Lo so: almeno una volta nella vita lo hanno letto tutti. E’ arcinoto, stracitato, abusato. Io forse l’ho letto (tra motivi di lavoro e di piacere personale) mille volte. Ma non c’è volta ch’esso non mi smuova forte tutto quello che c’ho dentro, dal dolore cupo alla speranza testarda, dai ricordi che vorrei scacciare a quelli che caparbiamente stringo a me perché non si dileguino, dalle delusioni cocenti alle aspettative a cui non rinuncerò mai.
Buon 2014 a tutti.

Venditore
Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere
Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore
Sì signore.
Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore
Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere
Come quest’anno passato?
Venditore
Più più assai.
Passeggere
Come quello di là?
Venditore
Più più, illustrissimo.
Passeggere
Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore
Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere
Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore
Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere
A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore
Io? Non saprei.
Passeggere
Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore
No in verità, illustrissimo.
Passeggere
E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore
Cotesto si sa.
Passeggere
Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore
Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere
Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore
Cotesto non vorrei.
Passeggere
Oh che altra vita vorreste rifare? La vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore
Lo credo cotesto.
Passeggere
Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore
Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere
Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore
Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere
Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore
Appunto.
Passeggere
Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore
Speriamo.
Passeggere
Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore
Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere
Ecco trenta soldi.
Venditore
Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

(Giacomo Leopardi, Operette morali. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere)

L’eterno ossimoro

27 dicembre 2013

Quando lo dicevo io, tutti a infamare: lassista, permissiva, mollacciona! Ora lo dice la Carrozza e giù tutti a lodare: ma senti brava, che intuizione, che illuminazione! Per ammettere che vacanze e compiti sono due termini che non vanno esattamente a braccetto non mi sembra ci voglia tutto questo genio. Il primo significa essere vacuo, cioè sgombro, ossia privo di preoccupazioni. Il secondo vuol dire portare a compimento qualche cosa già iniziato. Che convivere con il chiodo fisso di portare un’azione a compimento impedisca automaticamente di sentirsi vacuo, lo capirebbe anche un bambino. Infatti i bambini lo capiscono benissimo. Un po’ meno bene le loro maestre, che fanno a gara di sadismo. Stessa scena si ripete alle medie e alle superiori, dove imperversano irriducibili insegnanti che pare non aspettino altro che le vacanze di Natale per far lavorare gli studenti. Badilate di esercizi di matematica, quintali di frasi di grammatica, schede schedine schedone da riempire e completare, temi da svolgere. E poi, come un sempreverde che non appassisce mai (benché sia nato già appassito nell’idea stessa), il diario delle vacanze. Vogliamo parlarne? Meglio di no: è al quinto posto (dopo la morte, la malattia, le separazioni amorose e i traslochi) nella classifica degli eventi che temo di più. Ho sempre tenuto un diario delle mie vacanze e dei miei viaggi. Ma se me lo imponi, se pretendi che ti scriva ciò che faccio (nove su dieci niente, quando sono adolescente) in quelle di Natale, allora non vuol dire solo che non mi vuoi bene: vuol dire che mi vuoi proprio male. Che sei un insegnante insensibile. Che non rispetti l’etimo delle parole. Che ignori la natura dell’ossimoro. Vacanze e compiti non vanno d’accordo: litigano addirittura, fanno a botte, e se ne danno di brutto. Un ragazzo, se me lo carichi di pagine da leggere o da scrivere, tu me lo ammorbi, tu me lo ammazzi. Lascialo in pace, fallo riposare, permettigli di staccare. Se lo merita perché nei primi tre mesi di scuola s’è fatto un mazzo tanto? Bene. Non se lo merita perché finora non ha compicciato nulla? Peggio per lui. Non sarebbero comunque due settimane (intervallate da pranzi, cene, incontri e raduni a cui neanche volendo potrebbe sottrarsi) a risollevare la sua situazione nel registro. E per chi già ha imparato molto e memorizzato date, nomi, titoli e formule, non sarà certo questa quindicina di giorni a fare piazza pulita di tutto. Lasciate perdere il diario, ragazzi. Andate al cinema a vedere un film (ce ne sono di bellissimi in questi giorni), a teatro (i cartelloni pullulano di proposte interessanti), salite su un treno che vi porti ovunque, entrate nelle (poche) librerie rimaste. E tornate a scuola con la voglia di ricominciare davvero, riposati e pimpanti, per la seconda parte dell’anno che trascorreremo tutti insieme.

