Stanotte vi ho sognato

30 aprile 2013

Me la dormivo alla grande quando mi sono apparsi tutti in massa dentro il sogno: proprio loro, i quindici studenti della classe 3A, belli e radiosi come li vedo ogni mattina.
Io entravo nell’aula, prendevo il mio posto in cattedra, ci appoggiavo sopra le borse, mi sedevo.
Quindi, puntati gli occhi su ciascuno di loro, fulminandoli con lo sguardo più cattivo che sia mai riuscita a fare, con tutta l’aria contenuta nei polmoni, gridavo:
“VOI! SI’, DICO A VOI! VOI, TRA TUTTI GLI STUDENTI CHE HO, SIETE QUELLI CHE DETESTO DI PIU’!”

Stamani, ancora stordita e confusa da tanta inspiegabile violenza verbale, entrata in 3A ho annunciato: “Ragazzi! Stanotte vi ho sognato!”.
E loro, ascoltati i dettagli della mia traumatica esperienza onirica, mi hanno guardata come si guarda una persona affetta da disturbi mentali piuttosto consistenti e, per questo, difficilmente curabili.

Con tutto il cuore

29 aprile 2013

Cari lettori di questo blog,

è con tutto il cuore che vi ringrazio per la velocità, il modo e l’intensità con cui vi siete attivati rispondendo al mio appello, lanciato appena ieri sera a tarda ora.
Il falso account registrato a mio nome sulla piattaforma di facebook è stato immediatamente rimosso, oscurato, chiuso, sprangato. E gli addetti ai lavori mi hanno scritto per comunicarmi che gli effettuati controlli hanno confermato l’attendibilità della mia denuncia e il furto d’identità effettuato a mio danno.
Vi sono profondamente e sinceramente grata.
Adesso vorrei che l’impostore venisse condotto in piazza della Signoria e, esposto al pubblico ludibrio, fosse costretto a lucidare tutti gli ottoni della banda cittadina.
Ma forse è chiedere troppo.
Va bene anche così.
Grazie ancora.

Chiedo aiuto

28 aprile 2013

Quando, qualche annetto fa, quella grandissima cagata di facebook entrò nelle (vostre) case, io annusai subito puzzo d’inculata.
Perdonate la duplice volgarità d’esordio, l’argomento mi rende un po’ nervosa.
Dicevo, sentii subito che non mi piaceva. E infatti né mi creai un account, né m’interessai mai dei suoi successi planetari. Semmai me ne preoccupai, ma questo è un altro discorso.
Avevo il mio blogghino e lì restai ancorata, easattamente come adesso, andando contro a tutti coloro che gridavano alla perdita della grande occasione: la visibilità, il passaparola, gli echi, i contatti.
Quando, qualche mese fa, mio fratello mi segnalò l’esistenza, proprio su facebook, di un’Antonella Landi che non ero io ma che potevo sembrarlo, visto che vi si esponevano le mie fotografie e le copertine dei miei libri, tesi a minimizzare, limitandomi a dare della poveraccia a colei che si stava divertendo con così poco.
Ora però, sinceramente, mi sono rotta le palle (chiedo scusa, sono sempre più nervosa).
Prima di tutto perché la poveraccia che ha rubato la mia identità e va spacciandosi per me dichiara quotidianamente il falso, parlando di conferenze a cui partecipa e di libri che presenta in pubblici incontri. Poi perché ha dato l’amicizia ad alcuni miei studenti e proprio a loro va dicendo di essere lesbica (e quindi, per un’inedita quanto inquietante proprietà transitiva, che lo sono anch’io). Poi anche perché scrive di merda (va be’, merda ormai come parolaccia è sdoganata, quindi non mi scuso) e fa ridicoli errori ortografico-grammaticali, salvo poi giustificarsi con la scusa di digitare sulla tastiera con il mignolo, avendo tutte le altre dita occupate in altre faccende, tipo reggere la tazzina del caffè e la sigaretta.
Coadiuvata dal mio web-master e seguendo i consigli di vecchi amici di blog, ho segnalato al simpaticissimo facebook il fenomeno di cui sono vittima. Per sentirmi rispondere da quei coglioni (mi scuso ancora, il mio nervosismo sta lievitando a vista d’occhio) che si tratta di un semplice caso di omonimia.
Ora, mentre io contatto un avvocato, chiedo ai miei lettori di aiutarmi in questa sgradevole ma indispensabile operazione: segnalare cioè a facebook (seguendo magari le indicazioni riportate nelle due immagini sottostanti) il falso account registrato a MIO nome e corredato con le MIE foto e le copertine del MIEI libri. Omonimia un paio di palle (per chiudere in bellezza).
Ve ne sono davvero molto grata.

