Nell’attesa

31 ottobre 2013

Telefonano, a regolare turnazione, tutti i giorni.
Scrivono mail in cui narrano vicende scolastiche arricchite di dettagli irripetibili.
Prenotano una visita domiciliare e si presentano con una torta alla carota e una t-shirt sull’identità dell’io, riprodotta da una foto dei fratelli Alinari, taglia xl, perfetta come camicia da notte in ospedale.
Fissano un tavolo al ristorante marocchino dove aiutarmi a soffocare le paure dentro misture speziate miracolose.
Organizzano una cena di alta culinaria in una casa bellissima, mi passano a prendere, mi coccolano per una sera intera, e mi riaccompagnano a casa tra chiacchiere e risate.

Con colleghe di questa natura, anche l’attesa più snervante diventa piacere.

La troppa confidenza

26 ottobre 2013

La Renania-Palatinato, un Laender della Germania meridionale, ha inviato una mail agli insegnanti con cui vieta le amicizie su Facebook. L’amministrazione ha motivato la decisione con il fatto che “i professori che chattano con gli allievi e danno loro accesso alle foto e alle informazioni personali mettono a rischio la corretta distanza professionale”. Il portavoce del ministero dell’Istruzione, Wolf Juergen Karle, ha dichiarato che “questi dibattiti dovrebbero avvenire su piattaforme più sicure” e ha aggiunto che “il modello commerciale dei social network non e’ compatibile con la missione educativa delle scuole pubbliche”.
Mentre rifletto sulla notizia, prende corpo nell’angolo più recondito delle mie memorie l’immagine di un carissimo collega che conobbi venti anni fa, all’inizio della mia carriera, e che era solito ripetermi un adagio popolare da lui stesso elevato a massima esistenziale: “La troppa confidenza porta alla malacreanza”. In realtà, essendo il collega cosentino, il monito era pronunciato con la tipica cadenza calabrese, lievemente cantilenante e musicata dalla trasformazione sonora della velare sorda: “La troppa gonfidenza porta alla malagreanza” diceva infatti Lucio. All’epoca io ero una giovane neolaureata, piena di sogni didattici e intenzioni relazionali molto differenti da quelli sperimentati sulla mia pelle nei panni di studentessa liceale. Desideravo infatti imbastire con i miei studenti un rapporto meno formale, più confidenziale, diretto, quasi amichevole. Lucio però, dopo avermi a lungo osservata in disparte e in silenzio, mi si appropinquava e, con una cert’aria cospiratrice, mi sussurrava all’orecchio quella frase minacciosa. Io ci ridevo e minimizzavo, rimproverandogli un’eccessiva rigidezza e un’inopportuna distanza nei confronti dei nostri comuni alunni. “Ti devi rilassare –gli dicevo- se i ragazzi vedranno in te un amico oltre che un docente, studieranno più volentieri”. Sarà che sono passati venti anni, sarà che sto invecchiando, sarà che all’epoca Facebook non esisteva, fatto sta che io, oggi, do ragione a Lucio. Col tempo e con l’esperienza diretta ho capito che un insegnante non solo è meglio che non sia amico dei propri studenti, ma bisogna proprio che eviti di esserlo. Il rischio di confondere i ruoli è enorme e può comportare conseguenze disastrose. Finché siamo a scuola e ci vediamo ogni mattina per lavorare insieme, occorre essere ciò che siamo, io l’insegnante, loro gli alunni. Nulla ci vieta, un domani, a scuola finita, di coltivare l’evoluzione di questo rapporto nato circoscritto dentro confini netti. Fino a quel giorno, non c’è nessun motivo per cui i miei studenti debbano conoscere l’identità delle persone che frequento, le mie abitudini quotidiane, gli aspetti più personali delle mie giornate. Le persone sono anche più affascinanti, se circondate da un velo di mistero. E comunque io Facebook non ce l’ho.

