Volare

10 aprile 2013

Un mio alunno, quando si sveglia la mattina, è così di buonumore che, mentre si lava e si prepara per venire a scuola, canta a squarciagola “Volare” con la stessa voce di Domenico Modugno.
Me lo hanno raccontato oggi il suo babbo e la sua mamma al ricevimento plenario dei genitori.
Da quando l’ho saputo, lo stimo ancora più di quanto non lo stimassi già prima di conoscere questo incredibile dettaglio.

Ho fatto Frida Kahlo

8 aprile 2013

Alla lezione di teatro di stasera ho fatto il cammello sotto il solleone del deserto, il coccodrillo mentre punta la sua preda, l’uccello di uno stormo pronto per migrare, l’insetto che svolazza sopra un campo d’erba, un gatto che tenta di cacciare un topo, un picchio che cerca l’albero giusto per farci il nido, la rosa in boccio che poi sboccia.
Poi, dopo tutte queste fantastiche cazzate, ho fatto Frida Kahlo.

Non è vero che ci si rende conto dell’urto, non è vero che si piange. Io non versai una lacrima. Eravamo saliti da poco sull’autobus quando ci fu lo scontro. Prima avevamo preso un altro autobus, solo che io avevo perso un ombrellino. Scendemmo a cercarlo e fu così che salimmo su quell’autobus che mi rovinò. L’incidente avvenne su un angolo, di fronte al mercato di San Juan, esattamente di fronte. Il tram procedeva con lentezza, ma il nostro autista era un ragazzo giovane, molto nervoso. Il tram, nella curva, trascinò l’autobus contro il muro. L’urto ci spinse in avanti e il corrimano mi trafisse come la spada trafigge un toro. Un uomo si accorse che avevo una tremenda emorragia, mi sollevò e mi depose su un tavolo da biliardo e lo strappò dalla carne con un gesto deciso. Un corrimano di quattro metri mi era entrato nel fianco. Mi aveva impalata. La punta scheggiata mi usciva dalla vagina. A diciott’anni quell’autobus che avrebbe dovuto uccidermi, in realtà mi ha sverginato. Non potevo essere ancora viva, il corpo trapassato da parte a parte, la spina dorsale spezzata in tre, e due costole, la spalla e la gamba sinistre frantumate, un lago di sangue. In ospedale non credevano ai loro occhi, più che un’operazione hanno dovuto fare un collage, un rompicapo per chirurghi senza fretta. Sono stata assassinata dalla vita. Dicevano che non mi sarei più mossa.
Confinata nel mio letto, nella Casa Azul, cominciai a dipingere.

Caro vecchio tema

7 aprile 2013

Che io detesto le nuove forme di scrittura imposte dalla scuola, non è un mistero per chi mi conosce, a partire dai miei studenti, a cui lo ribadisco un giorno sì e un giorno no. Non ho mai fatto finta di gradire le tipologie assurde che hanno sostituito il vecchio, caro tema: trovo di una noia mortale l’analisi del testo poetico e narrativo così come ce la propinano dal Ministero (una serie di domanducce buttate lì, asettiche e prive di anima, fredde e impersonali) e penso che non sia di alcuna utilità per uno studente imparare a scimmiottare la stesura di un articolo di giornale o di un saggio breve. Oltretutto (particolare da non trascurare) non sono molti i docenti in grado di insegnare le caratteristiche fondamentali e i segreti tattici di un articolo o di un saggio, visto che giornalisti non ci s’improvvisa (saggisti ancora meno). Può darsi che anche in questa sede io abbia già espresso la mia sfacciata antipatia per queste forme di scrittura, ma abbiate pazienza, non intendo ripetermi: intendo andarci giù ancora più pesante. Ci pensavo proprio in questi giorni, nelle vacanze di Pasqua per essere precisi. Ero sì in vacanza, ma sul tavolo dello studio mi aspettavano i soliti quattro pacchi di verifiche da correggere. Li guardavo e mi sentivo salire addosso la nausea. Perché sapevo già cosa mi aspettava: una pappardella di banalità fritte e rifritte, lette e scopiazzate da documenti che è obbligatorio utilizzare, ripetuta per il numero di alunni presenti in ogni classe. Un unico, infinito, tediosissimo articolo di giornale, un unico, identico, illeggibile saggio breve che avrebbero ripetuto sempre gli stessi contenuti usando parole intenzionalmente altisonanti per impressionarmi e vendermi del fumo. Tra quei quattro pacchi, però, mi sono ricordata che ce n’era uno che conteneva diciassette temi vecchio stile: temi personali, scaturiti da un titolo che io stessa avevo assegnato, ispirandomi al passo di un’operetta morale di Leopardi: “Quella vita, che è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura”. Ho afferrato quei diciassette fogli protocollo, li ho sfilati dalla fascetta che li strangolava e ho iniziato a leggere. Mi sono trovata davanti a diciassette piccoli capolavori intrisi di riflessioni, racconti e confidenze. Ho letto considerazioni originali e coraggiose, appassionate e commoventi. Ho sorriso, riso e ho perfino pianto. Non ho rifilato neanche un’insufficienza. E alla fine ho visto quei diciassette alunni con occhi completamente diversi. Questo deve insegnare la scuola: a guardare dentro se stessi, a usare la scrittura come una forma di conoscenza e di terapia (non sono gli adolescenti tutti matti da curare, del resto?), a godere scrivendo. E non obbligare i ragazzi alla periodica purga dell’articolo di giornale o del saggio breve (loro che giornalisti e saggisti non sono, e magari manco lo vogliono diventare), né i professori alla purga conseguente di doversi sorbire diciassette minestroni a base di ingredienti tutti uguali e stantii e, per questo, indigeribili. Invece la maturità si avvicina a gran falcate. E a noi di Lettere toccherà il solito supplizio di ogni giugno.