Quelle cose

28 aprile 2013

Sono immersa in un’appassionata spiegazione sul viaggio di Colombo e la scoperta del continente americano, quando bussano alla porta.
“Avanti.”
“Buongiorno profe, scusi il disturbo: volevo solo chiederle se le sono arrivate quelle cose.”

Lui si riferiva agli articoli per il giornalino della scuola.
La classe ha inteso il ciclo mensile e, risentita, ha preteso di sapere perché lui venga messo al corrente delle mie mestruazioni e lei no.

L’esibizionista

28 aprile 2013

“Profe…”
“Ditemi, ragazze.”
“Ieri pomeriggio ci è successa una cosa terribile…”
“Davvero? Oddio, cosa?”
“Una cosa bruttissima profe… ci sentiamo in imbarazzo anche a raccontargliela…”
“Che cosa vi è successo?”
“Ecco… stavamo camminando verso piazza Puccini… quando a un tratto si è avvicinato a noi un uomo….”
“E quindi?”
“Era in motorino… ci ha chiesto un’informazione stradale… noi ci siamo prima consultate perché non conoscevamo quella strada… poi, guardandolo meglio…”
“Guardandolo meglio?..”
“…Guardandolo meglio ci siamo accorte… che… aveva i pantaloni aperti e il pene fuori!”

Difficile a credersi, ma tra tutte le ulteriori informazioni che avrei potuto chiedere in relazione al mostruoso episodio, a me è venuta quella sullo stato fisico-strutturale (“Ma moscio o in erezione?”) di suddetto pene.

Dopo trent’anni

27 aprile 2013

Una cosa che non farei mai è un raduno coi compagni di scuola. Mi sembra una pratica così triste, così retorica, così masochistica: rivedersi dopo decenni e non riconoscersi, oppure riconoscersi (a stento) ma non avere nulla da dirsi, e allora stilare una lista degli eventi che ci siamo procurati o che ci sono toccati in questa parte di vita, mariti, mogli, figli, lavori, acciacchi, viaggi, successi, fallimenti. Prima io, poi te, poi lui, poi lei. Solo che né a me né a te, né a lui né a lei, in fondo, importa nulla.
A scuola gli amici te li ritrovi in sorte: che ti piacciano o non ti piacciano, sono quelli e te li tieni per almeno un quinquennio. Figuriamoci se poi me li devo andare anche a ricercare e risorbire per una serata al ristorante.

Al raduno degli amici della mia adolescenza, invece, ci sono andata eccome. Erano anch’essi amici inizialmente toccati in sorte, ma poi confermati con la volontà e l’intenzione di tenerseli, di camminarci a fianco per farci un pezzo di strada insieme, di condividerci quello che, in quel tempo, è importante: le domande, gli amori, i dubbi, i bivi, le scelte.

L’occasione ce l’ha data, una settimana fa, l’uomo che ci fece incontrare e che ci radunò tutti insieme per interminabili inverni e per incantevoli estati: quell’uomo era colui che mandava avanti l’oratorio don Bosco (da noi detto il campettino) e che organizzava il campeggio Gastra, suddiviso in turni di quindici giorni cadauno a seconda dell’età, anche se poi c’era chi (per esempio io) saliva in montagna a giungo e riscendeva in paese a settembre. Quell’uomo, morto due anni fa, è stato ricordato a San Giovanni Valdarno con una Messa solenne celebrata in Basilica e (soprattutto) con un pranzo faraonico allestito nei sottostanti Saloni alla presenza di 320 invitati.

Ho rivisto amici che non rivedevo da trent’anni.
Ho ripensato a chi, come Prospero, non è più tra noi.
Ho pianto e riso, mangiato e parlato.
E nulla mi è sembrato triste, retorico, né masochistico.
Ma tutto mi è sembrato un’incredibile festa, dedicata a quelli che fummo, ai sogni che avemmo e agli individui che, anche grazie a quell’uomo che volle prenderci per mano e guidarci lungo un bel viottolo di vita, siamo diventati.

