Frankenstein in prigione

28 giugno 2013

Entro e sbatto contro una decina di uomini in marsina con teste di enormi conigli bianchi.
Accanto a loro, un Frankenstein immobile che respinge.
Su un pulpito, un Galileo Galilei pronto a tenere un discorso, ma al momento silente e paziente.
Sul palco, una decina di scienziati col volto tinteggiato di bianco e parrucche spettinate e canute, seduti a un tavolo che lo attraversa in perpendicolare.
In mezzo all’enorme platea, distesa su un tavolo operatorio e coperta da un lenzuolo, l’inequivocabile sagoma di un corpo umano.

Ci sono ricascata. Ci sono tornata.
E con questa fanno quattro, le volte che quest’anno ho incontrato i detenuti del carcere di Firenze.
Ieri sera la Compagnia di Sollicciano metteva in scena (per replicarlo stasera alle 20:45) “Frankenstein. Storia di un corpo”.
Ma la creatura di Shelley non era che il pretesto per parlare di molto altro.
Rifiutato come esperimento fallito, il protagonista parla attraverso ciò che il suo corpo può raccontare e, in una rilettura straniante e sconvolgente, lo spettacolo spinge a domande che nascono in relazione al corpo umano: cosa nasconde un corpo tatuato, per esempio?
A differenza di ciò che succede nella storia originale, però, dove il rifiuto del dottore si trasforma in fuga, questa volta si assiste, nella comicità grottesca degli uomini-scienziati, a qualcosa di terrificante. Il tentativo di voler aggiustare, sanare, ricostruire un corpo “sbagliato”.
Ma non esiste rimedio. E una domanda rimane aperta: chi è il mostro?

Si esce con il solito magone.
Ma anche con il consueto impagabile appagamento che non si prova altro che lì.

Persa nel Bosco

26 giugno 2013

Caro Nello,
questa volta in Maremma ci sono rimasta quattro giorni. Avevo ancora voglia di addormentarmi in quel silenzio surreale, risvegliarmi al canto delle ghiandaie, colorarmi di sole, sedermi a tavole imbandite e (soprattutto) rivedere lui.
Ti ho detto che ha gli occhi diversi? Pare sia una nota genetica risalente a diversi trisavoli fa. Così da una parte mi guarda con l’occhio nocciola e l’espressione è liquida e languida come la tua, dall’altra mi punta addosso quell’iride algida da syberian husky con la quale sembra volermi sfidare a un gioco complicato.
Ma Bosco è identico a te: un bonaccione, un cagnone fatto e messo lì, a fare incetta di carezze e di baci. Sua sorella Selva, semmai, è la vispa di famiglia, lei e il suo culino secco, lei e la sua forma aerodinamica che le permette di balzare in un battibaleno sul letto della donna che li accudisce entrambi. Bosco invece no: lui va preso per le gambe di dietro e spinto in aria, per farlo salire sul materasso. Ti ricordi che lo facevi anche tu? Ti mettevi col muso sulle coperte ad aspettare che un’anima buona arrivasse da dietro a darti una mano. E quando dovevi salire in macchina, stessa scena: sportello aperto, tutti pronti a partire, tu solo lì fuori con le zampe sulla strada nell’attesa dello spintone, con lo sguardo nel vuoto da finto tonto.
Questa volta all’agriturismo dove vivono i due beagle di sei mesi c’era anche il padrone di casa, così mi sono fatta coraggio e senza stare a girarci tanto intorno gli ho chiesto se mi dava Bosco. Non se me lo dava per quel pomeriggio: se me lo dava per tutta la vita. Ad argomentazione della mia azzardata richiesta ho portato l’evidente attrazione sensoriale scattata all’istante tra me e lui, identica a quella che scattò tra me e te quando ti vidi seduto sul sedile posteriore di quella Vitara targata Firenze. Ti avevano messo un enorme fiocco rosso intorno al collo e tu mi guardasti come guarda uno che chiede compassione. E io dico che, insistendo un po’, l’avrei certo spuntata perché quell’uomo mi conosce da cinque anni e sa quanto io smani per tornare a possedere un cane tutto mio, un cane da abbracciare, da soffocare di baci, un cane da portare in montagna a camminare o nelle vie del centro della mia città a spendere del buon tempo insieme. Un cane da presentare al mio gatto nell’assoluta certezza di andare incontro a una convivenza gaudiosa oltre che pacifica, come quella che tu avesti con Giorgio, il gatto tigrato che divise con te divano, letto e fidanzata umana (io).
Però non ho insistito, sai Nello. E Bosco anche questa volta l’ho lasciato dove l’ho conosciuto, immerso in quel quadro di verde da cui mi sembrerebbe un delitto portarlo via. Lì ha una sorella con cui giocare, un’umana con cui dormire, uno spazio infinito in cui perdersi e ritrovarsi ogni giorno, ubriaco di odori naturali. E ha la libertà. Con me avrebbe tanto amore, tante cure, tante attenzioni, lo rintronerei di discorsi dalla mattina alla sera, lo farei sentire il cane più importante della terra, ma trascorrerebbe anche molto tempo da solo e abiterebbe in un appartamento al quinto piano da cui si vede la cupola del Brunelleschi, il piazzale Michelangelo e la basilica di San Miniato al Monte. Sai che gliene frega a un beagle di un panorama di pietre e cemento quando può averne uno di fili d’erba e querce.
E non ho insistito anche perché, sai Nello, non sono ancora pronta per rimpiazzarti. Non ti nascondo che passare una giornata distesa sul prato pennichellando abbracciata a un cane che di tanto in tanto sospira di piacere è qualcosa che mi manca da quando tu te ne sei andato per sempre. Ma forse mi sembrerebbe di tradirti, di inquinare la memoria di un tempo perfetto che ricordo ancora in ogni sfumatura emotiva.
Così tornerò a trovare Bosco ogni volta che vorrò (tra due giorni, per esempio), ma cercherò di lasciarlo dove la vita lo ha visto arrivare e dove il caso ci ha fatti incontrare.
Stai tranquillo, Nello.
Sarai sempre tu il cane a cui penserò quando vorrò pensare a com’è bella la vita quando c’è anche un cane.

