La torta mancata

31 maggio 2013

Anche un’altra delle mie quattro classi di quest’anno da lunedì comincia con lo stage: per questo avevamo organizzato una festa per questa mattina.
“Io porto una torta filippina!”
“Io una specialità peruviana!”
“In Cina non siamo bravi a fare dolci e il salato cinese non si addice alla prima ora: io porto delle caramelle.”
“Io porto da bere!”
“Io faccio i miei cornetti alla Nutella.”
“E io una torta salata.”
“Io allora preparerò dei tramezzini.”
“E io chiedo a mia sorella se prepara per tutti noi la sua specialità alla cioccolata!”
“Lei profe cosa porta?”

Io avevo promesso il classico dei classici, l’evergreen, l’intramontabile, l’eterno. Insomma, il dolce più palloso della cucina italiana: la torta di mele (sempre meglio di una pedata negli stinchi).
Ieri sera, però, nella stanchezza mentale di cui ultimamente sono vittima costante, mi sono convinta che la festa fosse domani (sabato) e non stamani (venerdì).
Così prima ho oziato bellamente davanti alla tv gustandomi un erotico Bruce Willis, poi sono andata a letto con un buon libro, e infine mi sono addormentata come un sasso.
Dopo un’ora di piena fase REM, un salto nel letto: “ODDIO! LA TORTA! DEVO ASSOLUTAMENTE PREPARARE LA TORTA DI MELE!!!”

Era l’una e mezza, il gatto ronfava, l’umano imprecava.
Mi sono rimessa orizzontale e a scuola ho portato un sacchetto di pizzette stantie del forno davanti.

Come ci vestiamo?

31 maggio 2013

Domani pomeriggio io e la mia classe terza faremo il nostro trionfale ingresso nel Salone dei Dugento in Palazzo Vecchio per presenziare alla cerimonia finale del “Premio Letterario Giovanni Boccaccio”.
“Profe, come ci si deve vestire?”

A questo proposito, ho dedicato mezz’ora al tema “Come ci si veste quando si va a ritirare un premio culturale”: ho ancora ben nitida nella memoria la figura di merda che mi fecero fare quelle alunne a cui inavvertitamente dissi “vestitevi bene per andare a ritirare il premio tal del tali” e quelle mi si presentarono tutte vestite da battone.

Una delle mie quattro classi di quest’anno lunedì inizia lo stage: questo vuol dire che per noi le lezioni sono finite oggi e che fino a settembre non ci rivedremo.
Con questa classe (quindici femmine e due sfortunatissimi maschi) ho avuto un rapporto bello ma anche bellicoso: mi faceva tremendamente incazzare, infatti, entrare nell’aula e trovarli tutti quanti a sgranocchiare porcherie (sacchettate di pop-corn, ma soprattutto quelle patatine tonde piene d’aria al gusto di formaggio e i nippon, chicchi di riso scoppiati e ricoperti di cioccolato).
In più di un’occasione li ho costretti a buttare via quei sudiciumai spalancando le finestre per mandare via quei puzzi chimici e sospetti.

Oggi, travolta dalla malinconia per la prospettiva di non rivederli più ogni mattina, sono entrata all’Esselunga, ho preso un sacchetto di patatine tonde piene d’aria al gusto di formaggio e una scatola di nippon.
Già mi sento meglio.

Il genio della traduzione

30 maggio 2013

Il nuovo alunno che si chiama come il morto resuscitato da Gesù e che viene dal Senegal, pare si sia ambientato dimolto ma dimolto bene.
“Profe, Lazare mi butta i bacini dal banco nelle ore di Matematica.”
Lo guardo curiosa.
Mi guarda sospettoso.
“Lazare! Ma che ti sei innamorato della Giulia? Per favore, Babacar, traduci a Lazare quello che gli ho chiesto.”
Babacar traduce, serio e orgoglioso del suo nuovo e inaspettato ruolo.
“Oui!” risponde convintissimo Lazare.
Ma guarda questo senegalesino coraggioso, mi dico, con che ardire ammette pubblicamente, al cospetto di venticinque compagni, il suo spontaneo, incontenibile e (onestamente) comprensibile amore per una delle ragazze più carine della classe.
“E senti: è vero che le butti i bacini durante le ore di Matematica? Traduci, Babacar.”
Babacar traduce, sempre più tronfio e professionale.
“Oui! Oui!” risponde Lazare, talmente sincero da risultare disarmante.
Ma guarda l’amore, questo sentimento universale, come attecchisce al volo tra gli adolescenti di tutto il mondo, e com’è puro, com’è bello, com’è ineffabile, com’è inarrestabile!
“E, ascolta Lazare: sei triste che tra una settimana finisce la scuola e tu per tre mesi non rivedrai più la Giulia? Babacar, traduci.”
Babacar traduce anche la terza domanda che, come le precedenti due, riceve risposta convinta e affermativa.
“Oui!”

