Ora legale

31 marzo 2014

Spalanco gli occhi in una camera invasa dalla luce del mattino.
Sarebbero le sei.
Ma sono le sette.
Stramaledicendomi mi butto giù dal letto.
Colazione, doccia, vestizione.
E, insieme a tutte queste cose, una telefonata a scuola.
“L’ora legale, perdonatemi, faccio prima possibile, sarei in quarta, mandate qualcuno, chiedo scusa, corro, scappo, arrivo, ma non prima della seconda ora!”
Faccio tutto senza respirare, ho l’affanno, l’ansia, il rimorso, l’agitazione.

Ma già in auto sorrido a e di me stessa.
A metà strada mi sono ampiamente perdonata: sono cose che accadono ai vivi.
Al cancello della scuola mi sto addirittura simpatica.
Sono così fallibile, così maldestra.
Così straordinariamente umana.

Loro invece sono incazzati neri.
Hanno passato il fine settimana a studiare Storia per una verifica rimandata a giovedì.

Lui e lei

29 marzo 2014

A volte certi incontri ti piovono sulla testa all’improvviso, calati dall’alto senza che tu li abbia richiesti, senza che tu ne sappia nulla. Allora un po’ ti scoccia interrompere quella lezione programmata (all’ego straripante degli insegnanti le proprie lezioni sembrano sempre irrinunciabili), spostarti con la classe, andare in aula magna per unirti ad altre e ascoltare passiva ciò che dice qualcun altro. A volte però ciò che dice qualcun altro è molto più interessante di quello che avevi in programma di dire tu.
Per ieri avevo pianificato uno speciale sui Promessi sposi da rifilare in quarta. E invece mi sono ritrovata ad ascoltare lui e lei. Lui israeliano, lei palestinese. Entrambi a Firenze per qualche giorno. Entrambi nella scuola dove insegno, per un’ora, un’ora sola. Un’ora imbastita nell’ultimo momento utile per acciuffare questi due e farli venire a parlare a degli adolescenti che studiano discipline economiche ma che non sanno (almeno fino a quando non arrivano in quinta a studiare la storia del Novecento) che a tre ore di aereo da casa nostra ci sono due popoli che si contendono una terra delle dimensioni dell’Emilia Romagna, che vivono gomito a gomito ma ben separati da un muro, che vengono educati all’odio reciproco e che in una vita non s’incontrano mai.
Susan e Daniel invece non solo si sono incontrati (proprio qui, in Italia), ma si sono anche conosciuti, si sono fidati e adesso lavorano insieme a un progetto promosso dal Cospe, l’organizzazione no profit per lo sviluppo dei Paesi emergenti.
“Fair trade fair peace”, un commercio giusto per una giusta pace, questo il nome del progetto, incentrato sulla messa in rete di due cooperative, una palestinese e una israeliana, la Bethlehem Fair Trade Artisans a Betlemme e la Sindyanna a Cana di Galilea. Il progetto realizza attività di formazione professionale, garantisce opportunità di reddito per piccoli produttori e gruppi marginali che non hanno accesso al lavoro, come donne e disabili, produce, promuove e distribuisce oggetti realizzati per metà da mani palestinesi, per metà da mani israeliane e poi assemblato. Tutto questo, spiegato agli studenti in lingua inglese dai due protagonisti dell’incontro. “Noi crediamo nelle persone, non nei governi” hanno detto Susan e Daniel. E ancora: “Noi vogliamo vivere, punto”. E infine: “Il risultato migliore è la fiducia reciproca possibile”.
E allora, cos’era più importante: parlare -per una mattina- di apertura, dialogo, cooperazione, pace, o parlare di Renzo e di Lucia?

(ieri, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

A chi vede più nidi

29 marzo 2014

Un giorno lui disse a mio padre: “Ma la zia non viene mai a prendermi a scuola?”.

Alle quattro sono davanti al portone.
Alle quattro e dieci la campanella suona ed esce lui.
Biondo come un campo di grano, secco come uno stecco, lungo come una biscia, vispo come un grillo.
“Maestra, eccola là, la zia!”
E solo dopo avermi squadrata da capo a piedi la maestra me lo consegna tra le braccia.

