Il sole

23 luglio 2013

“Se vivessimo in California, potremmo giocare fuori ogni giorno al sole.”
“Ma il sole fa male, come tutto quello che faceva bene prima: il sole, il latte, la carne, l’università.”

(W. Allen, Io e Annie)

Nonostante la veridicità della profetica frase di Woody Allen, ho bisogno di sole. Che non sia di città, ma di mare, di campagna e di montagna. Insomma, di Maremma.
A rileggerci presto.

Ora ti fo piangere

21 luglio 2013

“Ho deciso: anche se è domenica, ti fo piangere.”
“Che?!”
“Ora ti fo piangere, ti dico.”
“Ma di che parli?!”
“Leggi qua.”

Era a pagina 5.
La storia più straziante (per adesso) della (consueta) estate di abbandoni.
Un canino nero.
Lasciato legato al guard-rail lungo una strada che in vita mia avrò percorso mille volte.
Perché la storia più straziante (per adesso) della (consueta) estate di abbandoni è accaduta nella terra dove sono nata, il Valdarno.
Il canino, abbandonato sul ciglio della strada (una strada assai trafficata), riesce però, rosicchiando il guinzaglio, a liberarsi.
Viene trovato, affamato e impaurito, avvicinato, soccorso.
In bocca tiene la base del guinzaglio e la pettorina lasciatagli addosso da chi ha avuto il coraggio di fare questo a un essere vivente senza colpe.
Ora è nel canile della zona.
Rifiuta il cibo, piange in continuazione.
E non c’è verso di farlo staccare da quel guinzaglio e da quella pettorina, l’unico legame che mantiere con gli umani disumani disfattisi di lui.

Io però non ho pianto.
Perché il cuore ormai mi s’è indurito e il tempo che una volta destinavo alle lacrime ora lo impiego a maledire chi, dopo un’azione come questa, si sente meritevole di seguitare a stare al mondo.

Quanto sei bella Roma

21 luglio 2013

“Che ne pensi?”
“Bellissimo.”
“Davvero ti è piaciuto?”
“A te no?”
“A me molto.”
“Infatti, anche a me. Anche se non c’è una storia vera e propria, ma ci sono delle immagini così potenti, delle inquadrature così inedite e suggestive che sono bastate a farmi stare bene (e anche male) per tre ore.”
“Davvero, è molto lungo. Però non mi è pesato, sai?”
“Neanche a me. E poi, lui…”
“Chi, il regista?”
“Macché il regista. Cioè, il regista anche. Ma io parlo di lui. L’attore.”
“Rieccoci.”
“E’ troppo bravo. E troppo bello.”
“Ora, bello…”
“Infatti, non bello: bellissimo.”
“Roma però è più bella di lui.”
“Lui però è più bravo di lei.”

Paolo Sorrentino, La grande bellezza, con un paralizzante Toni Servillo, un convincente Carlo Verdone e una brava Sabrina Ferilli.
Ieri sera all’Arena Grande di Campo di Marte.
L’avevamo perso d’inverno.
L’abbiamo recuperato in questa estate atipica e inesplosa, fresca e vivibile, che mi riappacifica con Firenze, con l’arte, e con la vita.

