Virus

15 gennaio 2014

Quando, martedì scorso, sono rientrata a scuola, la 3A mi ha accolta con un’aula di palloncini e una cattedra di cibo.
Avevamo due ore.
Così ho detto che nella prima avremmo fatto il punto della situazione, riguardato il programma svolto con la supplente, messo sul banco i voti personali di ciascuno in Italiano, fatto le medie in vista dello scrutinio, pianificato l’immediato futuro didattico. E nella seconda avremmo festeggiato abbuffandoci di dolce e di salato.
“E insomma a Letteratura siamo arrivati a Guittone d’Arezzo.”
“Bene. Poesie a memoria ne avete imparate?”
“No per carità! La supplente era simpaticissima infatti.”
“Benissimo. Per domattina Io m’aggio posto in core a Dio servire a memoria.”
“Profe com’è buffa, ha sempre voglia di scherzare!”

Io però non scherzavo.
Il giorno giorno c’è stata una strage di quattro.
Il giorno dopo ancora la voce è sparita, la temperatura è salita, il naso ha preso a smoccicare e la gola a scatarrare.
E poi uno va a pensare ai colpi d’aria o ai virus.
I virus più malefici son loro.
Gli studenti quando ti tiran gl’accidenti.

La maga

15 gennaio 2014

Ma voi, come la chiamate?
Dico la signora che viene a pulirvi la casa.
Io non ero mai riuscita ad averne una.
M’imbarazzavo.
Chiamare una signora che pulisse il sudicio mio, del mio compagno e del mio gatto.
Il mio compagno, poi, s’imbarazzava più di me e preferiva fare il filippino.
Il gatto non si è mai veramente posto il problema perché è convinto che a fare il sudicio siamo solo noi due umani.
“Non ce l’hai?! -esclamavano a scuola tutte le colleghe, che ne hanno una a testa- E come fai?!”
E come fo.
Mi fo il culo.
Ora però io non posso più pulire come prima e il mio compagno ha un comprensibile rigurgito europeo.
Così, ora ce l’ho.
Si chiama Cristina, ha il corpo esile, i capelli biondi e cinque gatti.
Il mio la pedina da quando entra a quando se ne va, annusa le sue cose e le entra nella borsa in cerca dei suoi simili, che avverte ma non scorge.
Io Cristina, quando ce l’ho in casa, la chiamo col suo nome, Cristina.
Ma quando va via?
Voi come la chiamate?
La “signora delle pulizie”, la “donna delle pulizie”, la “donna”?
“Collaboratrice domestica” mi rifiuto perché è un sintagma ipocrita come “operatore ecologico”. E poi vuoi mettere la poesia del lemma “spazzino”.
Quando mia madre, dopo una vita di rifiuto testardo e tassativo, si vide costretta ad assumerne una, io e mio fratello la tacciammo di schiavismo e (quando non c’era) chiamavamo “schiava” la povera Sina perché la mamma si sentisse in colpa.
La mamma ci ha insegnato che alla signora che viene a pulire la casa non va fatto mai pulire il bagno.
E’ una questione di rispetto. Non si fa.
Così ora pulisco i sanitari e infilo la mano guantata nel buco del cesso per una bella passata di Cif Ammoniacal.
Ma a momenti arriva lei, la signora delle pulizie, la donna delle pulizie, la donna.
E la casa si pulirà come per magia.

E allora vorrà dire che la chiamerò “la maga”.

Il grande rientro

12 gennaio 2014

Rientrare in aula dopo due mesi di assenza e beccare, in sconcertante contemporaneità, febbrone a 39, bronchite acuta e afonia totale, è stato automatico, immediato, facilissimo.
Nonostante questo sono riuscita ad arrivare in fondo a tre giorni di dieci ore lavorative cadauno, fatti di impatto con colleghi e studenti, lezione e scrutini di un primo trimestre a me del tutto ignoto.
Si sono registrati anche momenti positivi, che tornerò a narrare a scatarrate e smoccicamenti conclusi.
Al momento mi pare più necessario capire quello che il corpo sta insistentemente tentando di dirmi.

