Ma che domenica bestiale

17 febbraio 2014

Il castello era veramente un castello.
Il pranzo abbondante e allegro come lo desideravamo.
I dieci pitbull erano davvero buoni docili e giocherelloni come ce li avevano descritti.
I tre cavalli (uno dei quali salvato dai maltrattamenti e adottato tramite Striscia la notizia) enormi ma incredibilmente pazienti.
La sua famiglia è abbiente quanto accogliente e generosa.
Lui era felice come non lo avevamo visto mai.
Noi felici come lui, se non di più.

La nostra domenica al castello è stata inenarrabile.
Siamo tornati a casa distrutti, sudici come baston da pollai, ebbri di gioia.

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Il male che seduce

16 febbraio 2014

Altro che là ci darem la mano, là mi dirai di sì. Altro che madamina, il catalogo è questo.
Il “Don Giovanni” di Filippo Timi (alla Pergola fino a oggi) è un budello che si torce, un cazzotto nello stomaco, un dito nell’occhio.
E’ un grido nel silenzio sbigottito del teatro, un cazzo urlato mille volte di seguito da una donna in abito rosso, un Cristo in sedia a rotelle con una flebo al braccio destro e una a quello sinistro. E’ uno stupro, mille violenze, è sesso senza respiro e senza misura. Sono uomini nudi con l’uccello all’aria, simulazioni di scopate e d’inculate, masturbazioni e pompini.
Il “Don Giovanni” di Filippo Timi è maestoso e puro, nella sua volgarità studiata e intenzionale.
E non c’è una papera sulla bocca di questo attore balbuziente (oltre che ipovedente), che quando lo intervistano s’infrena sempre nelle consonanti dispettose e dice di aver messo in scena un “d-d-d-don G-g-g-giovanni fa-fa-fa-fastidioso ma che st-st-strappa am-am-am-ore”. Non c’è uno sbafo, un errorino, una sbavatura. E’ tutto tempismo perfetto e armonia, è tutto incastri e ritmi.
Abili e credibili i suoi compagni di scena (buchissimi il servo francese e Masetto, bellissime tutte le donne, Anna, Elvira e -una spanna ancor più sopra- Zerlina, buffissimo il Commendatore con la voce falsata da una macchinetta acustica).
Ma lui, Filippo Timi, un vero Don Giovanni che seduce e ti rimanda a casa scombussolata e vogliosa, turbata e profondamente divertita.
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Testimonianze

14 febbraio 2014

Pubblico anche qui, per condividerlo coi lettori del blog, il pezzo commissionatomi dal direttore della rivista culturale fondata da Ernesto Balducci “Testimonianze”, che dedica questo numero al tema “Avere vent’anni oggi”.

INVECCHIARE
PARLANDO DI GIOVENTU’

Gli studenti passano, l’insegnante resta
Quando le ho detto che dovevo scrivere un articolo sul tema “avere vent’anni, oggi”, un’amica burlona ha esclamato: “E cosa ne sai tu, che ne hai quasi cinquanta?!”. Ha ragione: quarantasette, per la precisione. Però ho un’attenuante: faccio l’insegnante. E proprio da vent’anni, tutte le mattine, trascorro il mio tempo lavorativo in mezzo agli studenti delle scuole superiori, che prendo quando sono ancora ragazzini e lascio dopo un quinquennio, quando sono quasi adulti. Quando varcano, appunto, la soglia dei vent’anni.
Con tutto il male che ormai è abitudine dirne, la scuola rimane comunque il miglior osservatorio del mondo giovanile. Infamatela, sminuitela, criticatela, svalutatela pure. Ma se avrete la ventura di entrarci dentro, la scuola vi fulminerà. Perché in quelle aule non sempre aulenti, lungo quei corridoi infiniti, dentro quei laboratori surriscaldati e in quei cortili un po’ cialtroni spontaneamente ci s’illude che la vita resti ferma, che il tempo non scorra. Chi passa di lì ha sempre la stessa età. Per una innocua forma di astigmatismo cronologico, a volte ai professori si annebbiano le idee: si convincono che il tempo passi per tutti, tranne che per loro. Del resto vanno anche capiti: trascorrono le giornate a parlare di giovinezza e incertezza, ardore e amore, sogni e bisogni. Specialmente se (come me) insegnano materie letterarie, dedicano ore e ore all’ascolto di confidenze orali e alla lettura di elaborati scritti inevitabilmente legati al tema di un’età che è sempre la stessa, che non varia mai. I professori, insomma, invecchiano parlando di gioventù.
A volte, ad acuire questa tendenza già di suo perniciosa, ci si mette anche il Ministero: due estati fa, tra le tracce dell’esame di Stato, troneggiava una citazione del filosofo francese Paul Nizan: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Mentre effettuavo la mia severa vigilanza passeggiando tra i banchi dei candidati, ricordo che mi pizzicavano le mani dalla voglia di afferrare un foglio protocollo e svolgere anch’io quel tema. Perché parlare dei vent’anni affascina, ipnotizza. Inretisce. Parliamone, allora.

