Gli studenti considerano gli insegnanti delle inspiegabili entità che ben poco hanno di umano. Pensano che la nostra identità e la nostra esistenza si realizzino esclusivamente a scuola e che, fuori da quelle mura, noi non abbiamo una vita personale (altrimenti non si spiegherebbe l’esclamazione a cui si abbandonò quella mia alunna -“Profe! Ma lei mangia?!”- quando un giorno m’incontrò al supermercato). Forse pensano addirittura che noi non proviamo sentimenti, che nulla possa commuoverci, che nessun evento possa turbarci. Regolarmente smonto l’assurda teoria e dichiaro che anch’io, oltre ad alimentarmi come fanno loro, amo, gioisco, soffro e mi dispero come qualsiasi essere umano.
In questi giorni lo hanno visto bene, perché non ho fatto segreto di essere molto triste a causa di un terribile lutto che ha colpito la mia famiglia, anzi, ho approfittato di essere arrivata a Foscolo con il programma per rivendicare l’attualità del poeta, costringerli ad affrontare un argomento scomodo spesso rifiutato dagli adolescenti e aprire le porte del mio cuore perché ci buttassero un’occhiata dentro.
Credo di poter dire con certezza che sono trascorse ore molto belle sia per loro che per me.
Loro hanno conosciuto la mia parte intima e segreta, hanno ascoltato il racconto delle mie emozioni, hanno condiviso con me qualcosa che va ben oltre il recinto della scuola. E’ stato un po’ come presentarli allo zio che amavo e che ho perduto, farli entrare da una porta dentro la mia vita passata, consentire loro di sapere chi sono stata prima di diventare la loro professoressa di italiano e dove affondano le radici della mia natura e della mia personalità.
Io ho avuto la conferma e la dimostrazione concreta di qualcosa intorno a cui purtroppo nutro talvolta qualche dubbio: la materia che insegno è la più utile del mondo. Non sempre ci credo con questa radicale convinzione: ci sono occasioni in cui la domanda che mi sento rivolgere in classe (“Profe, ma a cosa serve, di preciso, la poesia?”), oltre a indispettirmi, mi disarma e mi abbatte.
Poi però arrivano occasioni come questa, occasioni dolorose ma consolatorie insieme, in cui mi dico che (provare a) insegnare ai ragazzi a ragionare, ad ascoltarsi, a leggere, a capire, a contestualizzare e condividere, aiuta a vivere meglio.
Adesso so per certo che l’incantevole concetto di “corrispondenza d’amorosi sensi” tra i vivi e i defunti non li abbandonerà mai e che coltiveranno l’amore nella loro vita perché “sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna”. So che quando soffriranno per aver perso qualcuno di molto caro si sentiranno meno soli perché si ricorderanno di Ugo Foscolo, della sua poesia utile, dei suoi endecasillabi sciolti ed eterni, della fatica spesa per capirli.
E forse anche di me.

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Il nostro Conte Max

27 gennaio 2014

Quando muore qualcuno che ti è vicino, senti che si spegne un po’ di te e della tua storia. Ecco, oggi sento violentemente questa emozione.
Se ne è andato Massimo De Nicola, Ringo, il Conte Max e chissà quante altre identità si porterà con sé.
Difficile che un valdarnese non lo ricordi, non abbia avuto l’avventura di incontrarlo.
Io lo conobbi alla fine degli anni 60, aveva lunghi capelli biondi, jeans attillati ed un giubbino di pelle con i peneri, allora era Ringo.
Erano gli anni in cui noi lottavamo e lui continuava… continuava a rappresentare quell’irriverenza stralunata e canzonatoria, che caratterizzava e arricchiva l’essere toscano.
“Ringo non paga” – era la sua spavalderia, quando saliva sul treno per Firenze.
“Ringo scende” – si racconta fosse la risposta del controllore di turno.
Passarono gli anni, e l’Italia divenne quella dell’Italia da bere, degli yuppies e dell’impresa rampante. Fu allora che Massimo riapparve socialista e imprenditore di successo, naturalmente in Ferrari.
La crisi poi travolse anche lui, ma ormai la sua creatività era feconda e, di lì a poco, eccolo ripresentarsi in nobili vesta, così, un po’ come il Mascetti degli Amici Miei, in quel di Loro Ciuffenna, ristoratore della pancia, ma anche della mente, il Conte Max.
Ma si sa, Massimo si alimentava con le novità e si deprimeva con la consuetudine, e anche le sue imprese di successo a Loro Ciuffenna si spensero poco alla volta. Prima la locanda dei vini e del buon mangiare, poi il caffè della piazza. Sembrava in una perenne ricerca dell’altrove, fosse esso alle Figi o a Salvador Bahia.
Era lì che immaginavo di vederlo ancora.
Invece lo attrae San Giovanni Valdarno, e lì con rinnovate energie si riaffaccia con una nuova impresa, il caffè all’ombra di Palazzo D’arnolfo. Ancora fantasie e progetti.
Il conte era pronto per una nuova avventura, magari per una nuova identità. Non ce l’ha fatta, e così il futuro non busserà più alla sua porta.

