Scrivi alla profe

31 agosto 2013

Giovanna io non la conosco, però mi ha scritto una mail sulla posta privata del blog nella quale mi chiede consigli di natura felina in relazione al proprio gatto.
Pare che costui, quando lei si assenta da casa lasciandolo solo con il suo moroso (Giovanna scrive certamente dal nord), perda improvvisamente ogni istinto vitale e vaghi smarrito e inappetente per l’appartamento alla delusa ricerca di un motivo per cui valga la pena di continuare a stare al mondo.
Pare anche che suddetto moroso, non particolarmente attratto dai gatti, esplichi comunque con zelo e rigore le incombenze necessarie a garantire a un animale un’esistenza dignitosa: versare chicchini nella ciotola e sottrarre cilindri di merda e palle di piscio dalla lettiera.
Tutto questo pare interessare poco al gatto, che aspirerebbe a un rapporto più stretto, serrato, quasi simbiotico con un umano, analogo a quello che ha con Giovanna quando ella è a casa.
Ho risposto a Giovanna, la cui mail mi aveva molto divertita.
E le ho raccontato di come per Micino da Scansano -ora Richard Parker- le cose procedano secondo dinamiche diametralmente opposte. Egli, solo in casa con il mio fidanzato, diventa per ore il di lui oggetto di gioco, a patto che rinunci a mangiare ed espletare bisogni fisiologici. L’umano con cui vivo dedica al gatto infinite ore di attività ludiche, bellicose e rivoluzionarie, però si scorda regolarmente di governarlo.
La mail si conclude con un’arresa considerazione: sono uomini.

Giovanna non è l’unica ad avermi scritto.
Da quando i commenti nel blog sono stati chiusi, sono (piacevolmente) costretta a dedicare del tempo quotidiano a una corrispondenza virtuale, più dilatata ma non meno appagante, con i lettori che chiedono consigli praticamente su tutto.

Tanto che al direttore delle pagine fiorentine del Corriere della Sera è venuto in mente di affidarmi, insieme alla consueta rubrica che firmo ogni sabato e che ripartirà la prossima settimana, una seconda rubrica, stavolta epistolare in cui, come frate Indovino, rispondo a vari interrogativi.
Vari fino a un certo punto, s’intende.
Si parlerà di scuola, di rapporti familiari e di giramenti di palle adolescenziali.
La prima prescelta per esempio è la lettera di una studentessa delle superiori che chiede se e perché i professori hanno le preferenze.
Non vedo l’ora di dirle come stanno realmente le cose.

(per domande, dubbi e questioni: scriviqui@antonellalandi.com)

