“Ah, perché non è infinito come il desiderio, il potere umano?”
Sapreste voi resistere a una domanda stimolante e al contempo devastante come questa? Io no, e infatti ho ceduto: anche quest’anno ho preso i miei studenti e ce li ho portati. La tredicesima edizione dei “Colloqui fiorentini” (il grande convegno e concorso letterario pensato e organizzato da Diesse Firenze e Toscana con l’adesione del Presidente della Repubblica e la collaborazione del Ministero dell’Istruzione) è cominciata ieri mattina, proseguirà oggi e si concluderà domani, con la consueta, solenne (e divertentissima) cerimonia della premiazione. L’autore del 2014 è uno tra i più discussi e scomodi, tra i più esagerati e reboanti: Gabriele D’annunzio. Il classico tipo che o piace tantissimo, o non piace per nulla, o ti sta simpatico da morire, o gli daresti fuoco.
I Colloqui però hanno un potere infallibile e segreto: ti fanno piacere ogni autore proposto. L’anno scorso era Verga. “Che allegria!” commentarono i ragazzi appena lo vennero a sapere. Eppure poi fecero pace coi Malavoglia, divennero amici di Rosso Malpelo, solidali con Jeli il pastore e convinti sostenitori della Lupa. Quest’anno invece tocca a lui: il pennivendolo, il facitore di sogni, il vanesio, il cascamorto, lo sdolcinato. L’esteta, il vate, il seduttore, l’arrivista, l’esaltato, il guerrafondaio. Il superuomo, l’oltreuomo, il molteplice, il prisma. Il ragazzo che, non ancora diciottenne, scrisse una lettera a Carducci per dirgli “anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne”. Insomma lui. Quell’antipatico di D’annunzio.
E infatti raramente D’Annunzio, a scuola, piace. E’ troppo affamato di fama, di donne, di piacere, di successo, di poesia. E’ troppo voglioso di tutto. E’ artigiano di una lingua troppo artefatta, che è però anche così sublime, che ti muove a commozione. Ma se a scuola non piace, D’Annunzio spopola ai Colloqui. I quasi duemila studenti giunti da ogni regione d’Italia tacciono davanti ai seminari tenuti dagli ospiti (i docenti Andrea Caspani e Edoardo Rialti ieri, il professor Pietro Gibellini e il poeta Davide Rondoni oggi), prendono appunti, scattano fotografie. Pazienti e appassionati nelle ore del mattino, aspettano il pomeriggio per avere diritto alla parola, salire sul palco e dire la propria. E se ne sentono di belle (da “D’Annunzio era un pazzo” a “D’Annunzio era un debole”, da “D’Annunzio era malato nella sua morbosità” a “D’Annunzio ci prende in giro perché è tutto e il contrario di tutto”), perché al convegno letterario più famoso d’Italia tra quelli destinati alle scuole protagonisti sono tutti: scrittori, discenti e docenti. A tutti è data la parola, di tutti è ascoltata l’opinione, per tutti c’è una fetta di considerazione, a dimostrazione che dei poeti e coi poeti, nonostante sia passato tanto tempo, è ancora possibile (e bellissimo) parlare.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Mi avevano trasferito dalla mia scuola di Firenze a una scuola di Montevarchi.
E già questo costituiva un incubo di prima categoria (San Giovanni ancora ancora. Ma Montevarchi!).
Costretta a pendolare in treno, un giorno, tornando da un collegio docenti, mi rubavano la borsa preferita, il bauletto più bello del mondo, quello a cui sono più legata sia per l’indiscutibile valore estetico (domandare, per credere, alle mie alunne che se lo leticano ai cambi dell’ora), sia per il simbolo affettivo che rappresenta, perché me lo regalò lui qualche anno fa, perché mi ha accompagnata ovunque, perché lo porto d’inverno e d’estate, perché è stato testimone di mille avventure (l’ultima, quella di ieri sera: una serata a quattro dal gusto epico, vagamente mitologico, con lui, la mia cugina e suo marito).
Insomma me lo rubavano. E con lui rubavano tutto quello che c’era dentro. Ma non era il contenuto a gettarmi nel panico completo, non era l’iphone né il portafoglio e neanche i documenti, la carta di credito (agonizzante) o il bancomat (perennemente in conclamata agonia) bensì lui, proprio lui, solo lui, il mio bauletto. Uno di quegli oggetti a cui non ci si dovrebbe legare così tanto, in quanto mero oggetto, ma a cui invece io sono legata per tutti i motivi di cui sopra.
Come me ne rendevo conto, correvo dai controllori, dal capostazione, urlando come un vitello che ha capito che sta per essere sgozzato, come una pecora che ha perso il gregge e non sa più da che parte andare.
Costoro, ma solo inizialmente, credevano di placare la mia disperazione sonora con frasi fatte (e sagge) tipo “via signora, non era che un bauletto”, “meglio un bauletto che un figliolo”, meglio un bauletto che un malaccio”. Ma poi capivano. Forse che avevano a che fare con una squilibrata.
E allora fermavano il treno, bloccavano il traffico umano e dichiaravano ufficialmente aperta la caccia al ladro. Stoppavano ogni passeggero e ogni passante, lo perquisivano, frugavano tra le rotaie, negli scompartimenti, dentro ai cessi.
Io li seguivo passo passo, sempre piangendo e ripetendo che quel bauletto era per me come un anello di fidanzamento, che non potevo vivere senza di lui perché me lo aveva regalato lui, un giorno a caso, in un atto d’amore a cui davo un valore inspiegabile e profondo. E lagrimando come una piagnona siciliana pagata per fare la nenia ai funerali di paese, urlavo all’universo valdarnese il mio sconforto inserendo tra i singhiozzi frasi come ora come farò a dirlo a lui, ora come ci resterà male lui, ora come sarà deluso lui.
Ma del bauletto nessuna traccia.