(ieri sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Erbe

22 ottobre 2013

“Che piacere vederti! Come stai?”
“Sono un po’ giù. Per questo sono venuta da te.”
“Prova a spiegarmi meglio come ti senti. Un po’ debole?”
“Sì, non ho molte forze.”
“Debole fisicamente o anche psicologicamente?”
“Un po’ fragile anche di umore.”
“Piangi?”
“Qualche volta. Faccio dei pianti episodici da pulizia mentale, come quando dai una bella passata alla casa col Folletto.”
“Capisco. Dormire, dormi?”
“Non molto. E se mi sveglio, riprendo sonno con difficoltà.”
“Hai paura?”
“Sì, un po’.”
“Ok, paura. E ti senti angosciata?”
“No, però sento di essere davanti a un bivio importante.”
“Capisco. E questo bivio ti preoccupa o ti attrae?”
“Entrambe le cose.”
“Ok, preoccupazione e curiosità. Ti capita di essere triste?”
“No, triste no. Direi piuttosto malinconica.”
“Malinconica… ok.”
“Penso molto alle cose passate.”
“Per esempio?”
“Ho ripreso ad ascoltare Guccini dopo trent’anni che non lo avevo più fatto.”
“Ah, ecco, questo mi pare abbastanza significativo. Ti senti sola?”
“Per niente. Anzi, sento l’affetto di tente persone che mi stanno vicine. E proprio in questo momento della mia vita ho capito quali sono quelle su cui posso veramente contare.”
“Il gatto come sta?”
“Il gatto è la migliore delle medicine.”
“Benissimo, ho capito. Vado di là e te le preparo. Torno subito. Tu intanto annusa tutto quello che vuoi.”

Cosa ci andate a fare dallo psicologo, quando ci sono le erboriste?

Quattro, due, quindici

21 ottobre 2013

E’ uscito pulito, profumato, serio e concentrato come se dovesse sostenere un colloquio di lavoro in un posto di prestigio.
E’ tornato sbrindellato, madido, fioco e stravolto in viso come se avesse partecipato alla battaglia di Salamina.
Quando infila la chiave nella toppa, gli elicotteri ronzano nel cielo da oltre mezz’ora.
Lui non parla, non dice niente. Oscilla solo la mano, da sinistra verso destra e viceversa, il gesto che si fa per accompagnare un’espressione di incredulità paralizzante.
Si toglie le scarpe e si chiude in bagno. Sotto la doccia, mentre l’acqua gli porta via di dosso gocce di sudore e di adrenalina, prende a esternare verbalmente con una voce non sua, roca, bassa, consumata.
“Oddìo oddìo…”
“Stai bene?”
“Zitta zitta…”
“Ma cos’hai, stai male?”
“Oioi oioi…”
“Ma insomma, che succede?”
“Aspetta aspetta…”
“Mi vuoi dire?”
“Dopo dopo…”
Quando lo rivedo, lo riconosco. E’ di nuovo di lui, ma sembra diverso. Ha negli occhi una luce esagerata, quella di uno che ha avuto un’apparizione mistica, quella di uno che ha visto la Madonna.
Parla per numeri e ne ripete tre in particolare: quattro, due, quindici.
Quattro, i goal della Fiorentina.
Due, quelli della Juve.
Quindici, gli anni trascorsi da un giorno bello come questo.