Come una vedova

20 luglio 2013

Quando ci si innamora di uno scrittore è come quando ci si innamora di un uomo.
Si vorrebbe stare sempre insieme a lui, si pende (in mancanza di labbra fisiche) dalle sue parole scritte, lo si sogna di notte e di giorno si ritagliano tutti i momenti in cui sia possibile vederlo. Leggerlo, in questo caso.
Il medesimo processo si verifica anche nel caso in cui si tratti di una scrittrice.
Io mi sono innamorata di una scrittrice.
Me la presentò la mia più cara amica, non prima di avermi fatto giurare sulla cosa più preziosa che posseggo al mondo (il gatto) di non rivelarne mai il nome ad anima viva, di non diffondere i titoli delle sue opere, di custodire intatto quell’incalcolabile segreto di cui mi metteva a privilegiatissima conoscenza.
Ridendo, giurai.
E lessi il primo romanzo, che l’amica stessa (coi timori e le titubanze con cui si presta un oggetto di inestimabile valore) decise di prestarmi.
Fu (lo ammetto) un colpo di fulmine.
E il fulmine (per di più) fu a ciel sereno, cioè imprevisto e di conseguenza ben più pernicioso.
M’innamorai di quella scrittura elevata ma mai ampollosa, cronologicamente datata eppure incredibilmente moderna; m’innamorai di forma e contenuti, personaggi e idee.
Finito il libro in prestito, corsi subito a comprarmene una copia tutta mia, che rilessi integralmente per la deformazione goduriosa di sottolinearne le parti più esaltanti, accarezzarne le pagine più belle, annusarne l’odore cartaceo mescolato a quello delle mie mani che l’avevano stretto per diversi giorni e lunghe notti.
E, dopo quello, ne acquistai e ne lessi un altro, un altro, un altro e un altro ancora.
La mia scrittrice amata ha scritto in tutto venticinque romanzi.
Ed è morta.
A me ne mancano soltanto tre, che spolvererò in questa estate.
Dopodiché resterò vuota, sola, affranta e del tutto priva di consolazione.
Come una vedova.

Una delle più inconsolabili frustrazioni di cui cadevo regolarmente vittima in cucina era legata alla realizzazione della maionese.
Uova industriali, uova personalmente estratte da sotto il culo di galline vere, uova intere, uova private dell’albume, olio di semi, olio extravergine d’oliva, limone, aceto, sale, senape sì, senape no, ingredienti freddi di frigo o a temperatura ambiente, frullino elettrico, frusta a mano, forchetta, mixer, robottino.
Tutte, le avevo provate.
Con una conseguente strage di pulcini potenziali e uno spreco immorale di ingredienti che ogni volta mi abbatteva.
Restava poi il confronto con l’esperienza visiva e diretta di quel mio amico, autoproclamatosi mago della salsa più diffusa eppure più difficile da ottenere: m’invitava a cena e, davanti ai miei occhi, in trenta secondi mi scodellava la maionese (effettivamente) più buona del mondo.
Più buona del mondo, fino a che non è riuscita a me.
Ora la maionese più buona del mondo (l’amico perdonerà l’immodestia) è la mia.
Ho consultato mille siti di cucina, ho sfogliato libri e libri e di ricette, mi sono sciroppata mille video in cui la si insegnava passo passo.
Alla fine ho scelto: e, prendendo quello che (a intuito) mi pareva il meglio di ciascuna, ho tirato fuori la mia maionese.
Segue ricetta.

Ingredienti (per una coppetta contenuta, che eviti il sopraggiungere improvviso di un attacco di colesterolo):
- due uova
- un pizzico di sale
- un cucchiaio di aceto
- un bicchiere di olio di semi
- mezzo limone strizzato

Procedimento:
Si separino i tuorli dagli albumi (che già di per sé potrebbe non essere quella che si chiama una passeggiata) e si depongano i due tuorli in una ciotola a bordi alti.
Primo segreto: le uova devono essere freschissime e a temperatura ambiente.
Si proceda col versare il cucchiaio di aceto sopra i due tuorli e il pizzico di sale.
Secondo segreto: il cucchiaio di aceto favorisce l’emulsione.
Si afferrino a questo punto le fruste elettriche da dolci e si prenda a lavorare gli ingredienti.
Terzo segreto: non muovere le fruste né la ciotola, evitare di agitarsi, mantenere la calma, tentare di rilassarsi, meditare, recitare l’OM affinché la maionese, come si suol dire in gergo, non impazzisca.
Pare infatti che questo alimento sia soggetto a mattane e colpi di testa e che la perdita di equilibrio interiore si manifesti prontamente all’occhio intenditore, così come al profano, nell’aspetto inequivocabile di merda sciolta. Quello è il segnale che la maionese è impazzita: non vi resterà che buttarla via tra accorati quanto inutili improperi. Ma tranquilli: se farete come dico io la vostra maionese verrà perfetta. Procediamo, ordunque.
Entriamo a questo punto nella fase più delicata del nostro piatto: la mescita dell’olio.
Quarto segreto (il più rilevante): l’olio va versato piano, pianissimo, prima una gocciolina (continuando a far girare le fruste), poi un’altra (e via sempre di frusta), poi un filino (senza mai smettere di girare), quindi ancora un altro filino (guai a fermarsi), fintanto che l’intero bicchiere non vi sia stato svuotato dentro.
In questo frattempo, la maionese dovrebbe aver preso a “montare”, ad amalgamarsi, ad assodarsi insomma, perdendo l’iniziale aspetto sciolto per adottarne uno che potremmo definire “pomatoso”.
Quello è il segnale: la maionese non è impazzita! Completamente savia, non resta a questo punto che aggiungervi il mezzo limone strizzato, aggiustare (dopo averci infilato l’indice e averne ciucciato la punta) di sale e servirla in tavola accompagnandola (che so) a del bollito (fossi scema, con quest’afa), a dei sottaceti, a delle verdurine fresche, o spalmata sul pane (di Canu) se ne siete dei veri golosi.
Quinto segreto: d’ora in poi ai barattoli e ai tubetti del supermercato farete una pernacchia.