La pratica del vilipendio facile
Però lo dico subito: se c’è una pratica che detesto è quella di dire che una volta tutto era migliore: il clima, il cibo, i valori, la società, la scuola. E naturalmente i giovani, che di questa catena rappresentano l’anello finale. E’ un atteggiamento predicatorio, lagnoso e castrante che non fa per nulla bene a quelli che sono l’oggetto di analisi spesso ottuse e superficiali ma, anzi, li pone in uno stato di confronto suggestionato e subordinato dal quale sanno già di uscire sconfitti. E’ troppo facile dire che i vent’anni della propria generazione sono stati migliori di quelli delle altre, specialmente di quelle successive. Con le generazioni precedenti nessuno osa neanche provarci perché tutti i giovani crescono con l’avvilente certezza di essere più sfortunati e meno capaci dei giovani venuti prima: del resto hanno intorno folle di adulti a ricordarglielo e a farli sentire delle nullità. Io sono nata nel 1966 e vent’anni li ho avuti negli anni Ottanta: che vergogna mi hanno fatto provare quelli più grandi di me. Dicevano che la musica di valore era finita, che i cantautori di concetto avevano lasciato il posto ai Duran e agli Spandau; che la narrativa si era fatta superficiale e volgarotta; che i valori si erano annacquati; che la coscienza politica era sfumata. Sono cresciuta sentendomi inetta e reietta salvo poi, vent’anni dopo, leggere lodi sperticate sulla musica, la cultura e la società di quegli stessi anni Ottanta ai miei tempi tanto denigrati.
Così, una volta diventata professoressa e iniziata la mia quotidiana frequentazione dei quasi ventenni, giurai a me stessa che mai sarei caduta nella trappola del vilipendio facile, ma che, al contrario, avrei durato la mia buona fatica per cogliere nei giovani che frequentavo tutti i giorni gli aspetti migliori. E che, davanti a chiassosi difetti e limiti palesi, avrei provato a non fermarmi alla critica gratuita ma a risalire alle loro cause.
Dei ventenni di oggi si dice parecchio male: bisognerebbe andare in giro con gli occhi chiusi e le orecchie tappate per non rendersene conto. Piovono su di loro critiche da ogni fronte. Sono materia di argomentati pamphlet scientifico-sociologici e oggetto di spicciola conversazione pressappochista e popolare. Su di me, solo per questo, muovono una gran tenerezza e suscitano una sincera empatia.

