E chi se lo immaginava, tre sere fa al cenino in contrada, che ieri si sarebbe rivinto il Palio.
Il presidente aveva invitato tutta la commissione, me, quella di Arte, quello di Scultura, quella di Pittura, quella di Anatomia, ma così, per rivedersi, per stare insieme tra le vie dell’Onda, in una Siena presa d’assalto da se stessa.
E noi siamo andati tutti, come sempre, perché di questi raduni non se ne perde mai nemmeno uno, una volta a Firenze da me, una volta a Cortona da quella di Arte, una volta a Grosseto dai colleghi interni dell’Artistico, e qui a Siena sempre in contrada perché è più ganzo ancora che dentro alle case, perché qui è come cenare in compagnia di una città intera, perché qui si suda e si braca e si commenta e si ride un monte tra di noi. Ma nessuno s’aspettava che si rivincesse dopo un anno appena.
Sì, ci s’aveva una cavalla da urlo, la Morosita cavolo, e nel sorteggio c’era toccato anche il fantino meglio, ma insomma Tittìa, che al Palio di luglio correva per l’Oca, aveva vinto di fresco e noi si pensava che fosse appagato, che non gliene fregasse più di tanto.
E quindi noi siamo andati a Siena e a tutto s’è badato fuor che concentrarsi sulle prove, che si son guardate come si guardano passare dieci cavalli per la strada, con lo stupore di chi dice bada belli quei dieci cavalli, ma poi nulla, siamo andati in contrada, ci siamo messi a tavola tutti in fila e s’è spolverato diversi piatti di mezzemaniche al sugo finto e poi brasato, fagioli e vino rosso. Più un dolcino. Tutto offerto dal nostro presidente della commissione più simpatica del mondo, l’unica che da quando s’è incontrata ogni poco fissa e si ritrova per una questione pura d’affetto nato spontaneo e altrettanto spontaneo mantenuto. Ci si vòle bene, così, per caso, però tanto, un bene fresco, senza forzature, un bene generoso, nato così.
S’è fatto tardi a passeggio in piazza e poi ognuno è tornato da dove era venuto, in bocca la promessa di sentirci coi messaggi per il Palio dell’Assunta.
E ieri noi sulla Grosseto-Siena s’è fatto il fumo per arrivare in tempo per la partenza e infatti alle sette s’era a casa, un caldo da morire con tutti quei bagagli da scaricare e portare su, e dai il via alla prima di seimila lavatrici, e annaffia subito le piante poerine, e dai da bere al gatto depresso perché le vacanze son quasi finite, ma la prima cosa è stata accendere la tele.
E l’Onda ha rivinto.
Il fantino Tittìa, chiotto chiotto sul groppone della Morosita, è andato liscio come l’olio e anche la curva di San Martino gli ha fatto il solletico, il cencio doppio l’ha portato a casa lui e il nostro presidente dalla gioia e dall’incredulità non rispondeva neanche al telefono e noi tutti a incrociarsi di chiamate e ridere contenti come se si fosse nati a Siena e a dirci oh, ma al presidente non gli sarà mica venuto un coccolone?
Invece coccoloni nulla, solo un’altra festa lunga un anno come quella d’anno scorso, che era appena finita.
Riconoscendo la palese fortuna portata dalla commissione di Grosseto, il presidente ci ha promesso, insieme a un’altra cena, una camera d’albergo con affaccio su piazza del Campo.
L’anno prossimo, al prossimo Palio.

