Serpi in seno

20 marzo 2014

Il giovedì in seconda ci portano i giornali per l’attività del quotidiano in classe.

“Profe, io La Nazione! Che bello, mi guardo subito lo sport!”
“E’ FATTO ASSOLUTO DIVIETO DI CONSULTARE LE PAGINE SPORTIVE.”
“No, come profe, via. Non può vietarmelo anche oggi. Stasera c’è Fiorentina-Juve!”
“Hai ragione: CONCEDO UFFICIALMENTE CINQUE MINUTI PER SFOGLIARE LE PAGINE DI CALCIO MENTRE IO COMPILO IL REGISTRO.”
“Grande profe.”
“Tanto vince Juve.”
“CHI HA PARLATO!”
“…”
“CHI HA PARLATO HO DETTO!!!”

Aveva parlato il senegalese del gruppo, inspiegabilmente milanista.
A lui si è aggiunto il rumeno, interista sfegatato.
A loro hanno fatto coro due ragazze albanesi, rispettivamente tifose della Roma e del Torino. Una delle due ha anche confidato a tutti che il suo nonno, residente a Valona, è bianconero e questa sera urlerà davanti alla tv inviando energie positive agli ospiti con le maglie a zebra.
L’unico fiorentino vero della classe ha pubblicamente ammesso che gli dispiace ma lui sta per il Napoli per via di una lontana parentela.
Dopodiché ho ritirato i giornali a tutti e ho fatto un’ora di analisi logica imponendo un freddo silenzio da gulag staliniano.

Pranzo carbonaro

19 marzo 2014

Le stanzine dei bidelli assumono ai miei occhi il fascino misterioso dei segreti da svelare.
Poiché in teoria nessuno ci può entrare a parte loro, io sogno di potermici intrufolare per scoprirne i tesori nascosti.
In genere non si va oltre a detersivi scope e spazzoloni.
Dove insegno io, però, grazie a un personale ATA creativo e pittoresco, la stanzina dei bidelli è come un appartamento dentro la scuola, un microcosmo dentro il macrocosmo popolato da docenti e da studenti. Un luogo arredato con tanto di tavolo e tovaglia, lavandino e specchio, fornello e frigorifero, panca e panchetti.
Riuscire a infilarvi il naso dentro è impresa ardua, talora ai limiti del pericoloso, dunque estremamente attraente.

“Professoressa, pss, professoressa! Venga qua.”
“?”
“Domani facciamo un pranzo sudista nella nostra stanza: siamo state tutte nelle nostre terre d’origine e abbiamo portato prodotto tipici locali. Vuole unirsi a noi? Oh. Acqua in bocca!”

In bocca veramente ci ho infilato dal salamino calabrese piccante alle costine di maiale in umido con le cotiche, dal formaggio pecorino ai fagioli cotti nel fiasco. E certe lasche di pane cafone sodo e saporito.
Poiché oggi è San Giuseppe, non ho mancato d’infilarci anche un par di frittelle di riso.

Certi amori

19 marzo 2014

Il tempo passa. Le esperienze aumentano. Le situazioni cambiano. Le relazioni si trasformano. I corpi invecchiano. Le persone entusiasmano, stupiscono, deludono. Panta rei, tutto scorre.
Certi amori, però, non finiscono mai.

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In quel delicatissimo sonetto che va sotto il titolo di “Dovunque vai, conteco porti il cesso”, il poeta Rustico di Filippo (o Filippi) dedica a una donna -il cui nome (per fortuna sua) si perde nella storia- quattordici versi di sublime poesia. Di costei ci dice infatti che le puzza insopportabilmente il fiato, che la sua bocca (per questo) è metaforicamente accostabile a una latrina, che quando lei parla l’odore che produce dall’apertura orale è paragonabile al tanfo di mille tombe spalancate e all’afrore di una tana di volpi. Ci dice addirittura che “le selle paion legna d’alcipresso” in confronto all’olezzo che scaturisce dal suo alito ispiratore.