(oggi, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Il cerchietto

24 dicembre 2013

Qualcuno lo chiama cerchietto. Io la chiamo passata. Sarebbe quell’affare tondo che si mette tra i capelli per tenerli indietro o semplicemente per abbellirli grazie a un vezzo, un fiore, un fiocco, una decorazione applicata in genere di lato.
“Chiamalo come ti pare: a me mi fa cacare, e quelle che lo portano mi paiono tante imbecilli. Se te lo metti in testa, fuori con me non ti ci porto neanche morto”.
Con queste parole la mia passione per il cerchietto, o la passata, è stata messa a tacere per dieci lunghi anni. Anni in cui sono entrata nei negozi, me ne sono provati a cianfe, e sono uscita a mani vuote.
“Ma ti sta benissimo! Perché non lo prendi?” faceva la commessa.
“Mh, così” rispondevo, assumendo un’aria da vittima (tacitamente divertita).
Fino a quel giorno.
Quel giorno sono entrata da Trico’s, mi sono proiettata nel settore dei cerchietti e ho iniziato a infilarmeli tra i capelli. Minimali, sfacciati, grossi, enormi, imbarazzanti. Erano tutti bellissimi, anche perché tutti realizzati accuratamente a mano.
“Ti stanno benissimo! Non hai che l’imbarazzo della scelta.”
“Non posso prenderli, grazie lo stesso.”
“Perché, scusa, non puoi? Guarda che ti stanno bene davvero, non te lo dico così per rifilartene uno.”
“Il mio fidanzato dice che col cerchietto non mi porta fuori.”
“COSA DICE, scusa, IL TUO FIDANZATO?! PERCHE’ NON LO MANDI QUI DA ME A DIRE UNA COSA SIMILE?! LO SAI COSA GLI DIREI IO A UNO CHE SI PERMETTE DI DIRMI UNA COSA DEL GENERE? GUARDA BELLO, CHE FUORI CI VO DA ME E DI CERCHIETTI ME NE METTO DUE! COSI’, GLI DIREI. ECCO.”

Così ieri pomeriggio, con la scusa dei regali, ce l’ho portato, il mio fidanzato, in quel negozio, e l’ho piazzato davanti alla commessa rivoluzionaria, libertaria e femminista.
“Eccolo. E’ lui.”
“?!”
“Il fidanzato di cui ti parlavo.”
“?!?!”
“Quello del cerchietto.”
“Ah… beh… ma guarda… che piacere…”
“Ma che piacere, cantagliele un po’, adesso.”
“Ehm, sì, beh, ma io…”
“Com’è che mi dicevi? Cosa gli avresti detto te a un fidanzato che ti avesse negato di metterti il cerchietto?”
“Sì, ecco, io, insomma…”
“Puoi dirgli quello che vuoi, guarda, lui ti ascolta volentieri, è tutt’orecchi!”

Ho un cerchietto favoloso tra i capelli con cui passerò un fantastico Natale.
Felice vigilia a tutti.

Regali

24 dicembre 2013

Quello che segue è un dialogo a più voci avvenuto nei locali de “La città del Sole”, un negozio di giochi per grandi e piccini che propone articoli originali e di qualità.
Protagonisti:
Lui (lui)
Lei (io)
Commesso
Cassiera 1
Cassiera 2