I colpi mortali dell’aggettivazione
Li si accusa, per esempio, di essere edonisti, di mettere l’aspetto esteriore e la ricerca ossessiva del bello al centro della propria vita, di ridurre l’impatto di se stessi sul mondo a una mera impressione fisica. Li si rimprovera di essere materialisti, di mirare al denaro, di ambire al possesso sfrenato di oggetti marcati e costosi. Li compatiamo (ma anche nella compassione mescoliamo una punta d’accusa velata) per la loro solitudine: per forza sono soli, ci diciamo, consumano i loro giorni davanti allo schermo di un computer e non parlano ormai se non via messaggino, Whatsapp al posto di un oratorio parrocchiale, Facebook al posto di una casa del popolo, Twitter al posto di un circolino culturale.
A volte la critica è addirittura contraddittoria: i ventenni d’oggi sono competitivi, ma sono anche arrendevoli; sono arroganti, ma sono anche fragilissimi; sono iperattivi, ma anche fannulloni.
E poi la lista nera dei “non”. Non leggono. Non sanno mettere due parole in croce quando parlano. Non parliamo poi di quando scrivono. Non conoscono se stessi perché non si studiano e non si analizzano abbastanza. Non accettano le regole. Non hanno il senso della responsabilità.
E infine i colpi mortali dell’aggettivazione: sono cinici, disimpegnati, corruttibili, disonesti.
Mi fermo qui, perché mi è già salito addosso quel malessere sordo che sempre mi prende quando leggo e ascolto queste frasi cucite addosso a una massa informe di giovani e poi, la mattina dopo, entro in classe e vedo che quella massa improvvisamente non è più informe, ma ha visi, espressioni, occhi e sorrisi unici, inconfondibili e profondamente differenti. Sono “i giovani”, ma hanno un nome, una storia, una famiglia, un passato, un destino. Sono “i ventenni” e possono non piacerci, ma non ci può bastare chiuderla qui. Chiuderla qui sarebbe troppo facile, sarebbe troppo comodo.
Facciamo che sia vero: facciamo che essere ventenni oggi significhi essere edonisti, materialisti, profondamente soli e prigionieri di un mondo virtuale creato da quel terremoto sociale che è Internet. Facciamo che significhi essere competitivi e arrendevoli, arroganti e fragili, incapaci di comunicare, ignoranti di se stessi, sregolati e irresponsabili.
Non vi viene, subito dopo, sulla bocca una parola? A me viene questa: perché?
Qualcuno ha definito quella in cui viviamo “l’epoca delle passioni tristi”, il momento storico in cui il futuro non è più una promessa, ma una minaccia, la fase in cui i giovani vivono una sorta di analfabetismo emotivo, attuano la pubblicizzazione dell’intimità, subiscono la seduzione della droga, praticano il gesto estremo, naufragano nell’insensatezza nichilista.

Conta più l’esempio delle parole
Questa è l’epoca in cui gli adulti parcheggiano i loro macchinoni in doppia fila mentre hanno a bordo dei bambini, a cui mettono addosso abiti di marca già a sei anni ma a cui scordano di dedicare tempo per la lettura di buoni libri o per l’ascolto dei eterni turbamenti. E’ l’epoca in cui i genitori ridono della scuola e quando vanno dagli insegnanti lo fanno per litigarci e non per trovare un’intesa con loro, preziosa per l’educazione dei loro figli. E’ il tempo in cui si preferisce regalare che insegnare a conquistare, fregare piuttosto che aiutare. E’ il periodo storico in cui il disonesto viene applaudito e chiamato furbo e all’onesto viene riservato un epiteto che non è il caso di riportare in questa sede. E’ l’epoca in cui la politica ha perso il senso della grazia, dell’eleganza, del rispetto, perfino del pudore, e fa credere a chi la elegge che così è, e mai cambierà. E’ l’epoca in cui si consuma, s’insudicia e s’inquina come se i nostri figli non dovessero mai generare altri figli con il sacro diritto di ereditare una terra migliore di come l’abbiamo trovata noi.
Eccoli qua, alcuni perché.
In questo quadro, io non riesco, non posso e non voglio riempirmi la bocca di frasi offensive semplicistiche e sommarie nei confronti dei nostri ventenni. Dirò di più: visti gli esempi da cui sono circondati, questi ventenni non mi paiono neanche tanto male. Frequentati quotidianamente, guardati in faccia con attenzione e ascoltati con interesse vero, essi permettono che si scoprano in loro aspetti convincenti, quando non addirittura commoventi. Se si parla loro con passione di un libro, non vedono l’ora di iniziarlo. Se si contestualizzano autori apparentemente datati, non tardano ad apprezzarne le parole. Se si motivano allo studio per scopi non solo professionali ma prima di tutto legati al piacere personale, imparano a memoria calendari e formulari senza protestare. Se gli si fa capire che la Rete ci deve supportare ma non ci deve avviluppare, ci ascoltano. Se si spiega loro il senso profondo della difesa ambientale, all’intervallo successivo dividono la carta dalla plastica e forse esportano anche a casa il nostro insegnamento.
Se poi parliamo con l’esempio, più che con la parola, allora sì che ci vengono dietro volentieri. Perché non hanno niente di meno, in dotazione, rispetto a tutti gli altri ventenni di tutte le altre generazioni. Non hanno carenze emotive se non quelle a cui non sono stati educati. Non hanno difetti di fabbricazione. Sono, in potenza, uguali a ogni altro coetaneo di ogni altra epoca: assorbenti, duttili, educabili. Laddove non funzionano, la colpa è solo nostra.

