Tornare alla vita

30 novembre 2013

Tornare alla vita è farsi portare il venerdì sera a teatro a vedere un inedito, insospettabile, comico e bravissimo Pierfrancesco Favino, anche se stare a lungo seduta nella stessa posizione è ancora più un supplizio che un godimento. E’ mangiare in un posto intenzionalmente kitch dove mettono solo musica rock. E’ fare tardi dentro la notte ghiaccia marmata e tornare alla macchina attaccata al braccio di lui da una parte e quello di lei da quell’altra, le due persone senza le quali non riusciresti a stare.
Tornare alla vita è dormire fino alle dieci del sabato mattina perché finalmente la ferita frizza meno, lavarti con meno lentezza del solito, riprovare a farti bella dopo due mesi che ti senti un cesso, vestirti punk e uscire sotto il sole freddo dell’inverno che piace tanto a te.
Tornare alla vita è fare colazione, aperitivo e pranzo, tutto fuori.
Riuscire a piegarsi per provare un paio di scarpe nel tuo negozio preferito.
Guardare la gente, guardare Firenze e guardare lui, che ti fa sempre ridere tanto anche dopo dieci anni.
Tornare alla vita, soprattutto, è tradire per un giorno il menù avvilente del post-operatorio e metterti in coda da Pollini per il lampredotto più buono del mondo.

E’ tutto un programma

29 novembre 2013

Si dice che uno dei (tanti) nèi della scuola siano i programmi. Come sono pensati, strutturati, e infine proposti agli studenti. Parlo della mia materia, Italiano, perché (me lo auguro) riesco ad argomentare meglio. Si dice che la pappardella cronologica rifilata nel triennio delle superiori (tutta la storia della letteratura da Francesco d’Assisi a fin dove si riesce ad arrivare, generalmente –e purtroppo- non oltre Montale) sia un modo obsoleto e superato che non è più in grado di affascinare chi ci sta di fronte. Alcune scuole avanguardiste cavalcano metodologie diverse e scelgono coraggiosamente: non più fare un po’ di tutto programma, ma fare molto di pochi autori scelti, tralasciando gli altri. Esempio: classe terza. Decido di fare molto bene l’Alighieri, gli dedico una bella fetta di tempo, approfondisco la Commedia, do spazio alla prosa e alla poesia della Vita nova, pesco brani dal De monarchia, razzolo tra il De vulgari eloquentia e quasi quasi propongo anche qualche Epistola. Per stare così tanto su un autore (oggettivamente immenso e valoroso) e poi magari dare una botta anche agli altri due che con lui vanno a braccetto (Petrarca e Boccaccio), devo evidentemente rinunciare a diverse cose: la poesia religiosa del Duecento, la Scuola siciliana, il Dolce Stil Novo, i poeti comico-realisti per tutto ciò che viene prima, e poi il Magnifico Lorenzo, Ariosto (poco gettonato, ma di una sconcertante attualità), Tasso (povero Tasso, successero tutte a lui) per tutto ciò che viene dopo. Oppure, altro esempio: classe quarta. Per fare bene quei tre gran testoni di Foscolo, Manzoni e Leopardi (per i quali ci vorrebbero due annate e non una sola), decido di tagliare il Seicento e il Settecento. Chi sostiene queste scelte, argomenta in questo modo: meglio un autore fatto a fondo che tanti autori fatti un po’ alla svelta.
Mi sono posta spesso l’interrogativo. Hanno ragione quelli che saltano a pie’ pari secoli interi o ho ragione io che seguo la linea del tempo e propongo (anche se non mi piace chiamarla così) un’infarinatura generale? Il mio pensiero è questo: la scuola è breve, la vita (auspicabilmente) lunga. Lo studio a scuola obbligatorio, quello personale facoltativo e soggettivo. Forse vale la pena far prima di tutto orientare lo studente nell’intricato reticolato temporale della letteratura, fagli saper mettere al posto giusto gli autori giusti, fornirgli una panoramica completa, aiutarlo a capire il perché dell’alternarsi delle correnti e dei movimenti culturali, possibilmente facendogli piacere tutto ciò che gli si spiega. Sarà lui, una volta fuori dalla scuola, con tutta una vita davanti da dedicare alla lettura, a tornare sui suoi preferiti, su quelli che amò di più da ragazzo, che seppero conquistarsi un posto speciale nel suo cuore. Sbaglio? Probabile. Intanto però vado avanti così.