Trasporta un doppio carico di zaini (uno per i libri, uno per l’allenamento di karate) e un giubbotto dentro cui sparisce. Ai piedi ha le solite scarpe da ginnastica della zia.
“Merenda?”
“Merenda!”
Un trancio di pizza ai wurstel, un estatè alla pesca e un tavolino all’aperto tutto per noi.
“Ti voglio dare i regalini che ho preso per te!”
“Ti voglio far vedere i bravissimi più che ho preso a scuola!”
“Oddio! Ma sei bravissimo!”
“Siiiii! I Lego Movie!”
Intorno al nostro tavolino si raduna un crocchio di seienni, vicini, sempre più vicini, come gli omini gialli del colesterolo nella pubblicità, zitti e invasivi si fanno sempre più addosso, incurisioti da quei pacchetti da scartare, dalla maglina di Super Mario, dai pantaloncini di Spiderman, e da tutti quei pezzetti da montare che schizzano qua e là.
“Ragazzi, invece di stare lì a guardare, dateci una mano con questi Lego, noi non ci si capisce nulla. Te, come ti chiami?”
“Io?! Leonardo.”
“Forza Leo, mettiti a sedere qui, montaci questo messicano. Te invece chi sei?”
“Io?! Tommaso.”
“E te?”
“Io?! Federico.”
“Allora forza, tutti a sedere a montare questi aggeggi!”
(“Oh, ma lei chi è?!”)
“Lei? E’ la mia zia!!!”
Ha lo sguardo luminoso di un giorno di festa.
Ho lo sguardo liquido di un’incalcolata commozione.

“Oh! Non si farà mica tardi in palestra? Muoviamoci!”
Ci prendiamo per la mano e corriamo verso l’auto.
“Zia, ma te quando corri te li senti i capelli?”
“Io sì, te?”
“Io no. Mi sembra di non averceli.”
E invece ce li ha, lunghissimi e lisci come suo padre quando era bambino e a scuola andavo a prenderlo io, che ero una bambina ma un po’ meno di lui e tanto la scuola era davanti a casa nostra e non c’erano pericoli e le auto erano meno e andavano pianino.

In palestra c’è puzzo di piedi e di sudore, nello spogliatoio girano donne nude con le poppe e la passera all’aria, ma lui manco ci fa caso. Lui pensa a spogliarsi e, come un omino, indossa il suo kimono fermandolo con la cintura gialla conquistata di recente.
Ai piedi mette minuscoli infradito che aggancia con quei ditini a ET.
Il maestro è marocchino, watusso e in perenne regime alimentare da ramadan. Si vede solo perché anche lui indossa un kimono, come l’uomo invisibile di cui si percepisce la presenza grazie ai panni che lo configurano.
Riscaldamento, posizioni, mosse, corpo a corpo.
Lui fa tutto con un occhio puntato sul maestro e un occhio fisso alla grande finestra dietro alla quale io assisto all’allenamento. E quando mi assento per andare a fare la pipì, lui abbandona la lezione e viene a controllare che non mi sia distratta accidentalmente.
“Zia! Oddov’eri?”
“Amore, ero al gabinetto.”

Usciamo, mangiamo caramelle alla fragola e all’arancia, beviamo acqua senza bolle, saliamo in auto.
“Zia guarda: un nido!”
“Anche a te piacciono da morire i nidi che si intravedono tra i rami degli alberi ancora spogli?”
“Sì, tantissimo. Anche a te?”
“Anche a me tantissimo, li guardo sempre e mi fanno ridere un sacco!”
“Si fa a chi vede più nidi?”
“Vai: da ora.”

Vince lui, cinque nidi a uno.

Ni hao

25 marzo 2014

Dopo anni di assidua frequentazione fatta di sorrisi semimuti e gestualità da mimo, aspettavo questo momento come un riscatto, un’opportunità, un regalo della vita. Finalmente ci saremmo capiti! Finalmente avremmo comunicato! Chissà come sarebbero rimasti esterrefatti, che reazione avrebbero avuto, quante domande mi avrebbero fatto, quale meravigliato stupore avrebbero lasciato trasparire dai loro occhi a mandorla!

“NI MEN HAO!!!” esclamo oggi varcando la soglia della mia amata rosticceria cinese, fiera dei sudati risultati conseguiti al corso di cinese.
“Ni hao” fanno loro.
Così.
Come se nulla di straordinario fosse appena accaduto.

Happy birthday

24 marzo 2014

Stamani era il suo diciannovesimo compleanno.
E’ arrivata in classe con un vassoione di pasticcini per tutti i compagni e gli insegnanti.
“Ma che, si mura a secco?!” ho chiesto.
“O profe, la ci porti ai’ barre della scuola.”
Così ce li ho portati, ai’ barre della scuola.
E mentre sorseggiavamo un teino cardo cardo, per regalo l’ho interrogata su tutto il programma di Italiano.
Un’altra m’avrebbe mandata affanculo.
Lei invece ha risposto a tutto e ha preso un bel sette.
Ovvai.