Volley

13 febbraio 2014

“Pronto.”
“PROFE!”
“Madonnina… Cosa c’è?”
“SENTA. LEI CHE CE L’HA UN PALLONE DA PALLAVOLO?”
“No.”
“AH. PECCATO. PERCHE’ IO DAL MI’ BABBO MI SO’ FATTO COMPRARE E SISTEMARE UNA RETE REGOLAMENTARE.”
“Per fare?”
“MA COME! PER GIOCARE DOMENICA TUTTI INSIEME! PRIMA SI MANGIA, DOPO PRANZO CI SI BALOCCA UN PO’ COI CANI, POI SI VA A MONTARE I CAVALLI. E TRA UNA COSA E UN’ALTRA SI RIZZA ANCHE UN TORNEINO!”

Verrà mai lunedì?

300 chili

13 febbraio 2014

“Pronto.”
“PROFE!”
“Oioi. Ancora tu! Dimmi.”
“SENTA. ALLORA MI SO’ INFORMATO. LA CAVALLA BIONDA POLE REGGERE FINO A 300 CHILI.”
“E allora?”
“ALLORA CI SI POLE STARE IN DUE. DOMENICA LA SI MONTA INSIEME. LEI LA FO STARE DAVANTI, COSI’ GUIDA LEI.”
“Ma che sei pazzo, io il cavallo non lo so mica guidare.”
“MA COME PROFE! LA M’AVEVA DETTO CHE LA SAPEVA MONTARE A PELO E CHE LA CI SAPEVA STARE ANCHE IN PIEDI SULLA GROPPA. ALLORA LA M’HA PRESO IN GIRO! L’E’ UNA BURLONA! COMUNQUE HA CAPITO? DOMENICA CI SI MONTA IN DUE, IO E LEI. INSIEME.”
“Te tu hai perso il capo. Povera cavalla.”
“MACCHE’ POVERA, LE DICO CHE QUELLA REGGE FINO A 300 CHILI!”
“250 tu sei te da solo. Quindi io non ci rientro.”
“VIA, LA UNNE SCHERZI. IO NE PESO SOLO 117. LEI?”
“Io 58.”
“ALLORA PERFETTO. CI SI STA.”

Questa domenica, che si avvicina a gran falcate, si profila sempre più impegnativa.

No tu no

12 febbraio 2014

“Allora vengo anch’io!”
“No, tu non vieni.”
“Ma come!”
“Ti dico di no.”
“Ma perché?”
“Perché no.”
“Perché no non si dice neanche ai bambini, non è una risposta. Dimmi perché.”
“Perché non mi sembra il caso e non mi va.”
“Cosa non ti va?”
“Portarti a casa sua.”
“Ma è stato lui a dirti di invitarmi!”
“Sì, ma io non voglio.”
“Cosa non vuoi?”
“Mescolare il lavoro con la vita privata.”
“Ma non vai mica a lavorare: tu vai a mangiare con diciassette adolescenti, a giocare con dieci cani e a montare tre cavalli!”