Il popolo dell’Amiata

2 agosto 2013

Il popolo dell’Amiata in macchina c’infila tutto quello che torna utile in un giorno da trascorrere in montagna, una coperta grande da stendere sull’erba, una seggiolina a sdraio, un lettino, nei casi più ricercati un’amaca, una coperta più piccina da buttarsi addosso quando ci s’addormenta e la temperatura corporea cala bruscamente. Per passare il tempo porta un libro, la rassegna stampa, le riviste, le carte e un must che non invecchia mai: la settimana enigmistica (certo che la esiste ancora, che domande). All’ora di pranzo sfodera tutto il meglio che c’aveva in casa, la borsa frigo rigida con la tracolla in corda, dentro cui sgomitano vaschette termiche che nascondono tesori culinari, la lasagna col sugo di conigliolo, le melanzane alla parmigiana, il pollo arrosto fatto a pezzi e incartato nel domopack d’argento.
Il popolo dell’Amiata (quello vero) mai si presenterebbe in vetta con un chilo di pane e l’affettato, guai, sennò ci pensi che figura ci si fa con quelli del tavolino accanto, tutti accessoriati e con un menu da ristorante.
In punta al monte si porta il vino bono, rosso senza discussioni, ma sul bicchiere si aprono diverse scuole di pensiero, tutte in pesante conflitto tra di loro: a. va bene tutto, anche quello di carta; b. di carta mai, allora meglio quello di plastica pieghevole a organetto in verticale; c. se non vedo i calici di cristallo (al massimo di vetro) non mi metto neanche a sedere.
Basta che il primo nucleo familiare dia il via e tutto il pratone gli va dietro, scambiandosi tacite occhiate d’intesa in cui senza dircelo ci si dice menomale avete tirato fuori il mangiare e il bere, non se ne poteva più.
Il thermos in montagna non deve mai mancare: pieno di caffè abbollore, da centellinare in tutta la giornata, tra una pennica, una pagina e una parola.
E a proposito di parola, il popolo dell’Amiata non vocia mai. Caciarone e rustico di genealogia, gli basta ritrovarsi sul suo monte per abbassare i toni e portare un rispetto spontaneo e generoso al vicino di piazzola. Sull’Amiata non vociano neanche i bimbi, gli stessi che se sono al mare fanno un casino boia con quel mamma guardami mentre mi tuffo, mamma guardami mentre riemergo, mamma guardami mentre scavo le buche, mamma guarda che castello ho fatto, in montagna son boncitti e si baloccano a giornata con un mazzetto d’erba, un fiore, un bastoncino. Chi gioca a pallone ha il buon gusto di farlo un po’ più in là. Nessun omìno accende la radiolina (o transistor) per ammorbare la voglia di silenzio di tutti gli altri.
Questo è il popolo dell’Amiata. Schietto, genuino, verace, che ti riporta in mente i picche-nicche di quando eri bambina e si partiva tutti insieme per la Badiola o per Renacci con la zia Lolly e Simone e Gabriele, o sennò con la zia Sandra, Silvia e Michela, con quelle conche di minestra di pane puzzolente di caoinnéro (da qui l’adagio nemmen’i'ccaoinnéro mi spaènta), ribollita per un’esagerazione di tempo perché così la s’insaporisce meglio.

Noi, da quando s’è scoperto questo paradiso con tutti i suoi rituali, al mare non ci si va più.

Per Nada

2 agosto 2013

Solo per Nada ho lasciato la pace del ritiro maremmano e sono tornata, per una notte sola, in una piazza urbana gremita di gente. Solo per Nada ho rinunciato a una giornata di fresco vento amiatino e ho accettato di sudare.
La voce più roca, straziante e inconfondibile di un elitario panorama musicale si esibiva ieri sera in piazza della Liberazione a Terranuova Bracciolini, proprio davanti alla scuola elementare che Francesco inizierà a frequentare dal prossimo settembre. Lo ha fatto accompagnata da Fausto Mesolella, virtuoso chitarrista degli Avion Travel, che per l’occasione mi è sembrato particolarmente ispirato.
D’altronde come si fa a non farsi ispirare dall’immensa Nada?
Sessant’anni tondi tondi, eppure ancora le movenze da ragazza, ancora il sorriso timido e imbronciato di quando (quindicenne bella da levare il fiato con la ruga del pensiero sulla fronte e le gambe a stecco fasciate da stivali bianchi) si presentò a San Remo gridando cos’è la vita senza l’amore, è come un albero che foglie non ha più, ancora il suo ondeggiare sul microfono come una bambina presa di peso e data in pasto a un’inconsapevole notorietà.
Per aver mangiato una pizza alla casa del popolo di Troghi, dove si raccoglievano fondi per ospitare quindici bambini strappati al deserto per due mesi, sono arrivata in piazza con cinque canzoni di ritardo, tra cui Mamemma amara, che come la fa Nada non la fa nessuno (cercare su youtube per credere).
Però sono arrivata in tempo per le migliori delle sue “canzoncine” come le chiama lei. Per la verità quando sono sguisciata in piazza Nadona gliene dava secche con un intramontabile pezzo napoletano, il mio preferito sia detto per inciso, Luna rossa, così mi sono unita al coro dei ‘cca nun ce sta nisciuno pregustando tutto il resto. Tutto il resto è stato un mescolio di roba sua e roba d’altri, canti popolari e brani d’autore, La mi porti un bacione a Firenze e Venezia-Istanbul.
In mezzo al concerto Nada come se niente fosse abbandona il palco e scende in piazza a fumare un sigaro. Ce l’avevo a tre metri di distanza e lui mi diceva vai, vai a dirle qualcosa, ma cosa si dice a un’artista in pausa d’esibizione, cosa si dice a una donna che spea un toscano afferrandolo con presa maschia tra dita di bambina, cosa si dice alla donna che da piccina adoravo, da adolescente ballavo e da qualche anno ascolto quando voglio farmi straziare il cuore? E poi qualcosa gliela dissi già qualche anno fa in libreria, quando venne a presentare un libro di Margherita Hack e io mi presentai davanti a lei perché mi autografasse Il mio cuore umano, spiazzante autobiografia su cui in pennarello viola vergò Ad Antonella con tutto il mio cuore, mentre io le riassumevo in balbettii confusi la stima di una vita.
Perché questo è il potere di chi canta, scrive, dipinge: ti regala un’esistenza doppia, un varco, una via di fuga, una corda da afferrare quando il gorgo vorrebbe risucchiarti, una vetta elevata da cui guardare il mondo con un’altra prospettiva.