Quando una trascorre tanto tempo in casa ed è costretta a lunghe ore di inattività, dopo aver letto libri e giornali, dopo aver scritto qualche paginetta intima, dopo aver parlato al telefono con le amiche, dopo aver guardato il panorama dal quinto piano del terrazzo, dopo aver meditato su come il corpo sia il vero signore e padrone della nostra vita, stremata mentalmente decide di appiattirsi l’encefalogramma davanti alla tv.
Mette il canale La7d e incappa in Benedetta Parodi.
Benedetta Parodi la guardi e il primo pensiero che hai è che sia anoressica.
Invece conduce un programma di cucina, che una volta credo s’intitolasse “Cotto e mangiato” e ora s’intitola “I menù di Benedetta”.
In entrambi i casi si tratta di titoli imprecisi, perché Benedetta Parodi tutto sa fare, fuorché cucinare.
L’impatto estetico è rivelatore: conciata a fighetta -l’abitino attillato, il tacco quindici, la bigiotteria invasiva, il trucco da attrice- è perfetta per andare a cena al ristorante quanto inadatta a mettersi lei stessa ai fornelli e darsi da fare per rimediare un pasto alla famiglia.
Benedetta Parodi non è credibile.
Del resto lei non fa assolutamente niente per rendersi tale.
Le sue ammissioni di colpa (“ho dimenticato il sale”, “ho scordato il pepe”, “ho perso il mestolo”, “ho finito il latte”, “non trovo il coltello”, “ma dove ho infilato il passatutto”, “maledizione dov’è lo scolapasta”), tutte intrise di una certa gravità contenutistica, vengono ridotte e ridimensionate grazie a una frase risolvitutto: “ma fa lo stesso”.
Alla spettatrice stupita e imbelle viene da pensare “fa lo stesso una sega” ma, non potendo interagire con la conduttrice, ella resta immobile sul divano a guardare come andrà a finire l’incredibile episodio quotidiano di malacucina.
Dopo qualche puntata si scopre che ogni episodio va a finire sempre nello stesso modo: il porcaio avviato da Benedetta Parodi viene abbandonato a se stesso a mezza cottura e, come risultato finale, viene estratto dal forno, dal frigo o da sotto il mobile della cucina il prodotto già pronto, realizzato da cuochi veri dietro le quinte.
Perché Benedetta Parodi, perdonate il turpiloquio da sdegno alimentare, non sa fare un emerito cazzo.
Non sa affettare le cipolle, non sa tritare il prezzemolo, non sa mescolare gli ingredienti, non sa versare un impasto, non sa farcire una torta.
Il picco di scandalo viene raggiunto ogni giorno nella fase finale del programma, intitolato “Il salvacena”, nel quale Benedetta Parodi prova a mettere insieme, appunto, una cena nel tempo ridicolo di 7 (a volte 8) minuti, mentre ogni 30 secondi irrompe la sigla odiosa del tg e una voce tutti i giorni diversa (la sua figliolina, il suo bambino, il suo sfortunato marito, la sua sorella giornalista) a ricordarle che il tempo stringe.
Nel Salvacena Benedetta Parodi dà il meglio di sé.
S’infrena, s’impappina, si dimentica, si distrae, si mette a ridere, si perde, si arrende. Per non scivolare e battere una boccata sull’impiantito dello studio (sennò farebbe anche questo) si leva le scarpe e calza babbucce rasoterra.
Il pubblico in studio la guarda indulgente e ride.
La spettatrice a casa, sempre più incredula sul proprio divano, vorrebbe esclamare “si può sapere che cazzo ridete, che questa qua si spaccia esperta di ciò che è fisicamente incapace di fare e vende nel frattempo milioni di libri grazie a ricette che altri le scrivono?!”.
Ma non può.
Indi tace e, paziente, aspetta il palesarsi davanti alla telecamera dell’unico essere umano a cui dovrebbe essere permesso ragionare di ingredienti, procedimenti, ricette e impiattamenti.
Il solo.
L’inimitabile.
L’irrinunciabile.
Simone Rugiati.