Sbarre

20 giugno 2013

Quello di stasera è stato il nostro terzo incontro.
Il primo fu una mattina dell’inverno scorso, c’era una nebbia offensiva che neanche la mole di Sollicciano riusciva a sfondare. Un’ora di attesa fuori dai cancelli e poi una trafila lunga come la salve regina per farsi controllare, farsi ispezionare, farsi scrutare e registrare, depositare borsa, cellulare, fazzoletti di carta, tutto. Perché in carcere si entra a mani vuote, al massimo con una sporta in plastica trasparente attraverso cui si veda bene ciò che porti: un libro, una penna, un quadernuccio.
Il secondo è stato poche settimane fa, la primavera timida ma era arrivata e quando uscimmo dal mastodontico edificio sul cielo color azzurro tramonto inoltrato si stagliò una luna esagerata spuntata all’improvviso dalle spalle della sovraffollata prigione di Firenze. Nel teatro interno avevamo assistito al concerto della compagnia dei detenuti, una ventina di elementi di provenienza multietnica e di reati misteriosi, due ore di musica influenzata di ritmi e di culture, centoventi minuti a ballonzolare sulla poltroncina senza che nessuno si potesse alzare, circondati come eravamo da guardie e secondini a muso lungo.
Il terzo è stato questa sera ed è appena finito. E’ cominciato presto ed è terminato entro un’ora stabilita, l’ora del rientro dentro i cancelli, oltre le porte ferree, al di là delle sbarre. Per una sera sola al gruppo è stato consentito di entrare in città, raggiungere la Limonaia di Villa Strozzi, consumare una cena a buffet nel parco in mezzo alle persone (che si credono) normali e quindi esibirsi sopra il palco.
E così abbiamo cenato allo stesso tavolino, ci siamo salutati con abbracci e un numero di baci che variava a seconda della provenienza geografica di ognuno (i tunisini te ne danno quattro addirittura), ci siamo presi un poco in giro e con un in-bocca-al-lupo li abbiamo guardati raggiungere l’anfiteatro all’aperto. Per cena c’erano grandi teglie di pizza al taglio, buona e calda come la musica suonata di lì a poco. Da bere c’erano fusti di birra fresca e consolante dopo un’altra irrespirabile giornata.
Parlando con un detenuto è facile scivolare nella gaffe.
“Ma te, scusa, dove l’hai preso tutto codesto sole?!” ho chiesto al solista, troppo abbronzato come prigioniero.
“Guarda bene, è un sole a sbarre” ha detto lui.
Ma è facile anche il contrario, cioè che la gaffe sia autoprodotta (e autoironica) dal diretto interessato.
“Stai attenta, non lasciare la tua borsetta incustodita sulla sedia, mettitela più vicina.”
“Perché?”
“Perché c’è gentaccia brutta in giro questa sera.”
Di gentaccia brutta io invece non ne ho vista: solo un pubblico incantato davanti ad artisti bizzarri e coraggiosi, gentili e delicati, che pagano l’errore e aspettano l’arrivo della vita nuova.

