resoconto del lavoro svolto dai ragazzi.

A sentirmi dire tante parole positive, edificanti e laudative, prima mi sono commossa.
Poi mi sono chiesta se non avessero sbagliato classe.
(AHAHAHAHAH! DAI SCHERZO, RAGAZZI!)