La scuola è finita

9 giugno 2013

Comunque la si metta, per noi insegnanti quella dell’ultimo giorno di scuola è una tragedia che si ripete ogni anno identica a se stessa. Se ammetti platealmente di essere felice perché -dopo nove mesi a contatto quotidiano costante con una folla di adolescenti impegnativi- finalmente stacchi e fino a settembre non se ne riparla, ti becchi le battutine inacidite di chi ha scelto un lavoro diverso dal tuo e ora si rode nella bile perché vorrebbe essere nei tuoi panni. Se timidamente confessi di essere triste perché sai già che –dopo l’ebbrezza delle prime ore di libertà fisica e mentale- sarai vittima dell’horror vacui che ti assale ogni giugno, ti danno di tragica bugiarda e vittima fallace. Ma insomma, saranno fatti miei come mi sento? Visto però che siamo qui a parlarne, parliamone: ora come ora, sinceramente, sto parecchio bene. Ieri (poiché a scuola mia di sabato non si lavora) ho trascorso un’incantevole ultima mattinata: ho portato in classe il mio cavallo di battaglia (la torta di mele) e ne ho data una fetta a coloro che rispondevano al quizzone su Manzoni e sui Promessi sposi: come si chiama la moglie di Tonio? Chi è Gervaso? Quanti bravi accompagnano il signor tale? Chi è Bettina? Cos’è il pane del perdono? Quante stesure e quante edizioni si hanno del romanzo? Cos’è il dilavato e graffiato autografo? Chi mi dice l’addio ai monti a memoria? Poi ho effettuato il controllo finale dei quadernoni ad anelli in cui gli alunni hanno accumulato appunti sopra appunti, valutandone la completezza e non trascurandone l’estetica, convinta come sono che nel bello sia più facile studiare. Quindi ho tenuto un discorsone: non ci si separa per tre mesi da persone frequentate ogni mattina (e che a settembre saranno completamente trasformate), senza provare a dire qualcosa di significativo che rimbombi loro in testa (speriamo) nell’estate. Infine me li sono brancicati e sbaciucchiati tutti, dal primo all’ultimo, ché i tempi son cambiati e, rispetto a quando andavo a scuola io, i professori non sono più marmi inarrivabili, ma gente in carne, ossa e sentimenti, che è possibile avvicinare e a cui si possono perfino buttare le braccia al collo. Spossata e psicologicamente provata, sono tornata a casa mia: nella posta elettronica ho trovato nove mail e nel telefonino quindici messaggi. Tutti firmati alunni vari. Perché, credete davvero che la scuola sia finita? Illusi: la scuola, per chi insegna, non finisce mai.

(ieri nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera. La rubrica “I quaderni della profe” -come la profe- va in vacanza: riprenderà a settembre)

Ci abbracciamo?

7 giugno 2013

Era una settimana che me lo domandava.
“Professoressa, almeno l’ultimo giorno ci abbracciamo forte forte?”
Così stamani ce lo siamo dato, quell’abbraccio caparbiamente negato in nove mesi.
Un abbraccio stretto, guancia contro guancia, pancia contro pancia, poppe contro poppe, cuore contro cuore.

Lezione in giardino

6 giugno 2013

Per la nostra ultima lezione di Storia, avevo promesso loro la restituzione delle verifiche finali nel giardino della scuola.
“Profe, ha corretto i compiti?”
“Certo.”
“E ce li restituisce in giardino come ci ha promesso l’altro giorno?”
“Certo.”
“Allora andiamo?”
“Andiamo!”
In giardino, io mi spaparanzo subito sull’erba: quattro forasacchi mi s’infilano nelle cosce, il vestitino mi si tinge di verde all’altezza del sedere, ma -memore di un’adolescenza interamente spesa a strettissimo contatto con Madre Natura- l’idea di desistere non mi sfiora neanche.
Loro, ritti e impalati, guardinghi e titubanti, prima osservano l’erba, poi la terra, quindi i propri pantaloni. E decidono di restare in piedi.
“Beh?!”
“Noi stiamo bene così.”
“Ma che dite: mettete subito il culo a terra sennò io non comincio la lezione e soprattutto non resituisco i compiti.”
“Ma mi si sporcano i pantaloni.”
“Non riesco a incrociare le gambe.”
“Mi s’informicolano le ginocchia.”
“Mi fa male la schiena.”
“Mi fa schifo l’erba.”
“Sono allergica.”
“Mi s’insudiciano le scarpe da ginnastica nuove.”
“Ci sono le zanzare.”
“E i ragni.”
“E le formiche.”
“Forse su quest’erba ci ha pisciato il gatto bianco e nero.”
“Ma poi l’erba già di per sé puzza.”

Venti secondi e li ho ributtati tutti in classe, chiedendo a me stessa che fine hanno fatto gli adolescenti veri.