Lo spettacolo più brutto dell’estate lo abbiamo visto noi a Scansano.
Che culo, vero?
S’intitolava “Pitecus” e lo portava in scena Antonio Rezza, uno che si sente ganzo e innovativo e invece è il solito vecchio idiota che si spaccia per artista.
“Ma è bravo?” avevo chiesto alla bibliotecaria, membro dell’organizzazione dell’estate scansanese.
“Dice. Io sinceramente ho guardato alcuni video su youtube e non mi è sembrato granché.”
La sera dello spettacolo la piazza di Scansano era gremita. Molti giovani, molti adulti, molte famiglie. E molti bambini. Ai quali, prima ancora che lo spettacolo iniziasse, è stato ordinato da una voce fuori campo di prendere posto nello spazio immediatamente prospiciente il palco e di rimanere lì fermi zitti e buoni. Cosa che (incredibilmente) hanno fatto all’istante.
L’artista ha tardato a palesarsi al pubblico: pur non essendo in un teatro ma in una piazza aperta e dispersiva, era innervosito dalla mancanza di silenzio teatrale. Lo si è chiaramente capito da un involontario collegamento acustico al microfono che ha rivelato a tutti il suo pensiero (“Se non stanno zitti col cazzo che io esco”).
Quando finalmente è uscito, eravamo tutti muti, forse intimoriti, a tratti agghiacciati.
D’altronde, eravamo lì per ascoltare lui e al momento eravamo tutti convinti che avrebbe detto qualcosa che ci avrebbe interessato.
Egli invece, nascosto dietro tende a colori, ha preso a infilare la testa in vari buchi predisposti, come fanno i maschi quando infilano un preservativo sul pisello, e a parlare mostrando a noi solo la testa, che in virtù di questo stratagemma sembrava proprio di cazzo.
Raccontava favole rivisitatamente spinte e impersonava al contempo più personaggi, non facendo ridere neanche il pollame circostante di cui abbonda quella zona agricola e rurale.
Anche per questo il pubblico taceva. Sentendolo tacere, l’artista ha preso a innervosirsi e ad attribuire all’ignoranza degli astanti quell’assenza di risate.
Perfino i bambini erano composti e silenziosi: forse allibiti dall’impresentabilità dello spettacolo, aspettavano pieni di speranza che accadesse qualcosa di cui ridere anche loro.
Ma nulla.
A un tratto l’artista ha interrotto il proprio show. Si è affacciato sul pubblico infantile, lo ha puntato dritto negli occhi e gli ha intimato di fare silenzio.
Ripeto, nessun bambino era molesto e se lo dico io che non mi sono riprodotta per non avere molestini a giro per la casa, ci si può credere davvero.
“TU, STRONZO, FAI SILENZIO -ha detto però l’artista a un bambino incredulo- E RICORDO AI TUOI GENITORI CHE FINO A CINQUE ANNI NON E’ ABORTO.”
Ancor più privo di parole, il pubblico ha preso a guardarsi vicendevolmente.
“CHE CAZZO PARLI, NANO. CHE CAZZO PARLI!” ha seguitato l’artista.
Finché la madre del nano è intervenuta e ha detto: “Non sta parlando. Sta ascoltando le stronzate che dici da mezz’ora.”
Splendida, magistrale, meravigliosa mamma e, ripeto, se lo dico io.
L’artista a quel punto non ci ha visto più.
“TESTE DI CAZZO, DEFICIENTI, ANDATE A FARE IN CULO!” ha urlato.
Tutti coloro che avevano un bambino si sono alzati e se ne sono andati.
Noi, che a malapena abbiamo un gatto, per accorata solidarietà ce ne siamo andati insieme a tutti loro.

E ora vedo che Repubblica dedica a questo maleducato autorizzato, a questo mostro strapagato, a questo osso risucciato, a questo scemo di guerra, a questo disgraziato ripreso dalla piena, tutta una pagina. Una paginata intera con tanto di titolo entusiasta che lo definisce “apprezzato da giovani e intellettuali” e di cui riporta la filosofia: “Io produco idee. Lo spettacolo non deve istruire, ma dare emozioni. Poi ognuno ci veda quello che vuole”.

Ecco, io ci ho visto una cagata.