Surya Namaskara

23 marzo 2014

Ho deciso, m’iscrivo a yoga.
Ma già mentre aspetto la prima lezione che costituirà il mio nuovo equilibrio psicofisico all’insegna della saggezza orientale, rispolvero l’antica e benefica pratica del Surya Namaskara (Saluto al Sole) appresa quindici anni orsono al corso di teatro che frequentai negli anni bergamaschi.
La Rete pullula di video dimostrativi, accompagnati da musichine caramella-minchia ma d’innegabile atmosfera.
Sistemo il Mac per terra in modo da seguire le mosse anche dalle posizioni più sbilenche.
Faccio spazio sul tappeto del salone spostando tavolino e poggiapiedi.
Vesto abiti comodi e stralarghi come consiglia il tutor online.
I piedi sono scalzi.
Indi (plin… plon… plin… plon…) comincio.
Si parte da una posizione eretta, le mani e le braccia abbandonate lungo i fianchi. Le piante dei piedi acquistano piena consapevolezza di sé.
Il gatto si avvicina guardingo.
Congiungo le mani in posizione di preghiera e dopo qualche secondo di concentrazione le alzo entrambe tenendole unite e spingendole all’indietro mentre anche il busto si flette con esse.
Il gatto s’impaurisce e fa qualche passo indietro. Constatata l’inoffensività del gesto, torna nuovamente ad appropinquarsi.
Piego l’intero busto in avanti e spingo le mani verso la punta dei piedi.
Il gatto pensa che la flessione sottintenda l’intenzione di giocare con lui e inizia a strusciarsi fusante.
Da questa posizione stendo una gamba all’indietro, mentre raccolgo al seno il ginocchio dell’altra.
Il gatto si dirige verso il piede e lo lecca con la sua linguaccia a grattugia.
Riunite le gambe e allineatele alle mani sul tappeto, assumo la posizione detta a squadra: il posteriore è spedito in alto, la testa guarda per terra in una “v” rovesciata (cioè così: ^).
Il gatto ne approfitta per farsi annusare il buco del culo piazzandolo davanti con un’arte distratta tutta sua.
L’intero corpo viene adesso steso a terra, col collo del piede ben allungato.
Il gatto immagina che l’intenzione sia quella di un sonnellino e si accosta per condivisione.
Ma ecco la posizione detta del cobra: puntando le mani a terra, il busto s’innalza, la schiena s’incurva, la testa si allunga ben eretta come quando il serpente ha malsane intenzioni.
Il gatto si spaventa, scambia il gesto per un agguato, si allontana per meditare vendetta.
Con la ripetizione della terza posizione (una gamba stesa all’indietro e un’altra raccolta al petto), mi avvio a terminare la prima serie: mi rialzo in piedi e riunisco le mani in atto di preghiera.
Affinato il suo piano, il gatto sferra l’attacco puntando artigli e denti alle caviglie.

Si raccomanda il Surya Namascara ogni mattina al risveglio.

Malesigu

22 marzo 2014

Malesigu in dialetto sardo vuol dire maligno, bizzarro, vivace, irrequieto.
Malesigu lo chiamavano quando fuggiva dall’asilo delle suore, quando osteggiava le lezioni della maestra elementare Pintus, quando distrusse con le proprie mani l’orto della contadina che aveva rifilato un pacco di verdure marce alla sua mamma. Malesigu lo chiamava suo padre quando non studiava, quando anziché a scuola andava a zonzo coi più mascalzoni, quando rubava gli incassi dei bar di Nuoro, lanciava barattolate di vernice addosso ai muri, disfaceva tutto ciò che gli capitava a tiro.
Per cercare di raddrizzarlo, la sua famiglia lo trascinò con sé dalla Sardegna in un paesino in culo alla Toscana, Abbadia San Salvatore, in mezzo al nulla della Maremma senese. Lì lo massacrarono di lavoro agreste e lo costrinsero a fare il guardiano delle pecore. Ma anche quella volta Malesigu trovò una scappatoia: condotte le pecore in collina, le lasciava sole e a cavallo raggiungeva il paese per far danno.
Finché un giorno fu cacciato di casa e lasciato solo, con una vita vuota e libera davanti.

Massimo Bono, detenuto di Sollicciano con davanti a sé ancora tanti anni da scontare per una colpa che non ci è dato di sapere, ha messo la sua vita in un monologo teatrale e lo ha portato in scena ieri sera al Teatro Everest.
Naturalmente me ne sono innamorata.

Buon viaggio

21 marzo 2014

Tanto me lo immaginavo che oggi far lezione sarebbe stata dura.
E’ ufficialmente primavera e quelli lunedì partono per Praga: figuriamoci icché gl’importava del biennio rosso.
Prevedendo il clima da gita, però, m’ero organizzata: lezione sulla storia della capitale ceca, lista delle cose che devono assolutamente vedere e fare, e lettura di uno tra gli incipit più famosi della letteratura mondiale, tratto dal romanzo di un autore che a Praga nacque, visse e fu sepolto.
Quando Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni tormentosi si ritrovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco: giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco il capo, poteva vedere la sua pancia convessa, color marrone, suddivisa in grosse scaglie ricurve; sulla cima la coperta pronta a scivolar via, si reggeva appena. Le sue numerose zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi.