Un referendum sulla scuola

12 gennaio 2014

Non so a voi.
A me un ministro dell’Istruzione che medita d’indire un referendum popolare per capire cosa fare con la scuola pubblica del Paese che sta rappresentando, fa impressione. Ma parecchia. E pure brutta.
Cosa deve sapere ancora il ministro Carrozza, che non sia già stato detto, scritto, singhiozzato o urlato da chi – insegnanti, studenti e dirigenti- a scuola ci va tutte le mattine?
Ma più che altro: non dovrebbe funzionare che uno diventa ministro di qualcosa di cui s’intende, su cui ha le idee abbastanza chiare e intorno a cui ha un progetto da realizzare? Oppure anch’io, che ho sempre avuto difficoltà con le tabelline del sei e dell’otto, potrei fare il ministro dell’Economia?
Davvero al ministro Carrozza sfuggono le necessità impellenti della scuola italiana?
Io non ci credo.
E’ una battuta.
E’ uno dei tanti scherzi che fanno a noi insegnanti (l’ultimo, tre giorni fa, è stato dirci che ci avrebbero tolto 150 euro al mese dai nostri maturati scatti d’anzianità) per strappare un brivido a un’esistenza ritenuta altrimenti monotona e ripetitiva (“ma tu non ti annoi a ripetere tutti gli anni le stesse cose?” mi domandano coloro a cui il ministro Carrozza vorrebbe chiedere un fondato parere sulla scuola).
C’è una cosa, tuttavia, che m’indigna più della tacita ammissione d’inadeguatezza del ministro: il fatto che, sulla scuola, tutti si sentano in diritto e in dovere di sputare sentenze. Come se a fare il dirigente di un istituto o l’insegnante di una data classe di concorso (ma dirò di più, perfino a fare lo studente stesso) fossero buoni tutti.
Non vedo mai analizzare e giudicare altre professioni coi criteri, i luoghi comuni e la faciloneria con cui viene analizzata e giudicata la mia.
Nessuno penserebbe mai di indire un referendum per chiedere agli italiani come uscire dalla crisi, come operare alla cistifellea, o come fare il parmigiano reggiano.
Perché tutti si sentono in diritto di andare a dire agli insegnanti, ai dirigenti e agli studenti come essi si devono comportare a scuola?
Perché il ministro Carrozza vuole sentire il parere di tutti?
Non gli bastano i nostri, che misurano il polso tutti i giorni alla malata più discussa d’Italia?
Se vuole farsi delle idee più chiare, perché non viene lei di persona dentro le nostre scuole?
Ecco la mia risposta al referendum, ministro: usi i soldi necessari a mettere in moto una macchina referendaria per farsi un viaggio dove noi insegniamo (o proviamo a farlo) tutte le mattine.
Varchi il portone di quegli edifici scrostati e fatiscenti, entri in classe con noi, faccia l’appello, vada a chiedere una fotocopia ai bidelli, provi a usare una Lim, prenoti un laboratorio, riceva un genitore, passi un’ora in sala professori, vada al gabinetto a fare pipì.
Alla fine del viaggio, tutto le sarà spaventosamente più chiaro.

(venerdì, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Ora scolare

6 gennaio 2014

Voi avete da combattere solo con due cambi d’ora: quella solare e quella legale. Io, a compromettermi la regolarità del sonno e l’andamento biologico dell’esistenza, ce n’ho una terza. L’ora scolare.
L’ora scolare è l’ora in cui mi sveglio (senza aver puntato la sveglia) quando vado a scuola: le 5,30 del mattino.
Che entri alla prima o alla quinta, alla terza o alla sesta, gli occhi mi si sbarrano sempre alle cinque e mezzo e mi ritrovo a fare il gufo impotente, incazzata nera con me stessa perché non dormo più neanche se mi ci metto d’impegno.
Naturalmente l’ora scolare agisce anche nel fine settimana o (come oggi, porcamaiala) nelle festività riconosciute dall’autorità ecclesiastica o statale.