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

L’ultima fissazione

28 novembre 2013

E’ che quel film non dovevo vederlo. M’ha fatto male. M’ha segnata. Ché io di lei sapevo du’ cosine e una canzone: che la chiamavano così perché era secca come un uccellino e La vie en rose.
E invece la settimana scorsa non mi vado a impantanare dentro quella storia di disgrazie?

Nata da una cantante di strada e da un contorsionista del circo, viene dal secondo affidata alla nonna, proprietaria di un bordello. Lì la piccina cresce in mezzo a queste ragazze, come si potrebbe dire, espansive. Nel frattempo, tanto per tenere elevato il livello della sfiga, raccatta un’infezione agli occhi, perde la vista e la riacquista solo in seguito a un pellegrinaggio sulla tomba di Santa Teresa di Lisieux.
Quando il suo babbo torna dal fronte, riprende la bambina con sé e, scopertone il talento vocale, si fa mantenere da lei sguinzagliandola a cinguettare per le strade di Parigi.
Appena diciassettenne, resta incinta e mette al mondo una bambina. Pareva tutto bello, ma ecco la bambina muore due anni dopo per una meningite fulminante.
Un impresario scopre nel frattempo questa giovanissima donna e la educa al canto, affibbiandole il soprannome che la renderà famosa, “piaf”, l’usignolo.
Raggiunto un successo strepitoso negli Stati Uniti, la chanteuse s’innamora perdutamente di un pugile famoso, che la ricambia abbestia, ma che è sposato. Anche qui, parrebbero (quasi) tutte rose e fiori, ma ecco che l’aereo su cui lui volava per correre da lei precipita e si sfracella al suolo.
Distrutta dalle malattie, dalle operazioni, dagli incidenti e dalla depressione, questa donna esile e bellissima dalla voce d’usignolo, dalle sopracciglia disegnate a matita e dagli incisivi superiori leggermente in fuori come Renzi muore a soli 48 anni, avvolta in una delle sue indimenticabili petite robe noir.

Ecco, da quando ho scoperto tutto questo, in questa casa (spodestato l’allegrissimo Guccini con un colpo d’anca) non s’ascolta altro.

Non, rien de rien!
Non, je ne regrette rien!
C’est payé, balayé, oublié.
Je me fous du passé!

No, niente di niente!
No, non rimpiango niente!
È stato tutto saldato, spazzato via, dimenticato.
Me ne fotto del passato!

Tra donne

28 novembre 2013

Quando -venti giorni fa- sono finita sotto i ferri, ad aprirmi la pancia come una scatoletta di simmental erano in due: un chirurgo uomo e un chirurgo donna.
Il chirurgo uomo è quello che poi mi ha più volte medicata e visitata, quello che mi ha levato i punti e quello che vorrebbe obbligarmi a portare la pancera del Dottor Gibaud.
Il chirurgo donna è quella da cui mi sono fatta visitare ieri.

“Cara dottoressa, come sta?”
“Lei come mi vede?”
“Un po’ stanchina.”
“Infatti, sono stanca morta. E m’imbottisco di pasticche contro il mal di stomaco.”
“Come mai?”
“Il nervoso, i pensieri, le tensioni. Io somatizzo tutto.”
“E perché, io? Quell’affarone che mi avete tolto dalla pancia cos’era, se non la somatizzazione di qualche giramento di coglioni?”
“Infatti.”
“Però, anche con il mal di pancia, lei è sempre bella e simpatica.”
“Parliamo di lei: come si sente?”
“Insomma.”
“Si spogli, si stenda sul lettino e mi faccia vedere il nostro bel taglione come va.”
“Glielo dico io come va: tira, pizzica e brucia. A momenti punge come trenta aghi infilati nella carne.”
“Allora va benissimo, lo deve fare.”
“E poi, senta dottoressa, ho da dirle una cosa che ho detto anche al chirurgo suo collega, ma lui non mi capisce!”
“Occosa c’è?”
“Io la pancera non la voglio! Mi fa tristezza, schifo, ansia e depressione. Mortifica la mia natura femminile. Mi fa sentire invalida. Mi paralizza.”
“E lei non se la metta! Dov’è il problema?”
“Davvero posso non metterla?!”
“Ma certo! Metta, semmai, sa quelle calze contenitive che ora vanno anche di moda, quelle graduali che tirano anche un po’ il culotto?”

Gli uomini, tanto bravi.
Ma in certe questioni non ci capiscono una sega.

