Quattro anni?!

7 dicembre 2013

Premessa: quello che sto per scrivere non lo scrivo nel nome della difesa del mio posto di lavoro. Credo che l’idea di perdere la cattedra resti in eterno attaccata alla pelle degli insegnanti perché, prima di ottenerne una definitiva, tutti loro hanno vissuto anni di precarietà, sbatacchiati di istituto in istituto a tempo determinato, e ci hanno fatto il callo. Nel mio caso, perdere il posto a scuola mi incoraggerebbe a fare quello che sotto sotto medito da tempo: tirare per aria il cappello e ricominciare un’altra vita completamente diversa altrove. Quindi, nessuno scopo tutelativo in ciò che sto per dire.
L’ultima querelle in ambito scolastico riguarda la contrazione delle superiori da cinque anni a quattro. Fare un anno in meno per uscire dalle aule diciottenni ed entrare subito nel mondo del lavoro. A parte il fatto che un “mondo del lavoro” mi sembra non esista e non stia proprio aspettando un’orda giovanile da collocare, mi sento contraria a questa prospettiva per più di una ragione.
Prima ragione, il bagaglio delle conoscenze. Contrarre i programmi di tutte le materie non imporrebbe drastici tagli ai contenuti? Penso alle materie che insegno io (italiano e storia) e ho un sussulto: già sono costretta a tagli involontari adesso, cosa riuscirei a fare in un tempo più esiguo?
Seconda ragione, a scuola ci si sta bene. Ma tanto. E non mi riferisco a quelli che ci piantano le tende perché bocciano un anno sì e un anno no. Parlo di quelli che ci vanno volentieri, che studiano con passione, che fioriscono a livello umano fianco a fianco con i loro docenti e i loro compagni.
A sostegno di questa proposta, si citano gli esempi europei e mondiali: di qua si smette prima, di là si comincia addirittura prima, alle scuole elementari non a sei, ma a cinque, perfino a quattro anni! In nome di che cosa? Non si crede (come io credo) che nella vita ogni passo debba essere compiuto al momento giusto? Perché bruciare l’infanzia di un bimbo spedendolo a scuola quando per lui è ancora il tempo del gioco e della fantasia? E perché strappare via da scuola un adolescente e gettarlo in un (inesistente) mondo del lavoro, quando è ancora il tempo dei libri, della riflessione, delle domande, delle relazioni, del confronto? Tra le motivazioni ho letto anche quella secondo cui i diciottenni a scuola si annoiano. Ebbene, io i diciottenni li frequento tutte le mattine: non è vero.

(oggi nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Prossimamente in libreria

5 dicembre 2013

Ieri mattina, nel suo giorno libero dal lavoro, è tornata a trovarmi mia cugina.
Siamo rimaste insieme fino a sera.
Il materiale narrativo ha dimensioni e contenuti tali che ho deciso di tirarne fuori un libro.

Lunch box

2 dicembre 2013

Lui è alle soglie della pensione, ha perso la moglie da tempo, si è chiuso in un sordo solipsismo, non parla praticamente con nessuno e ha il cuore inaridito come una piantina che nessuno si è ricordato di annaffiare.
Lei è giovane, bella, madre di una bambina che fa le elementari e moglie di un uomo distratto, indifferente e fedifrago.
Non si conoscono e vivono entrambi nella città più affollata dell’India, dove imperversa la pratica del lunch box: le mogli, la mattina, mentre i mariti sono a lavorare, preparano per loro il pranzo, lo sistemano in un thermos a cinque piani e lo fanno recapitare sul luogo del lavoro dei mariti, che lo ricevono caldo e profumato di paradisiache spezie.
Un giorno, per un errore di consegna, il pranzo di lei finisce sulla scrivania di lui.
Inizia così, alimentato da un’insolita corrispondenza allegata al thermos quotidiano, un rapporto. Al buio, alla cieca, a distanza, di sole parole, di pezzi di vita raccontati, di riflessioni, di bilanci. E di grandi decisioni.
Questo film, che porta il titolo di questo post, non va assolutamente perso per molteplici ragioni.
E’ una commedia, e le commedie (se non sono abborracciate) fanno sempre bene all’umore.
E’ indiano, ma privo dei balletti e dei luoghi comuni triti di tanta cinematografia bollywoodiana.
E’ credibile e congruente, per cui non pensi mai “sì, ciao”.
E’ romantico, ma non è a rischio diabete.
E’ realista senza essere scioccante.
Ti fa entrare nel ventre dell’India, tanto che a un certo punto ti convinci che quello seduto dietro a te stia mangiando un pakora di nascosto.
E poi ha un finale… ah… il finale…

A Firenze lo danno all’Auditorium Stensen per tanti giorni ancora.
Nelle altre città non so.
Però vale la pena saperlo, comprare il biglietto, ed entrare.