Se c’è una pratica che non sopporto, è quella di parlare bene a tutti i costi di chi una volta c’era e ora non c’è più. Dei morti, insomma.
M’è sempre sembrata un’ipocrisia ignominiosa, un atto vile, un comodo ripiego per non dire quello che si pensa veramente.
Così ho deciso che, di Prospero, io dirò tutto quello che pensavo.
Quando ero una ragazzina, Prospero mi stava veramente sulle scatole.
Da grande avrei capito che la causa di questo sentimento ostile dipendeva dal fatto che probabilmente io stavo sulle scatole a lui. Questo accadeva perché ero vivace, ero trasparente, ero sfacciata ed ero femmina.
E Prospero aveva in antipatia tutte quelle femmine che, potenzialmente, avrebbero potuto distrarre i maschi che lui allenava al basket e alla vita con tanta dedizione.
Io invece lo guardavo, quando troneggiava al campettino e mandava avanti il campeggio estivo più bello del mondo, e ne ero tacitamente affascinata.
Schietto e sincero, diceva quello che pensava anche quando poteva farti male.
Rustico ed essenziale, sapeva vivere di poco e sapeva dare molto.
Ma a me di quel molto sembrava non arrivassero che sparute briciole. Avrei voluto essere più accettata, più apprezzata.
Quando Prospero iniziò ad accettarmi e ad apprezzarmi, ero già cresciuta, mi ero già data da sola le risposte che cercavo e lo avevo già ampiamente perdonato.
Di lui oggi ricordo gli occhi buoni e le mani dure, i capelli spettinati e il sorriso amaro. Ricordo la sua maestria nel trasformare l’ultimo avanzo in una prelibatezza alimentare. Ricordo la profonda timidezza che nascondeva dietro una ruvidezza simulata. La generosità che non ti faceva mai pesare.
Ricordo il piacere che gli dava mescolarsi a tutti noi, farci competere con leggerezza, farci divertire con consapevolezza, regalarci la migliore delle adolescenze di cui ciascuno avrebbe preso veramente coscienza solo una volta divenuto grande.
Prospero me lo porto dentro in ogni atto della vita, nel mio essere insegnante, narratrice di storie, donna animata da ottimismo e da speranza. Egli parla anche attraverso le parole che dico ai miei studenti a scuola, ai miei amici fuori, al mio uomo a casa, perché l’eredità che ci ha lasciato lui, povero di beni ma ricco di bene, ci è rimasta appiccicata addosso e non ce ne potremmo liberare neanche se decidessimo di farlo.
Il nostro Prospero, come il mago creato dalla fantasia di Shakespeare, ci promise “bonaccia di mare, venti propizi e vele sì veloci” affinché la nostra giovinezza fosse indimenticabile e la nostra maturità conservasse sempre una nota di fanciullezza eterna con cui sognare, fuggire, insomma: vivere meglio.

In controtendenza

27 aprile 2013

Abbiamo un’ora buca e andiamo a prendere un caffè al bar della scuola. Lei insegna Fisica, ha la mia stessa età e una passione fantasiosa per la culinaria che sfoga sopra un blog di successo. Ha le dimensioni di un bigné, il volto di ragazza e un amore indomabile per la professione che svolge. Le metti un computer davanti e ti tira fuori dei capolavori grafici. Frequenta il TFA, tirocinio formativo attivo, seguendo lezioni sulla propria disciplina, incontri di didattica e di pedagogia ed effettuando molte ore di tirocinio in un liceo scientifico e in un istituto professionale: alla fine del faticoso iter dovrà sostenere un esamone. Con gli studenti ci sa fare e, anche se non arriva alla parte più alta della lavagna, sa arrivare alle loro teste e ai loro cuori. Sorbendo il suo caffè, esordisce: “Posso dirti una cosa in controtendenza?”. E incoraggiata dagli occhi spalancati con cui la guardo incuriosita, subito dopo me la dice. Mi dice che, per come la vede lei, la scuola di oggi è molto meglio della scuola di ieri. E che, per quanto se ne parli male, per quanto la si critichi e la si demolisca verbalmente, la scuola di oggi non ha nulla da invidiare a quella che frequentammo noi né a quella, ancora più distante e diversa, che frequentarono i nostri genitori. Da qualche anno nelle scuole italiane sono entrate decine e decine di nuovi docenti, alcuni sopravvissuti agli anni di precariato e supplenze annuali itineranti, altri usciti di fresco da quelle scuole di specializzazione all’insegnamento che sono state tanto criticate ma che hanno prodotto professionisti preparati e soprattutto sensibilizzati alle questioni legate alla didattica. La maggior parte di questi insegnanti entra in classe proponendosi chiarezza comunicativa, originalità didattica, coinvolgimento empatico e partecipazione emotiva a quanto si insegna e si vuol far imparare. Non solo: la scuola di oggi è dentro le cose della vita, propone corsi e progetti che fondono quello che bisogna sapere in teoria con quello che bisogna saper fare nella pratica. Si preoccupa di quello che non funziona dentro la vita dei ragazzi che la frequentano e, dove può, cerca di intervenire. “Te la ricordi la scuola di quando ci andavamo noi?”. Sì, me la ricordo: era una scuola che sfornava quintali di nozioni. Se le imparavi zitto e buono, andava tutto bene. Sennò restavi indietro, annaspavi e, spesso, morivi annegato.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Comunicazioni di servizio

20 aprile 2013

1. Gli ultimi 5 post pubblicati nei giorni scorsi sono spariti perché il blog è uscito salvo ma un po’ ammaccato dall’attacco di un misterioso hacker che di recente ci ha onorato della sua visita imprevista quanto turbolenta.