“Le selle sono quegli affari che si abbassano sul wc per sedercisi sopra prima di espletare -spiego precisina- Come le chiamate in casa vostra? Ciambelle?”
“Ih che schifo profe, non le chiami ciambelle per favore, ché mi viene da pensare a quelle che si mangiano e mi si rivolta lo stomaco!”
“Hai ragione. Tu come le chiami, seggette?”
“Sì, meglio seggette.”
“Ecco, appunto, seggette. Le seggette si sporcano. Lo sanno tutti, in particolar modo lo sa chiunque abbia in casa un uomo. Non tutti gli uomini sollevano la seggetta prima di urinare. Urina oggi, urina domani, finisce che la seggetta s’insudicia e puzza, se non c’è chi la pulisce. Ora, in questa classe siamo quasi tutte donne, ma abbiamo due individui di sesso maschile, per cui io ne approfitterei per indire un sondaggio. Tu, laggiù, sollevi la seggetta prima di fare la pipì oppure la lasci dov’è, ti liberi dai liquidi in esubero trascurando di centrare la fossetta acquea e schizzettando dove capita, tanto c’è la mamma che pulisce?”
Il poverino prima trasecola, poi arrossisce, quindi confessa.
“Ehm, la seconda.”
“Sudicione. Quando la tua mamma tornerà al ricevimento dei genitori, le suggerirò di educarti a fare la pipì da seduto come la mia mamma ha fatto coi suoi uomini di casa e come io ho fatto col mio.”

Tutto fa cultura.

Ricetta domenicale

17 marzo 2014

Metti un compleanno da festeggiare.
Metti un gruppo di amici: con alcuni ci sei nata, con altri ci sei cresciuta, altri ancora li vedi oggi per la prima volta anche se non sembra.
Metti una casa immersa nel verde della tua valle natale.
Metti (sul girarrosto) tre stidioni che infilzano tasselli di pollo, quarti di tacchino, pezzi di maiale, bozzoli di fegatelli e culaccini di pane.
Metti (già che ci sei) anche una decina di patate a cuocere sotto la cenere del caminetto.
Metti una giornata di cieli sereni e di peschi in fiore, margherite, mughetti e piscialletto.
Metti un bambino di cinque anni che pascola in un prato in mezzo a due cani lupo e a uno schnautzer nano.
Metti diversi litri di vino, dell’ottimo spumante e un dolce fatto un’ora prima da un pasticcere in pensione ma tuttora ispirato.
Metti che ti levi il maglione perché è già primavera. Che ti distendi sull’erba perché si è asciugata. Che ti lasci alle spalle stanchezza e doveri. Che ti concentri solo sul qui e sull’ora. Che chiacchieri e ridi per un giorno intero. Che non rientri in città finché non fa buio.

Grazie a Alessandra e Francesco per averci voluti e accolti con tanto amorosa ospitalità a Gravanella.

E’ finita

15 marzo 2014

E’ finalmente finita una delle settimane più stressanti dal mio rientro post-operatorio a scuola.
I consigli di classe per la compilazione dei pagellini interperiodali (invenzione colossalmente demenziale) sono andati, tutte le verifiche sono state corrette, registrate e riportate, tutti gli studenti hanno messo in saccoccia una bella manciata di voti, la simulazione della prima prova d’esame con le classi quinte è stata effettuata e valutata in quindicesimi come impone i ministero, i voti di condotta sono stati decisi, le interrogazioni di recupero hanno avuto luogo.
Fissate e definitivamente messe a punto anche le imminenti gite e uscite didattiche. Interressanti e variopinte le mete. Poiché andare a Praga mi suonava scontato, io vado a Sollicciano.
Ma soprattutto è passata anche la seconda lezione del cervellotico corso di cinese, dove imparo poco ma in compenso rido tanto: il numero dei partecipanti è lievitato da trentadue a quarantaquattro, un’aula comune non ci basta più e dalla prossima lezione ci sposteranno in quella magna. Le due ore di corso sono un massacro annunciato, un coro di toni, di suoni, di gorgheggi, sibili, sbruffi e disegnini allucinanti che significano salve-a-te, salve-a-tutti, come-ti-chiami, mi-chiamo-tal-dei-tali, chi-sei, sono-uno-studente, sono-un-insegnante, sono-alto, sono-bravo, arrivederci e naturalmente la-mamma-offende-il-cavallo. Ok, le parole memorizzate sono un po’ pochine, ma i risultati a livello terapeutico per la cura del buonumore sono esaltanti e ora (grazie alla tastiera elettronica che traduce in simultanea) io e le mie colleghe ci messaggiamo in pittogrammi.