Davanti a casa mia c’è una latteria.
Appartiene a una coppia, marito e moglie sulla sessantina, lei bassina e mora, lui alto e spelacchiato.
Si chiama latteria ma alla fine è un bar che a pranzo diventa ristorante e serve primi piatti cotti al microonde ai titolari dei negozi della via, tutti maschi e tutti voraci puntatori.
Nel primo anno di residenza in questo appartamento mi sono guardata bene dall’infilarci dentro anche solo il naso. Il locale mi pareva triste, a tratti squallido, e tutti quegli omìni mi davan soggezione.
Le paste gliele porta un omìno dal Valdarno e mezz’ora dopo fanno il muso giallo, i salati non dicono mai mangiami dalla vetrinetta.
Però un giorno mi mancava il burro e allora ci entrai.
Lei fu scorbutica e musona. Lui mi diede una perplessa buonasera asciugandosi la fronte con una pezzòla.
Mi capitò di ritornarci, di nuovo per il burro, poi per il latte, una volta per qualche birra e un po’ di patatine con cui allestire un aperitivo sul terrazzo.
Lei mi regalò un sorriso, lui disse “che caldo”.
Una volta ci presi il caffè.
Lei fu più affabile della volta prima, lui disse “fa caldo anche oggi”.
Una mattina prima di andare a scuola ci feci colazione.
Lei mi chiese quale fosse il mio lavoro, lui aggiunse “madonna però che caldo”.
Un pomeriggio tornai da scuola così affamata che mi ci avventurai per ingurgitare una piadina in compagnia di quel popolo maschile che alle due e un quarto trangugia grappa bianca come se fosse un dopocena.
Lei mi servì al tavolo suggerendomi di bere un centrifugato di carota, sedano e finocchio, lui esclamò “se non scema questo caldo io m’ammazzo”.
Da allora ho preso a frequentare con regolarità la latteria davanti a casa mia.
Lei è ogni volta più gentile senza mai essere invadente. Mi racconta un po’ di sé, di sua figlia, della loro casa che è vicina alla mia scuola. Mi chiede del lavoro, della casa maremmana, del colore dei capelli.
Anche con lui la conversazione si è infittita.
“Signora, ma che ha sentito che caldo fa anche oggi?”
“Davvero, si schianta”.
“Guardi, io se non rinfresca mi strappo la maglia di dosso.”
“E io? Se non arriva alla svelta gennaio do di matto.”
“Ma ha sentito le previsioni? Da domani aumenta, arriva la focàna.”
“Ma cosa mi dice? Non me le dica queste cose, la mi fa stare male in anticipo.”
“Glielo do per certo: da domani pèggiora.”
Scoperta questa appassionante tematica in comune, sento con quest’uomo sempre grondante di sudore, nemico giurato dell’estate e innamorato perso dell’inverno un’affinità che sfocia nella tenerezza.
Dalla Maremma gli ho mandato una cartolina, dalla vetrina gli fo ciaociao con la manina ogni volta che esco di casa. Se lui è sulla porta col cicchino parliamo brevemente dai lati opposti della strada.
“Sudo da stamani alle sei.”
“Ci s’ha da arrivare all’otto, si sta lustri.”
Una volta il babbo venne a trovarmi di sorpresa, io non ero in casa, lui aveva un’emergenza idraulica, io al telefono gli dissi vai alla latteria e digli che ti mando io, lui entrò e disse buongiorno sono il babbo di quella coi capelli rossi se non trovo un bagno mi piscio addosso, e come a un principe gli venne spalancata la porta di un cesso altrimenti dichiarato fuori servizio.
Ora le paste mi paiono quelle di Rivoire, i salati mi sembra che dicano mangiami, la birra è bella diaccia come garba a me, il latte è sempre mukky fresco garantito. Il burro costa più che all’Esselunga però pace.
E anche degli omìni della banda del grappino tutto sommato sono diventata amica.

L’altra sera davano “La meglio gioventù”, che non avevo ancora visto (anche per i film, come per i libri, ci vorrebbero sei vite).
E, guardando Alessio Boni nei panni di Matteo Carati, mi è tornato in mente quel figurone che ci feci due San Silvestri fa.

Notte di fine anno.
Profonda Maremma.
Paesino perso nel nulla.
Cioè, nulla nulla no, perché in questo paesino c’è un locale assai grazioso, B&B ai piani superiori e ristorante a pianterreno, che ogni 31 dicembre organizza il gran cenone e apparecchia con tutto il sentimento.
Quella volta, appena fuori dal locale, il proprietario allestisce anche un falò, ampio, caldo, romantico e scoppiettante.
Tra una portata e l’altra, vi staziona a lungo una donna.
Tende le mani, se le scalda al calore della fiamma, ci si perde con lo sguardo.
Vicino a lei, un bambino si balocca con le fascine, le spezzetta, le dà in pasto alle lingue infuocate.
Li raggiunge un uomo.
Bellissimo, alto, affascinante e affabile.
Con naturalezza e spontaneità attacca il discorso con la donna.
Le chiede se il bambino la infastidisce e le rivela che è suo figlio.
Parlano di lui, del fuoco, della notte maremmana degli animali del bosco, degli alberi spogli, del freddo pazzesco che fa.
E siccome parlano a lungo, la donna ha occasione di cogliere un accento che non le passa mai inosservato.
“Sei bergamasco?” gli domanda.
“Sì, si sente molto?” le risponde lui.
“Io lo sento bene, ho vissuto a Bergamo per cinque anni.”
Lui si fa curioso: che diavolo ci ha fatto quella donna a Bergamo per un quinquennio?!
“L’insegnante” spiega lei.
E a lui (come succede a tutti quando lei dice d’insegnare) s’illuminano gli occhi e inizia a chiedere, indagare, fa domande, vuole aneddoti, racconti, informazioni sui ragazzi d’oggi, sui professori d’oggi, e narra, ricorda, condivide le memorie di quando a scuola ci andava anche lui, a quei tempi che diventano belli solo quando sono andati.
L’uomo e la donna parlano tanto, di tante cose.
Solo per discrezione (e perché detesta chiedere “che lavoro fai” alla gente) lei non chiede nulla a lui di personale.
Lui la guarda divertito.
Lei lo contempla estasiata.
E solo il giorno dopo quella scema scopre (perché glielo vengono a dire) che quel bono tipo della sera prima era, appunto, Alessio Boni.