(memoria scritta da Enzo Brogi, ex sindaco di Cavriglia, consigliere regionale)

Nei miei ricordi di bambina, il Conte Max è lo zio che, incontrandomi, voleva sempre darmi un bacio a stampo sulla bocca.
In casa sua usava così.
Ma in casa mia no.
In casa mia i baci ci si davan sulle guance e a me faceva un poco effetto quella bocca d’uomo sulla mia.
Nonostante questo, già allora il Conte Max era lo zio che mi strappava più risate e quello che più mi piaceva stare a contemplare.
Allora però non si chiamava Conte Max.
Allora si chiamava Ringo.
Quando era Ringo, lo zio Massimo era bellissimo.
Biondo e sfacciato, secco allampanato, costantemente sopra le righe, eccentrico, esagerato, lunatico e scanzonato, lo zio Massimo era il più giovane di tutta la famiglia.
Crescendo, spaccò il paese in due: di qua quelli che lo amavano, di là quelli che non lo potevano vedere.
Noi stavamo di qua e lo amavamo profondamente, come si ama qualcuno anche se ci fa incazzare per la sua tracotanza cocciuta, che c’innervosisce per la sua sfrontatezza esasperata, che ci commuove per il suo cuore gigante.
Quando diventò il Conte Max, lo zio divenne inenarrabilmente fascinoso.
Con gli anni, la sua figura era lievitata e dal suo viso erano scomparsi gli spigoli puntuti della gioventù. I suoi capelli biondi si erano macchiati qua e là di grigio. Il suo stile era drasticamente mutato: non più ribelle e capellone, ma imprenditore di successi e di sconfitte. Però sempre altero, orgoglioso e impavido.
Perché nulla faceva paura al Conte Max.
Per lui la vita era una sfida con gli altri e una scommessa con se stesso.
Quando nessuno ci credeva, lui ci puntava sopra tutto,
Quando qualcosa era insperabile, lui ci si buttava a capofitto.
Intanto io mi ero fatta adolescente.
Lui però seguitava a trattarmi da bambina e, quando m’incontrava, pretendeva ancora che lo baciassi sulla bocca.
All’ultimo momento giravo in fretta il viso porgendogli la guancia.
Allora lui imparò ad afferrarmi il volto tra le sue manone enormi e, paralizzandolo, mi stampava il suo bel bacio sornione e sorridente sulle labbra.
Poiché (pur non essendolo) mi sentivo donna, rivendicavo il suo rispetto.
Ma lui si faceva beffe della mia seriosità precoce e fuori luogo, e pretendeva che rimanessi una bambina da baciare sulla bocca.
Una volta adulta, pensante e politicamente schierata, il Conte Max mi aspettava puntualmente al varco per scagliarsi contro le mie posizioni di sinistra, che non riusciva ad accettare: vedendomi arrivare da lontano sulla strada, alzava il braccio destro, mi salutava alla romana e (urlando) mi chiamava camerata.
Eppure non sono mai riuscita a detestarlo.
L’ho sempre amato di un amore arreso, cieco, disarmato, e totale.
L’ho amato perché era invincibile e umano insieme.
L’ho amato perché non l’ho mai visto odiare neanche chi provava a odiarlo e non l’ho mai sentito criticare o giudicare, ma solo sbeffeggiare chi lo criticava e lo giudicava.
Per questo, negli ultimi quindici anni anni, quando lo incontravo, ero io a cercare la sua bocca per lasciarci un bacio sopra.
Per questo ieri sera, all’obitorio dove giaceva coperto solo di un lenzuolo, l’ho baciato anche se era gelido e viola per l’infarto iniquo e infame che, molto prima del tempo giusto, ce lo ha portato via.
Il bellissimo Ringo.
Il mio zio Massimo.
Il nostro Conte Max.