Viva la libertà!

17 luglio 2013

Era appena uscito quando il Pilla e la Segretaria ci chiamarono per proporci di andarlo a vedere insieme.
Ma c’era un altro impegno precedentemente preso che ce lo impedì.
Spinta dall’attrazione altamente erotica che su di me esercita Toni Servillo, andai in compenso a leggerne trama e recensioni.
E decisi che quel film, io, nonostante lui, non l’avrei visto.
Vi si parlava di sinistra e io mi sento nauseata da questa sinistra, che non lo è più da tanto (troppo) tempo.
Ieri sera però era caldo e al Chiardiluna ridavano quel film.
“Però all’arena di Campo di Marte danno La sposa promessa” ho obiettato.
“Sai che palle il solito film sulle malmaritate” ha obiettato lui.
E io (motivata dalla carica erotica sprigionata da Servillo più che dalle articolate argomentazioni esplicitate dal mio accompagnatore) mi sono lasciata convincere con docilità.
Al fresco del cinema all’aperto più romantico di tutta Firenze mi sono goduta una storia travolgente interpretata da un attore al momento insuperato, impreziosito oltretutto da un altro mio personalissimo sex symbol, Valerio Mastandrea.
E’ vero, in “Viva la libertà” si parla di sinistra. Ma da quella sinistra sozza, marcia, venduta, logora e volgare che viene magistralmente rappresentata, si erge un uomo nuovo: folle di cultura, pazzo di coraggio, libero da tutto, bipolare divertito, passionale e onesto, prima di tutto con se stesso.
E per novantaquattro minuti ho pensato a come sarebbe bello se.

Giornalista: “Ma in pratica, Onorevole, l’alleanza la farete oppure no?”
Onorevole: “Il consenso, giovanotto, è una cosa seria… non ha niente a che fare con l’alleanza: l’unica alleanza possibile oggi è con la coscienza della gente.”

(da “Viva la libertà”, di Roberto Andò, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi)

Bagno d’affetto

17 luglio 2013

Quando la vita (che tendenzialmente è una tirapacchi) ti fa un regalo, quel regalo va afferrato, tenuto stretto, protetto e conservato.
Potrebbe deteriorarsi. Te lo potrebbero rubare. Potresti perderlo per incuria o superficialità.
A me la vita un bellissimo regalo lo fece un anno fa.
Mi fece convocare come commissaria esterna agli esami di Stato (non è questo il regalo).
E mi destinò al Liceo Artistico di Grosseto (è questo).
Lì dentro, mi ci fece trovare un presidente che veniva da Siena, una collega di Arte che veniva da Cortona, un docente di Architettura che veniva da San Sepolcro e altri tre colleghi (di Scultura, di Pittura e di Anatomia) interni al Liceo stesso.
Sei persone in tutto: questo fu il regalo.
Perché si trattava di persone rare, eccezionali, uniche.
Persone che, pur inconsapevolmente, seppero dare la svolta a un periodo personale altrimenti nero. Persone che decisero di vivere quell’avventura per quello che era, un’avventura appunto, prima di tutto umana.
Persone che non si barricarono mai dietro un ruolo asettico e prescritto, ma preferirono andare, guardare, cercare oltre.
Persone, infine, che non si scordarono di quell’avventura neanche dopo che essa fu finita.
Da quel giugno, periodicamente, la commissione si raduna.
Il presidente s’insedia e tiene il suo discorso.
I commissari lo guardano e lo ascoltano compunti.
Seguono poi fastosi simposi e reiterate libagioni.
L’ultima, poche sere fa, a Grosseto, la terra che ci ha fatti incontrare.
C’era una bella casa circondata da un grande giardino. E c’era un forno a legna per le pizze.
C’era tanta pasta lievitata a puntino, vario e fantasioso condimento, pale per infilare pizze crude ed estrarle croccanti e saporite.
C’erano tanti dolci di provenienza regionale disparata.
E c’eravamo tutti noi, accompagnati ciascuno dalla persona più importante della propria vita.
Il mare era lì a un passo.
Ma quello che abbiamo fatto è stato un bagno d’affetto.