Conto alla rovescia

5 gennaio 2014

E’ partito oggi un bombardamento di messaggi telefonici (“Ci siamo profe!”, “Manca poco!”, “Manca pochissimo profe!”, “E’ pronta?”, “Ma è sicuro sicuro che ritorna?”, “Profe non è che ci tira il pacco?”, “Meno due!”, “A presto!”) intenzionati con ogni probabilità a ricordarmi che domani è l’ultimo giorno della mia lunghissima (chiamiamola così) vacanza.
Uno dei più brillanti autori di suddetti messaggini scriveva spavaldo di aver preso un buon voto a storia con la supplente senza aver neanche aperto il libro. Gli ho risposto che ora, quando torno, lo cardo io.
“No. Lei quando torna mi abbraccia e mi mette subito 13″.

Ma il dramma è che c’ha ragione lui.

Un piedino a scuola

4 gennaio 2014

Ieri mattina, dopo due mesi e mezzo di assenza, ho rimesso un piedino a scuola.
L’ho fatto per riabituarmi a quegli ambienti, all’odore penetrante di pavimenti puliti con sapone dozzinale, agli spazi grandi da agorafobia. L’ho fatto per andarci piano, per procedere a gradi, per non rivedere tutto e tutti in un momento solo, martedì mattina, alle otto in punto. Per non restare travolta, sconvolta, turbata, scioccata, devastata dall’emozione che a giorni proverò.
Sapevo che non ci avrei incontrato quasi nessuno, e così è stato. Tre bidelle (le mie preferite), l’autista dell’istituto (detto Schumacher anche se ora come ora sarebbe il caso di cambiargli nome), due delle sette segretarie. E la mia amata collega di Scienze. Con lei ci avevo proprio fissato: “Alle dieci e mezzo nel parcheggio?”, “Alle dieci e mezzo nel parcheggio!”.
Alle dieci e mezzo, il parcheggio era una pozza. Pioveva, c’era una nebbiolina deprimente, il cielo appoggiato sulle spalle, il cuore che batteva all’impazzata. Un abbraccio a capelli umidi, due sorrisi a tutta bocca e la stessa frase che ne usciva fuori: che bellezza rivederti.
Nel mio cassetto, involontariamente abbandonato all’improvviso dopo appena due settimane di lezioni settembrine, ho ritrovato il mio registro. Non più mio, ma di altre due insegnanti, le supplenti prese al posto mio, quelle che per due mesi e mezzo sono state insieme ai miei ragazzi, si sono sedute alle mie cattedre, hanno messo le mani sui miei libri, hanno spiegato, scelto, interrogato al posto mio.
E ho pensato che, di nostro, sulla terra non c’è assolutamente niente.
Ho pensato che certe espressioni all’apparenza trite (“tutti sono necessari, nessuno è indispensabile” o “la salute prima di tutto”) sono vere e sacrosante.
Ho pensato che la scuola è bella, ma solo quando ci gironzolano dentro gli studenti.
Senza di loro, non restano altro che le carte.
Così, non resta che aspettare martedì.
Adesso sono pronta.