Maiala o troia?

26 gennaio 2014

Con la Divina Commedia siamo al ventiseiesimo dell’Inferno.
Ulisse.
Ulisse, ma anche Penelope.
Eccheccavolo.
Perché io, se devo cantare le lodi di un personaggio comunque sopravvalutato dalla storia mitologica, ci tengo a ribadire il comportamento di sua moglie, che lo attese per vent’anni a casa senza concedersi la libertà di conoscere biblicamente altri uomini, mentre suo marito se la spassava tra le braccia (e le cosce) di mille bellone incrociate per la via.
“Cosa pensate di Ulisse?”
“Un grande.”
“Cosa pensate di Penelope?”
“Una brava donna.”
Mi va il sangue al cervello.
Sollevo la querelle.
Perché un uomo, se tradisce la moglie con altre donne, è un ganzo e una donna è una pocodibuono?
Ne scaturisce una lezione quantomeno curiosa.
Nel corso della quale imparo un concetto che ancora mi era ignoto.
La differenza antropologicamente fondamentale tra maiala e troia.
A detta dei miei studenti, essere troia non va bene.
Al contrario, essere maiala è quasi un dovere morale.

Dedicherò il finesettimana alla riflessione.

Una vita bio

26 gennaio 2014

Intervallo.

“Profe, vuole?”
“Ih che schifo codesti sudiciumai!”
“Ma come, le palline al formaggio?!”
“Tutta robaccia chimica, via, via, stai lontana da me.”
“Ma profe, veramente lei una volta…”
“La profe di una volta non c’è più. Ora ce n’è una nuova che mangia solo cibi sani, come questi” (mette sulla cattedra una borsa dai colori psichedelici).
“Occosa c’ha lì dentro?!”
“Osserva tu stessa: mandarino, arancia, succo di frutta biologico alla pera, yogurtino magro, gallette di mais al naturale, frutta essiccata (mela e papaya) e bustine di roojbos da bere al posto del caffè.”
“Ma che è impazzita?! E le sue proverbiali lasche di panino al salamino milanese?”
“Appartengono a un passato ormai remoto.”
“E in quella bottiglietta giallo-verde cosa c’ha, una cedrata?”
“Macché: ho sciolto nell’acqua una pasticca di oro e argento che mi ha dato l’erborista.”
“Lì però vedo anche della cioccolata!”
“Certo, la cioccolata, a patto sia fondente almeno all’ottanta per cento, non fa assolutamente ingrassare e influisce beneficamente sull’umore.”
“E QUESTI???”
“Questi sono Fonzies. Non sempre la cioccolata ce la fa.”

L’onestà è fondamentale, coi ragazzi a scuola.