Improvvisamente riavutami e svegliatami dall’infausto sogno, madida e sconvolta, dopo essermi accertata della presenza intatta del mio bauletto sulla sedia del salotto, scrivo a lui una mail per narrargli l’orribile esperienza onirica e ricevere il conforto sperato, oltre a una dichiarata presa di coscienza del bene che gli voglio.
Risposta: “Dove cazzo andavi in treno da sola? Ti sta bene.”

Vendo il Folletto

25 febbraio 2014

Bussano alla porta ed entra lui.
Era un mio studente tre anni fa, si è diplomato l’estate scorsa, ma ha lasciato il cuore a scuola e ogni tanto passa a fare un salutino.
Lo abbraccio e lo sbaciucchio.
“Allora?”
“Tutto a posto profe.”
“Che fai di bello?”
“Lavoricchio.”
“E che lavoricchio fai?”
“Vendo Folletti.”
Poiché a voce la maiuscola non si vede, chiedo lumi.
“Gnamo profe, la ummi dica che la un conosce il Folletto!”
“Ma quale, il Folletto per pulire la casa? Il Folletto vorverk, uoruerk, uorverk, insomma quello? Il sogno di ogni massaia d’Europa? Il diktat di ogni donna di casa?”
“Profe, guardi che si dice Vorwerk: è tedesco.”
“Dai! Quello?”
“Glielo giuro.”

Che io il Folletto ce l’ho anche, ma l’è vecchio più del cucco.
Sicché dichiarare sospesa la lezione e attardarmi nel chiedere prezzi aggiornati, modelli innovativi, strumenti ausiliari, pezzi di ricambio e (soprattutto) notizie più specifiche su quel miracolo d’ingegneria domestica che è il Folletto Robot, cioè la macchinina semovente che pulisce la casa al posto tuo mentre tu sei a zonzo per i fatti tuoi (il mio sogno segreto e proibito), è stato tutt’uno.

