Indianapolis

7 settembre 2013

E’ andata così.
Matteo Renzi ha dato a Stefano Massini carta bianca per organizzare una rassegna culturale nei restaurati locali della Palazzina dell’Indiano, nel Parco delle Cascine.
Stefano Massini ha inventato “Indianapolis”.
E ci ha invitato pure me.
Io ci invito chi passa di qui.

INDIANAPOLIS
Rassegna di incontri, concerti, libri, idee.
Palazzina dell’Indiano
Parco delle Cascine
Firenze
lunedì 18,30

Flop

6 settembre 2013

“Profe! Come sta! Cosa ha fatto di bello questa estate?”
“Ho iniziato a scrivere un nuovo libro.”
“Davvero?! D’icché parla?”
“E’ un romanzo.”
“Ce l’ha messa la violenza?”
“No.”
“Ce l’ha messo il sesso?”
“No.”
“Ce l’ha messa la droga?”
“No.”
“Sarà un flop.”

Bombardamento virtuale

4 settembre 2013

“Profeeeeeeeeeee!”
“Profe ma oggi nn è a scuola?!?!?!?!”
“Profe guardi questa foto, sono ancora a spassarmela a Castiglioncello!!!!!!”
“Profeeeeeeeeee non vedo l’ora che ci rivediamoooooooo”
“Profe non vedo l’ora che ci diamo noia!”
“Credevo di trovarla a scuola ma dov’è”
“Profe come sta ho fatto il piercing alla lingua.”
“Profe come sta è ingrassata?”
“Profe ma i capelli ce l’ha ancora rossi o li ha tinti diversi.”
“Profe c’ho da raccontarle di quello stronzo.”
“Profe mi ritiro.”
“<3<3<3<3<3!” “Profe ma Italiano chi ce lo fa quest’anno?” “:-)” “:-D” “:-P” Sono a pezzi.

Nada a Quarrata

3 settembre 2013

Nada Malanima ha questo di bello: puoi andarla a vedere in concerto anche due, tre, quattro volte di fila, e non ti troverai mai davanti a un concerto uguale a quelli già visti.
A luglio scorso me la sono goduta a Terranuova Bracciolini in una performance di stampo popolare, romantico e intimista molto struggente in cui era accompagnata da Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel.
Ieri sera invece cantava a Quarrata, uno sputo di paese in provincia di Pistoia.
Questa volta ad accompagnarla erano tre ragazzi che sembrano bambini ma che dentro nascondono tre leoni ruggenti, i Criminal Jockers.
Vista l’accozzata, avevo intuito che sarebbe stato un concerto punk.
Certo, non me lo aspettavo così meravigliosamente dark.
Nada era tetra, angosciante, depressissima, spietata. Incantevole.
A essere sinceri, un’ora prima che iniziasse a cantare era alla stessa pizzeria dov’eravamo noi, mangiava e trincava con la band e appariva molto serena.
In piazza, intanto, tutte le sedute venivano occupate dai vecchini del paese.
Tra parentesi, se un giorno da Quarrata passasse il bruttaio, farebbe un carico eccezionale.
Nada sale sul palco e, pur essendo nervosa perché l’impianto acustico funziona male, è gentile con i tecnici. Parla al microfono e non le arriva il suono della propria voce: qualsiasi artista sbroccherebbe, Nada forse capisce che l’organizzazione è quel che è, per cui parte con il primo pezzo, il cui concetto di base è che la vita fa schifo ed è pure una grandissima inculata. Le signore accanto a me, con le bocche a culo di gallina colorate di vernice rossa, impietriscono. La canzone finisce e loro non capiscono che è il momento di applaudire perché subito ne parte un’altra, il cui messaggio di fondo è che l’esperienza umana è un bluff e la libertà individuale non esiste. Il pubblico non respira. Ma ecco il terzo pezzo, un’apostrofe/invocazione alla madre, madre di sasso, madre diversa, madre ingegno, madre assassina, madre bambina, abbracciami di più, madre di fango, madre d’amore, madre coraggio, madre di gesso, abbracciami forte da farmi sentire sbriciolare le ossa, abbracciami tanto da non sentire più il pianto, la fatica del giorno, un giorno che aspetto.
Io mi commuovo, il testo tocca le mie corde più profonde. Le donnine accanto a me sbiancano, il testo le devasta.
Parte la quarta canzone: Nada invoca un amante misterioso affinché le spezzi le ossa, non le dia tenerezza e intanto la guardi pure negli occhi. Uno dei suoi pezzi migliori. Inizio a scaldarmi e canto insieme a lei dalla decima fila. Le donne si voltano sgomente a guardarmi.
Quinto pezzo: Nada ringrazia il solito amante (o forse un altro) per averle spezzato il cuore e per averla straziata tanto. E’ la mia canzone preferita, la urlo a squarciagola. Le donne si dissociano dalla loro vicina di sedia, che sono sempre io.
Sesto brano: Nada (oscillando la testa avanti e indietro, a sinistra e a destra e passandosi le mani tra i capelli in modo tale che se li gonfia e se li infrena tutti) sostiene di essere un animale e di doversi perdonare, per questo (dice) tutti i giorni si deve arrampicare per cercare di trovare qualche cosa per capire se deve continuare o se si deve suicidare. E’ semplicemente meravigliosa.
Le donnine sbottano e inaugurano i commenti.
“O icché gl’è successo?!”
“Poerina… la unne sta bene.”
“A invecchiare l’è peggiorata.”
“Un la riconosco.”
“La sarà anche invecchiata, però il collo la lo mòve ancora bene, guarda là.”
“Davvero, un ce l’ha la cervicale?”
“Lo facessi io tutto que’ lavoro, starei fresca.”
“Comunque la unn’è più lei.”
“Se crede’o sta’o a casa mia.”
Tra una canzone e l’altra, Nada inserisce monologhi di cui lei stessa è autrice, brani profondi in cui si abbandona a riflessioni acute, tutte pessimiste che il motto di Leopardi in confronto era “think pink”.
“Oddio, che la riparte co’ un discorso?”
“Madonnina che uggia.”
“Occome mai la chiacchiera così tanto?”
“Ma poi si capisse icché la dice.”
“Poerina, la mi fa tenerezza.”
“Si vede che la unne sta bene.”
Poi però, a un tratto, quando ormai molte sedie sono state abbandonate, ecco Nadona sfoderare l’asso e attaccare, in un accompagnamento rockissimo e birbonissimo, Ma che freddo fa.
E’ la svolta.
La piazza si accende, il pubblico si sbuccia le mani, un coro unisono si alza dalle seggioline. Anche le donnine accanto a me risorgono.
“ORA SI’!”
“NOI SI VOLEVA QUESTA!”
“MICA QUELLE LAGNE DI PRIMA!”
“ORA SI’ CHE LA RICONOSCO!”
“Brava eh però, la c’ha ancora una bella voce.”
“Certo ingrassare l’è ingrassata…”
“Bah, o noi!”
“Eh, si, anche noi. Lei anzi i chili e gli anni la li porta meglio.”
“Ma quello l’è il vestito.”
Il vestito di Nada è una gonna nera alla caviglia, una camicia bianca di pizzo in cotone, una cravatta in tinta con la gonna.
E’ bellissima.
E’ bravissima.