Io sono la profe

6 giugno 2013

“Plofe, domani ultimo giolno.”
“Sì, e allora?”
“Gavettoni.”
“Levatevelo immediatamente dalla testa.”
“Italia tutti fanno gavettoni.”
“Infatti: ma voi siete cinesi, per cui distinguetevi.”
“Noi domani ultima ola Esselunga, complale due casse acqua minelale e tilale.”
“Ma a chi?!”
“A te, plofe.”
“Guarda, Qing Rong, fai poco lo spiritoso e quelle due casse d’acqua bevile sennò ti ci affogo io.”
“Domani gavettone.”
“Non potete farmi il gavettone.”
“Pelché?!”
“Uno, perché io ho quarantasette anni e voi (mocciconi) solo quindici, massimo sedici, nella peggiore delle ipotesi diciassette. Due, perché i vostri scrutini avranno luogo la prossima settimana e non è consigliabile gavettonare gli insegnanti prima che abbiano espresso e registrato il loro voto. Tre, perché io sono la profe.”

Già ai primi due motivi ridacchiavano.
Al terzo si sono sganasciati.

Presa di coscienza

5 giugno 2013

Come al termine di ogni anno scolastico, fisso un giorno per la revisione e conseguente valutazione del quadernone di ogni alunno, quel malloppo di fogli accumulati e aggiunti nei mesi man mano che il programma si svolgeva.
Ne prendo uno alla volta e me lo sfoglio con calma, controllando che sia presente tutto, indugiando puntigliosa sulla manutenzione estetica e correggendo le sviste su cui mi casca l’occhio.
L’operazione comporta due conseguenze di natura psico-professionale: da un lato serve infatti a verificare il programma svolto e a procedere con un’autovalutazione di quello che si è fatto.
Dall’altro costringe a fare i conti con tutte le cazzate sparate durante le lezioni, per mantenere alta l’attenzione degli studenti (scusa ufficiale) e per conferire una botta di vita a mattinate altrimenti interminabili (scusa reale).
Come quando, in relazione ad Antonino il Pio, ebbi il coraggio di asserire che quattro sono i motivi alla base del soprannome attribuito all’imperatore romano: 1. perché durante il suo impero imperversò la pace; 2. perché costui riconobbe a donne e schiavi diritti prima di allora impensabili; 3. perché caldeggiò la divinizzazione del suo predecessore Adriano; 4. perché, nel tempo libero, contribuì alla stesura del celeberrimo pezzo dedicato all’omonimo pulcino.
Del resto nel mio quadernone del liceo c’è ancora scritto quello che disse la mia serissima professoressa di Lettere (e cioè che “l’apice è l’animalice che fa il mielice”, roba da tirarle l’antologia sui denti).

And the winner is…

2 giugno 2013

80 erano le novelle che partecipavano.
7 sono state quelle premiate ufficialmente.
A noi hanno conferito il sesto premio: un seminario di scrittura a cura dei docenti della Scuola Holden di Alessandro Baricco, che avrà luogo per due giorni a settembre e che si terrà proprio dentro la casa di Giovanni Boccaccio, a Certaldo Alta.
Della nostra novella sono piaciuti la trama e il tentativo di riprodurre la lingua fiorentina del Trecento.
Della cerimonia di premiazione a noi è piaciuto il calore con cui siamo stati accolti dal Presidente della giuria, la dottoressa Simona Dei, e da tutti gli altri membri, Anna Antonini della Scuola Normale, Federigo Bambi dell’Università di Firenze, Massimo Gennari dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio, Mariangela Molinari dell’Assessorato all’Educazione di Firenze e Giovanni Pedrini del Provveditorato agli Studi della Toscana; è piaciuto il clima solenne in cui si è svolta; l’emozione che ci sentivamo dentro; la prospettiva di finire, tutti insieme, dentro la grande antologia che uscirà il 14 settembre e che sarà venduta nelle librerie.
Avrei voluto chiedere il microfono per dire ai miei studenti quanto sono fiera di loro.
Ma il cuore mi si era arrampicato per la gola, la vista mi si era appannata e la mente mi sussurrava che certamente, tentando di parlare al numeroso pubblico presente (che comprendeva anche i genitori dei miei alunni, due carissime colleghe venute ad applaudirci e perfino la Preside della mia scuola), sarei stata sopraffatta da un pianto emotivo piuttosto indecoroso.
Così (come tante altre volte nella vita) ho preferito tacere e sorridere ai fotografi, mentre Nico stringeva il premio tra le mani, Ila vinceva l’emozione, Gine e Yle ridevano felici, Daniel, Fede e Franci combattevano la timidezza, Sara e Sarah si stavano vicine e Kev ci risparmiava (per una volta) una battutaccia delle sue. Mentre Momo mi abbracciava da una parte, e Leo mi strizzava l’occhio dall’altra.
Poi, in piazza della Signoria, ci siamo finalmente lasciati andare all’allegria.