Un lunedì botticelliano

24 febbraio 2014

E insomma in classe si faceva la parafrasi di “A Zacinto” e sono venuti fuori tutti i riferimenti ai classici presenti nel sonetto, compreso il mito di Venere, nata dalla schiuma delle onde del mar Egeo, dentro quella conchigliona.
“Come poi ha magistralmente dipinto in quel quadro meraviglioso ed eterno il celeberrimo pittore…”
“…?!?!”
“Ma che, non lo sapete?!”
“Ma cosa?!”
“Chi ha dipinto La nascita di Venere!”
“Boh.”
“Ma come boh! Voi che siete nati e vivete a Firenze non sapete chi ha dipinto La nascita di Venere?!”
“No.”
“Ma come no! Voi che fate la quarta superiore!”
“Sì, ma di un professionale.”
“Ma cosa me ne frega a me se è un professionale! Questo quadro è agli Uffizi! Gli Uffizi sono a Firenze!”
“Sì, questo lo sappiamo.”
“E allora dovete sapere anche chi ha dipinto quel (stavo per dire cazzo di, ma non l’ho detto, n.d.r.) quadro!”
“O profe, via, non lo sappiamo. Ce lo dica lei.”
“Sandro Botticelli. Da cui anche l’aggettivo talora rivolto alle donne, di botticelliano.”

Uno ha detto a un altro che lui a una donna “botticelliana” non gliel’ha mai detto, semmai una botticella gliel’ha data.
E io l’ho sentito.

Al nostro Conte Max!

22 febbraio 2014

Caro zio Massimo,

ieri sera le tue ragazze sono venute a cena da me, insieme all’altra cugina del nostro quartetto.
Sono arrivate alle 9, uscendo dall’ascensore con i loro sorrisi, le loro borse griffate e i loro tacchi alti. “O che vi siete messe i trampoli per stare a cena in casa?!” ho esclamato, e sono corsa a mettermeli anch’io, sostituendo un paio di tronchetti da pantera ai mie anfibi silenziosi.
Con i nostri otto tacchi sonanti abbiamo fatto il tour dell’appartamento fermandoci in cucina per il sollevamento dei coperchi. “Ma quanta roba hai fatto?! O non s’era detto che si piluccava?”.
Sì, s’era detto. Ma io in quel lungo pomeriggio libero da impegni m’ero proprio divertita a cucinare per loro qualcosa di sfizioso, dei cornetti di pasta brisè con ripieno di carciofi da servire appena sfornati con una virgola di miele sopra, delle cupoline di cavolo verza con salame e formaggio brie, delle fettine di bresaola abbracciate a un impasto di caprino ed erba cipollina. Il primo piatto erano lasagnette verdi con asparagi, besciamella e gorgonzola. Il secondo un pollo agli aromi con olive e prugne, accompagnate a patate arrosto.
Ma prima di dare fondo a tutto questo, prima di metterci sedute, prima della prima sigaretta, prima ancora di aver appoggiato in qualche parte quello che tenevamo in mano, dal frigo ho estratto lei: la bottiglia di Ferrari che ti piaceva tanto, comprata per fare il primo di una serie di brindisi. Tutti dedicati a te. “Alla cuginanza. E al nostro al Conte Max.”
A tavola, sul divano, in terrazza e dove capitava, abbiamo parlato d’infinite cose, tutte nostre, tutte intime, tutte personali. Come si va d’intestino, se ci funziona la tiroide, quanto si tromba, come vanno i bambini a scuola, chi cucina nelle proprie case, com’è palloso fare la spesa al supermercato, com’era brutto quel fidanzatino che avevamo da ragazze, com’era bello quando eravamo bambine e c’incontravamo alle feste di famiglia e ai compleanni, come stanno le cicatrici sulla nostra pelle.
Siamo state bene. La cena era venuta buona. Abbiamo anche riso tanto.
Ma la cicatrice che ci hai lasciato dentro il cuore, zio, è così fresca e aperta che non riusciamo più ad essere felici. Possiamo essere contente, possiamo ciarlare una serata intera, calarci i jeans per mostrarci vicendevolmente la cucitura del cesareo, quella dell’ultimo intervento, la cellulite, le smagliature. Possiamo sollevarci il golf e confrontare quanto son calate le nostre poppe rispetto a qualche anno fa. Possiamo scendere dai trampoli, sfilarci le calze, e mettere accanto, in fila, i nostri piedi nudi di cui siamo sempre vergognate e che abbiamo imparato ad accettare solo una volta diventate adulte, e ridere per l’alluce largo di una, il medio a ET di un’altra, il mignolo minuscolo di un’altra, l’osso sporgente a patata di un’altra ancora. Possiamo decidere di fare la panna montata a mezzanotte, schizzare tutta la cucina di sputacchi bianchi, mangiarla usando fragole al posto di cucchiai e dire, gonfie e sazie, “oioi ora moio”. Possiamo successivamente darci un tono sorseggiando roojbos caldo in tazze a fiori rosa come dame inglesi d’altri tempi. Possiamo ridere sguaiate e telefonare all’uomo di casa buttato fuori a forza e raccontargli in due minuti le nostre quattro ore insieme.
Ma tu non ci sei più.
E questo inquina il nostro riso, depaupera la nostra allegria, compromette la nostra gioia di esserci ritrovate e di volerci tutto il bene che ci vogliamo.
Tu non ci sei più e alla fine di tante parole leggere ce ne siamo dovute dire anche qualcuna più pesante, per esempio cosa fare di tutti i tuoi vestiti ancora in fila nell’armadio, come dividerci le foto che ti ritraggono quando eri il nostro Ringo, in che modo ti sogniamo quando ti sogniamo.
Tu non ci sei più e la tua assenza feroce e irreparabile ci ricorda che nulla sarà mai più com’è stato, che quella fase della vita è ormai finita e che con lei è finito un tempo.
Il tempo dell’illusione primitiva, della speranza cieca, della felicità vera e totale.