Imperversa in casa un’accesissima diatriba sul fantastico programma previsto per domenica al castello del mio alunno.
Così fantastico da suscitare una gelosia irata indomabile e irragionevole nel mio coinquilino decennale.
Che (checché ne dica) sarà comunque abbandonato al suo solitario destino casalingo, mentre io monterò il cavallo nero (“O PROFE, LA STIA BONINA, LA SI LASCI CONSIGLIARE: PER LEI L’E’ MEGLIO QUELLO BIONDO, L’E’ PIU’ BASSO, SENNO’ MAGARI LA MI CASCA DI SOTTO E LA MI BATTE UNA BOCCATA PETTERRA”).
Rigorosamente a pelo.
Come Anita Garibaldi.

In avanscoperta

12 febbraio 2014

Lui è un fuoriclasse e un fuorimisura. In tutti i sensi.
Straripante e debordante, ingombrante ed esagerato, in tutto.
S’incastra a malapena nel banchino, troppo ino per le sue dimensioni.
Sopporta a fatica le lezioni, troppo oni per i suoi gusti.
E in cinque anni di scuola superiore ha cambiato più volte classe, sezione, insegnanti, gruppo di compagni.
Poiché gli adolescenti sono spietati, gli hanno sempre detto in faccia quello che pensavano: falla finita, stai un po’ zitto, vai più in là, ci hai rotto i coglioni.
Finì nella classe dov’è adesso l’anno scorso, e all’inizio non ricevette quella che si chiama un’accoglienza calorosa.
I primi mesi era tutto un discutere, un mediare, un esortare, un incoraggiare, uno smussare.
Poi cominciò uno: a cambiare approccio e a mutare linguaggio.
Lo accolse al banco attaccato al suo, lo guardò con occhi nuovi, gli dette un po’ di quella relazione che il soggetto in questione (un soggetto in tutti i sensi) non aveva mai ricevuto dai coetanei.
Il virus positivo si diffuse piano piano al resto della classe e a primavera tutto era già così diverso, che lui (il soggetto in questione) chiese e ottenne dai propri genitori il permesso di invitare la classe, compagni e professori, ai festeggiamenti per il diciottesimo compleanno.
Ci ritrovammo di gran banda seduti ai tavoli di un ristorante della piana di Sesto Fiorentino, mescolati ai suoi familiari e agli amici dei suoi genitori, compresa la nonna di Bocelli, quel Bocelli, con te partirò eccetera.
Passammo una serata inedita inusitata insolita e inaspettata, che la fascia femminile del gruppo scolare ravvivò al microfono del karaoke con acuti cori steccati e che il Gruppo Marocco come lo chiamo io (cioè le quattro strepitose ragazze marocchine presenti in quella classe) animarono a suon di vigorosi colpi d’anca e rotazioni del punto vita con balletti importati dalla madrepatria.
Al festeggiato regalammo (con una maxi-colletta che ci costrinse a raspolare in fondo ai borsellini) un portafoglio stragriffato originale, perché lui è vistoso ed eccessivo anche nei dettagli dell’abbigliamento, extralarge nella taglia ma sciantosi nell’estetica.