Quando s’era piccine ci si vedeva quasi tutti i giorni. D’altronde s’era nate tutte in fila, la prima io e quell’altre tre dietro a ruota, figlie di due fratelli e una sorella che portano il medesimo cognome.
“Te no, te tu sei una Landi!”
Me lo dicevano come se fosse una macchia, un limite, un difetto di fabbricazione: essere nata dalla sorella dei loro babbi e, per questo, portare un cognome diverso dal loro, che invece ne indossano uno composto, altisonante e inequivocabilmente partenopeo: il cognome del primo Presidente della Repubblica Italiana.
“Landi, apri il culo e spandi!” mi canticchiavano da piccine per farmi innervosire.
Ma ci pensava il babbo a trasformare il limite in fierezza.
“Devi essere orgogliosa di essere una Landi!” e mi convinceva.
Le nostre famiglie (come amava dire la mia mamma, nota coniatrice di espressioni linguistiche oxfordiane) “pisciavano dallo stesso buco”, cioè si frequentavano con assiduità, costringendo noi bambine a una condivisione di tempo, giochi e confidenze che avrebbe cementato un rapporto inconsapevolmente imperituro.
Lo zio Flambert portava spesso Lucy a casa mia. Da piccola lei aveva la bellezza selvaggia di Brooke Shields in “Laguna blu”, occhi scuri che ti ci perdevi dentro, pelle ambrata e sorriso spiritoso e sensuale.
Micky e Silvy invece si presentavano al seguito del Conte Max, altro personaggio mitologico della famiglia De Nicola: la prima con le sue proporzioni minute e i suoi capelli a pulcino, la seconda col suo cuore d’incommensurabili dimensioni e il suo leggendario culo a mandolino.
Penso di non essergli mai stata sulle palle nonostante andassi bene e volentieri a scuola, mentre loro erano una triplice reincarnazione di Lucignolo: accettavamo l’una le differenze delle altre tre e ridevamo dei nostri tratti peculiari.
Ridere in effetti è stato sempre l’atto che di più ci univa ed equiparava: nella risata abbattevamo le nostre diversità e diventavamo quattro sorelle strambe solo vagamente imparentate.
A un certo punto cominciammo a crescere e le nostre strade lentamente ci portarono lontano.
Lucy, innamorata persa di quel biondo, si sposò nell’anno in cui io m’iscrivevo all’università, Silvy e Micky seguirono i propri venti e fecero esperienze. Ci arrivavano nostre notizie tramite i nostri genitori, che hanno sempre tessuto il filo del racconto e del contatto, che non si sono mai scordati di tenerci legate nell’unico modo in cui potevano: parlando di noi a ciascuna di noi.
“L’Anto si è laureata.”
“Lucy ha avuto un maschio.”
“Silvy ha trovato lavoro.”
“Micky ha cambiato fidanzato.”
L’aggiornamento era aderente al vero ed effettuato in tempo reale.
“L’Anto ha cambiato fidanzato.”
“Lucy ha avuto una bambina.”
“Silvy si è innamorata.”
“Micky ha deciso di sposarsi.”
Non so cosa provassero loro, a ricevere mie notizie. Io, a ricevere le loro, provavo sempre un misto di affetto e di allegria.
“Anto è andata a stare a Bergamo.”
“Lucy ha ripreso a lavorare.”
“Silvy è andata a convivere.”
“Micky ha avuto due gemelli.”
Per anni non ci siamo viste, non abbiamo condiviso più il Natale, non ci siamo più sedute a tavola insieme. Al massimo ci siamo incrociate in piazza, un saluto, due parole, una risata. La risata sempre.
Le recenti nozze di mio fratello hanno riunito le nostre quattro strade e ci hanno riservato un tavolo a cui sedere nuovamente insieme. Avremmo potuto sentirci estranee, distanti, sconosciute. E invece è bastata una risata per tornare al punto in cui ci eravamo lasciate.
“Facciamo una foto di famiglia!” ho detto al matrimonio.
“Te no, te tu sei una Landi!”
Forse è bastato questo, per farci riconoscere, per farci ricordare com’eravamo e come siamo state.
Il filo tessuto dai nostri genitori si è teso di nuovo e ci ha avvolte così strette, che da quella festa abbiamo preso a scriverci e a ridere anche su uozzàp.
Ieri sera siamo andate a cena insieme, noi quattro, solo noi, noi e basta. Senza mariti, senza compagni, senza figli. Senza parlare di lavoro, di altri, di nulla. Solo di noi quattro e di quello che è successo nel tempo in cui il filo si era allentato così tanto che pareva sciolto.
Per parlare (e ridere), ci siamo scordate perfino di mangiare.
Per sapere cosa stesse succedendo alla Grande Cena delle Quattro Cugine, sono giunti messaggi perfino da chi è in luna di miele oltre l’oceano Atlantico.
Noi ci siamo promesse che, ispirate ai nostri genitori, d’ora in poi pisceremo dallo stesso buco come loro.