Ah, sì, la donna scema sono io.

Perché a scuola non si dice mai? Perché non s’insegna, perché non gli si dedica una lezione, un’unità didattica, un modulo, un seminario intero?
Si dilapidano fiumi di parole per celebrare le più rivoluzionarie invenzioni e scoperte dell’Ottocento: nel 1800 Alessandro Volta inventa la pila, nel 1801 Giuseppe Piazzi scopre Cerere il primo asteroide, nel 1803 il chimico John Dalton riscopre la teoria atomica, nel 1825 si attiva la prima locomotiva a vapore, nel 1831 Faraday realizza un generatore di elettricità, nel 1839 nasce la fotografia, nel 1842 viene scoperto l’effetto Doppler, nel 1846 Le Verrier, Galle e Adams scoprono Nettuno, nel 1847 il chimico Ascanio Sobrero inventa la nitroglicerina, nel 1848 viene scoperto lo zero assoluto, nel 1854 viene scoperta la dorsale atlantica e nel frattempo Antonio Meucci realizza il suo telefono elettrico, nel 1856 viene scoperto l’Uomo di Neandertal, nel 1862 Pasteur formula la teoria dei germi patogeni, nel 1865 Gregor Mendel pone le basi della genetica, nel 1866 Alfred Nobel inventa la dimamite, nel 1869 Mendeleev scopre il Sistema Periodico degli elementi, nel 1877 Edison inventa il fonografo, nel 1878 vengono scoperti gli enzimi, nel 1879 arriva la luce elettrica, nel 1885 il vaccino di Pasteur contro la rabbia, nel 1893 Freud fonda la psicoanalisi, nel 1895 Guglielmo Marconi dimostra che le onde radio possono essere trasmesse e ricevute a distanza, nel 1898 Pierre e Marie Curie scoprono gli elementi radioattivi Polonio e Radio, nel 1899 Poulsen brevetta il registratore magnetico, Benda scopre i mitocondri e Renault realizza la prima automobile con il cambio.
Bene, bravi, anzi bravissimi tutti, complimenti di cuore.

Ma la lavatrice.
Perché nessuno rammenta mai la lavatrice?
Perché nessuno insegna, e quindi nessuno conosce, chi fu quel genio che inventò la lavatrice?
Io voglio sapere tutto di lui, voglio capire chi era, icché faceva di lavoro, come mai gli venne in mente un’idea così esagerata, lungimirante e provvidenziale a beneficio dell’umanità di sesso femminile.
E poi quando ho saputo tutto voglio diffondere il verbo, voglio dirlo a tutti, voglio tenerci lezioni monotematiche, corsi specialistici dai titoli più intriganti (“Cosa diavolo era la donna prima della lavatrice”, “Che senso ha l’esistenza senza una lavatrice in casa”, “Lavare o far lavare?”, “Dal lavatoio alla lavatrice: la vera rivoluzione della donna”, “Alla base del femminismo: la lavatrice”, “Suffragio universale o lavatrice?” e infine, dopo l’introduzione della centrifuga, “Sesso e lavatrice”).

La lezione dell’11 settembre, giorno di rientro in classe, sarà tutta dedicata a John Hoskins, il baronetto che nel 1677 creò un sistema per lavare i panni con un cestello di cordame che veniva fatto ruotare a mano sotto un getto d’acqua.
Quella del 12 sarà invece dedicata a Jacob Christian Schäffern, il teologo di Ratisbona che nel 1767 costruì un apparecchio con una centrifuga rudimentale azionata a mano.
E infine quella del 13 a Thomas Bradford, che nel 1860 inventò la proto-lavatrice, che aveva una gabbia ottagonale in legno (una sorta di cestello), inserita in una scatola più grande, sempre in legno, riempita di acqua saponata. Ad azionare il tutto c’era una manovella che serviva a far ruotare la scatola più piccola.
Queste.
Sono queste le cose da insegnare a scuola, altro che discorsi.