Da quella serata è passato quasi un anno e il ricordo di ciò che è stato evidentemente (e giustamente) a lui non basta più.
Rassicurato e gratificato del fatto che più nessuno in quella classe gli dice falla finita, stai un po’ zitto, vai più in là, ci hai rotto i coglioni, si è piccato su una nuova scommessa: riuscire a portarci tutti a pranzo a casa sua.
Il che significa spalancare per noi le porte di un castello.
Perché è esattamente lì che lui vive: un castello.
Con un parco e una piscina, una folta servitù e un maggiordomo, dieci cani (tutti pitbull e tutti liberi per le millemila stanze) e tre cavalli alloggiati in un ampio maneggio privato attiguo al castello.
“PROFE, (la voce del mio alunno sarà riprodotta per mezzo di caratteri maiuscoli al fine di farne intuire la potenza sonora, n.d.r.) I’ PRANZO ALLORA L’E’ DOMENICA QUESTA.”
“Bene, mi fa tanto piacere per te e per tutti i tuoi compagni.”
“MA ICCHE’ LA DICE, GUARDI CHE LA DE’E VENIRE ANCHE LEI!”
“Ti ringrazio, ma non penso di poter venire.”
“NO! PROFE! COME!”
“Lasciamici pensare un po’.”
“VIA PROFE, LA UMMI FACCIA CODESTO SGARBO!”
“Ci penso e ti faccio sapere, ok?”
“PROFE SE LA ‘UN VIENE LA M’OFFENDE!”
“Ma sinceramente io la domenica la passo col mio fidanzato…”
“MA INFATTI! LA DE’E PORTARE ANCHE LUI! PROFE LA LO PORTI MI RACCOMANDO! LA MI FACCIA QUESTO REGALO! SI MANGIA TUTTI INSIEME, SI GIOCA CO’ CANI, E POI SI MONTA TUTTI A CAVALLO! PROFE, GLI GARBANO I CAVALLI A LEI?”
“A me tantissimo.”
“MA CHE SA MONTARE?”
“Naturalmente.”
“MA COME LA MONTA, CON LA SELLA O A PELO?”
“A pelo, come Anita Garibaldi.”
“E ALLORA PROFE VIA, LA DE’E VENIRE, LA UN POLE MANCARE, LA UMMI DIA QUESTO DISPIACERE, LA UMMI FACCIA QUESTO SPREGIO!”

Per avere le idee uno zinzolino più chiare, abbiamo mandato in avanscoperta una del Gruppo Marocco (ragazza adorabile, pacata, affidabile, seria ma più che altro coraggiosa), che dopo sei ore di scuola ha trascorso un intero pomeriggio al castello, tra cani, cavalli, cameriere e maggiordomi.
“Allora?????” le abbiamo chiesto la mattina dopo.

Allora.
Al castello ci vuole la bussola per orientarsi ed evitare lo smarrimento sempiterno per le millemila stanze (ciascuna delle quali dotata di bagno con vasca e doccia).
Il nostro compagno non dispone di una cameretta come noi comuni mortali, ma di un quartiere privato, e ha una stanza solo per gli armadi (il mio sogno da una vita).
I padroni di casa (babbo, mamma, nonno e nonna) sono tutti meravigliosi (ma questo lo sapevamo già).
I dieci pitbull sono tutti liberi, ma anche tutti incredibilmente mansueti e affabili.
I tre cavalli sono enormi, uno bianco, uno nero e un altro biondo.

Domenica tutti al castello.

La citazione

10 febbraio 2014

Sempre in quarta, sempre a Foscolo.
E, come ogni volta, mi piace cominciare la lettura dei testi con l’autoritratto in versi che il poeta scrisse, dipingendo se stesso prima nell’aspetto fisico e poi nei tratti psicologici.
Il sonetto “Solcata ho fronte”, oltretutto, consente anche un bel ripassone di grammatica perché abbonda di aggettivi qualificativi su cui si può giocare cercando sinonimi e contrari e arricchendo così un vocabolario spesso stitico.
Solcata, incavati, intenti, fulvo, emunte, ardito, tumido, acceso, tersi, chino, largo, giuste, ratti, umano, leale, prodigo schietto, avverso, prode, mesto: un tripudio di qualità da commentare e su cui ragionare tutti insieme.

“E secondo voi cosa significa vestir semplice eletto e, più sotto, sobrio?”
“Che Foscolo non si vestiva in modo eccentrico.”
“Che non si metteva mai nulla di vistoso.”
“Che non gli piaceva essere notato.”
“Che aveva un look semplice.”

Poi, a un tratto, dal fondo, l’intervento che fa la differenza, l’apporto che conferisce la svolta.
“Praticamente come Albachiara: ti vesti svogliatamente non metti mai niente che possa attirar l’attenzione, un particolare solo per farti guardare.”

Li ho educati così bene che a volte mi fanno anche paura.