Il mercato delle vacche

26 gennaio 2014

Con l’anno nuovo, arriva il tempo dell’open day.
A chi non bazzica nel settore (cioè non fa il mio mestiere o non ha figli da iscrivere prossimamente alle scuole superiori): l’open day è il giorno in cui le scuole restano aperte alle visite del pubblico, ovvero delle famiglie di studenti di terza media. Le quali si armano di santa pazienza e fanno il giro dei vari istituti allo scopo di sondare quello che, in un acronimo onestamente cacofonico (POF), indica il Piano dell’Offerta Formativa di ogni scuola da quando è iniziata la gloriosa (?!) epoca dell’autonomia.
Tutte le scuole prevedono la “funzione orientamento”, costituita da insegnanti che promuovono quello in cui prestano servizio come l’ambiente più accogliente, efficiente e attrezzato del mondo. Raramente lo è, viste le condizioni in cui versa la maggior parte delle scuole d’Italia. Però in certi casi pare valere l’adagio erroneamente attribuito a Machiavelli (che salutiamo, nell’anniversario appena finito del suo capolavoro principesco), secondo cui il fine giustificherebbe i mezzi.
Io penso che, soprattutto quando si ragiona di scuola, bisognerebbe avere l’onestà di raccontare le cose come stanno senza vendere tanto fumo (al momento ancora illegale oltretutto), ma torniamo all’open day.
A Firenze da diversi anni viene scelto addirittura un giorno preciso per radunare insieme tutti gli istituti nel medesimo luogo (il Mandela Forum per la precisione), consentire loro di issare un banchetto e fare autorizzata promozione di se stessi.
Potrebbe anche sembrare un’idea buona.
Ma (almeno secondo il mio modestissimo parere) non lo è.
Non lo è perché l’iniziativa, col tempo, ha assunto il sinistro aspetto di una fiera del bestiame, di un mercatone dozzinale, di un supermercato della cultura, in mezzo al quale la scuola si mostra esattamente per quello che una certa politica l’ha fatta diventare: niente più che un’azienda (del resto il vecchio caro preside non si chiama adesso dirigente?).
Ora, tutti sanno che l’azienda funziona e rende a seconda dei clienti che attira. E che per attirare i clienti sono necessarie strategia, promozione e pubblicità. E siccome un semplice depliant illustrativo delle varie scuole evidentemente non bastava più, le scuole-aziende si sono attrezzate: gadget, offerte culinarie, omaggi. Col risultato che uno va in cerca di notizie su un liceo e torna a casa con una bracciata di palloncini. Nella pantomima della fiera, vince la scuola che offre, regala, promette e sorride di più.
Non ho figli da mandare alle superiori. Ma se ne avessi uno, non aspetterei il mercatone dell’open day. M’informerei prima dai genitori di studenti più grandi, crederei al passaparola che da sempre funziona sulle scuole, mi fiderei della fama, che ha “ali late” e, sull’argomento, raramente racconta bugie.

(venerdì, nella pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Sono bello solo io

26 gennaio 2014

Per riattivare in grande stile la loro abitudine alla scrittura domestica, porto a scuola la pagina delle lettere di Galimberti dove una ragazza tesse l’elogio della lettura e il filosofo tesse l’elogio della ragazza.
Lascio come consegna una doppia possibilità: scrivere una replica alla ragazza o scriverla al filosofo.
E ricordo alla classe quello che invoco sempre quando si parla di scrittura: il coraggio delle proprie idee, l’originalità del proprio stile, l’argomentazione delle proprie riflessioni.

Lui (uno degli studenti più simpatici ma anche più sfrontati che abbia avuto) non perde tempo: decide di scrivere al filosofo e ne stronca posizioni, pensieri, ragionamenti. Sostiene che la vita può essere bellissima anche senza leggere neanche un libro, che quello che vale veramente nell’esistenza è l’esperienza, che le parole scritte da altri sono fondamentalmente chiacchiere e che delle chiacchiere si può fare meno. Praticamente gli dà dell’imbecille e si dà del genio.

Perché i concetti espressi siano definitivamente chiari, firma il tema con la propria mail (sonobellosoloio@solo.io).

Alive and kicking

24 gennaio 2014

Il mio vero rientro a scuola è avvenuto tre giorni fa.
Cioè, ero già rientrata. Ma per riavermi dall’impatto fisico-emotivo di due mesi e mezzo d’assenza coatta dalla scuola ci è voluta l’influenza. Una bella influenzona di moccichi e catarri che mi ha costretta al silenzio, mi ha ricordato che il mio corpo è ancora fragile e che devo seguitare a dare la priorità a lui, ignorato, relegato in un angoluccio e messo a tacere troppo a lungo.
Superato il mutismo da afasia, però, il rientro è stato portentoso.
Ho rifatto lezione con inattesa energia. Con insperata gioia.
Ho preso in mano i programmi delle mie due bravissime supplenti (che saluto, ciao Bea, ciao Roby!) e da lì sono ripartita.
Ho apprezzato la visione quotidiana di tutti i miei colleghi.
Ho riso delle cazzate che tirano i miei alunni, ritrovati più belli ancora di come li avevo lasciati.
Mi sento viva.
Viva e calciante, come la canzone che svatto a tutto foco e con cui copro il tragitto casa-scuola alle sette e mezzo del mattino, quando il cielo è ancora scuro, quando i lampioni sono ancora accesi, quando le edicole iniziano ad aprire, quando una nuova giornata comincia per le persone che finalmente stanno bene.