Lui: “Senti, io mi rifiuto di regalare alla mia nipotina uno di quei giochi stronzi e consumisti di cui ci bombarda la pubblicità.”
Lei: “Fai benissimo. Te l’appoggio.”
Lui: “Andiamo alla Città del Sole?”
Lei: “Andiamo alla Città del Sole!”
Lui: “Quasi quasi le prendo il gamberetto vivo nella boccia.”
Lei: “Trovo ecologicamente immorale regalare un gamberetto in prigione da stare a spiare mentre non fa niente e si annoia a morte.”
Lui: “Scherzi? Il gamberetto è favoloso, lo vorrei anche per me. Buongiorno, scusi, vorrei una di quelle palle di vetro col gamberetto minuscolo e vivo chiuso dentro.”
Lei: “Io me ne dissocio, sia chiaro.”
Commesso: “Quest’anno non ce le abbiamo.”
Lei: “Finalmente una splendida notizia.”
Lui: “E come mai non ce le avete?”
Commesso: “Abbiamo deciso di non riprenderle perché in passato abbiamo avuto dei problemi.”
Lei: “Col gamberetto? Lo sapevo!”
Commesso: “No, con le palle di vetro: arrivavano rotte e alla fine ci siamo scocciati.”
Lui: “Che peccato. Però guarda, potrei prenderle l’ecosistema!”
Lei: “Cioè?”
Lui: “Vedi? Va costruito questo accrocchio, ci va messo dentro questo gel, la terra, i semi, e poi aspettare che crescano le piante”
Lei: “Oh, questo mi piace!”

(Alla cassa)

Lui: “Senta, scusi, ma le formiche sono comprese nella confezione?”
Lei: “LE FORMICHE?!”
Cassiera 1: “(eheheh) No, le formiche vanno prese e messe dentro.”
Lei: “Prese da dove?!”
Cassiera 2: ” Da terra, dove notoriamente vivono.”
Lui: “Ah, benissimo, grazie.”
Lei: “Ma che benissimograzie, non vorrai andare a raccogliere formiche per chiuderle in questo carcere di plexiglass!”
Cassiera 1: “Non parlerei proprio di carcere, piuttosto di domicilio forzato ma anche molto agiato.”
Cassiera 2: “E’ vero: pensi che questo gel, dolcissimo, è molto amato dalle formiche, e nell’ecosistema che costruirete ne troveranno in quantità industriale!”
Lei: “Ho due obiezioni: la prima, mangiare sempre la stessa cosa rende sgradevole anche una leccornia. La seconda: meglio pane e cipolla, ma nella piena libertà individuale.”
Lui: “O cosa c’entra ora la libertà individuale?!”
Lei: “C’entra! Tu prenderai a casaccio delle povere formiche, le butterai in questo contenitore trasparente da cui esse non potranno mai scappare e saranno costrette per tutta la vita a mangiare il solito troiaio. Ti pare giusto?”
Cassiera 1: “Bisogna riconoscere però che l’organizzazione sociale delle formiche attinge ai principi dello schiavismo. Per come la vedo io, salverete alcune formiche da una vita iniqua e permetterete loro di sottrarsi a una scala gerarchica sociale pianificata a caste chiuse.”
Lui: “Giusto. Giustissimo. Mi faccia un pacchetto regalo per favore.”
Lei: “No, aspetti. Poniamoci la domanda chiave: se le formiche verranno lasciate al loro posto, benché sottoposte a una vita di doveri e di lavori, potranno sempre scegliere la fuga e andarsene dal formicaio quando vorranno, magari organizzandosi in gruppo, mettendo a punto una strategia, facendo una rivoluzione e cercando un posto migliore dove ricominciare da capo un’esistenza ispirata agli immortali valori della libertà. Le formiche sono intelligentissime, non avete mai letto Ciondolino? Non avete mai visto A bug’s life, ignorate forse Z la formica con la voce di Woody Allen? Allora abbiamo il dovere morale di chiederci: meglio una vita in un fomicaio di merda da cui però si può scappare, o una vita in un hotel a 5 stelle da cui è impossibile uscire?”
Lui, Commessa 1 e Commessa 2: “Un hotel a 5 stelle da cui è impossibile uscire!”
Lei: “Ma questa è l’applicazione del modello consumistico occidentale all’ecosistema animale, è una vergogna, un’indecenza! Mi oppongo all’acquisto del regalo e dirà alla tua nipotina che io non c’entro.”
Lui: “Va bene, tu le comprerai un librino (dupalle), e lei impazzirà per il mio ecosistema.”
Cassiera 1: “Potreste cercare di individuare, tra le formiche che cercherete, quelle socialmente più basse e salvare proprio loro.”
Lei: “Sta parlando seriamente o è in vena di battute?”
Lui: “Ha ragione! Cercheremo le più sfortunate e nell’ecosistema di Bengodi ci metteremo proprio quelle!”
Lei: “Ah, pensi di riconoscerle?”
Lui: “Vedrai, saranno quelle che si fanno più culo delle altre.”
Lei: “Poniamo sia così: mi dici poi cosa faranno quelle, abituate a lavorare da una vita, dentro l’ecosistema a non compicciare nulla dalla mattina alla sera e sempre a mangiare quello schifo di gel?”
Cassiera 1: “Be’, il gel comunque piano piano finisce.”
Lui: “FINISCE?!”
Lei: “FINISCE?!”
Lui e Lei: “E QUINDI?”
Commessa 1 e 2: “E quindi l’ecosistema va naturalmente a morire.”
Lei: “Ma voi vendete una tragedia!”
Commessa 1 e 2: “Eh sì, praticamente un’ecatombe.”
Lei: “Mi scappa da vomitare.”
Lui: “Fatemi un pacchetto regalo e metteteci un bel fioccone rosso sopra.”