Per assegnare i libri adatti ai propri alunni, a un insegnante non basta essere un buon lettore.
Un buon lettore legge per sé. Sceglie i romanzi di cui va ghiotto, i saggi che gli interessano, i testi in cui si riconosce. Segue i gusti personali e la propria sensibilità di quel momento, che magari dopo qualche mese cambieranno per orientarsi altrove. Al massimo dà retta ai consigli di un amico che lo conosce bene e che gli sa indicare quale libro può rapirgli gli occhi.
Un insegnante, oltre che leggere per sé, deve leggere per tutti gli alunni di tutte le sue classi. E provare a indovinare quale libro potrebbe piacere a ogni singolo studente tra quelli che parlano d’amore, di sesso, di droga, di sport, di vampiri e di creature bizzarre (di gran moda, ultimamente). Per azzeccare quelli giusti, deve sciropparsi paginate di letteratura per adolescenti da cui non si sente esattamente attratto, avendo egli come minimo trent’anni. Io ne ho più di quaranta e di libri per adolescenti inizio a non poterne più. Già la vita è breve rispetto alla produzione editoriale passata e quotidiana. Figuriamoci se ho voglia di sottrarre tempo prezioso alle mie letture per libri anagraficamente non destinati a me. Eppure mi tocca.
La vita però quest’anno mi ha fatto un regalo improvviso e inatteso. Mi ha messo in classe una ragazza che (in totale autonomia) legge proprio i libri che piacciono a me, quelli che non penserei mai di destinare ai miei studenti perché avrei paura di vedermeli tornare indietro a velocità elevata, dalla parte della costola, mirati alla tempia. Lei, però, li legge da sola. E poi li commenta con me in uno scambio epistolare elettronico dettagliato e delicato. A certi autori ci è arrivata grazie a un film, ad altri grazie a un fidanzato illuminato ed evoluto che la aiuta nelle scelte bibliografiche. Quando mi ha raccontato di essersi intellettualmente innamorata di Tiziano Terzani il cuore mi si è aperto, come la bocca, in un incontenibile sorriso intriso di speranza. Pochi giorni fa questa ragazza rara versava in uno stato di semi-panico perché non riusciva a trovare in nessuna libreria “La fine è il mio inizio”, testamento spirituale di uno dei nostri migliori giornalisti e scrittori. Alla fine lo ha scovato in una biblioteca di periferia e se lo è portato a casa come ci si porterebbe un cucciolo di gatto trovato abbandonato sul ciglio della strada, con la paura di sciuparlo e il desiderio di curarlo. Adesso mi manda foto della copertina sul telefonino. Mi aggiorna sulle emozioni che prova durante la lettura. Io ingrasso di un etto a ogni frase che ricevo.
Il culmine lo si è tuttavia raggiunto nello scoprire che entrambe, a una narrativa diciamo così più consueta, abbiniamo la lettura delle pagine di Osho Raineesh, il celebre mistico e maestro spirituale indiano.
A volte noi insegnanti riponiamo una fiducia limitata nei talenti, nelle risorse e nella curiosità intellettuale dei nostri alunni. Pensiamoci. E osiamo di più.