Purtroppo per Babacar, in classe c’è una terza senegalese, tale Astou Penda (lo giuro, si chiama così) che, colta da una crisi di riso, ci rivela le tre domande tradotte da Babacar all’ignaro compatriota per indurlo a quei tre “oui”: “ti piace l’Italia?”, “ti trovi bene in questa scuola?” e “ti piace la pizza?”.

Ora, Babacar a Storia ha quattro.
Ma io per questo colpo di genio quasi quasi lo porto a sei.

I nonni peruviani

29 maggio 2013

Sono partiti dal Perù per venire a trovare la loro nipotina, che vive in Italia da dieci anni.
Giunti a Firenze, si sono sentiti subito a loro agio, hanno dichiarato di amare l’Italia, hanno deciso di trattenersi molto più a lungo del previsto e hanno preso radicale possesso della camera degli ospiti.
Già che c’erano, sono andati dal prete della chiesa più vicina e, alternando lo spagnolo a un balbettato italiano, hanno fissato la messa per festeggiare qui le nozze d’oro.
La mia alunna ogni mattina ci aggiorna sulle ultime peripezie dei suoi adorati nonni.
Io e la classe abbiamo preso la questione così a cuore che, se non dovessero invitarci in massa, avremmo serie difficoltà a farcene una ragione.

Nuovi arrivi

29 maggio 2013

Considerando che la mia scuola il sabato è chiusa, per me e per tutti quelli che lavorano con me mancano sette giorni effettivi alla fine dell’anno.
A sette giorni di distanza dalla fine di tutto, eccoti arrivare due studenti freschi freschi: uno dal Senegal, uno dalle Filippine, entrambi del tutto incapaci di comprendere o spiccicare una sola parola in italiano.
Il senegalese arriva e ti dice bonjour, gli dai una fotocopia e ti dice merci, te ne vai a lezione ultimata e ti saluta con un au revoire madame (che un po’ invecchia ma fa tanto chic).
Il filippino, nelle medesime casistiche sopra elencate, dice goodmorning, thank you e bye bye.
Il senegalese, che si chiama come quello che era morto ma che Gesù resuscitò con un ordine perentorio, l’ho piazzato di banco accanto a un suo connazionale di proporzioni gigantesche che ha il nome composto dal dolce napoletano a forma di fungo inzuppato nel rum e l’equivalente di macchina in inglese.
“Babacar, mi raccomando: affido a te Lazare.”
Babacar, che a settembre aveva lo stesso sguardo smarrito e incazzato nero come la sua pelle di velluto, mi guarda e sorride sornione come dire “tranquilla, piccola” (misurando Babacar due metri e qualcosina, immagino che pensi a me in questi termini anche quando ai piedi porto le mie zeppe 12).
Per il filippino non ne avevo un altro che gli facesse compagnia. Così l’ho messo accanto a Wen Da Wei detto Davide. Il quale sfortunatamente non degna il neoarrivato di uno sguardo.
I due nuovi studenti, infilati in classe al semplice e duplice scopo di fargli orecchiare la nostra lingua e farli familiarizzare coi nostri ambienti in vista della ripresa delle lezioni di settembre, mi guardano come si guarda un fantasma, un mostro a sei zampe, un animale esotico, una regina.
Io, nel frattempo, mi do un sacco di arie.