Un par di settimane fa con la coda dell’occhio intercettai una macchiolina lunga su una trave dello studiolo della casa di Maremma.
Era un geco.
E io coi gechi ho un rapporto davvero positivo.
Mi garban da morire, mi fanno ridere e mi danno sicurezza.
Lo sa bene quella mia collega (dico di te Chiara) che ne trovò uno appiccicato a un muro nel cesso della scuola, chiamò la bidella perché l’ammazzasse, e mancapoco ci si scanna.
Insomma vedo questo geco e mi sento subito tutta contenta.
Lui (come tutti i gechi) fa di tutto per mimetizzarsi e diventa dello stesso colore della trave, che è stata pitturata e ora è color sperma. Sicché anche il geco, color sperma e via, fermo immobile a mezze giornate, e io lì sotto a ragionarci, a puntarlo, a fargli appostamenti infami, ma così, per ruzzo.
Passava Richard Parker (che all’epoca si chiamava ancora Micino da Scansano detto Mimmo) e allora io facevo finta di nulla perché non s’accorgesse, spietato e losco come l’è coi rettili, che in casa s’era improvvisamente diventati quattro, io, quell’omo senza capelli, lui e il geco.
Infatti Mimmo nulla, non ci fece nemmen caso e portò avanti la sua indefessa guerra alle lucertole e ai ramarri del giardino.
Al geco attribuii un nome (quello su del titolo), esotico, musicale, ma con un alone di lieve aggressività che lo proteggesse da qualsiasi predatore (e la kappa fa sempre un po’ impressione).
Nei giorni successivi piazzai una poltrona sotto la trave di Djek’o e trascorsi piacevolissime ore in compagnia di lui e dei libri che leggevo. Se lui si spostava, mi spostavo anch’io. Se lui cambiava trave, io gli andavo dietro.
La notte presi a fare sonni tranquillissimi perché l’idea che ci fosse un geco in casa mi dava la certezza che nessun cinghiale si sarebbe permesso di presentarsi all’uscio.
Quattro o cinque giorni dopo, però, il geco sparì.
“SEI STATO TE, CONFESSA!”
Richard Parker tuttavia ha sempre negato.
Inconsolabile fu la mia afflizione.
Ma ecco, stamani, una voce mi sveglia dal sonno del primo mattino.
“STAI FERMO! LASCIALO STARE!”
“Cosa c’è?” biascico con la grinza del cuscino sulla gota.
“C’è un geco in casa e questa tigraccia di Richard Parker lo voleva catturare!”
“BRUTTO RICHARD PARKER! CATTIVO RICHARD PARKER!”
Prontamente messo in salvo, il geco domina attualmente la città gigliata dal quinto piano del nostro appartamento fiorentino.

Ora, si tratterà di Djek’o, il geco maremmano, magari finito per sbaglio dentro un trolley, in una borsa, nel sacchetto dei panni sudici (e in quel caso non lo invidio)?
O sarà un altro geco, un geco nuovo, un geco cittadino, che terrà lontani non i cinghiali bensì i ladri?
Chiunque sia, è già il benvenuto, e ora splende nel sole col suo incantevole color sperma.

Ma infatti il mio nome sarebbe questo, Micino. Micino da Scansano.
Micino per carenza d’immaginazione, da Scansano perchè mi trovarono sul ciglio di una strada del comune di Scansano, per cui carenza d’immaginazione doppia.
Però con questo nome non mi c’hanno mai chiamato.
Mimmo, Rini, Truzzi, Scucco, FedoLedo, ma Micino da Scansano mai.
E va be’, non me ne offendo: sono un tipo aperto.
Aperto, ma non a tutto però.
Questa qua iersera è tornata da fuori e ha cominciato a chiamarmi Richard Parker.
Mentre si spogliava per andare a letto ha cominciato a dirmi dai, monta anche te sulla scialuppa e stamani a colazione mi lanciava a distanza gli avanzi di una sogliola a vapore.
E più la guardo con sgomento più quella si eccita e mi fischia sul muso.