Nulla

11 luglio 2013

“Pronto?”
“Professoressa!”
“Signora bella! Mi dica.”
“Nulla.”
“Come nulla?!”
“Nulla, le ho telefonato per farle un salutino, sapere come sta e proporle di vederci al mare.”

Vent’anni fa questa conversazione tra un’insegnante e la madre di un alunno dell’insegnante stessa sarebbe stata impensabile.

Micino da Scansano -il gatto che adottammo tre anni fa- è intuibilmente nato nel comune citato all’interno del suo cognome evidentemente gentilizio.
Lo adottammo perché lo trovammo -stremato, famelico e inzuppato d’acqua piovana- sul ciglio di una strada. E non una strada qualsiasi: la strada che sua madre attraversava prima di tagliare per i campi e raggiungere la tana misteriosa in cui aveva dato alla luce la propria cucciolata.
Sua madre era la famosa Micina Trattorini, così denominata per via di quel suo fusare accelerato e rumoroso che la rendeva simile al motore di un trattore sotto sforzo.
Riassunto delle puntate precedenti.
Conoscemmo Micina Trattorini nel momento in cui firmammo il contratto d’acquisto della nostra casa maremmana: lei si materializzò in giardino, decise che le piacevamo e si accasò. Stava con noi quando c’eravamo. Nel momento in cui tornavamo a Firenze, lei si arrangiava altrove lasciandomi regolarmente in lacrime lungo tutto il viaggio di rientro. Ma come riapparivamo in quella terra, come se ci percepisse dall’odore, riprendeva possesso degli spazi esterni e interni. Pretese -e ottenne- una ciotola di cibo e una d’acqua per ricostituirsi, diverse sedute su cui acciambellarsi tra una scorribanda e l’altra e un letto su cui dormire nell’ufficialità notturna.
Micina Trattorini era una micina a pelo prevalentemente nero, con macchie bianche sparse e uno schizzo nero sotto il naso rosa che procurava il colpo d’occhio di un paio di baffi di eco nazionalsocialista: per qualche giorno fu chiamata anche Hitlerina, appellativo di lì a poco accantonato per scontate ragioni.
Micina Trattorini era affabile, socievole, indipendente e paracula. Nutrivamo per lei una smodata simpatia ch’ella ricambiava col suo rumoreggiare a volume alto. Tentammo di adottarla a tutti gli effetti e alla fine di un weekend la buttammo in macchina per condurla con noi in città. Cinque ore dopo ci aveva fatti a fette a suon d’unghiate e noi demmo all’imprevisto atteggiamento il nome di disappunto, riportandola immediatamente nella campagna in cui l’avevamo conosciuta. Ci sono amori che, una volta ufficializzati, smettono di essere amori e si trasformano in un’insofferenza che procura afa esistenziale. Quello che ci univa a Micina Trattorini era un amore che gridava libertà, tolleranza, ampi respiri e periodiche pause di silenzi e lontananze. Che poi è l’amore migliore.
Dopo la gravidanza e il parto, da noi seguiti con l’attenzione di due amici ansiosi ma al contempo rispettosi, Micina Trattorini si dileguò nel nulla. Nessuno più l’avvistò in paese. Nessuno la vide passare con un gattino in bocca. Nessuno divulgò di lei notizia positiva alcuna.
Si sparse anzi la voce secondo cui la Trattorini fosse tragicamente morta. Di debolezza post-partum, disse qualcuno. Di fame nera, aggiunse qualcun altro. Sbranata da una volpe, asserì qualcun altro ancora.
Noi abbracciammo la terza ipotesi, avvalorata dall’avvistamento di esemplari selvatici tra gli agglomerati paesani e reputata come la più intrisa di pathos e di eroismo che glorificasse la già gloriosa vita del simpatico felino.
E quando, sul ciglio di quella strada, rinvenimmo uno dei suoi inconfondibili cuccioli, all’istante lo adottammo: per eternare attraverso lui la sua memoria, per tenere con noi un pezzo di lei e perché -come avremmo scoperto di lì a poco- l’erede di Micina Trattorini portava impresse nel dna le peculiarità migliori di sua madre, affabilità, simpatia e intelligenza.
Micino da Scansano è stato allevato a suon di biascicotti e di carezze, di baci e cure ricostituenti. A parte il taglio delle palle, nessuna violenza è stata perpetrata mai ai suoi danni e in casa nostra è stato accolto come un cucciolo di umano.
Per non causare in lui l’insorgere di crisi di identità, però, sempre gli è stata raccontata l’eroica esistenza della madre, morta per salvare la propria cucciolata dall’attacco della volpe e immolatasi anche per lui.
Ma veniamo all’oggi. O meglio, a una settimana fa quando, passeggiando di notte per le viuzze del paesino maremmano, la strada ci è stata tagliata da una gatta nera a macchie bianche, con uno schizzo d’inchiostro sotto il naso a mo’ di baffo hitleriano.
“Guarda questa micia come…”
“…già, come assomiglia a…”
“…alla nostra Micina Trattorini.”
“Possibile?!”
“No, non è possibile. Micina è morta tre anni fa sbranata da una volpe.”
“E’ vero, e poi di gatti in questo modo è pieno il mondo.”
“Hai ragione. Però questa sembra proprio lei…”
“Ma poi guarda: ha il baffetto nero sotto il naso!”
“E le toppe bianche sembrano proprio quelle della Trattorini.”
“Ma poi senti il rumore.”
“Solo lei fusava in questo modo.”
“Ma non può essere lei.”
“O magari lo è…”
Tornati a casa, abbiamo cercato sul computer le vecchie foto della Trattorini, confrontando i disegni del mantello e ogni più remoto angolo del suo corpo con quello della gatta incrociata in paese.