Ce l’hai per un anno davanti, li vedi tutte le mattine. Ci lavori, ci discuti, ci combatti. Li premi, li incoraggi, li rimproveri, li tratti coi guanti, li tratti malissimo. E loro ti gratificano, ti deludono, ti scoraggiano, ti esaltano.
Finché arriva il giorno in cui ti lasciano a bocca aperta.
Il giorno è quello in cui, anziché guardarli dalla cattedra, seduti al loro banco, li guardi da una platea, ritti sopra un palco. Vestono abiti da scena, all’inizio quasi non li riconosci, poi odi le voci e distingui alla perfezione il timbro di ciascuno. Sono voci che riconosceresti in mezzo a una folla, voci che ricorderai per sempre, anche quando sarà passato tanto tempo senza che tu li abbia più visti ogni mattina. A agni voce associ, oltre che un volto e un corpo, una storia che è unica e affascinante in ogni caso. Perché loro vengono da vicino e da lontano, hanno pelli chiare e pelli scure, hanno capelli ricci e lisci, sono altissimi o tappetti come te, esili come giunchi o massicci come roccia. Per te sono semplicemente loro. I tuoi studenti. Attori credibili e intensi per un giorno. Ragazzi e ragazze con un talento nascosto dentro che qualcuno ha saputo far venire alla luce radunandoli in un teatro e facendo buio intorno.
L’anno scorso misero in scena le madri di Plaza de Mayo.
Quest’anno hanno dato voce a tutte le donne del mondo, donne amate, rifiutate, violentate, uccise, dimenticate. Donne ironiche, disperate, esaurite, appassionate.
E io mi sono sentita fiera di appartenere a tutto questo.

Fimmine ribelli

25 maggio 2013

Ha i capelli biondi, il volto morbido e una voce che incanta. Si chiama Francesca Prestia ed è una maestra elementare calabrese. Questo anno scolastico però, anziché con i suoi piccoli alunni, ha deciso di spenderlo in giro per molti istituti italiani a diffondere il progetto “Dedicato a Lea” che lei stessa ha elaborato e realizzato in collaborazione col Miur. Qualche giorno fa è venuta anche nella scuola dove insegno io e ha incontrato gli studenti delle classi quarte e quinte per cantare loro, accompagnata da alcuni strumenti e da oggetti di profondo valore simbolico, la storia di Lea Garofalo e di tutte quelle donne calabresi che in questi ultimi anni hanno scelto di diventare “fimmine ribelli”. Cioè di mogli, sorelle o madri schiave degli uomini della ‘ndrangheta che, a un certo punto della loro vita, dicono basta alle regole mostruose imposte loro dall’organizzazione criminale calabrese e decidono di collaborare con la giustizia. Queste cose i ragazzi un po’ le conoscono per averne sentito parlare in televisione o per averne letta qualche notizia sui giornali: ma non ne sanno abbastanza e soprattutto non se le sono mai sentite raccontare da qualcuno che le conosce tanto da vicino. Li guardavo, in aula magna, mentre la maestra Francesca Prestia “cantava e cuntava” quegli orrori affiancata dai disegni evocativi di Giampiero Donno, più scioccanti di fotografie vere. Guardavo i loro visi, dapprima scettici (che ci viene a raccontare questa qua, dalla Calabria?) e man mano sempre più rapiti (ma davvero esistono questi uomini, queste donne e queste vite, in Italia?), che ogni tanto si voltavano a cercare il mio sguardo per avere la conferma che tutto quello che si sentivano narrare era realtà. Certo che lo è. E’ realtà che le “fimmine ribelli”, allorché decidono di spezzare il meccanismo ‘ndranghetista per uscirne, diventano per i loro uomini donne da sequestrare, torturare, uccidere e bruciare. Lea Garofalo fu rapita, condotta in un luogo deserto, torturata per ore e infine strangolata. Il suo corpo fu bruciato in un fustone metallico per disperderne ogni traccia. Poiché il suo osso sacro non prendeva fuoco, venne preso a martellate affinché si sbriciolasse e potesse finalmente cedere alle fiamme. Bruciando il corpo, quegli uomini pensano di bruciare anche le idee. Ma la scuola, che di idee si nutre, ha il dovere di raccontare, diffondere e urlare anche queste storie atroci, che i nostri ragazzi devono sapere.