Mi aspetta un fine-settimana di totale sbraco e goduria conclamata, da consumarsi allegramente priva di verifiche da correggere, pendolando tra città e campagna, prati e divani, terrazzi e poggi panoramici.
Buon weekend.

Si dorme in macchina

12 marzo 2014

Con la primavera, sta per arrivare anche il premio che vincemmo un anno fa partecipando al Concorso Letterario dedicato a Giovanni Boccaccio con la nostra novella Ginevra da Poggio a Caiano: un corso di scrittura tenuto da un docente della “Scuola Holden” di Torino e compresso in una full-immersion di due giornate da consumarsi in quel di Certaldo, città natale del novelliere trecentesco.
In classe c’è un certo e comprensibile tumulto organizzativo, anche perché l’Associazione Giovanni Boccaccio, che ci dona il corso, ci lascia anche la possibilità di proporre date a noi più gradite.
Individuati i giorni migliori per tutti, però, siamo solo a metà dell’opera.
Come andare e tornare da Certaldo, per esempio, scatena una vivace discussione.
Se fare anda e rianda o pernottare in loco prenotando un ostello, un alberghetto, un B&B o quel che sia, dà luogo al parto di colorite alternative, tra le quali segnalerei le più interessanti:
- viaggiare con i mezzi propri per svincolarci dalla schiavitù ferroviaria e sentirci liberi di sostare a più riprese in piena campagna a godere della rinascita stagionale;
- non rientrare a Firenze ma trattenersi a Certaldo dopo il seminario del primo giorno;
- bisbocciare per una notte intera, abbandonandoci a meritati festeggiamenti;
- dormire in auto per risparmiare, data la crisi.

Edizione straordinaria

10 marzo 2014

Viene alla cattedra con quel suo viso dolce da bellissimo egiziano e mi porge un libriccino dal vetusto aspetto.
“E questo?”
“E’ per lei, profe.”
“Cos’è?”
“Lo apra, guardi.”
Lo apro e guardo.
E’ un’edizione dei Sepolcri foscoliani datata 1827.
Ripeto: 1827.
La data in cui Foscolo morì, nel quartiere londinese di Turnham Green.
Ne svolto le paginette fini, gialle e deliziosamente aulenti di passato remoto. All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?
“Ma è tua, questa meraviglia?”
“No, è sua, profe.”
“Ma dove l’hai trovata? Chi te l’ha data? Ma lo sai che ha un valore inestimabile? Ma lo vedi che è stata pubblicata quasi due secoli fa?”
“Certo che lo so. Me l’ha data quell’insegnante dove vado a fare lezione il pomeriggio, la professoressa seria insomma. E mi ha detto di regalarla a lei.”
“Ma che sei pazzo.”
“Glielo giuro, profe!”
“Mi stai prendendo in giro.”
“Profe, le dico che me l’ha data lei con la raccomandazione di fargliela tenere. E’ un regalo.”

Io però non ce l’ho fatta e, con una lettera incastrata tra le pagine odorose di Ottocento nella quale ho scritto che certamente il mio studente deve aver frainteso, gliel’ho rimandata indietro.