(oggi nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Si chiama preospedalizzazione e consiste in una trafila di tappe sanitarie volte a monitorare il tuo stato fisico prima di finire sotto i ferri, perdere conoscenza per diverse ore e risvegliarti con un pezzo in meno addosso.
Ieri questo confettino è toccato a me.
La convocazione diceva ore 15,30. Da brava donnina, alle 14,45 sono già lì, pulita, improfumata e pronta a farmi scrutare, smanacciare e interrogare. Altre brave donnine mi hanno preceduta. Si vede che la loro convocazione diceva un orario anticipato. Invece no: dice a tutte lo stesso orario, 15,30.
Siamo una piccola folla di trenta persone, femmine e maschi, tutti nel salone d’ingresso del presidio ospedaliero, tutti guardinghi e taciturni, tutti convinti che nel giro di un’oretta saremo a casa propria.
Un’addetta all’accoglienza ci raccoglie, ci separa dalle persone che ci hanno accompagnato e ci conduce in un’ala decretata, un lungo corridoio senza finestre lungo il quale si aprono tre studi: uno per il prelievo del sangue, uno per l’elettrocardiogramma, uno per il colloquio con l’anestesista. Ci consegna un plico di carte da compilare, ci ritira il documento d’identità, ci spiega come procederà la nostra giornata. Non ci dice però quanto durerà.
Siamo tutti digiuni dalle 10 del mattino.
E siamo tutti sommersi nei nostri pensieri, rapiti dalle nostre preoccupazioni, risucchiati dai nostri telefonini, che hanno sostituito libri, giornali e parole crociate. Siamo tutti in silenzio.
Finché la giovane donna bionda seduta accanto a me inizia a parlarmi.
Mi chiede perché mi trovo qui. Saputo che è per il suo stesso identico motivo, propone di parlare d’altro e mi racconta tutta la sua vita. Viene dall’Albania, ha una figlia che ha fatto il Linguistico e ora fa la Sorbonne perché è stata scelta con altri trenta studenti meritevoli per fare due anni all’università di Parigi. Prima di approdare in Italia ha vissuto qualche anno in Germania, i tedeschi sono bravissime persone, corrette, accoglienti e generose. E’ sposata con un suo connazionale conosciuto da bambina, vivono poco distanti da dove vivo io. Le piace tantissimo la musica, ogni settimana va a ballare, fa tardi ma non gliene importa, ne ha bisogno, un bisogno vitale. Ha dei cugini a Prato, infatti appena fatto qui prenderà il treno e andrà a cena da loro, la cugina è già andata dal macellaio a comprarle il fegato, glielo fa con un sughino buonissimo di cipolle e pomodoro.
“Oioi signora la stia zitta peppiacere, l’è da stamani all’otto che non metto nulla sotto i denti” esclama una donna seduta qualche seggiola più in là.
“Davvero, madonnina che fame” sospira un uomo risucciato come il legnetto di un ghiacciolo.
“Noi ci s’ha anche gente a cena, voglio vedere come si fa” dice un altro che ha la moglie che lo aspetta all’ingresso.
Ci chiamano a sorpresa, secondo un ordine che pare squisitamente casuale. E ci chiamano tre volte, perché non ci fanno tutto insieme, ma in tre tempi, così che, spuntata una fase, ci ritocca una fila cieca nell’attesa delle altre due.
“Quella che leva il sangue è gentile” racconta una signora premendosi la pallina di cotone sul braccio interno.
“Quello dell’elettrocardiogramma invece l’è un musone gli tirerei uno stiaffo” confida un uomo sulla quarantina, due spalle come un armadio a quattro ante.
“E poi ci fa spogliare tutte gnude” annuncia l’ultima che è uscita.
“GNUDE?!?!” urla l’ala femminile.
“Gnude” conferma quella, sadismo e disperazione mescolate insieme in una voce arresa.
“Cosa è gnude ?” chiede l’albanese logorroica.
“Senza vestiti” le spiego.
“Ci fa spogliare?!”
“Pare di sì.”
E capirai la tragedia: ti togli la maglietta, ti sfili il reggiseno, lasci le scarpe in terra e ti distendi sul lettino. Mentre l’ultima zanzara della stagione ti svolazza intorno, lui ti attacca dei pistolotti a ventosa intorno alle poppe e ti afferra polsi e caviglie con quattro mollettoni di ferro. La macchinina intanto fa bzzz bzzz e traccia il ritratto del tuo cuore. Il mio pompa che è una meraviglia, per esempio.
“Guardate qua il mio come l’è agitato” dice un omino appena uscito dalla stanza.
“Il mio invece pare morto” dice una ragazza.
“Il mio come vi sembra?” dice un tipo che avrà sì e no vent’anni.
Se mi avessero detto che un giorno mi sarei trovata in una stanza con trenta persone a fare il confronto degli elettrocardiogrammi, non ci avrei mai creduto.
Si è fatta intanto sera. Il sole è calato, sulla collina gli ultimi residui di luce annunciano che siamo oltre le sei.
“Ecco, ora si becca anche la coda.”
“Davvero, a quest’ora i rientri verso il centro fanno tappo.”
“Madonna che fame.”
“O io! Mangerei quella maniglia.”
“E noi stasera ci s’ha anche gente a cena.”
Ridotti alla disperazione, vengono fatti entrare i parenti, gli amici, gli accompagnatori che finora hanno atteso fuori.
“Ma quanto c’avete ancora?!”
“Occome la fanno lunga?!”
“Opperché v’hanno fatto venire tutti alla stessa ora?!”
“Sennò un s’era in Italia.”
“Noi ci s’ha anche gente a cena, io dico arrivan prima gli ospiti di noi. Icché gli si fa da mangiare?”
La coppia con gli ospiti a cena diventa il fulcro della conversazione. Prima di conversare con l’anestesista, è necessario sciogliere il nodo del menu.
“Cosa c’ha in frigorifero?” domando alla signora che accompagna il marito ammalazzato.
“C’ho un po’ di carne macinata, qualche verdura, nulla di che, si doveva passare all’Esselunga una volta sortiti da qui, ma ormai un si fa più a tempo.”
“La faccia le polpette” suggerisce una donna in fondo al corridoio.
“Vero, son veloci, saporite e garban sempre a tutti.”
“Io ci metto anche la mollica ammollata nel latte, voi?”
“Io nemmen pe’ sogno.”
“Io sì, vengon più morbide.”
“E poi le fanno comparita, visto che la un c’ha altro!”
“La ci butti dentro qualche spezia, fanno figura e danno un tocco di mediorientale.”
“Bell’idea: avenne! Tipo?”
“Tipo del cumino. Oppure dei semi di finocchio. Del curry, della curcuma. Tutto fa.”
“Ma se s’andasse a magiare una pizza?” propone il marito.
Ci chiama l’anestesista. Dal parlare di spezie e polpette si passa a parlare di tutt’altro.
“Fuma? Beve? Fa uso di sostanze stupefacenti? Prende qualche farmaco particolare? Ha avuto malattie ereditarie? E’ già stata operata? Dove? Quando? Perché? Come ha reagito all’anestesia? Ha vomitato?”
Siamo fuori alle 19,30. Digiuni dal mattino. Accomunati dalla fame e dai pensieri. Resi vicini dalla condivisione e dalla voglia di guarire.
Si chiama preospedalizzazione, ed è finita.
Andiamo a cena.