Occhio: sta per piovere

25 maggio 2013

Come ogni film di qualità, è uscito, è andato per soli tre giorni nel cinema più piccolo della città, ed è sparito.
Tentare di inseguirlo e reperirlo altrove, tuttavia, vale la pena perché la storia è bella, straziante, narrata magistralmente e soprattutto vera.
Il titolo si addice al tempo bislacco e dispettoso che (deo gratias) compromette la primavera e posticipa ad libitum l’arrivo della torrida e insopportabile estate fiorentina: il piccolo capolavoro del giovane regista Haider Rashid, nato a Firenze da padre iracheno e madre italiana, s’intitola infatti “Sta per piovere”. E racconta l’incredibile vicenda di Said, un caparbio ragazzo di 26 anni che parla toscano ed è nato a Firenze da genitori algerini.
Said ama la città in cui vive dalla nascita, adora suo padre che ha lasciato l’Algeria prima che nascessero i suoi figli, e vuole bene a suo fratello pur avendo con lui un rapporto conflittuale. Ma più che altro Said è innamorato perso di Giulia, con cui sta da tempo e con cui scopa con intensità e frequenza invidiabili. Quando suo padre perde improvvisamente il lavoro, Said si vede negato il permesso di soggiorno ed è costretto insieme al padre e al fratello a tornare in patria, in Algeria, un posto che lui non ha mai neanche visto. La sua natura combattente, però, lo spinge ad appellarsi agli avvocati e alla stampa, nel tentativo di attirare l’attenzione sul problema degli immigrati di seconda generazione, intrappolati nei meandri dall’assurda e anacronistica legislazione italiana.

Al suo quarto lavoro dopo Between Two Lands, Tangled Up in Blue e Silence: All Roads Lead to Music, il giovane Haider Rashid sceglie di prendere spunto da un problema urgente e personalmente sentito per raccontare l’evidente disconnessione tra la realtà italiana e l’obsoleto scenario legislativo. E lo fa evitando la trappola del film a tesi, mettendo invece generosamente il primo piano il suo convincente protagonista (Lorenzo Baglioni), continuamente braccato da una macchina da presa d’ispirazione neorealista. In una Firenze quasi irriconoscibile, lontana dalle belle immagini da cartolina, Said si muove tra strade deserte, case, uffici e studi televisivi, accompagnato dalle opprimenti musiche di Tom Donald a sottolineare l’incubo emotivo nel quale lo conduce questo viaggio negli infernali meandri della burocrazia.
Pur con qualche ingenuità a livello di sceneggiatura e qualche eccesso di retorica nei dialoghi, Sta per piovere è un documento autentico a testimonianza di un problema urgente spesso ignorato e sottovalutato. Un documento in bilico tra cinema-verità e finzione, capace di emozionare (io naturalmente ho pianto come una cretina) grazie a un tono lieve e a un personaggio forte, affiancato da credibili comprimari. Un documento che si interroga con passione e profondità sull’identità e sul complesso concetto di ‘straniero’ nella nostra realtà. Una pellicola perfetta per i miei numerosi studenti giunti da lontano.

Caro Bozzone, addio

20 maggio 2013

Così alla fine sei morto.
L’hai fatto di domenica sera, e il lunedì mattina ci siamo svegliati con questa notizia triste.
Che non stavi bene si sapeva tutti da tanto tempo.
Ma per la vita sregolata che facevi, nessuno si aspettava che il tuo fosse un corpo sano.
La vita ci ha fatti incontrare tante volte.
La prima fu al telefono, quando (senza conoscerti) ti chiamai per invitarti a una cena di estimatori di “Berlinguer ti voglio bene” e tu mi rispondesti “E ‘un posso, bellina, quella sera so’ a teatro. Ganza però codesta cosa, la prossima vorta vengo”.
Spesso ci siamo incrociati per le strade di Firenze, nelle quali tu viaggiavi in sandali e senza calzini anche a gennaio.
Poi quel pomeriggio alla biblioteca delle Oblate, dove partecipammo insieme a un’iniziativa dedicata al mondo della fiaba (io portai Cecino e il bue di Calvino, tu ti presentasti con un rap sconcio cantato a cappella la cui trama narrava di un ragazzo e una ragazza impegnati a trombare sulla panchina di un parco pubblico).
Infine a bordo del 35, all’altezza di piazza Puccini, l’estate scorsa.
Vestivi una maglietta scura e un paio di jeans tagliati che ti lasciavano all’aria le gambe. Sulla spalla sinistra portavi una tracolla in stoffa.
Visto da dietro, ti si davano dieci anni meno.
Ma quando ti giravi, le tue sessantanove primavere di dolore, incazzatura, follia, sregolatezza e genio stavano tutte stampate su quel volto a metà tra il divertito e il disperato.

Carlo Monni è morto.
Riposi nella pace che non trovò mai sulla terra.