Micina Trattorini, madre di Micino da Scansano, creduta morta da tre anni, è viva.
E -grandissima meretrice maremmana- è di nuovo incinta.

Il primo spicchio di queste vacanze 2013 è cominciato con una morte.
Non un parente, non un amico. Nemmeno un conoscente. Semmai una conosciuta. Molto conosciuta. Da suoi colleghi ed esperti nel settore in cui era esperta lei, ma anche da gente comune come me, che esperta in quel campo proprio non lo è.
E’ morta alla fine di una vita densa e pastosa in cui c’era dentro tutto: la guerra, il fascismo, la ricostruzione, la costituzione, la politica, l’università, lo sport, Firenze, la bicicletta, il cielo, l’universo, i pianeti, le stelle, un amore esagerato per lo stesso uomo, l’amore universale per tutti gli esseri viventi, le scelte radicali, la coerenza, la ruvidezza, l’affabilità, una lingua senza peli, un coraggio senza ignavia, una morale senza sconti.
Giunta in Maremma -una settimana fa- scaricati i bagagli e accesa la televisione per sapere cosa era successo sulla terra, ho scoperto che dalla terra era scomparsa la più bella delle donne d’Italia: il viso di maga magò, la voce sgraziata e accentata da fiorentinaccia, il corpo arrocchettato, le mani rattrappite. Ma in quegli occhi di novantunenne una luce fulgida, piena di conoscenza e di speranza.
Margherita Hack è morta.
E io da quella sera il cielo di Maremma l’ho guardato con occhi nuovi.