L’inattività coatta, l’attesa passiva di un appuntamento di cui farei volentieri a meno e la tendenza all’ipercinetismo mentale tipico del periodo pre-operatorio giocano talora tiri mancini.
Nel mio caso specifico, mi hanno ricordato l’esistenza di Guccini.
Con Francesco Guccini io ci sono cresciuta. Facevo le medie e nei suoi testi non ci capivo quasi nulla (cosa erano i giannizzeri, cosa voleva dire cinismo e strutturalismo, ma soprattutto, chi cazzo era Roland Barthes?), eppure mi provocavano un effetto ipnosi. Ogni ascolto era una sfida per cogliere una parola in più, per dare un significato chiaro a una frase rimasta fino a quel momento oscura, per venirne a capo e arrivare finalmente al senso. Perché che c’era un senso io lo sentivo chiaramente, come sapevo che quel senso era profondo.
Poi andai a Gastra, imparai a suonare la chitarra e Guccini divenne una sorta di vangelo quotidiano di cui riempirsi bocca ed esistenza. Gorgheggiavo con gli amici più grandi quelle parole complicate e mi sentivo libera e orgogliosa.
Che illusa.
Negli anni del liceo molti passaggi incompresi trovarono finalmente spiegazione e il mio amore per il cantautore, oltre che epidermico, divenne motivato e consapevole.
Negli anni in cui facevo Lettere e Filosofia, Guccini venne all’università a tenere una lezione. La più bella, insieme a quelle di Giorgio Luti e D’Arco Silvio Avalle. Ma io in quegli anni lo avevo già tradito con Vasco Rossi, da cui nessuno sarebbe mai riuscito a distrarmi.
Quando lo zio Quaqquale si fidanzò con Babs di Vienna, Guccini rientrò prepotentemente dentro la mia vita: la neo-zia austriaca non ascoltava, non cantava e non parlava d’altro.
Seguirono quindi anni e anni di lungo silenzio cantautorale. Fatta eccezione per De André, conosciuto e amato proprio da grande poiché da ragazzina non lo sopportavo, a tutt’altra musica prestai orecchio fuorché a quella dominata dalla chitarra e dalle parole di rivolta e d’anarchia. I cantautori non furono mai rinnegati. Ma chiusi con delicatezza nel cassetto dei ricordi di un’adolescenza fortunata e ricca di parole difficili e impegnate.
Ora, quale meccanismo astruso abbia aperto quel cassetto e mi abbia rimesso nella testa quel testone di Guccini non lo so.
Fatto sta che da quattro o cinque giorni in questa casa non si ascolta altro.
Non solo.
L’inquilina del piano superiore al mio, probabilmente travolta dai ricordi oltre che dalle onde sonore che le giungono da sotto, ha rispolverato i suoi lp e, mentre io svalvolo Via Paolo Fabbri 43, lei fa partire Radici, mentre io passo a Metropolis, lei opta per Opera buffa, mentre io attacco il disco 1 di Fra la via Emilia e il West, lei attacca il 2.
La gioia del mio convivente, così, è stereo.