La norma e l’eccezione

21 dicembre 2013

Dicembre, mese di ricevimenti. E non mi riferisco a quelli dell’alta società, ma a quelli della scuola. Parlo di quel giorno infernale in cui tutti i genitori dei ragazzi che frequentano un tale istituto vanno appunto nel tal istituto a parlare con gli insegnanti dei propri figli per sapere come vanno, come si comportano, che voti hanno messo in saccoccia fino a quel momento lì. Si tratta di un appuntamento guardato con orrore da tutt’e tre le categorie interessate. I figli si capisce bene perché. Ma anche gli altri due gruppi, i genitori e gli insegnanti, ne hanno una paura mostruosa, quasi ancestrale. Più o meno è sempre stato così, ma ora lo è di più. Perché? I docenti, che in passato sentivano dalla loro i genitori, adesso quasi li temono. A volte sottolineare i limiti, i difetti, le mancanze di uno studente induce il genitore di costui a trasformarsi in un sindacalista disposto a scendere in piazza per la strenua difesa del sangue del suo sangue. Il che è sconcertante. Ma può succedere un fatto ancor più sconcertante di questo.
E’ accaduto a una mia amica, che me lo ha raccontato quasi incredula. Andata al ricevimento dei professori di sua figlia (terza media), si è sentita chiedere spiegazioni su certi comportamenti della ragazzina. Perché è così silenziosa? Perché è così rispettosa? Perché interviene raramente nel (tanto celebrato) dialogo educativo? E perché, quando lo fa, lo fa con tanta grazia, con tanto rispetto per il parere dell’insegnante, con tanta considerazione per gli spazi verbali dei suoi compagni? Il che poteva anche essere formulato in altro modo: perché non fa tutto il baccano che in genere fanno gli studenti, perché non dà aria gratuita ai polmoni, perché non interrompe sgraziatamente l’insegnante a mezzo discorso, perché non parla sopra ai suoi compagni, perché non urla, non schiamazza, non si fa notare? Perché è così buona, così calma, così equilibrata? E’ forse una seguace del “lathe biòsas” epicureo, tanto caduto in disuso nei tempi di internet da suonare preoccupante? Vuole forse “vivere nascosta”, quando tutti i suoi coetanei si affannano alla ricerca di una vita in perenne esposizione? E perché non ha le loro stesse aspirazioni, perché non si comporta come loro, perché è così diversa?
Ne abbiamo parlato, riflettuto e alla fine riso insieme, io e la mia amica. Ma era un riso amaro. Perché siamo arrivate alla conclusione che quello che pochi decenni fa era la norma, adesso è diventato l’eccezione, il caso da studiare, la peculiarità su cui indagare. Oggi lo studente che si comporta bene è notato, ma con un vago sospetto. Come se dietro la misura, il rispetto e l’autocontrollo si nascondesse non dico una patologia, ma almeno un problemino, forse caratteriale, o magari familiare.
Io so solo che, quando per miracolo me ne trovo uno in classe, me lo tengo stretto e ringrazio il fato che me l’ha mandato.