(Postilla toponomastica. I luoghi che circondano Quarrata meritano di essere citati per i nomi che portano: Tizzana, Tavola, Catena, Casini. Segue poi una sfilza di paesini con l’ano in fondo: Buriano, Carmignano, Seano, fino alla metropoli di Poggio a Caiano. Frìttole in confronto era una buccia di cocomero)

Il rientro

2 settembre 2013

Ieri pomeriggio, rientrando da una bella pedalata e allucchettando la sua bici al palo vicino casa, l’ha contemplata a lungo in tutta calma, si è compiaciuto per l’acquisto e poi si è detto: “Le voglio fare una fotografia, metti domani me la rubano”.
Stamani si è svegliato e ha pensato: “Pensa che anno scolastico di merda si prospetterebbe se nel giorno del rientro mi avessero rubato la bici”.

E’ arrivato al Collegio con un’ora di ritardo, madido di sudore, accompagnato da un concerto di eresie, e a piedi.
Per una spietata legge di natura, il suo rientro disgraziato ha trasformato in uno spasso quello di noialtri.

La vita all’incontrario

1 settembre 2013

Ieri sera prima di dormire ho detto all’uomo che mi dorme accanto che stamani, svegliandomi, avrei potuto dire che il giorno dopo sarei tornata a scuola. E in effetti stamani come ho aperto gli occhi ho detto “domani torno a scuola”.
Non mi ha fatto un bell’effetto. Infatti la citazione esatta della frase è “oh no, domani torno a scuola”.
Attardandomi tra le lenzuola sprimacciate con questo tarlo accanto, mi è tornata in mente la teoria illuminata elaborata già da molto tempo da una mia collega d’Italiano che però stenta a farsela accettare giù al governo.
Il suo piano consiste in una ristrutturazione globale della vita umana.
In soldoni: da bambini si mangia, si gioca, si piscia e si caca e fin qui niente di nuovo. Da adolescenti si studia e si tiene il broncio a giornate intere e anche qui tutto regolare. Da giovani si viaggia, si fanno esperienze, si fa all’amore con un sacco di gente, si prova qualche droga leggera per ampliare gli orizzonti personali e si fa l’università. E anche qui, va be’. Il bello viene dalla laurea in poi.
Una volta conclusi del tutto gli studi, anziché intrappolarsi da soli in un lavoro, patire se non lo si trova, fare di tutto per tenerselo stretto e addirittura diventare squali arrivisti disposti a passare sul cadavere dei nostri colleghi pur di realizzarci, ci si dedica a noi stessi. Si curano i nostri interessi, si leggono milioni di libri, ci si prende cura del nostro corpo con lunghe passeggiate, si fa meditazione per capire il senso di tutto quello che abbiamo fatto, che facciamo e che faremo. Nel frattempo (siamo intorno alla trentina), chi vuole, mette su famiglia, fa dei figli e gli sta doverosamente dietro, segue la loro crescita, alimenta i loro talenti, favorisce lo sviluppo del loro equilibrio interiore sollevando i nonni e le baby sitter da un compito tanto delicato. Insomma, come si dice in gergo, se li gode.
Contemporaneamente si continua a viaggiare, a conoscere persone interessanti, ad assaggiare tutti i cibi del mondo, e si imparano le lingue. In tutto questo tempo, lo Stato ci fornisce una pensione con cui poter campare dignitosamente.
Si arriva in questo modo intorno ai cinquant’anni. E’ l’ora di cominciare a lavorare mettendo a frutto tutte le nostre conoscenze e restituendo allo Stato i soldi che ci ha dato. La fase biologica migliore della nostra vita ormai è passata, i figli sono cresciuti, i libri si son letti, viaggiare s’è viaggiato e le esperienze si son fatte: possiamo dedicare le nostre energie mature e senili al lavoro.

Ancora stento a credere che nessuno voglia prenderla in seria considerazione.