Applauso

12 marzo 2013

La novella boccaccesca con cui partecipare al Premio Letterario Boccaccio è finita.
Il testo, ambientato ai nostri giorni ma scritto nella lingua e nello stile dell’immortale narratore che ebbe (forse) in Certaldo i suoi natali, è stato ufficialmente ultimato questa mattina alla sesta ora di lezione dai miei studenti di terza.
Il parto è stato delicato, lungo e molto impegnativo: ho sacrificato tre settimane di regolare svolgimento del programma alla stesura di un racconto integralmente inventato e scritto dai ragazzi e dalle ragazze della classe, che hanno dato il meglio di se stessi in quanto a inventiva, impegno e serietà. Tre settimane che, a conti fatti, con ogni probabilità mi fotteranno il tempo per fare Ariosto e mi sottrarranno le ore necessarie ad approfondire Petrarca, cronologicamente già posticipato.
Ebbene: non me ne frega nulla.
L’esperienza gli ha fatto imparare una costruzione sintattica e acquisire un bagaglio lessicale che essi avvertono istintivamente come familiari ma che in realtà sono lontani anni luce dal loro modo di scrivere e parlare.
Soprattutto li ha fatti molto ridere.
E per me questo è già un successo: dopo aver scritto alla lavagna la parola fine, ho rizzato l’applauso.
E l’ho dedicato tutto a loro.

Come Seneca con Nerone

11 marzo 2013

Quando venne eletto imperatore, nessuno pensava che Nerone sarebbe stato quel colossale pezzo di merda che invece fu. Il suo maestro era stato Seneca, il più stimato filosofo dei tempi: pareva impossibile che da un precettore tale potesse discendere un alunno tanto disdicevole. Anzi, tutta Roma si aspettava grandi, grandissime opere dal nuovo imperatore.
“Sarebbe come se voi domani diventaste presidenti della Repubblica: avendo avuto me come insegnante, tutta Italia si aspetterebbe da voi mirabili gesta!”

Qualche volta, se non sto attenta, con queste battutine del cazzo mi arriva il libro di storia nel muso.

Educazione stradale

10 marzo 2013

Passa la circolare che annuncia due ore di educazione stradale e a esultare sono solo le classi che avevano in programma un compito scritto o un’interrogazione a tappeto. Le altre mugugnano e si lamentano, perché delle solite pappardelle moralistiche ne hanno piene le orecchie e dei predicozzi degli adulti non ne possono più. Però gli tocca comunque, sicché s’avviano a passo tardo e lento al secondo piano, prendendo posto nell’aula magna. Al tavolone centrale li aspettano tre persone: una donna e due ragazzi, uno che aggeggia al computer collegato al maxischermo, un altro che aspetta il suo turno per parlare. La donna è la mamma di Lorenzo Guarnieri, ucciso nella notte tra il 1 e il 2 giugno 2010 nel parco delle Cascine da un uomo che, sotto effetto di alcol e di droga, ha invaso la sua corsia di marcia investendolo in pieno. Dopo quella tragedia i genitori di Lorenzo hanno deciso di non farsi risucchiare dal gorgo del dolore, ma di trasformare quell’evento mostruoso in un’occasione che fosse preziosa per altri ragazzi uguali al loro: hanno fondato un’associazione che porta lo stesso nome del figlio, hanno preso a collaborare, con il supporto del sindaco Matteo Renzi e con l’aiuto di altre associazioni, a una proposta di legge popolare che introduca l’omicidio stradale nel codice penale, danno il loro contributo all’attuazione del “David”, il piano strategico per la sicurezza stradale 2011-2020. Ma soprattutto hanno cominciato ad andare per le scuole a incontrare gli studenti e a raccontare loro la propria storia agghiacciante affinché essi prendano coscienza di cosa vuol dire morire a diciassette anni. E a me, sinceramente, pare proprio che ci siano riusciti. Guardo le facce dei miei alunni del triennio e ci scorgo lo spavento, l’interesse e il sospetto: il sospetto che, con ogni probabilità, i comportamenti adottati nelle serate in cui escono con gli amici non siano del tutto illuminati. Bere e mettersi al volante. Affidarsi alla guida di chi ha bevuto. Credersi lucidi senza in realtà esserlo. Rischiare la vita per allinearsi. Oppure mettersi sulla strada con la fiducia cieca che incroceranno solo gente responsabile. Purtroppo non è così, e il volto sorridente di Lorenzo Guarnieri stampato sulla brochure dell’associazione sta a dimostrarlo. La signora Guarnieri ha una capacità innata di comunicare coi ragazzi: lungi dall’essere retorica, è invece pragmatica e molto convincente. E il ragazzo che l’accompagna con una testimonianza personale (dormiva nel posto del passeggero e non si accorse che l’amico al volante, tramortito da un colpo di sonno, si andava a schiantare contro un muro costringendolo prima a un lungo coma, poi a una lunghissima riabilitazione che non è ancora finita) è pragmatico e convincente come lei: niente giri di parole, solo verità. Perché la vita non è un giochino elettronico in cui la scritta game over annuncia la fine di una manche ma la possibilità di avviarne subito dopo un’altra. Il game over della vita è il nulla eterno di cui parlava il poeta, è l’infrangersi di ogni sogno, lo spezzarsi di ogni progetto. E per il bene dei nostri ragazzi non se ne parlerà mai abbastanza.