La mia guerra

21 febbraio 2014

Nell’amicizia tra un docente e i suoi studenti non ci ho mai creduto. Credo anzi che mescolare un rapporto professionale con gli affetti personali possa confondere le idee e compromettere i risultati finali. Credo che un insegnante debba stare al proprio posto e trovare il modo di confinare i propri alunni al loro, mettendo distanze, piantando paletti, erigendo (nei casi più chiassosi) barricate. Credo fermamente in tutto questo. Ma (ahimé) solo su un piano teorico. Nella pratica, temo di essere una frana. Me ne sto rendendo conto da quattro anni a questa parte, tempo nel quale -avuto il trasferimento nell’attuale scuola- ho messo radici logistiche e soprattutto relazionali su cui inizio a interrogarmi. Avere il ruolo e rimanere nella stessa scuola a lungo ha innegabili vantaggi: il lavoro iniziato non resta mozzato a metà ma gode di quella che in gergo viene definita “continuità didattica” e che è certamente una cosa buona. Quello che hai fatto in prima lo vedi fiorire in seconda, fruttare in terza, esplodere in quarta, completarsi in quinta. Ma c’è un però. Il però riguarda il rapporto interpersonale che, in tutto questo tempo, nasce e si sviluppa con loro, i diretti interessati: gli studenti. Il primo anno ti vedono come qualcuno di inavvicinabile e ti rispettano come un presidente della repubblica, il secondo ti si accostano e ti vedono più come un ministro, il terzo ti affiancano (o si sentono ministri pure loro oppure sei tu che sei retrocesso a consigliere), il quarto ti appoggiano un braccio sulla spalla (sei diventato un segretario comunale come tanti?), il quinto corri il rischio di rimediare qualche scappellotto (fanno ufficialmente parte dell’opposizione). Naturalmente, scherzando, esagero. Però il problema me lo pongo davvero, perché vedo che più l’affetto si consolida, meno studiano. Ci siamo mandati tanti messaggini, ci siamo telefonati tante volte, abbiamo addirittura consumato qualche merenda insieme. E nel nome di questa insolita amicizia pensano di poter fare un po’ come gli pare. Si giustificano. Si assentano. Boicottano. Ammutinano. Così, da amici. E allora? Allora ci vuole una bella sparruccata data bene. “Noi non siamo amici! –ho urlato (forse teatrale, ma di un certo effetto) la settimana scorsa alla fine di un’interrogazione a tappeto risoltasi in una strage di massa- Io sono la professoressa! E voi siete gli studenti! Amici (semmai) lo saremo dopo l’esame. Ma fino a quel giorno io sto di qua e voi state di là! E poiché vi voglio bene, e ve ne voglio parecchio, ho deciso: da oggi vi farò la guerra! Una guerra spietata e incessante, contemporaneamente lampo e di logoramento!”.
Quella mattina sono tornata a casa con una cefalea fulminante. Da quel giorno mi detestano.
Vedessi però che bei votini mettono in saccoccia.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