Life of Pi, the movie

19 agosto 2013

Che sarebbe stata dura arrivare ai titoli di coda l’ho capito dai titoli di testa, incastrati tra le immagini dello zoo indiano da cui la storia comincia.
Fenicotteri rosa, bradipi abbracciati ai rami, facoceri in corsa, scimmie nasone, elefanti al ràllenti, uccelli in multicolor.
E poi lei.
La tigre.
Richard Parker.
Ieri sera insomma l’ho visto. Il film tratto dal romanzo che questa estate mi ha fatto sognare, piangere, tremare e ragionare. Vita di Pi. All’Arena Grande di Campo di Marte. Un posto perfetto per farsi risucchiare dentro la tempesta, il naufragio, la convivenza coatta con una tigre del Bengala. All’aperto, uno schermo gigantesco, i pini intorno, il vento caldo di un’estate che sfuma.
Fino a ieri sera solo Il nome della rosa non aveva deluso le mie aspettative di lettrice, grazie alla prima volta che vedevo Sean Connery invecchiato come è invecchiato solo lui.
Ora sono due, i film tratti da opere letterarie che citerò quando vorrò dire che lo schermo a volte pareggia la pagina.
Life of Pi, the movie, è SBA-LOR-DI-TI-VO.
Tutto quello che hanno aggiunto ci sta bene, tutto quello che hanno tolto non dispiace. E comunque la fedeltà al libro è salvaguardata come lo spirito nel quale il libro è stato scritto.
Pi, in qualsiasi età sia rappresentato -bambino, adolescente, adulto- è credibile, bravissimo, bello e comunicativo. Tre magnifici indiani.
La colonna sonora merita l’acquisto del cd e non a caso ha vinto uno dei quattro Oscar attribuiti alla pellicola.
E infine gli effetti speciali. Quelli per i quali io non vado neanche matta. Quelli di cui m’è sempre importato il giusto. Quelli che temevo addirittura rovinassero la storia.
Gli effetti speciali di Vita di Pi vanno visti in tutti i modi, non si può perdere l’occasione di stare dentro una tempesta, né quella di galleggiare di notte sull’Oceano Indiano. Non si può stare senza provare l’emozione di una tigre (realizzata interamente e perfettamente col computer) che ti si scaglia addosso per farti a brandelli, né quella di una balena che ti salta sopra il capo. Si deve per forza guardare l’invasione dei pesci volanti e il sovrappopolamento di suricati sull’isola carnivora.
Ma fatto tutto questo, guardando Vita di Pi si deve soprattutto mollare i freni inibitori e piangere. Piangere a dirotto, dai titoli di testa ai titoli di coda, piangere anche se i vicini di seggiolina allungano il capino verso di te per capire come mai non fai che soffiarti il naso il 18 agosto, piangere coi singhiozzi sincopati che fanno traballare tutta la fila, piangere fino a che cammini verso casa e la cefalea da troppo pianto ti cammina accanto.
Guardando Vita di Pi piangi col dolore di quando il ragazzo che amavi ti disse che non ti amava più e col terrore che tuo padre muoia prima che tu abbia potuto dirgli tutto il bene che gli vuoi. Piangi per gli abbandoni che hai subìto, per gli addii malriusciti e incompiuti di tutta la tua vita, per le persone che hai perduto e per quelle che vorresti ancora accanto a te.
Piangi perché la tigre se ne va senza più voltarsi indietro e di Pi fondamentalmente se ne sbatte.
Piangi perché anche Dio a volte sembra che fondamentalmente se ne sbatta.
E quindi piangi.
Perché la vita, come quella di Pi, è un’avventura travestita da tragedia.
O una tragedia travestita da avventura?