Tempi Magris

19 giugno 2013

Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forme, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte. Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera,ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte.

A me questo brano di Claudio Magris pare perfetto per un diciottenne che si appresta a partire per il grande viaggio della vita: stimola, esorta, mette in guardia, incoraggia, avverte e spinge a mettersi in cammino. Ed è lucido, onesto, spietato, armonioso. Come dovrebbe essere l’esistenza.
Ma già si grida alla scelta sbagliata, già si denuncia la mancata conoscenza che di Magris avrebbero i maturandi.
E’ vero: Magris alle superiori non si fa. Probabilmente neanche al Classico.
Ma su questo brano chiunque può scrivere un mondo, perché del mondo parla e di mondo ciascuno di noi -che lo voglia o no, che ne sia più consapevole o meno- è intriso.
Io attaccherei col grido di Piero Pelù in “No frontiere”.
E forse boccerei.

Gli impanicati

19 giugno 2013

Negli ultimi mesi ho seguito privatamente un ragazzo in preparazione dell’esame di maturità, al fine di insegnargli a scrivere meglio, a destreggiarsi nelle varie tipologie proposte nella prima prova, a pianificare una tesina pluridisciplinare e a padroneggiare un disinvolto colloquio orale.
Fino a qualche lezione fa andava tutto bene: io gli parlavo, lui mi ascoltava, mi capiva e faceva tesoro dei suggerimenti e dei consigli.
A distanza di una settimana dall’inizio degli esami, è caduto vittima del panico e non c’è stato più verso di compicciare nulla.
“Allora, vediamo la tesina.”
“Ma secondo te quale autore esce allo scritto?”
“Non lo so ed è inutile perdere tempo in previsioni: lavoriamo sulla nostra tesina su, da bravo. Allora, Verga e il Verismo…”
“A Economia aziendale sono messo malissimo.”
“Non pensare a questo adesso: concentrati su Italiano. Dunque, qui andrebbe inserita una tavola sinottica…”
“Di Diritto non ricordo niente.”
“Non è vero, è un’impressione dettata dall’ansia, vedrai che al momento giusto ti tornerà in mente tutto. Segui la tesina adesso. La prima produzione tardoromantica…l’incontro con gli Scapigliati…l’approdo al Verismo…”
“La notte non dormo. Sono cinque notti che non chiudo occhio.”
“Ecco, questo è male. Cerca di rilassarti la sera prima di andare a letto, leggi qualcosa, concentra il pensiero su un pensiero bello, e tenta di prendere sonno con quello. Non pensare all’esame, all’esame pensaci di giorno, ma non farti travolgere dalla paura. Non devi avere paura: si tratta si una prova in cui avrai modo di far vedere chi sei. Stai tranquillo. Allora, l’incontro con Capuana…”
“Scienza delle finanze per me è arabo.”
“Va be’, dai, non è possibile: sono cinque anni che studi questa roba. Per me è arabo! Non per te! Ma non pensare a questo adesso. Vuoi che passiamo a Storia? La crisi economica del ’29…”

Ma il momento topico è stato l’altro ieri, quando (serissimo) mi ha annunciato che quasi quasi lui la maturità la dà a settembre.