(oggi, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Perdere colpi

15 dicembre 2013

Al Teatro della Pergola ci si può anche cenare.
Nell’atrio laterale c’è un bellissimo bancone apparecchiato a buffet da cui vengono servite ottime pietanze che ciascuno poi si porta al proprio tavolo in autonomia, mentre un cameriere compunto e alto due metri provvede a versare di persona calici di vino.
Ci siamo andati (io, lui e quattro miei amabili colleghi) a vedere Toni Servillo che metteva in scena Eduardo.

“Buonasera signora.”
“Buonasera!”
“Cosa posso avere il piacere di servirle?”
“Vorrei uno spicchio di lasagna, una crespella e un po’ di quel bel pasticcio di cavolfiore.”
“Ecco a lei signora, nient’altro?”
“Per adesso no, grazie. Ma dopo torno!”
“Mi perdoni signora…”
“Sì?”
“Sono certo di conoscerla.”
“Ci sta: sono già venuta altre volte a cena qui a teatro.”
“No, non qui.”
“E dove?”
“Lei insegna, vero?”
“Sì, insegno.”
“Lei è stata la mia professoressa di Italiano e Storia, tanti anni anni fa.”

Tanti, ma non così tanti da giustificare il mio oblio.
In 21 anni di servizio non mi era mai capitato di non ricordare uno studente.
Mai.
O sono i postumi dell’anestesia.
O è l’inizio della fine.

Invalsi, addio

13 dicembre 2013

Ma voi (parlo ai miei colleghi insegnanti) lo sapevate che i test Invalsi sono stati aboliti? Io no. L’ho appreso pochi giorni fa leggendo l’articolo firmato da un giornalista che (giustamente) si lamentava per lo stile con cui questo governo ha preso tale decisione. Potremmo chiamarlo stile “alla zitta”, visto che la recente nomina di nuovi cinque esperti (ma lo saranno poi davvero?) scelti per rimettere mano al sistema di valutazione degli studenti e delle scuole d’Italia non è stata non dico sbandierata, ma nemmeno comunicata a bassa voce. Beninteso, io detestavo gli Invalsi. E non perché rifiuti di essere sottoposta a una valutazione del modo in cui lavoro. Anzi, ce ne fossero di controlli e di valutazioni! Verrebbero alla luce finalmente i due gruppi di docenti da sempre impiegati nelle scuole: quelli che lavorano con impegno e con passione andando ben oltre le tanto rinfacciate diciotto ore settimanali e quelli che scaldano le sedie peggio degli studenti più fannulloni. Però i test Invalsi, così com’erano pensati e propinati, non erano in grado di scattare una foto equa e rispondente al vero circa la qualità del lavoro degli insegnanti e il conseguente livello di preparazione degli loro alunni. Non si può proporre un test ispirato a metodologie che non sono quelle praticate nella scuola italiana. Troppi dati non venivano considerati, troppe differenze sociali, familiari, culturali finivano nello stesso calderone che giudicava tutti con un criterio unico e risultava per forza iniquo. Nella mia scuola, l’ho scritto tante volte, il 75 per cento dell’utenza viene da Paesi stranieri e si barcamena tra i programmi di cui è costretto a rendere conto e la lingua italiana che deve contemporaneamente imparare per capirci qualcosa. Come possono i test dei miei studenti (e il lavoro che io ho svolto con loro) essere messi sullo stesso piano di quelli realizzati da alunni nati e cresciuti in Italia? Vediamo allora cosa s’inventeranno i nuovi esperti, speriamo non si tratti di persone che hanno messo l’ultimo piede a scuola quando erano al liceo, speriamo abbiano chiara la realtà che ci circonda, che non si facciano dei filmini tutti loro, che non credano alle fate, che abbiano frequentato le nostre aule di recente, che abbiano capacità e desiderio di fare e fare bene. Di certo un sistema di valutazione dei nostri istituti è necessario: moltissimi docenti lo vorrebbero, purché serio e ponderato, e non scollato dalla realtà in cui tutti i giorni lavoriamo. A volerlo sono quei docenti che entrano in classe puntuali ogni mattina, che cercano nei loro alunni qualcos’altro oltre a una lezione ripetuta a pappagallo, che non contano le ore regalate alla scuola, che non si lamentano del carico di lavoro ma delle pessime condizioni in cui sono costretti a svolgerlo. A non volerlo sono quelli che, in quella foto panoramica sulla scuola italiana, non verrebbero tanto bene.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Il suo nipote scemo