VIA PAOLO FABBRI 43

Fra krapfen e boiate le ore strane son volate,
grasso l’ autobus m’ insegue lungo il viale
e l’ alba è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia,
scoppia il mondo fuori porta San Vitale
e in via Petroni si svegliano,
preparano libri e caffè
e io danzo con Snoopy e con Linus
un tango argentino col caschè.

Se fossi più gatto, se fossi un po’ più vagabondo,
vedrei in questo sole, vedrei dentro l’ alba e nel mondo,
ma c’è da sporcarsi il vestito e c’è da sgualcire il gilet:
che mamma mi trovi pulito qui all’ alba in via Fabbri 43.

I geni musicali preannunciati dai giornali
hanno officiato e i sacri versi hanno cantati,
le elettriche impazziscono, sogni e malattie guariscono,
son poeti, santi, taumaturghi e vati:
con gioia e tremore li seguo
dal fondo della mia città,
poi chiusa la soglia do sfogo
alla mia turpe voglia…. ascolto Bach.

Se solo affrontassi la mia vita come la morte,
avrei clown, giannizzeri, nani a stupir la tua corte,
ma voci imperiose mi chiamano e devo tornare perchè
ho un posto da vecchio giullare qui in via Paolo Fabbri 43.

Gli arguti intellettuali trancian pezzi e manuali,
poi stremati fanno cure di cinismo,
son pallidi nei visi e hanno deboli sorrisi
solo se si parla di strutturalismo.
In fondo mi sono simpatici
da quando ho incontrato Descartes:
ma pensa se le canzonette
me le recensisse Roland Barthes.

Se fossi accademico, fossi maestro o dottore,
ti insignirei in toga di quindici lauree ad honorem,
ma a scuola ero scarso in latino e il pop non è fatto per me:
ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43.

Jorge Luis Borges mi ha promesso l’ altra notte
di parlar personalmente col “persiano”,
ma il cielo dei poeti è un po’ affollato in questi tempi,
forse avrò un posto da usciere o da scrivano:
dovrò lucidare i suoi specchi,
trascriver quartine a Kayyam,
ma un lauro da genio minore
per me, sul suo onore, non mancherà.

Se avessi coraggio, se aprissi del tutto le porte,
farei fuochi greci e girandole per la tua fronte,
ma sai cosa io pensi del tempo e lui cosa pensa di me:
sii saggia com’ io son contento qui in via Paolo Fabbri 43.

La piccola infelice si è incontrata con Alice
ad un summit per il canto popolare,
Marinella non c’ era, fa la vita in balera
ed ha altro per la testa a cui pensare:
ma i miei ubriachi non cambiano,
soltanto ora bevon di più
e “il frate” non certo la smette
per fare lo speaker in TV.

Se fossi poeta, se fossi più bravo e più bello,
avrei nastri e gale francesi per il tuo cappello,
ma anche i miei eroi sono poveri, si chiedono troppi perchè:
già sbronzi al mattino mi svegliano urlando in via Fabbri 43.

Gli eroi su Kawasaki coi maglioni colorati
van scialando sulle strade bionde e fretta,
personalmente austero vesto in blu perchè odio il nero
e ho paura anche d’ andare in bicicletta:
scartato alla leva del jet-set,
non piango, ma compro le Clark,
se devo emigrare in America,
come mio nonno, prendo il tram.

Se tutto mi uscisse, se aprissi del tutto i cancelli,
farei con parole ghirlande da ornarti i capelli,
ma madri e morali mi chiudono,
ritorno a giocare da me:
do un party, con gatti e poeti,
qui all’ alba in via Fabbri 43.