Maremma, addio

8 marzo 2014

Una domenica di sette anni fa andammo a fare una gita in Maremma e tornammo a casa con una casa.
Sessanta metri quadrati poggiati su due piani, un terratettino romantico e armonioso con scale di graniglia e travi a vista, fronteggiato da un giardino con una mimosa enorme, quattro fratelli olivi (che fan di santità pallidi i clivi e sorridenti), due ficaie, un cespuglione di rosmarino, un albero di cachi, un abete grigio, un pero, un melo e tre susini.
Per sette anni le nostre estati si sono consumate tra l’Argentario e il monte Amiata, tra siti archeologici etruschi e feste storiche di paese, tra mercatini dell’usato, dell’antiquariato, dell’artigianato, del modernariato, e tour enogastronomici che ci hanno portati a porre il culo sulle seggiole di tutti i ristoranti degustando Morellino e prodotti tipici locali.
Dopo due anni dall’acquisto di quella casa, sul bordo della strada comparve lui, Micino da Scansano prima detto Rini e ora detto Mimmo, il gatto che ci ha ricamato la vita e affinato l’affetto.
In quella casa siamo stati bene e siamo stati male, come accade ovunque a chiunque. Abbiamo ballato e discusso, cantato a squarciagola e litigato, riso a crepapelle e pianto. In quella casa abbiamo invitato le persone a noi più care e tanti barbeque sono stati accesi in liete compagnie.
Conosciamo ogni pertugio, ogni collina, ogni abitante di quella fetta di terra frequentata per sette anni consecutivi e ininterrotti.
Ma poiché la terra è molto grande, e la vita molto breve, abbiamo deciso che era ora di cambiare.

Oggi abbiamo firmato il compromesso con una donna che vuole abbandonare la sua Roma caput mundi per un mondo piccolo e antico appollaiato in mezzo al nulla, dove la frutta profuma di frutta e la verdura sa veramente di verdura.
La nostra casa sta per diventare sua.
La grande terra sta per tornare nostra.

p.s. Non sappiamo come fare a dirlo a Mimmo.

In quarta ho uno studente giunto in Italia dall’Egitto.
Egli è bellissimo, educatissimo, amorosissimo.
Il suo nome pieno di aspirate tipicamente arabeggianti è stato da noi italianizzato e sincopato in un nomignolo bisillabico in cui le due sillabe sono uguali. Direte: o perché non ce lo scrivi anziché farla tanto lunga. Perché non si pole per via del pràivasi, lo sanno anche i bambini.
E insomma si diceva, questo studente è un tesoro, ma non è che faccia incetta di votoni. Diciamo che se la cavicchia, considerando anche il problema della lingua con cui -piccino- deve fare i conti.
Ultimamente tuttavia le azzecca tutte e in classe fa cert’interventoni da lasciarmici basita. Anticipa argomenti che ancora non abbiamo svolto, chiede approfondimenti e delucidazioni, pone domande miratissime e geniali.
“Da’ retta, nàcchero, o come tu fai a sapere tutte codeste cosine se ancora non te l’ho spiegate?!” gli faccio l’altro giorno.
E lui?
“Me le dice una professoressa seria da cui vado a lezione tutti i pomeriggi.”

Stavo per raggiungerlo al banchino e strangolarlo.
Poi però mi sono trattenuta, ho finto di non cogliere la taciuta equivalenza (quella è una professoressa seria = io no), con simulata disinvoltura ho chiesto informazioni sulla collega misteriosa e mi sono congratulata con lei per il lavoro svolto.
E lui mi ha annunciato che la professoressa seria verrà presto a scuola perché desidera tanto incontrarmi di persona.
Da quando me l’ha detto, mi sento come quando andavo al liceo e si avvicinava il giorno del ricevimento plenario di tutte le famiglie.