Leggi che ti passa

18 agosto 2013

Alla vigilia della partenza per le vacanze, un mese fa, comprai tre libri e zitta zitta li buttai in valigia. Erano tre romanzi della mia autrice del cuore, la scrittrice segreta di cui ho giurato all’amica del cuore che non rivelerò mai il nome perché lei (l’amica del cuore, non la scrittrice del cuore) è gelosa, possessiva, elitaria, esclusivista e anche un po’ bizzarra. Erano gli ultimi che mi mancavano per completare l’opera omnia sullo scaffale e subito dopo precipitare nella più inconsolabile delle disperazioni. E infatti mi chiedevo che diavolo avrei letto una volta terminati quelli, visto che nessuno avrebbe retto il passo né il confronto.
Dieci giorni, ed erano già stati macinati.
Nessuna libreria in zona.
Però un’intima, curata, fornita e perciò magnifica biblioteca proprio a Scansano, tredici chilometri dalla mia casina di campagna in mezzo al nulla.
La salvezza l’ho trovata lì.

Prima la salvezza ha avuto la forma di quattrocento pagine intitolate Vita di Pi, che chi ha visto il film magari dice bella cazzata, ma invece il libro no, è tutta un’altra cosa, anche se io il film non l’ho visto, anzi lo vo a vedere proprio stasera all’Arena Grande di Campo di Marte, comunque il libro è, come tutti i libri, molto ma molto più bello di ogni film ricavato dopo, ma bello proprio; avventuroso, per cui te la fai addosso con Richard Parker nella stiva della scialuppa di salvataggio e il povero Pi che galleggia sull’Oceano per sette mesi con l’incubo di essere sbranato dalla tigre; mistico, perché prima del naufragio Pi fa tutta una serie di ricerche sulle religioni del mondo e poi decide che lui è cristiano, buddista, induista e musulmano, tutto insieme; intimo, perché in sette mesi hai voglia a riflettere e pensare; fantasioso, perché nella realtà col cavolo che esiste l’isola delle piante assassine però fingere di crederci è un’esperienza che riporta all’infanzia; straziante, perché quando Richard Parker sparisce nella foresta senza neanche voltarsi mezza volta a guardare Pi ti cascan giù certi lacrimoni che quello che abita con te ti sente smoccicare al piano di sopra e fa le scale a due a due per vedere cosa t’è successo ma te poi glielo racconti e lui ti dice ma allora sei una fava.
Insomma con questo libro m’è parso di dondolare sopra una scialuppa di salvataggio anche a me, non per sette mesi come Pi ma per almeno i cinque giorni che è durata la lettura. E a volte mollavo perché mi veniva il mal di mare, a volte interrompevo perché la iena che divora la zebra per dieci pagine non riuscivo proprio a digerirla, a volte facevo pausa perché tra tempeste, notti insonni sulla zattera improvvisata coi remi e i pezzi di scialuppa smontata, squali, balene, pesci volanti, fame nera, sete assurda e Pi che a un certo punto pur di mettere qualcosa nello stomaco mangia la merda di Richard Parker, non ce la facevo mica.
E nel mio quadernino dei libri, alla fine, ho ricopiato la frase che mi ha fatto capitolare e che forse è anche il cuore del libro: “Che cosa terribile, gli addii frettolosi. Nella vita è importante che ogni cosa abbia una giusta conclusione. Solo così si trova la pace. Altrimenti rimangono le parole che avresti voluto dire e che non hai mai detto, e il tuo cuore è pesante e colmo di rimorso”.
Bellissimo Pi, aveva ragione il mio amico Massi a dirmi Anto, leggilo.

Poi la salvezza è proseguita nelle trecento pagine di un libro che più che un libro è un’opera d’arte di cui (confesso) non conoscevo l’esistenza perché uno in genere di Calamandrei cosa legge, legge Lo Stato siamo noi, oppure Uomini e città della resistenza, o magari Costruire la democrazia. Premesse alla Costituente, oppure, visto che uno insegna, legge In difesa dell’onestà e della libertà della scuola che detto tra noi ce ne sarebbe anche bisogno. Ma mica ti vai a leggere Inventario della casa di campagna. E invece questo Inventario è uno dei libri più belli che io abbia letto in vita mia, un testo di memorie struggente e geniale, vergato in una lingua che non esiste più ma che dovrebbe esistere perché sa dire anche quello che non si può spiegare, i sentimenti, i ricordi, le sensazioni, le sfumature, e uno mentre legge non fa che pensare anch’io da piccina facevo così, anche il mio babbo da giovane faceva come il babbo di Calamandrei (anche se il babbo di Calamandrei era un giudice di Firenze e il mio babbo un operaio all’Italsider di San Giovanni, ma che importa).