(ieri sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

A tappeto

8 marzo 2013

Sono andati in gita a Roma per due giorni.
Dalla città eterna, come mi avevano promesso prima di partire, mi hanno mandato foto e messaggini, saluti e cuoricini.
Poi sono tornati.
E io li aspettavo a scuola tutta contenta per farmi raccontare il viaggio, la visita guidata all’Anfiteatro Flavio, il lancio delle monetine nella Fontana di Trevi, la cena al ristorante, la notte in albergo.
Invece mi hanno dato buca in massa e, tranne una, non si è presentato in classe nessuno.
A quell’una ho anticipato che la vendetta sarebbe stata implacabile ed estesa, furiosa e spietata.
E così è stato.
Prima ho segnalato per iscritto l’assenza di massa sul registro, esortando la coordinatrice a girarlo alla dirigente, la quale ha visionato dicendosene fortemente contrariata.
E stamani ho fatto un’interrogazione su tutti i capitoli dei Promessi Sposi studiati finora.
A tappeto (tranne l’una presente).

Ora mi guardano in cagnesco.
Ma verrà un giorno in cui mi diranno grazie.
Spero.

Da vecchia

7 marzo 2013

Leopardi, in classe, tira fuori le riflessioni più disparate.
Tra quel natio borgo selvaggio, tra la popolazione recanatese a suo dire zotica e vile, tra la solitudine in cui si ostinava come quel passero della torre antica, tra gli acciacchi fisici e la voglia di morire prima di arrivare alla vecchiaia, coi ragazzi non si ripara a ragionare.
“Perché Leopardi spera di non invecchiare, profe?”
“Perché la sua vita era stata così dura in gioventù, che egli non osava immaginare quanto lo potesse diventare in senilità.”
“Io invece, da vecchia, m’immagino già nel paesino calabrese da cui vengo, ritirata e tranquilla insieme agli altri anziani del luogo. Lei, profe, da vecchia tornerà al suo paese?”
“Nemmeno se mi ci legano.”
“Ma come profe! Perché?”
“Perché io da vecchia andrò a vivere in una megalopoli congestionata che mi offrirà mille alternative al giorno per farmi vivere al meglio gli ultimi momenti della vita: cinema, teatro, conferenze, incontri. Figurati se finisco l’esistenza a far le vasche in via maestra o a sedere sulle panchine del viale.”
“Profe lei è pazza! Io non vedo l’ora: un paesino in Calabria, la piazzetta principale, il tavolino per giocare a carte…”
“Perché, giochi a carte tu?”
“No, ma da vecchia lo farò. Mi vedo, la mattina, a fare colazione in tutta calma, e poi mettermi a cucinare tutto il giorno, sistemare a tavola i miei cinque figli che vengono a trovarmi…”
“Cinque figli?! Ma che ti è andato via il cervello?!”
“Profe, io voglio cinque figli. Uno non lo prendo neanche in considerazione, due non mi bastano, tre non mi piacciono, quattro non mi convincono: cinque è perfetto. E dopo averli sfamati tutti, riposarmi insieme agli altri vecchini e vecchine del paese, come la vecchierella del sabato del villaggio.”