La pancera

24 novembre 2013

“Come andiamo?”
“Eh, dottore, come andiamo. Dimolto dimolto piano. Mi par d’essere una tartaruga anziché una donna.”
“Vediamo. Si spogli.”
“…”
“Be’, e la pancera?!”
“O dottore, la pancera non ce l’ho. L’ho lasciata a casa.”
“Le avevo detto di mettere ogni giorno la pancera!”
“Senta dottore, io capisco, apprezzo e seguo ogni suo consiglio, ma c’è un limite a tutto. Io quella pancera color carne anziana del Dottor Gibaud (che mi è sempre stato sulle palle anche quando ero bambina) non me la metto. Mi mette una tristezza.”
“Ma scherza? Se la deve mettere e la deve portare, magari non quando sta in casa. Ma per uscire è tassativa! Se le viene uno starnuto…”
“Nonò dottore, da quando sono uscita dalla clinica non ho mai starnutito, glielo giuro.”
“Ma se le viene da tossire…”
“Nonò, niente colpi di tosse, tutto tranquillo, tutto sotto controllo, porto il fularino anche per stare in casa, zero spifferi, sempre al calduccio, stia tranquillo.”
“Non sto tranquillo. Lei deve mettersi quella pancera in tutti i modi. Ne va del risultato finale della cicatrice!”
“Dottore, ma guardi qui: ho le calze a contenimento graduale di Calzedonia. Guardi qua come le son belline, microfibra, coprenti il giusto, e guardi, sollevano anche un po’ il sedere!”

Questo dottore non ha il minimo senso dell’umorismo.

Sgrana gli occhi

22 novembre 2013

Intenzionalmente ho lasciato passare un po’ di tempo dall’esplosione della notizia, prima di scriverne qualcosa. Dico delle studentesse minorenni che si prostituivano in cambio di soldi e di regali. E delle loro madri, del tutto ignoranti, tacitamente conniventi o scandalosamente complici che fossero. Quando il caso è scoppiato, non c’era canale televisivo che non ne parlasse in ogni fascia oraria del palinsesto giornaliero, e raramente con toni scevri di miserabile retorica. Sono argomenti delicatissimi, che pongono di fronte alla fisiologica difficoltà degli adulti di stare dietro alle cose degli adolescenti, al loro mondo, alla vita segreta che possono costruirsi e condurre una volta distanti da noi. Così è stato sempre. Così è molto di più oggi. Perché il tempo che dedichiamo all’osservazione attenta e all’ascolto concentrato di questi ragazzi è diminuita, e non di poco.
Mi è capitato, a volte, parlando con i miei studenti in orari e luoghi esterni alla scuola (al ritorno da una cena di classe in pizzeria, ad esempio, quando il clima umano si fa più confidenziale), di ritrovarmi dentro un argomento scomodo. Uno di quelli che, contemporaneamente, vorresti approfondire e vorresti ignorare, uno di quelli che ti fanno venire la pelle d’oca, l’imbarazzo forte, il disagio vero e proprio. Tipo quella sera, quando alcune mie alunne presero a parlarmi delle dinamiche relazionali dominanti in discoteca. A parte il discorso relativo alla facilità estrema con cui è possibile procacciarsi ogni tipo di droga (o sarebbe meglio dire la difficoltà sfiancante necessaria a scansarne l’offerta quasi persecutoria che se ne riceve), mi dipinsero un quadretto di natura sessuale che mi lasciò sgomenta. Pare che in discoteca il coitus (tutt’altro che interruptus) sia in realtà libero e invadente, proposto e consumato non necessariamente dentro ai bagni (ubicazione di per sé già rivoltante), ma tranquillamente sulle poltroncine e i divanetti della sala. Tu sei lì che parli con una tua amica, e due consumano alla grande accanto a voi. Altre alunne invece mi hanno acculturata su Snapchat, la nuova app di gran moda tra le adolescenti: ci si fotografa in posizioni osé (più spesso oscene) e s’inviano le foto a destra e a manca, rassicurate dall’informazione che la stessa foto si autodistruggerà dopo dieci secondi (grande bufala perché ci sono mille trucchi per salvare l’immagine dall’autodistruzione, una volta ricevuta, e riutilizzarla in altro modo).
Come si fa a stare al passo di tutto questo sudiciume e a combatterlo, vincendo? Io figli non ne ho. Però testardamente credo nell’attenzione vera, nel tempo dedicato, nella contemplazione profonda degli occhi, nel potere straordinario delle parole. Ascoltarli, guardarli, parlarci, studiarli, starci insieme. Temo che non possiamo fare altro che questo. Ma farlo davvero, e farlo bene, forse sarebbe già abbastanza.