12 dicembre 2013

Paolo strabeve e se ne frega di tutto e di tutti, prima di tutto di se stesso. Consuma le giornate tra la mensa per anziani dove lavora senza passione e la fiaschetteria per alcolisti dove ribeve con convinzione. E’ strafottente, cinico, dispettoso, volgare, arido e cattivo. Paolo è una testa di cazzo di quelle come ce ne sono poche. Nonostante questo è tollerato, a tratti benvoluto, dalla piccola comunità in mezzo a cui vive, in un paesino perso nel nulla del Friuli Venezia Giulia.
Un giorno la sua vita viene sconvolta dal Caso e dall’Occasione. Il primo gli fa ereditare un nipote dall’apparenza ritardata, ceduto a lui dall’ultima volontà di una zia slovena semisconosciuta e recentemente scomparsa. La seconda si palesa nella dote del ragazzo di fare sempre centro al tiro a freccette. Dal fastidioso imprevisto Paolo progetta così di ricavare un vantaggio, iscrivendo Zoran al concorso mondiale di freccette per tornare a casa con 60 mila euro in tasca e cambiare una volta per tutte la sua vita, che fa schifo a lui per primo.
Ce la farà?

Lo abbiamo visto ieri sera allo Spazio Uno. Abbiamo riso ma ci siamo anche rimasti male. Perché l’ormai obeso e stragonfio Giuseppe Battiston dà in questo film una prova di sé talmente alta, che pare un alcolizzato vero. E ci siamo anche sciolti dentro. Perché il giovane Rok Presnikar, che presta i panni al nipote Zoran, è di una dolcezza disarmante amabile e convincente. Credibile (anche troppo, purtroppo) la cornice umana che ruota intorno ai due protagonisti (ma davvero in Friuli trincano così tanto?). Massiccissima la colonna sonora (a partire dal coro locale che inneggia al vino e infama l’acqua indicandola come la bevanda da rifilare ai cani).
Il classico film che ti svegli la mattina, e ci pensi ancora.

Zoran, il mio nipote scemo, di Matteo Oleotto, con Giuseppe Battiston e Rok Presnikar.

Innamorarsi di un fumetto

11 dicembre 2013

Pur vivendo da dieci anni con un esperto cultore del settore, io ignoro il mondo dei fumetti.
Conosco, padroneggio e cito a memoria solo le strisce dei Peanuts perché il prete dell’oratorio che frequentavo da ragazzina me ne passava volumetti in continuazione ma, oltre quelli, precipito in un vuoto senza fine.
Ah, no, giusto. dimenticavo. So anche che Andrea Pazienza è esistito ed è scomparso prematuramente.
Mai arrivata in fondo a una sua storia in vita mia.
Un ampio settore della nostra libreria domestica comune è occupato da ciò che il mio compagno venera come volumi irrinunciabili e che io non spolvero nemmeno perché li chiamo giornalini.
Scena classica tardo serale: lui e lei (io) nel lettone. Lei (a pagina diecimila dei Fratelli Karamazov): “Tu non leggi?”. Lui (a pagina venti di Rat-Man) “Certo che leggo, non vedi?”. Lei: “Ma dico una lettura vera, non codeste cazzate”.