Pensa a Mario

20 gennaio 2014

“Mi voglio iscrivere a un corso di ballo.”
“Scordatelo.”
“Mi sarà utile per riappropriarmi completamente del mio corpo.”
“Allora vai in palestra.”
“La palestra mi tedia e il puzzo che vi aleggia mi ammorba. In breve, la palestra mi fa schifo. Vuoi mettere un bel corso di ballo!”
“E che ballo di preciso, sentiamo.”
“Tango argentino.”
“Scordatelo.”
“Vieni con me e facciamo coppia fissa.”
“Non ci penso neanche. Io sono figlio orgoglioso della cultura da discoteca: i balli di coppia mi fanno ridere. Nella mia formazione esistenziale, il ballo è liberazione totale, anarchia, individualità e libertà. Figurati se m’iscrivo a un corso in cui devo contare i passi e spingere una donna qua e là.”
“Va be’, mi troverò un partner al corso.”
“Non puoi fare un corso di ballo. Ma mica perché sono geloso. Non ricordi cosa ha detto il medico? Niente corse e bicicletta fino a giugno.”
“Ma io né corro né vado in bicicletta: io voglio ballare. Il ballo non ha mai fatto male a nessuno. Il ballo è una cura universale, una medicina portentosa, un rimedio naturale a tutti i mali.”
“Certo: al primo casché tu ti scuci mezza.”
“Per un casché ci vogliono mesi. Prima vanno imparati i passi base: la salida basica, il passo stop, la mordida con voleo.”
“Ma di che parli? Chi ti ha insegnato codeste parole?”
“Pino.”
“Pino chi?!”
“Il mio collega di Educazione Fisica.”
“Ascolta, dai retta a uno che di queste cose se ne intende. Pensa a Mario.”
“Mario chi?!”
“Mario Gomez.”
“E chi l’è?!”
“Una testadicazzo come te, che ha voluto fare lo splendido tornando a giocare troppo presto. Non fare come lui. Stai ferma zitta e bona fino a giugno.”

Perché a giugno il corso finisce.
Non sono mica nata ieri.

C’era una volta una gatta

19 gennaio 2014

Micino da Scansano vive con noi dall’estate del 2009. Cioè da quel giorno di luglio in cui lo rinvenimmo, rinsecchito terrorizzato affamato agonizzante e pulcioso, sul ciglio della strada all’imbocco del paesino di Maremma dove abbiamo casa.
Non dico dal giorno dopo, ma insomma da parecchio tempo io sostengo che un animale che vive da solo, benché adorato e ludicamente intrattenuto dagli umani che vivono con lui, si fa due palle grosse come due cani a cuccia.
Ma ogni volta che mi sono presentata a chiedere un compagno o una compagna di giochi per Micino, l’uomo di casa ha risposto sempre nello stesso modo.
Scordatelo.
Scordatelo perché un gattino solo è la perfezione, scordatelo perché potrebbe ingelosirsi del nuovo arrivato, scordatelo perché poi i peli svolazzanti raddoppierebbero, scordatelo perché poi per giocare insieme al compagno o alla compagna nuova trascurerebbe noi.
Insomma scordatelo e chétati.
Mi sono chetata per quattro anni.
Recentemente però mi sono accorta del potere sovrannaturale che, nella sofferenza, mi ha conferito l’intervento chirurgico a cui sono stata sottoposta.
Vorrei una pizza, ed ecco la pizza.
Mi ci va del sushi, ed ecco il sushi.
Sogno di guardare dieci film in fila senza interruzione, ecco i dieci film.
Avrei bisogno di una maga che pulisca la casa al posto mio, ecco la maga.
Oggi non ho voglia di fare un’emerita minchia, ecco l’emerita minchia da non fare.
Così ho osato.
“La mia erborista di fiducia e il suo compagno hanno due gatti.”
“Ma senti.”
“Sono due siamesi.”
“Bene.”
“Sai che i siamesi vengono dalla Thailandia, il nostro paese preferito, il luogo in cui abbiamo trascorso le più belle vacanze della nostra vita?”
“No, non lo sapevo, ma vivevo bene uguale.”
“E sai che sono la razza più affettuosa tra i felini?”
“Non saranno certo pià affettuosi del mio gattino d’oro.”
“A parte il fatto che il tuo gattino d’oro è nostro, sì, sono più affettuosi di Micino.”
“Non è possibile.”
“Invece sì. Micino ti ci viene mai addosso quando stai disteso sul divano? Ti dorme mai sopra la testa? Ti siede mai sulle ginocchia quando stai seduto?”
“No, graziaddìo.”
“Pensa, invece i siamesi sono appiccicosi e giuggioloni. Amorosi da morire.”
“A me l’amore che mi dà il mio gattino mi basta e m’avanza.”
“Ma lo sai che i siamesi parlano?”
“Sì, ciao.”
“Te lo giuro! Sono detti talking cats per questo.”
“E cosa dicono?”
“Nulla nella nostra lingua, ma tutto nella loro.”
“Chissà che disquisizioni filosofiche allora.”
“Spiritoso. Si fanno intendere, e questo basta.”
“Anche Mimmo si fa intendere.”
“Ma i siamesi chiacchierano in continuazione.”
“Per questo sei più che sufficiente te.”
“Tornando ai gatti della mia erborista, non sono fratelli, sono di due cucciolate diverse.”
“E allora?”
“E allora la mia erborista li farà accoppiare.”
“Brava, mi fa piacere per lei.”
“E poi darà via i cuccioli.”
“Lo farei anch’io.”
“Ho prenotato una femmina.”
“Scordatelo.”
“Ma io sono stata operata. Ho patito tanto. Sono stata tanto male. Me la merito.”