(oggi, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Profumo di tulipani

21 novembre 2013

La aspetto sulla porta.
Esce dall’ascensore con un mazzo di tulipani in boccio tra le mani.
Mi si butta al collo e mi stringe con tutta la forza che ha.
Piango. Perché da quando sono sopravvissuta ai ferri sento tutto amplificato e la gioia che provo nel rivederla è troppo forte per contenersi solo dentro una risata. E poi perché ho capito (un po’ tardino, ne convengo, ma meglio tardi che mai) che piangere per chi ci fa soffrire o incazzare è uno spreco completamente inutile di energie. Molto meglio piangere di felicità. E io oggi sono felice, con questa donna che mi entra in casa avvolta da una scia di profumo e da un’aura di positività.
“Senti, l’indirizzo me lo avevi dato e la casa l’avevo già trovata, ma quando ho visto che tu c’hai il portinaio sono voluta andare a ragionare anche un po’ con lui e gli ho detto senta! Scusi! Dove abita la mia cugina?”
La mia cugina è quella con cui ho trascorso l’infanzia ma che poi, separate da scelte di vita completamente differenti, non ho rivisto per vent’anni e ho riabbracciato solo un giorno di cinque mesi fa. Ma da quel giorno non ne è più passato uno senza che noi ci siamo scritte o chiamate. Un rientro dell’una nella vita dell’altra imprevisto improvviso e potente come un’alluvione che non devasta gli argini, ma ricostruisce il passato, mette a nudo il presente e prepara un futuro di complicità.
La mia cugina è quella che da adolescente assomigliava alla Brooke Schield dei tempi di Laguna blu, quella che affronta la vita con la faccia tosta delle coraggiose, quella che del giudizio della gente se ne fa sonore beffe, quella che ti dice sempre in faccia ciò che pensa e nonostante questo non ti fa mai male.
“Guai a te se ti dai pensiero per fare da mangiare! Io non vengo per mangiare, vengo per stare insieme a te! Mangiamo la schiacciata con la mortadella come si faceva da piccine!”
Una tavola di farinacei e d’insaccati e vai di salamino milanese come ai tempi delle scuole medie.
Una giornata di rilassamento e d’apertura, confidenze e confessioni, in cui ci diciamo tutto, il buffo e l’incredibile, l’assurdo e il doloroso, l’intimo e lo scandaloso.
Una giornata di risate roboanti che io dico c’avrà sentite anche il portinaio cinque piani sotto, dal cortile, e forse il mio chirurgo, in pensiero per la scucitura del rammendo.
Appollaiate su sgabelli, sbraciolate sul divano, sedute al tavolo con la gamba accavallata.
E poi distese sul letto, io per diritto, incastrata tra sostegni e cuscini, lei di traverso, come si stava da bambine, quando si passava il pomeriggio a chiacchierare senza tregua.
Non ho uno straccio di ricordo che mi veda insieme a lei a giocare a qualche cosa. Mai una Barbie, mai un mazzo di carte. Mai un balocco, mai qualcosa che non fossero le nostre parole. Un’infanzia di verbi leggeri come leggero e garrulo era sempre il tempo trascorso insieme a lei.
La mia cugina è quella che mi pesticcia in tutta la casa, che si muove con disinvoltura tra i pensili della mia cucina, che si cerca e si trova lo zucchero, le posate, il caffè da sola. E’ quella che non conosce la vergogna, che mi viene dietro quando vado a fare la pipì e che mi chiama quando ci va lei.
La mia cugina è quella che, mentre io le sto parlando di qualcosa, all’improvviso si alza, mi cammina incontro, mi butta le braccia al collo e mi soffoca in un abbraccio d’amore dicendomi, con la naturalezza primordiale di chi non ha schermi né schemi, “ti voglio bene, sono tanto felice di averti ritrovata, stiamo vicine, rivediamoci al più presto”.
Chissà lo zio Flambert, suo padre, come sarà contento di vederci così, da lassù.

Tradimenti

20 novembre 2013

“Profe!” (8:43)
“Dimmi cara!” (8:45)
“La supplente mi ha dato 8+ al tema di Italiano!” (8:47)
“Davvero?! Sono felicissima per te! Brava! Complimenti!” (8:50)
“Con lei l’8 me lo sogno…” (8:52)
“Come sarebbe?” (8:55)
“Con lei è grassa se prendo 6…” (8:57)
“E quindi cosa vorresti dire?” (9:00)
“Che la supplente è più generosa!” (9:01)
“Ti stai innamorando di lei??? Mi tradirai???” (9:03)
“Ahahahahah!” (9:04)
“Non tradirmi! Quando torno ti do 9.” (9:06)

Sì, sono disposta a tutto.