Auguri, ragazzi

3 gennaio 2014

Tra poche, pochissime ore saremo di nuovo tutti insieme, tutte le mattine di (quasi) tutti i prossimi giorni che ci separano da giugno.
In questa prospettiva, che in alcuni momenti mi appare sotto le sembianze di un evento eccitante per assumere in altri i sinistri tratti di un incubo bello e buono, vorrei farvi i miei auguri per l’anno nuovo appena iniziato.
Del resto me ne avete fatti così tanti voi, in questo periodo, e di tutti i tipi, seri e faceti, sdolcinati e impertinenti, ispirati e (aiutati, che google t’aiuta) letterari.
Qualcuno mi ha virtualmente fatta sedere perfino alla sua tavolata di San Silvestro, documentando e inviandomi scatti di ogni portata del gran cenone.
Sono quasi annegata in un flusso torrentizio di video demenziali su babbi Natale nudi, renne impazzite, improbabili gnu che simboleggiavano un maccheronico happy gnu year, e ho annaspato per stare dietro a tutti, per non bucare neanche una risposta e allinearmi di volta in volta al tono del messaggio ricevuto.
Ora tocca a me.
Per questo 2014 nuovo di zecca vi auguro di non sprecare tempo nell’amore. E siccome vedo che strabuzzate gli occhi, provo a spiegarmi meglio: quando ci s’innamora a codesta età, si rimbambisce più che a tutte le altre, e si pensa che nulla valga più di quell’amore che si sta vivendo. Mi rincresce dirvelo, ma non è vero: molte, moltissime cose della vostra vita valgono più di quell’amore, che in una elevatissima percentuale è destinato (menomale) a finire. E nessun amore ha il diritto di rubarvi il tempo da destinare a molto altro, le amicizie, gli interessi personali, la vostra crescita mentale e sentimentale.
Vi auguro poi di disconnettervi. Fatela finita di campare attaccati a quegli aggeggi illuminati, teneteli spenti, fate altro. Uscite per la strada, lasciate a casa il cellulare, incontrate persone vere. Non raccontate tutto di voi a quella scatola pettegola e chiacchierona che porta tutto in giro, che mette tutto in piazza. Siate gelosi di voi stessi.
Terzo augurio: che curiate il vostro corpo, ma che non ne diventiate schiavi. La vita sembra più facile se si è belli, ma può essere bellissima anche se si è brutti. Chi cura il corpo ossessivamente è come chi cura la macchina più dei viaggiatori che le salgono a bordo. Del corpo v’interessi soprattutto lo stato di salute. La bellezza è altrove.
Quarto augurio: che rinunciate al facile cinismo, che lasciate perdere la disillusione, che crediate ancora, a dispetto di quello che biascicano i vecchi, che qualcosa può cambiare e cambierà, e che il cambiamento parte proprio da dove torneremo martedì mattina.
Lascio il quinto ed ultimo augurio alle classi quinte: se dopo le superiori andrete all’università, spero non scegliate la facoltà che vi farà trovare più lavoro, ma quella che vi darà più appagamento finché la frequenterete.
Buon anno, ragazzi.

(oggi, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

foto(78)

Una volta uno studente mi chiese se con la stessa agenda ci facessi tutti gli anni. In effetti anche se la cambio ogni gennaio, sembra che non la cambi mai. Ma la Moleskine, se la conosci, non la puoi cambiare. Perché essa è pratica e attraente insieme, sempre avvolta nel suo vestitino nero, nella sua petite robe noir. Logica e razionale come vorrei essere anch’io, la compro per provare ogni anno a diventarlo. A sinistra la settimana spiaccicata in un’unica pagina, a destra tutto lo spazio che mi serve per scriverci o attaccarci tutto quello che mi capita e che voglio ricordare.
Di rosa gli impegni a scuola, di verde gli incontri editoriali, di giallo gli appuntamenti da non dimenticare e di celeste i cazzi miei: le cene, le uscite, il cinema, il teatro, insomma la goduria.
Quando ero ragazzina, l’abbandono dell’agenda vecchia per la nuova assomigliava a una tragedia, perché geneticamente sono nata voltata indietro. La vita, le esperienze e la formazione però mi hanno raddrizzata e insegnato a guardare avanti con la curiosità e la speranza che l’anno nuovo sia sempre migliore di quello passato.
Via allora quella Moleskine cicciona e imbottita di passato e largo a quella piatta, magra e affamata di futuro.
Buon anno a tutti voi.