(ieri nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Maledetta me e quella telefonata che le ho fatto.

Sto andando a scuola, sono in coda in mezzo al traffico. Penso a lei, la chiamo. Lo so che non si fa, che è vietato usare il cellulare quando si è al volante. Io sono al volante, ma sono ferma. Per questo la chiamo. Vuole essere un saluto veloce, una battuta al volo per giocare alla vittima (io che vado a scuola, lei che si gode il giorno libero), per sapere cosa sta facendo.
“Sto tornando da una passeggiata a Fiesole” mi dice per suscitare la mia invidia.
E infatti sto già per infamarla, per darle della vagabonda perditempo, quando all’improvviso
“Oddio!”.
“Che c’è?”
“Un uccello!”
“Interessante.”
“Scema. C’è un uccello, ti dico, un uccello vero. Qui, sopra un muretto.”
“E cosa fa?”
“Niente, sta fermo. Starà forse poco bene?”
“Non saprei, prova ad avvicinarti.”
“Non vola. Mi guarda con l’occhietto vacuo. Ha le piume marroncine: è una merla.”
“Adoro le merle!”
“Ma questa sta male.”
“E allora?”
“E allora accidenti a te! Se non mi avessi telefonato non mi sarei fermata per risponderti e non l’avrei vista.”
“Ora però l’hai vista.”
“Infatti.”
“E non puoi far finta di non averla vista.”
“Infatti.”
“E quindi che farai?”
“Non so che cosa fare, magari provo a prender… oddio! Mi è caduta!”
“Sconsiderata!”
“E’ tutta colpa tua, se tu non mi avessi chiamata…”
“Lo so, tu non ti saresti fermata e non l’avresti vista. Ora che però l’hai fatta anche cadere cosa intendi fare?”
“Niente, la rimetto sul muretto e vado a casa”.
Arrivata a casa, però, i sensi di colpa della mia amica si acuiscono in modo evidente: contribuiscono all’innalzamento della sua preoccupazione i miei messaggi (un coctail di pietà animale e sadismo umano) e i pianti di sua figlia, innamorata della merla ancor prima di vederla.
“Ciao, sono io.”
“Oh, ciao, dimmi.”
“Eh, dimmi, dimmi: ti dico che sono di nuovo dalla merla.”
“E’ ancora lì?!”
“Ma certo! Ti dico che sta male!”
“E cosa intendi fare?”
“Non lo so, per il momento sono venuta a farle visita. E per come la vedo io, siccome la colpa è tua, anche tu dovresti venire a trovarla, in giornata.”
Stiliamo insieme un calendario di turni per le visite, ma poi lei, pasionaria degli uccelli, agisce in autonomia e torna in loco prima che arrivi la mia ora.
“Sono sempre io.”
“Dimmi.”
“Ho dedciso: la porto a casa.”
“Brava, fai benissimo. Ricordati di non darle molliche di pane: ho fatto strage di pulcini da piccina pensando di far bene. Devi andare dal macellaio e prenderle della carne macinata. Tienimi informata.”
A casa, con la merla chiusa nella stanza da bagno e al sicuro dentro una gabbietta finemente arredata, la mia amica provvede a fornirmi fedele e puntuale documentazione fotografica.
“Sei sicura sia una merla?!”
“Dici di no?”
“Non lo so, mi pare troppo tonda.”
“Che dici, ce la farà a superare la nottata?”
“Speriamo.”
“Intanto provo a nutrirla.”
L’uccellino, tuttavia, non mette nulla dentro il becco e guarda gli straccetti di carne macinata con un occhio sempre più sperso e vacuo.
“La sto idratando con acqua zuccherata.”
“Se supera la notte abbiamo buone speranze.”
“Speriamo.”
L’indomani, all’alba, un messaggio telefonico anticipa il suono della mia sveglia.
“Sai che faccio? Prima di andare a scuola la porto in Mugello da mio padre, che di uccelli se ne intende. Lui saprà che cosa fare.”
Dal Mugello, nonostante un segnale telefonico a singhiozzo e una rete dispettosa, giungono aggiornamenti in tempo reale.
“Non è una merla! E’ un tordo. Per questo l’era tondo.”
“Adoro i tordi!”
“Lo lascio da mio padre, che è già andato a caccia di lombrichi. Torno a Firenze.”
Ma a Firenze, lontana dal poero tordo, la mia amica (e io di conseguenza) non riusciamo a distogliere la testa dal pensiero dell’uccello.
“Sono sempre io.”
“Dimmi.”
“Non faccio che pensare al tordo.”
“Anch’io.”
“Come starà?”
“Torno in Mugello a controllare.”
Come se fosse la via dell’orto, la mia amica trascorre una giornata in macchina tra anda e rianda.
Alla fine, come un’illuminazione, le balena in testa un nome: Lipu, Lega Italiana Protezione Uccelli.
“Il luogo di ritrovo per la consegna quotidiana degli uccelli da salvare è sulla via del Sashall, davanti alla sede della Rai. L’orario è le 19 in punto. Porti l’uccello al luogo convenuto. Ma a proposito: è sicura che sia un tordo?”
“Lo ha detto mio padre, che se ne intende. Secondo lui potrebbe essere un tordo da richiamo, successivamente abbandonato da qualche cacciatore indegno.”
Alle 19 in punto, la mia amica è al Sashall.
Insieme a lei, in macchina, il poero tordo sempre più basito.
Accanto a lei, in altre auto, altre amanti degli uccelli, ciascuna con la propria scatolina bucherellata in mano, ciascuna con la stessa aria preoccupata, con l’espressione consumata di chi è reduce da una nottata insonne e da una giornata infame.
“Sì, è un tordo.”, conferma la volontaria della Lipu.
E, caricatolo nel furgoncino insieme ad altri uccelli, lo porta all’oasi di salvataggio e riabilitazione degli uccelli feriti e sfortunati.
“Aspetti! Scusi!”
“Mi dica.”
“Ma non ne saprò più niente? Voglio dire, il tordo… la sua salute… la sua salvezza… il suo futuro…”
“Può scriverci a questa mail o telefonarci a questo numero: le daremo tutte le informazioni sul suo stato.”