Finito l’Inventario ecco la salvezza nella Cronaca familiare di Vasco Pratolini. No, non avevo mai letto neanche quello e ora un po’ me ne vergogno perché Pratolini andrebbe letto di più e invece non è che lo considerino in tanti, e poi perché non mi spiego come mai già alle medie avessi letto Metello, Cronache di poveri amanti, Il quartiere, Le ragazze di San Frediano, La costanza della ragione, ma questo no, o come mai? Non si può mica leggere ogni cosa però, come si fa, ci vorrebbero mille vite, oppure una vita senza mangiare, dormire e lavorare. Comunque Cronaca familiare va letto in tutti i modi perché è triste, di una tristezza infinita, con quel fratello da cui l’autore viene separato da piccino e che ritrova solo una volta cresciuto, quando ormai è troppo tardi. Triste che ti viene un magone a pagina 3 e ti ci rimane fino alla pagina finale, quando chiudi il libro e lo abbracci e te lo tieni addosso per qualche ora ancora perché non vuoi riporlo, non vuoi riportarlo, non te ne vuoi separare.

E infine la salvezza ha preso il sapore dell’allegria straziante e il nome di uno scrittore versiliese giovane e belloccio (che non è importante, ma insomma tutto fa), Fabio Genovesi.
Che esisteva lo sapevo da quando lessi quella recensione al suo saggio cult Morte dei Marmi, uscito non ricordo quando, ma che dovevo conoscerlo meglio me lo sono detto domenica 28 luglio quando sull’inserto “Lettura” del “Corriere della Sera” è apparso un pezzo suo che s’intitolava La danza erotica delle seppie vive. Questo l’è grullo, m’è venuto da pensare, e sa scrivere, sicché l’ho cercato e ora divoro il suo Esche vive e ho deciso che sarà il primo romanzo che darò ai miei alunni quando li rivedrò a settembre.

Così, in mezzo a questi titoli e a molti altri ancora la mia estate è passata e, anche grazie a loro, è passata bene. Perché i buoni libri fanno vivere meglio, fanno vivere più volentieri, fanno vivere più vite tutte insieme.

A riveder le stelle

17 agosto 2013

Non per farla bozzolosa, ma il cielo stellato che si vede in Maremma non si vede altro che là.
Vedrai, tra le paludi, la malaria, le miniere e la miseria c’è sempre stato uno sdrucinìo di morti che anche ora la densità umana da quelle parti è quella che è.
Le luci comunali di quei paesini sono una barzelletta in confronto al firmamento e anche Grosseto, diciamoci la verità senza fare spregio a nessuno, più che una città l’è un paesone, cosa vuoi che illumini.
Sicché il cielo di Maremma, la notte, fa paura.
L’ideale è invitare a cena un po’ di amici, accendere il foco, fare la brace, buttarci sopra una catena di rosticciane, una collana di salsicce, qualche bistecchina di maiale e una fiorentina alta tre dita. Pulire un cespo di canasta sbarbata dall’orto una mezz’oretta prima, condire cinque pomodori fatti a fette con la salsa verde, l’ova sode a rondelle, i capperini a guarnizione e la maionese fatta in casa e portare tutto in tavola. Poi, a cena finita e a tenebre calate, montare a neve un cartoccio di panna fresca dopo averla zuccherata e accompagnarla a una macedonia di frutta fresca abbellita di pinoli raccattati nella piazza di Orbetello. Gli amici hanno portato un tiramisù da cardiopalmo, una pinolata del fornino di Scansano e una selezione di rossi uno più notevole dell’altro.
Poi basta buttare una coperta di somma in mezzo al prato, soffocare tutte le candele, stendersi supini e stare zitti.
Prima partiranno i grilli.
Dopo s’aggiungerà l’assiuolo.
E alla fine cadranno le stelle.
Nove per me, quest’anno.
Da non sapere più che cosa chiedergli, alla fine.