Addio punti

19 novembre 2013

“Si spogli.”
“Anche le mutandine?!”
“L’ho vista per giorni in tutte le salse, che fa, si vergogna adesso?”
“Va be’, chiedevo per sicurezza.”
“Facciamo subito una bella ecografia.”
“Perché?!”
“Per vedere come stanno tutti gli organi interni.”
“Potrebbero stare male?”
“Speriamo di no. Infatti, eccoli qua, stanno tutti bene. Controlliamo la ferita. Guardi bella.”
“Bella?!”
“Sì, guardi lei stessa.”
(alza il capino, sporgendosi) “Mh, effettivamente è carina. Tendente al sexi, non trova?”
“Sì, davvero molto sexi. Bene: adesso le tolgo i punti.”
“NO! I PUNTI NO, DOTTORE!”
“Come no?!”
“NON SONO PSICOLOGICAMENTE PRONTA! MA POI, NON MI AVEVA DETTO CHE CADEVANO DA SOLI?”
“Sì, ma se glieli tolgo io il risultato estetico sarà migliore.”
“NON ME NE IMPORTA NULLA DELL’ESTETICA DOTTORE, GLIELO GIURO, LASCI STARE I PUNTI, MI VA BENE ANCHE UN RAMMENDO RABBERCIATO, UN RATTOPPO ALLA BUONA, MA NON MI TOLGA I PUNTI OGGI!”
“Ma perché no, vede che la ferita è rimarginata? Così potrà fare quella doccia che tanto agogna.”
“RINUNCIO ALLA DOCCIA, MI LAVO A PEZZI, MA MI LASCI I PUNTI!”
“Ma perché?”
“MI DANNO SICUREZZA! E E MI SCUCIO?”
“Via, stia tranquilla. Le dico che non si scuce. Certo, non deve piegarsi, non deve sollevare pesi, non deve fare movimenti bruschi, non deve fare pulizie, non deve camminare a passo svelto, non deve…”
“Non devo vivere.”
“Ma sì che deve vivere. Deve vivere con lentezza. Non la prenda come una condanna. La prenda come un privilegio. Comunque, se i punti li vuole tenere ancora un po’, glieli lascio.”
“Ma come, il dottore è lei, lei deve decidere! Si deve imporre con me, dottore!”
“Allora li togliamo. Si rilassi e stia tranquilla. Non mi stia così contratta però. Faccia un bel respiro.
“Huffff…”
“Sentito niente?”
“No.”
“E ora?”
“No.”
“E ora?”
“No.”
“E ora?”
“No.”
“E ora?”
“No. Grazie dottore. Lei mi sta tanto simpatico.”
“Grazie. Anche lei.”

Foresta tropicale

17 novembre 2013

Siccome, tra i tanti divieti e le tante indicazioni, il dottore insiste sul mantenimento di uno stato d’animo assolutamente sereno e distante da ogni preoccupazione o tensione emotiva, e siccome l’arte che mi chiama più a gran voce in questo periodo è la musica, mi alzo di buon mattino e razzolo tra le infinite stazioni radio che il Mac offre nello spazio iTunes.
Nella sezione “Ambient” si trova veramente di tutto: music from deeper space to relax your soul, the very best in relaxing music, indigenous sounds of Native Americans Indians, music for metitation, tranquil serene and deep, zen and magic atmosphere on radio arcadie, spiritual and new age radio, le meilleur de l’escapade musicale, seductive and hypnotic audio art for the mind, musica ambiental relajante, your second chance, smooth music for dreamers, sit back and relax, get confortable, musique d’ambiance pour vos soiree, navega por la olas del relax.
Verso le ultime voci di questa lunga lista, trovo la voce perfetta per me: the sound of birds of Brazil.
Una stazione radio che trasmette solo il canto degli uccelli brasiliani.
Mentre lui permane tra le lenzuola ronfando in compagnia del gatto, mi sintonizzo e svalvolo il volume.
L’impressione e le emozioni sono davvero quelle che si provano nelle profondità della foresta tropicale.
Il senso di pace è immenso.

Prima spunta il gatto, le vibrisse in avanti, gli occhi sgranati e la postura acquattata da caccia.
Poi arriva lui.
“O icché l’è questo pollaio?”

Buona domenica a tutti.