Questa mattina, all’alba, la mia amica siede al tavolo, computer acceso davanti.
Digita lipu, mette una chiocciola, aggiunge un punto it.
Ma poi cancella tutto, chiude il computer, si vesta e va a scuola.
Essersi affezionata al tordo va bene.
Passare da imbecille no.
Le scriverà non appena sarà tornata da scuola.
Mi terrà informata.
E io farò lo stesso con voi.

Iside è una gatta randagia che razzola da anni per le vie del mio quartiere.
Integralmente nera come una pantera in miniatura, è nota ad abitanti e lavoratori della zona per il suo carattere indipendente e la scarsa fiducia riposta negli umani.
Corteggiata da un’anziana vedova a cui da un paio d’anni è morto il longevo gatto, Iside si è sempre concessa poco anche a lei, che pure le ha tentate tutte per convincerla e sedurla: davanti alla propria libertà, Iside diventa sorda ai croccantini e indifferente alle scatolette, gira il culo e se ne va per i suoi venti, facendo perdere le tracce di sé in un battibaleno.

Da qualche tempo, però, Iside si era fatta dolce e malleabile con due donne, proprietarie di una merceria del luogo: passava e ripassava davanti al loro negozio, ci metteva il muso dentro, si lasciava timidamente avvicinare.
Un giorno è entrata senza chiedere permesso. Si è guardata in giro, ha perlustrato le varie stanze, ha curiosato tra scaffali e scatoloni. Quindi è ripartita, lasciando basite le due donne a interrogarsi sul perché di quel comportamento inconsueto e sui motivi di un ingrossamento felino tanto evidente.
“Non la trovi incredibilmente cicciottella ultimamente?” ha detto una.
“Davvero, quella mangiona!” ha detto l’altra.
“Secondo te perché è così inquieta?”
“Non sarà mica preoccupata per qualcosa?”
E sono andate al negozio accanto, un’erboristeria, a chiedere consiglio.
L’erborista, un ragazzo sensibile, ha donato loro una boccettina di fiori di Bach perfetti per placare l’ansia.
Il mattino dopo la gatta è tornata. Smaniosa di coccole e appiccicosa come mai lo era stata, ha improvvisato qualche piroetta in mezzo al negozio e poi è corsa a rintanarsi al gabinetto.
Le donne avevano da fare, stare dietro ai clienti, mettere a posto la merce appena arrivata: le hanno messo venti gocce di fiori di Bach nella ciotola dell’acqua e sono tornate a lavorare.
Dopo un po’, non vedendola sbucare, sono andate a cercarla.
E insieme a lei, attaccati a cinque poppine rosa, hanno trovato altrettanti micini appena sfornati.

La notizia prima ha fatto il giro del quartiere, poi è finita sui giornali.
Io, articolo in mano e scarpe da ginnastica ai piedi, sono partita alla ricerca del negozio, l’ho trovato, sono entrata, mi sono presentata, ho domandato se la vicenda della gatta Iside avesse avuto luogo proprio lì e, avutane conferma, ho chiesto di poter conoscere sia lei che i gattini appena nati.
Ne avrei voluto adottare uno e portarlo a casa da Micino da Scansano detto Mimmo.