Omaggio in versi

15 ottobre 2013

La mia più cara amica, detta anche guru delle letture, perfettamente al corrente della mia predilezione nei confronti dei mesi crepuscolari e freddi e della mia insofferenza verso quelli soleggiati e afosi, mi ha inviato per posta una poesia di Fortini.
Malinconia, ricordo, nebbia, morti e un amore passato.
C’è tutto quello che, in un testo poetico, m’ammazza e mi rapisce.
Può dare l’impressione di un testo deprimente, ma si tratta esattamente del contrario.
La condivido volentieri con chi passa di qua, in una di queste incantevoli giornate tristi.
Essere felici con il sole riesce a tutti.
Provare ad esserlo sotto un cielo di cenere è privilegio di pochi.

CAMPOSANTO DEGLI INGLESI

Ancora, quando fa sera, d’ottobre,
e pei viali ai platani la nebbia,
ma leggera, fa velo, come a quei nostri
tempi, fra i muri d’edera e i cipressi
del Camposanto degli Inglesi, i custodi
bruciano sterpi e lauri secchi.
Verde
il fumo delle frasche
come quello dei carbonai nei boschi
di montagna.
Morivano
quelle sere con dolce strazio a noi
già un poco fredde. Allora m’era caro
cercarti il polso e accarezzarlo. Poi
erano i lumi incerti, le grandi ombre
dei giardini, la ghiaia, il tuo passo pieno e calmo
e lungo i muri delle cancellate
la pietra aveva, dicevi, odore d’ottobre e il fumo
sapeva di campagna e di vendemmia.
Si apriva la cara tua bocca rotonda nel buio
lenta e docile uva.
Ora è passato
molto tempo, non so dove sei, forse vedendoti
non riconoscerei la tua figura. Sei certo
viva e pensi talvolta a quanto amore
fu, quegli anni, tra noi, a quanta vita
è passata. E talvolta al ricordare
tuo, come al mio che ora ti parla, vana
ti geme, e insostenibile, una pena;
una pena di ritornare, quale
han forse i poveri morti, di vivere
là, ancora una volta, rivedere
quella che tu sei stata andare ancora
per quelle sere di un tempo che non esiste più
che non ha più alcun luogo

anche se io scendo a volte per questi viali
di Firenze ove ai platani la nebbia,
ma leggera, fa velo e nei giardini
bruciano i malinconici fuochi d’alloro.

(Franco Fortini, da “Poesia ed errore”, 1947)

Ore d’aria

14 ottobre 2013

Va bene che fino al giorno di questa benedetta operazione bisogna stare, come diceva la mia professoressa di Matematica alle medie, calmini zittini e bonini. Io però non ne posso mica più.
E’ un mese che non vedo Firenze e Firenze mi manca come manca un’amica bella da vedere verso la quale provi un amore che di tanto in tanto le devi dichiarare. E’ un mese che percorro solo il quadrilatero del mio quartiere e vedo sempre loro, il lattaio e la lattaia, l’autoricambista, il meccanico, le fornaie ciccione, le sorelle tabaccaie, il verduraio caroarrabbiato, l’alimentari-boutique, il parrucchiere per signori, la parrucchiera per signore, il lavandaio cinese, il fotocopista senegalese. Buongiorno, buongiorno, come va, così.
La voglia di Firenze m’è presa ieri così forte, che mi sono fatta portare al Forte.
C’era la festa del giornale su cui scrivo e il mio direttore intervistava il mio sindaco.
C’era la mostra dell’artista cinese in questo momento più famoso e più quotato.
C’era un cielo che alternava squarci azzurri a grigi addensamenti e faceva pensare alla Canzone dei dodici mesi quando Guccini dice non so se tutti hanno capito, ottobre, la tua grande bellezza.
E poi c’erano prati pieni di gente, gente che non vedevo da un mese, gente di cui mi mancava la voce.
Firenze così l’ho rivista dall’alto, ma più vicina che dal mio terrazzo, tanto che mi sembrava di toccarla con le mani.
Ho esposto la schiena al sole e me la sono fatta baciare.
Ho ascoltato e riso, contemplato e respirato.
Poi sono tornata a casa con la mia vecchia convinzione.
Non c’è, al mondo, una città più bella della mia.

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