(Un caloroso augurio a tutti i maturandi -gli impanicati in primis- che oggi iniziano l’esame di Stato)

Caro Nello,
questo fine settimana sono tornata in Maremma, il luogo che tu non hai mai visto perché sei morto prima che io ci comprassi una casa con un grande giardino davanti che sarebbe stato perfetto per te.
Ero molto stanca e non avevo voglia di arrivare fino al mare, fare tutta la strada, portarmi dietro l’ombrellone, le seggioline, i teli e la borsa di paglia con il pranzo dentro. Così sono andata nella piscina di un agriturismo. Non c’era nessuno e la piscina era tutta per me. Ma quando sono arrivata ho visto loro e mi si è annebbiata la testa.
Sono fratelli, nati sei mesi fa, e hanno i tuoi stessi colori, le tue identiche forme, le tue sputate movenze. Perché sono due beagle, come te.
Li ho visti ancora prima di parcheggiare la macchina: erano distesi sull’erba del pratino e su quel verde i loro tre tipici colori, il bianco, il marrone e il nero, spiccavano nitidi e vistosi. Sembravano disegnati a pastelli da un bambino fantasioso e dimenticati per terra come due fogli d’album. Ma prima uno e poi l’altra hanno alzato la testa e, da disegni immobili, si sono fatti cartoni animati.
Sul momento ho pensato di aver visto male: due beagle liberi e appagati in una terra in cui i cani vengono vissuti quasi sempre come strumenti da lavoro, tenuti prigionieri di gabbie anguste e liberati solo nei mesi di caccia.
Invece era tutto vero: quei due beagle sono come te, liberi, amati e con un nome per uno.
“Lui è Bosco, lei è Selva” mi ha detto una bambina affusolata, prima di sparire in fondo al prato.
E io ho dimenticato la piscina dove intendevo sguazzare, il riposo che mi ero promessa sotto il sole, la lettura della mia autrice del cuore. Ho dimenticato tutto, ricordandomi solo com’era bella la vita quando c’eri anche tu.
Ho passato una giornata intera (e poi anche la seguente, perché ci sono tornata) ad accarezzare quel pelo, palpeggiare quelle orecchie a braciola, annusare quell’inconfondibile odore che era anche il tuo. Ho preso tra le dita l’angolo di quelle bocche nerastre e pendenti all’ingiù e le ho ciancicate come si fa con un antistress. Ho accostato l’orecchio a quei toraci robusti per constatare che il loro cuore pompava pimpante, non come il tuo che quel giorno si fermò d’un colpo lasciandoci annientati da uno strazio a cui non eravamo preparati. E sono stata ore ad ascoltare quel modo buffo di biascicottare che avevi anche tu quando, prima di deglutire un po’ di saliva, te la rigiravi in bocca che sembrava tu avessi da buttare in gola chissà cosa, e non era che scena.
Ho fatto loro un sacco di foto. Non ingelosirti, Nello. Fotografando le loro zampe, io ricercavo le tue, ruvide e callose come quelle di questi due cuccioli che hanno la tua stessa età di quando, un primo febbraio di tanti anni fa, mi arrivasti a casa per regalo di compleanno. Ti ho cercato, accarezzato, annusato e finalmente ritrovato, attraverso loro, per due giorni interi.
Ed è stato come se, per due giorni appena, tu fossi tornato su questa terra per stare ancora con me.

Levare le tende

14 giugno 2013

Le lezioni sono finite.
Gli scrutini si sono conclusi.
I tabelloni coi risultati sono stati affissi.
Le verbose riunioni sono ultimate.
Il corso di cultura cinese è sospeso fino a settembre.
Il cassetto si è ripulito.
La documentazione si è compilata.
Il registro si è consegnato.
Per la maturità (al momento, almeno) non ci hanno precettate.
Non resta che una cosa da fare.
Levare le tende per il primo weekend di pace interiore.
E tornare solo per cominciare a dar corpo a quell’idea che da qualche mese spinge in testa e chiede a gran voce di uscire.