L’anno scorso, in una delle mie classi, entrò il Progetto Libernauta.
Il Progetto Libernauta è una cosa che si fa a Firenze e provincia, è stata inventata dalla biblioteca di Scandicci ed è definibile una figata: tu (insegnante) prenoti la visita di un esperto del progetto. L’esperto viene in classe tua con una grossa valigia contenente quindici libri e, nel giro di un’ora, accende nei tuoi studenti una voglia pazzesca di leggerli tutti. Lo fa raccontandone un brandello, leggendone qualche passo, confidando notizie sull’autore. Lo fa ad arte, con sottile sapienza. Alla fine ci cascano tutti. Primo perché i libri proposti sono sempre validi, secondo perché l’esperto non è detto esperto a caso.
L’anno scorso l’esperto era una donna. Tra i libri che presentò c’era anche un fumetto che, a suo dire, non si poteva non conoscere. I ragazzi abboccarono subito e come prima lettura scelsero quello. E’ implicito e scontato che quello che scelgono i ragazzi se lo deve sorbire anche l’insegnante, sennò come si fa a parlarne insieme dopo averlo letto. Ma per me leggere un fumetto che non parlasse di un cane multi-identitario amico di un uccello col nome del più grande concerto universale e di un gruppo di bambini che ragionano come adulti non era neanche pensabile.
Così bluffai.
Dissi che lo avevo letto senza averlo fatto.
E quando la classe mi chiese che tipo di verifica avrei proposto su quel fumetto favoloso, io feci un figurone annunciando: niente verifica!
Mentii sostenendo che di un libro si può anche godere senza parlarne e che quello era decisamente il caso di non parlarne proprio.
Con le più pittimine che pretendevano a tutti i costi di relazionarne in qualche modo, la scampai assegnando loro una liberissima recensione da inserire (alla cieca) nel giornalino della scuola da me coordinato.
E me la cavai.

L’altro giorno però in biblioteca ho rivisto quel libro e l’ho immediatamente riconosciuto. Come non riconoscere un ragazzo dalle sopracciglia foltissime e squadrate, perennemente seguito da un armadillo che ne rappresenta l’alter ego, l’amico immaginario, la coscienza?
Ho fatto l’errore di aprirlo e di leggerne qualche striscia.

Ora possiedo l’opera omnia di ZEROCALCARE e visito quotidianamente il suo portentoso blog.
Sono perdutamente innamorata di lui.
L’espertone di casa, lungi dall’esserne geloso, mi ha culturalmente rivalutata.

Blue Jasmine

9 dicembre 2013

Quelli papabili erano due: o il nipote scemo di Battiston o l’ultimo di Woody.
Battiston mi piace ogni volta che lo vedo, grasso tenero e bravissimo com’è. La sua filmografia è una garanzia.
Ma Woody.
Io davanti a Woody vacillo, cedo, e crollo.
Così scegliamo “Blue Jasmine”.
Due sorelle, entrambe adottate, molto diverse: una bionda alta e odiosamente raffinata. L’altra bassa mora e orgogliosamente proletaria.
La prima ha sposato un uomo d’affari che, tradendola e trascinandola in un baratro finanziario, si rivelerà anche uomo di merda.
La seconda ha alle spalle un matrimonio fallito e alle porte una nuova convivenza con un tipo coatto, però buono e innamorato.
Nel momento in cui la sua vita da favola finisce bruscamente, la bionda chiede aiuto e asilo alla mora, che la accoglie con grande generosità e immenso spirito di sopportazione.
Da qui comincia tutto. E qui mi fermo io.
Perfettamente montato, cinico e romantico, mai retorico né prevedibile, questo film dell’immenso Allen ci ripaga degli ultimi due pacchi -entrambi girati in Europa- che ci aveva rifilato.
Woody, te non sei fatto per raccontare l’Europa. Te devi raccontare l’America. Devi raccontare New York. Al massimo San Francisco, come in questo. Resta oltreoceano, Woody: nessuno lo sa raccontare come te.

Postilla.
Nonostante l’interpretazione massima delle due protagoniste femminili, a me nei film di Woody dove Woody non c’è, sembra sempre che manchi qualcosa: quell’omino favoloso, anche solo da guardare. Se poi parla pure (e quanto!), addio.