Ma una fila di dodici prenotazioni già avvenute mi ha completamente tagliata fuori da ogni contrattazione.

Vi sentite leggermente sottopeso e desiderate accrescere la vostra massa corporea?
Vi vedete troppo magre, trovate che quel vestitino nuovo vi ciondoli sui fianchi, avete voglia di forme più burrose?
Non che questi fossero i miei casi, ma nella settimana pasquale appena trascorsa ho messo a punto la ricetta perfetta che fa per voi, seguitemi.
1. Il primo giorno pranzate in compagnia di vostro fratello e spolveratevi una lasca di sogliola impanata e fritta, accompagnandola a una porzione abbondante di insalata verde e vivacizzandola con quattro o cinque (o sei?) fette di pane.
2. Il giorno dopo fatevi portare a pranzo fuori dalla vostra amica del cuore: ella, con la scusa che bisogna prima smaltire per poi considerare il pasto meritato, vi farà inerpicare su per un poggio alle porte di Firenze, salvo poi farvi sedere al tavolo di una deliziosa trattoria e invitarvi a ordinare un’altra lasca, stavolta di braciola, anch’essa impanata e fritta, servita con rucola e pomodorini ma rinforzata da carciofi fritti e ciotolina di purè. Concludete il pasto con una bella pera william cotta nel vino, mi raccomando.
3. La sera successiva partecipate alla festa per il diciottesimo compleanno di un vostro alunno i cui generosissimi genitori hanno organizzato per lui una cena a sorpresa a cui voi, tutti i vostri colleghi e tutti gli studenti della classe interessata prenderete parte con stato d’animo a dir poco entusiasta. Le portate saranno una ventina: non lasciatene passare intonsa neanche una.
4. La sera dopo prenotate un tavolo gigante al Teatro del Sale e sedetevici in compagnia dei colleghi più cari che avete e avete avuto: prima che lo spettacolo di Maria Cassi abbia inizio, badate bene di assaggiare tutto quello che dalla finestra della cucina viene annunciato a grandi voci. La voce della coscienza religiosa vi ricorda che è venerdì santo, giorno di vigilia nera. Mettetela a tacere quanto prima per mezzo di una forchettata di lampredotto con patate.
5. Nell’unica sera in cui cenate a casa, cuocete a vapore un mazzo di asparagi e sul tegame due carciofi, saltandoli con olio, aglio e spezie varie, indi adagiatevi un paio di uova. Servitevi il tutto in compagnia di una selezione di formaggi da consumare con mostarde, composte, marmellate e miele. Di castagno, il più caloroso.
6. Ed eccoci finalmente al giorno della Pasqua: c’è quel ristorantino a Sant’Andrea in Percussina che propone un menù festaiolo a base di antipasti misti, primi vari e secondi tipici toscani e accoglie grandi, piccini, vecchi e cani. Non vorrete trattenervi proprio oggi.
7. E’ il lunedì noto con il nome di Pasquetta. Chiunque esce, si sposta, individua una mèta valida e lì bisboccia. Voi scegliete Livorno, città che profuma di mare. E in chiassosa compagnia vi sparate un menu tutto a base di pesce.

Ora, fate un salto sulla bilancia e ditemi se non ho ragione.