2. Sul lato destra di questa pagina trovate l’avviso dell’account tarocco che su facebbok circola a mio nome: quell’Antonella Landi in realtà non sono io, è una che si crede furba a spacciarsi per me usando le mie immagini e la mia identità e che presto passerà un brutto quarto d’ora.

3. Oggi l’inserto fiorentino del Corriere della Sera non è in edicola per un’astensione dal lavoro nel centro stampa di Bologna.

Sincerità

14 aprile 2013

“Zia.”
“Dimmi amore.”
“Cosa fa quel signore?”
“Sta preparando un coctail da servire a quei due clienti seduti al tavolino fuori.”
“Che schifo. Guarda che coloraccio, sembra vomito.”

Mai portare un bambino intellettualmente libero e caratterialmente sfrontato a prendere un succo di frutta al Gilly Caffè in piazza della Repubblica a Firenze.
Oppure portarcelo, godendo della sua spiazzante sincerità.

Adolescenze

13 aprile 2013

Pochi giorni fa si è svolta la quarta edizione del “Film Middle East Now”, una splendida rassegna cinematografica che racconta il medioriente portando a Firenze pellicole, registi, produttori e attori altrimenti invisibili nei circuiti tradizionali. Ci ero sempre andata con le amiche, quest’anno ho
deciso di portarci la mia classe quarta: quattro marocchine, un’egiziana, un’albanese, un’italo-
nigeriana, una ragazza originaria dello Sri Lanka e otto italiani (tre maschi e cinque femmine).
Più multietnici di così, neanche a impegnarsi. All’Odeon davano “A world not ours” del regista
palestinese Mahdi Fleifel, che ha girato 93 minuti di ricordi estivi trascorsi da ragazzo dentro il
campo profughi di Ain al-Hilweh, brandelli di una storia forte, sconvolgente e toccante. E infatti
siamo usciti tutti molto turbati, io in particolar modo, che mi sono commossa e sono stata per questo
scherzosamente vilipesa dai miei alunni. Fatto sta che, da quella mattina, mi sorprendo spesso a
rimuginare sull’adolescenza che ho vissuto io trent’anni fa, su quella che ha vissuto il regista e su
quella che vivono in questo momento i ragazzi e le ragazze che vedo ogni mattina e che sono giunti
in Italia da molto lontano. Della mia, ricordo che si è consumata in un appartamento tirato a cera da
una mamma lavoratrice ma molto presente nelle mie giornate, arricchite da un padre ubiquo che era
sempre in grado di sapere dove ero, con chi ero, cosa facevo e come stavo. Ricordo pranzi variegati
e cucinati, mai nulla di surgelato, tutto sempre espresso, ricordo una dedizione genitoriale che allora
chiamavo senso di soffocamento ma che in realtà mi faceva sentire importante e amata. Ricordo che
non mi facevano tirare su neanche le coperte del mio letto, che a malapena aiutavo ad apparecchiare
la tavola per la cena, che mi veniva chiesto solo di studiare e che, prima di laurearmi, non ho mai
lavorato nemmeno un quarto d’ora. Un’adolescenza tranquilla e sicura, stabile e serena, dove gli
unici problemi me li dava quel ragazzo che non si accorgeva della mia esistenza, ma dove mi
veniva messo a portata di mano tutto il necessario per fare di me l’adulta che volevo diventare.
Ora che sono circondata da studenti stranieri e conosco le loro esistenze, mi domando
cosa sarebbe stato di me se la mia famiglia, per farmi sopravvivere, si fosse dovuta smembrare e
allontanare dalla sua terra d’origine per andare a lavorare in un posto estraneo e lontano in termini
di strada e di cultura, dove forse sarebbe stata accolta con sospetto e una certa antipatia. Mi chiedo
in quali condizioni domestiche avrei abitato, se avrei avuto accanto a me i miei genitori o se sarei
dovuta crescere con una nonna o una zia, in mezzo ad altri figli che non mi erano fratelli. Mi chiedo
dove avrei trovato la voglia e la costanza di studiare, dovendo conciliare le mie mattine a scuola
con i lunghi pomeriggi a lavorare dentro qualche negozio, dietro qualche bancone. E mi dico che
i miei studenti sono molto, molto più bravi di me e che i miei meriti, in confronto ai loro sacrifici,
diventano invisibili, ridicoli. Praticamente nulli.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)