Voleva essere il mio augurio per un buon viaggio.
A ripensarci a freddo pare più una gufata.

Fuga per la salvezza

21 marzo 2014

Lo scorso settembre, anziché presentarsi in classe e scegliersi un banco su cui vivere l’ultimo anno di superiori, decise di abbandonare la scuola e cercarsi un lavoro. Definiva saggia quella a me pareva una scelta paragonabile solo alla follia. Sosteneva di sentirsi sollevata e lasciava addosso a me un macigno di delusione, senso di sconfitta e frustrazione. A cosa erano serviti gli anni precedenti consumati insieme? Dove sarebbe andata senza un diploma? Cosa sarebbe stata la sua vita? Che donna sarebbe diventata senza aver finito il suo percorso naturale di ragazza? Le risposte sono arrivate ieri sera, quando lei mi ha chiesto di incontrarci per trascorrere una serata insieme e io le ho detto sì.
Fissiamo per un aperitivo. Opto per il bar sull’altana delle Oblate, che sposa panorama ad atmosfera e consente di parlare senza dover urlare. Arriva un po’ in ritardo perché smonta dal lavoro ogni sera alle otto. Si presenta sorridente nel suo maquillage delicato e con almeno cinque chili in meno addosso. Mi complimento per la forma eccezionale e lei mi racconta che per le relazioni col pubblico a cui è stata assegnata le viene richiesta un’attenzione particolare alla cura di sé. Mi dice che il contratto è buono, che lo stipendio netto supera i mille euro. Mi confida che l’amore ancora non è arrivato, ma che le amicizie sono tante e interessanti e che proprio con una variegata compagnia partirà questa estate per Corfù. Mi chiede della scuola, dei suoi ex compagni e dei miei colleghi, fa domande sul programma di quinta e quando le dico che siamo all’Urss stalinista glissa e vira il discorso sulle letture. Mi ricordo bene, infatti, che amava i romanzi più di ogni cosa e che ancora prima di finirne uno mi dava il tormento affinché gliene dessi un altro, un altro e un altro ancora. Nelle altre ore i colleghi la beccavano sempre nascosta dietro lo zaino a macinare capitoli su capitoli, la redarguivano e venivano a lamentarsi con me. Io davo loro ragione ma la volta dopo le suggerivo un titolo nuovo.
Mentre sorseggiamo uno spritz mi dice che l’ultimo libro letto è stato “Cime tempestose” di Emily Bronte e viene spontaneo a entrambe urlare “Heathcliff!” in mezzo al locale. Mi dice che conserva ancora quel volume che sfilò dallo scaffale di casa mia (“Pura anarchia” di Woody Allen), che di quel nostro tempo insieme non ha dimenticato niente, che è ancora tutto nella sua testa e nel suo cuore, ma che non è pentita, anzi, è sempre più convinta che la sua strada sia questa: un lavoro che le permetta un’autonomia economica e tanti libri che nutrano la sua mente curiosa. Prima di salutarla le scrivo su un foglio quattro titoli che ora è pronta per leggere.
Rientrando a casa, mi scopro sollevata. Non ho più quel macigno di sconfitta e frustrazione a gravarmi lo stomaco. A scuola era spesso ombrosa e scostante, ora è luminosa e leggera. Forse la scuola non era fatta per lei. Forse lei ha fatto bene a fare a meno della scuola.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Quello che mi accadde quando a quattordici anni scoprii il greco antico, ora mi succede col cinese: sono andata in fissa.
Solo che all’epoca con la rete ci pescavi i pesci e basta, mentre ora ci puoi pescare il mondo.
Su internet ho trovato la spiegazione a un dubbio che mi tormentava.
Alla prima lezione di tre settimane fa la maestra ci ha insegnato che “māmā mà mă” in cinese significa “la mamma offende il cavallo”.
In classe nessuno ha battuto ciglio tranne me.
Io mi sono immediatamente e insistentemente chiesta: ma perché, povero cavallo?
Perché una mamma dotata di buon senso dovrebbe prendersi la briga di offendere un cavallo? Perché insultare un innocuo equino? Perché scagliarsi contro un animale pacifico e inoffensivo?
Me lo sono chiesto per due settimane, tenendomi dentro la domanda per questioni di pudica timidezza.
Poi, proprio nella Rete, ho trovato la risposta.
Mancava un pezzo alla dolorosa storia.
ཛྷཛྷ健偀 偀 Māmā qí mă, mă màn, ཛྷཛྷ偖偀 māmā mà mă.
Traduzione: la mamma cavalca il cavallo; il cavallo è lento; la mamma offende il cavallo.

Stando così le cose, ha ragione la mamma.