Ecco la femmina.
Prossimamente in questa casa.

Gelosia

16 gennaio 2014

LEI: “Eccolo qua, il mio tesoro bello!”
LUI: “…”
LEI: “Ma come stai, bellissimo?”
LUI: “…”
LEI: “Ma lo sai che mi sembri ancora più bello della settimana scorsa? Ma come fai? Sei meraviglioso!”
LUI: “…”
LEI: “Cosa fai, mi guardi in borsa? Fai, fai pure, fai tutto quello che ti pare, lo sai che per me non c’è problema, a quelli belli come te faccio fare tutto!”
LUI: “…”
LEI: “Vieni con me? Andiamo dai, che cominciamo dalla sala!”
LUI: “…”
LEI (canticchiando): “C’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul collo e una vecchia…”
LUI: “…”
LEI: “Non aver paura, non ti faccio mica niente! Stai, stai qui con me che mi metti il buonumore!”
LUI: “…”
LEI (sempre canticchiando): “Lallallallero… lallallalleroooo….”
LUI: “…”
LEI: “Adesso ci spostiamo in camera, che ne dici, vieni insieme a me? Dai che così mi sento più felice!”
LUI: “…”
LEI: “Aspetta che chiudo la porta e spalanco la finestra. Ma hai visto che bella giornata è oggi?”
LUI: “…”
LEI: “Vuoi uscire sul balcone? Vieni che ti apro. E quando ho finito qui ci vengo anch’io così mentre io lavoro tu mi guardi e ti godi anche un po’ di questo solicino!”
LUI: “…”
LEI: “Ma lo sai che ieri ho trovato una gattina abbandonata vicino a casa mia?”
LUI: “…”
LEI: “Ma tu avessi visto bella! Bianca e nera, a pelo lungo, e morbida da morire!”
LUI: “…”
LEI: “Non potevo mica lasciarla lì! Così l’ho presa e l’ho portata a casa. Stamani l’ha adottata la mia vicina, che ne ha già due. Io non potevo tenerla, ne ho cinque! Ma se non l’avesse presa lei l’avrei tenuta, e così sarei arrivata a sei!”
LUI: “…”
LEI: “Certo che te sei proprio bello, eh…”
LUI: “…”

La maga viene a casa e, mentre pulisce, parla per tre ore col mio gatto.
Il quale la segue passo passo, la contempla con sguardo estasiato, l’ascolta come se capisse e non le risponde solo perché non sa parlare.
Io vengo sistematicamente relegata in altra stanza e puntualmente scacata. Soprattutto da lui.
La gelosia mi corrode.