In palestra

20 febbraio 2014

L’abitante del castello, con i suoi 117 chili all’attivo, è innegabilmente sovrappeso.
“Ma scusami, in quel popò di casa hai anche una superpalestra professionalissima e iperaccessoriata tutta tua: perché non la usi?”
“O PROFE, PERCHE’ UNN’HO VOGLIA. DA SOLO UMMI CI DIVERTO. MI FO DUPALLE COSI’.”
“Però ti farebbe molto bene: smaltiresti un po’ di chili e acquisteresti un minimo di elasticità muscolare: guarda qua come tu sei legato!”
“VIA PROFE, LA UMM’OFFENDA.”
“Non ti voglio offendere, solo spronare.”
“ALLORA LA MI SPRONI IN QUESTO MODO, C’HO UN’IDEA: LA VENGA LEI A FARE GINNASTICA NELLA MI’ PALESTRA! SE LA VIENE LEI, LA FO ANCH’IO.”
“Non ci penso nemm…”
“ORA LO CHIEDO ALLA MI’ MAMMA.”
“No! Ma che mamma! Sta’ zitt…”
“MAMMA! O MAMMA! C’E’ LA PROFE D’ITALIANO AI’ TELEFONO! LA VOLE VENIRE A FA’ GINNASTICA IN PALESTRA LA PROSSIMA SETTIMANA! VA BENE MAMMA?”
“Ma no, che dici, non è v…”
“TRANQUILLA PROFE. HA DETTO CHE VA BENE. ANZI. BENISSIMO. L’ASPETTO GIOVEDI’. LA VENGA IN TUTA PERO’.”

Ma perché non penso a insegnare italiano e storia (e a farmi i cazzi miei), mi domando.

Perché non esci?

20 febbraio 2014

“Stasera che fai?”
“Chi, io? Nulla di speciale.”
“Perché non esci?”
“Perché ho due pacchi di verifiche da correggere e l’è un’umidata pazzesca.”
“Però non fa per nulla freddo.”
“Mah, veramente sono 7 gradi.”
“Però non piove più.”
“E poi sono anche un po’ stanchina.”
“Uscire però ti farebbe bene.”
“A cosa?”
“Al recupero delle tue energie primordiali.”
“Dove dovrei andare?”
“Non so, in quei posti tristi dove vai sempre te: la presentazione di un libro, un convegno, in libreria, in biblioteca. Perché non vai alle Oblate?”
“Perché oggi alle Oblate non c’è nulla di papabile.”
“Vai a prendere un aperitivo al bar sull’altana.”
“Ma con chi?”
“Con un’amica. La tua amica del cuore per esempio. Che fa stasera la tua amica del cuore?”
“Si fa i fatti suoi proprio come me.”
“O perché non uscite insieme?”
“Perché ci fa freddo e perché non se n’ha voglia. Ma che vuoi?”
“Dico per dire. Hai visto come si sono allungate le giornate?”
“Sì l’ho visto. Ma siccome è nuvolo, fa buio presto uguale.”
“Sì, però meno presto di prima.”
“E quindi?”
“E quindi fossi in te uscirei.”
“Puoi uscire anche se non sei in me.”
“Potessi…”
“E perché non puoi?”
“Perché vengono gli amici a cena, a guardare la partita (VIOLA ALE’ VIOLA ALE’ VIOLA ALE’) e a fare un po’ di sudicio.”
(cambia stanza ridacchiando)

Ma più che altro crede d’essere simpatico.

Il latinista

19 febbraio 2014

Sms lui: “Profe, ho letto il blog: col mio alte rego mi ha reso famoso! Via, la saluto: finisco di imparare a memoria il sonetto di Foscolo per domani così poi vado in palestra.”
Sms io: “Bravo! Mens sana in corpore sano.”
Sms lui: “Un c’ho capito nulla ma va bene.”

Come si scrive

19 febbraio 2014

Verifica in classe di Italiano.

“Profe scusi. Sto parlando di Foscolo e di Jacopo Ortis. Ma alter ego come si scrive, tuttattaccato o staccato?”
“Staccato.”

E infatti: alte rego.