E’ qui la festa?

12 giugno 2013

Quando la festa è a scuola, la scuola si trasforma.
Siccome ci stai sempre quando è giorno, se a scuola ci vai di notte ti pare di essere in un altro edificio, in un altro quartiere, quasi in un’altra città.
Nell’atrio in cui al cambio dell’ora ti sei incrociato ogni mattina coi colleghi e gli studenti, le custodi apparecchiano file di tavoli fino a ottenerne uno gigantesco a forma di ferro di cavallo: sul corno sinistro tutto il salato, su quello destro tutto il dolce. In un tavolino a parte, come nei locali seri, il bere e gli stuzzichini.
Nel giardino la Provincia ha finalmente tagliato l’erba così qualcuno alla festa ci porta pure il cane.
Via via arrivano i colleghi: solo che, tirati a lucido e cilindrati in quella maniera, stenti a riconoscerli. Ed ecco anche i ragazzi e le ragazze: coi capelli leccati da una lingua di mucca i primi, spavalde su dei meravigliosi trampoli da circo le seconde.
Alla festa di quest’anno hanno portato anche un dj vero e un animatore stravagante con la faccia come il culo che non si fa riguardo alcuno ad avvicinarsi ai professori.
Le classi quinte inscenano sipari imitando i docenti. Graziaddio io le quinte non ce l’ho così la figura di merda è procrastinata di un annetto.
Per compensare, mi lancio in pista e ballo tutto quello che sputano le casse.
Compresa l’improponibile canzone del capitano.

In viaggio per Itaca

10 giugno 2013

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigòni e i Ciclopi
o la furia di Poseidone non temere:
non sarà questo il genere di incontri,
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigòni, no certo,
nè nell’irato Poseidone incapperai
se non li porti dentro,
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente, e con che gioia -
toccherai terra, tu, per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle, coralli, ebano e ambre,
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va’ in molte città egizie,
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa’ che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai saggio, con tutta la tua esperienza addosso,
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Le parole che ho appena letto sono incantevoli, sono poetiche, sono profonde. Ma non sono mie. Anch’io però ho qualcosa da dire, nel giorno di Olga, Tommaso e Francesco.

A te, Olga, dico che l’uomo che oggi ti sposa arrivò di notte, mentre questa parte del mondo dormiva. Giunse senza fare rumore e fin dall’inizio mostrò che i suoi tratti distintivi erano il rispetto e la delicatezza. Crebbe in simbiosi con me perché il babbo e la mamma me lo misero presto alle calcagna affinché vigilasse sulla mia condotta. Ma più che un vigile fu un impagabile complice e per tanti anni ha condiviso con me casa, cantanti, cibo e confidenze. Quello che oggi ti sposa è un uomo che ti saprà essere sempre complice e che condividerà con te la passione, i progetti, i sogni, i segreti.

A te, Checco, dico che col babbo e la mamma avrai il compito prezioso di farli restare sempre un po’ bambini. Gli adulti hanno il vizio di crescere e a volte dimenticano che il mondo è un luogo migliore, se guardato con gli occhi dell’infanzia. Ma loro hanno te e, proprio grazie a te, vivranno due infanzie e due vite, anziché una sola.

A te, Tommy, dico che oggi mi sento onorata di sederti accanto all’inizio di questo tuo grande viaggio. Da ragazzi eravamo convinti che il matrimonio non fosse fatto per noi. Crescendo, tu hai cambiato idea, hai fatto le valigie e adesso parti per la più misteriosa delle avventure. Punta verso Itaca, allora, e come dice il poeta procedi con calma. Prendi per mano i tuoi due compagni di viaggio (lei e i suoi incalcolabili riccioli neri, lui e i suoi biondi capelli a spaghetto) e non avere fretta, indugia insieme a loro nei porti, fermati nei mercati, respirane tutti gli odori e consumati gli occhi a guardare tutto, perché tutto merita di essere visto. Non perderti nulla di questo tragitto che ti auguro lungo e sereno, fai una sosta quando ti sentirai stanco.
E scrivimi ogni volta che vuoi.

(scritto e letto per le nozze di mio fratello,
a cui auguro un futuro radioso)