Compleanni e sfide

7 febbraio 2014

Il 7 febbraio (oggi) è il compleanno di Vasco Rossi.
Questo fatto, quindici anni fa, mi permise di memorizzare alla perfezione anche il genetliaco di uno studente che avevo a Bergamo, un peperino alto un metro e un cazzo ma pieno di vitalità, ardire e faccia tosta.
Il primo giorno in cui entrai nella sua classe nei panni di supplente a tempo determinato, Luca mi scrutò da capo a piedi con fare diffidente e disse: “Mi auguro che lei sia in grado di prepararci bene alla maturità”.
La presi come una sfida e gli dichiarai guerra culturale.
A distanza di tanto tempo, ancora lui si ricorda il mio compleanno e io mi ricordo il suo, che viene esattamente sei giorni dopo il mio.
Ancora ci scriviamo gli auguri.
Ancora ci dichiariamo stima, affetto e attaccamento.
Ancora ci dimostriamo che certi incontri della vita sono indimenticabili.

Purtroppo, per questioni anagrafico-geografiche (siamo cresciuti e viviamo lontani) non ci sfidiamo più.
Io però, se lo dovessi rivedere, non esiterei a dargli una pappina tra cap’e collo.
Solo che lui (ormai marito e due volte padre) di sicuro me la renderebbe.

Forca libera

7 febbraio 2014

Sto per scrivere una cosa impopolare.
Già annunciarlo mi fa sentire meglio.
La cosa riguarda il registro elettronico.
Ed è che non mi piace per nulla.
Nella scuola dove insegno non è ancora stato introdotto: con ogni probabilità sarà operativo dal prossimo settembre.
Ma non è in relazione a me o alla categoria a cui appartengo che il trabiccolo non mi convince: dei controlli che grazie ad esso possono effettuarsi sugli insegnanti non me ne importa nulla (anzi, ben vengano, così sarà palese chi rispetta gli orari di lezione e chi con la puntualità ha un rapporto irrisolto).
Il discorso riguarda gli studenti e i loro genitori.
Il registro elettronico permette alle famiglie di controllare a distanza e in ogni momento i movimenti scolastici dei figli, se arrivano in ritardo, se non arrivano proprio, se prendono buoni o cattivi voti, se incassano note disciplinari. Questo solleva i genitori dalla necessità di recarsi fisicamente a scuola per informarsi circa l’andamento didattico e il comportamento della propria prole. Il che è un vantaggio, visti i permessi lavorativi necessari per andare a scuola in orario mattutino. Ma è anche uno svantaggio perché il confronto umano (irrinunciabile quando l’oggetto del disquisire è in età adolescenziale) va a farsi benedire.
Eppure non è questo a darmi tanta noia.
Mi metto nei panni degli studenti e sento che, al posto loro, il registro elettronico sarebbe castrante a livello di crescita, di maturazione e di acquisizione della consapevolezza e del senso di responsabilità. Mi spiego meglio.
Da ragazza non ero una forcaiola conclamata. Affatto. Ma non ero neanche esente dall’assenza strategica occasionale. Giunsero anche per me quelle mattine in cui, poco preparata, indisposta mentalmente, distratta da un amore travolgente o bucolicamente attratta dal giardino di Boboli, scelsi con razionale intenzionalità di barattare una disciplinata giornata di scuola con una carbonara giornata di libertà. Nel momento in cui commettevo l’atto impuro, però, ero già perfettamente consapevole di quello che mi sarebbe toccato nei giorni a venire: custodire il segreto dell’opera compiuta, vigilare sull’incapacità genetica di tenere finanche il semolino, porre immediato rimedio al malfatto, correre a subitanei ripari, rimettermi in pari con l’interrogazione scansata, con le spiegazioni perdute, coi programmi disattesi. Insomma: crescere. Perché la marachella adolescenziale fa parte della crescita e comporta conseguenze che necessitano di atti decisi e controllati, padronanza di sé e autocontrollo, rischi e conseguenze.
Il registro elettronico denuncia in tempo reale l’errore di un giorno che lo studente ha il dovere (ma anche il diritto) di rimediare il giorno dopo.
Il registro elettronico annienta il gioco della vita.
Il registro elettronico è un crimine contro l’umanità in formazione.
Scherzo. (Ma anche no.)

(oggi sulle pagine fioretine del Corriere della Sera)