Le mie (presunte) lezioni di vita non solo non servono a nulla.
Sono proprio controproducenti.

Come Boccaccio

5 marzo 2013

Ho gettato la mia classe terza (una curiosa assemblea di teste pensanti, cuori passionali e spiriti sagaci) nella bolgia di un magnifico concorso letterario bandito dalla città natale di Giovanni Boccaccio: il compito è scrivere una novella ambientata ai giorni nostri, ma narrata in lingua trecentesca.
A tale concorso si dovrebbe partecipare individualmente: noi abbiamo chiesto e ottenuto l’eccezionale permesso di farlo in gruppo.
Prima abbiamo letto le novelle più belle del Decameron.
Poi abbiamo effettuato una catalogazione tradotta e ragionata dei lemmi boccacceschi più ricorrenti che potrebbero tornarci utili.
E ora, da un paio di lezioni, stiamo lavorando alla stesura di un testo collettivo di cui i ragazzi hanno inventato una trama originale e briosa.
Io alla lavagna scrivo quello che loro mi dettano, guidandoli nella riproduzione dell’ingarbugliata sintassi dello scrittore.
Un’alunna batte sul mio portatile quello che io scrivo, vigilando sul numero di battute man mano raggiunto.
Tutto il resto della classe appunta sul quadernone le varie fasi, con relative aggiunte e correzioni apportate in tempo reale e da tutti condivise.
Siamo al momento intorno alle tremila battute.
E’ un lavoro lento, delicato, faticoso, ma che tutti loro definiscono esaltante.
Sono certi di vincere.
Io pure.

La prossima edizione

4 marzo 2013

Per la prossima edizione dei Colloqui Fiorentini è già stato annunciato l’autore a cui saranno dedicati.
Tràttasi di Gabriele D’Annunzio.
Proprio lui, il poeta che (come ho letto di recente sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore) con le sue amanti “condivideva il gusto della mattonella di Persia, come chiamava la cocaina che illuminava i loro incontri”; il seduttore che “non si separava mai dalla sua scatolina d’oro dove brilla la polvere bianca che esaltava la sua sensualità regalandogli l’illusione di un’effimera gioventù”; l’uomo che “dopo ventiquattr’ore di orgia possente e perversa, dormiva come un bambino e dopo uno spuntino e un bicchierino di menta Get fumava una delle sue sigarette Abdulla n.11″; l’autore che “esigeva che i corpi delle sue amanti fossero avvolti di profumi perché i profumi rischiarano l’orgia come in antico la rischiaravano le fiaccole”.
Insomma, quel bislacco sudicione che ebbe (questo è poco ma sicuro) più amanti nel letto che capelli in testa.

La vedo non dura: durissima.

Alla dodicesima edizione dei “Colloqui fiorentini” la mia scuola ha vinto il terzo premio per la migliore tesina su Giovanni Verga.
Nessuna di noi tre colleghe affiatate e affezionate di Italiano aveva iscritto le proprie classi per vincere: sapevamo bene che, mai come in questo caso, partecipare era già tanto.
Quando porti tre classi di un istituto professionale per il commercio e per il turismo a un convengo di letteratura di quelle dimensioni (numeriche e culturali) a cui praticamente partecipano solo i più prestigiosi licei di tutta Italia, il massimo che puoi sperare è che l’evento sia illuminante per i tuoi studenti e che essi tornino a casa con la consapevolezza dei propri limiti e il desiderio cocente di volerli superare con uno studio sempre più serio e approfondito.
Ieri, invece, al momento delle premiazioni finali, che è obiettivamente esaltante anche se non vinci nulla, quando sono stati fatti i nomi della studentessa vincitrice e della mia collega referente, sono esplosa in un boato di gioia e ho provato quella soddisfazione che si prova quando si arriva primi.
Perché ci sono casi in cui il bronzo vale come l’oro.
Complimenti allora, alla donna e alla ragazza che hanno portato la nostra scuola al successo, alla soddisfazione, alla dimostrazione che, quando si lavora con passione e serietà, si vince sempre.