Perché non scrive più?

30 aprile 2014

Classe quinta.
Simulazione dell’esame di Stato.
Seconda prova, Economia aziendale.
Li guardo mentre seri e concentrati aggeggiano con la calcolatrice e cercano di tirar fuori un bilancio dentro cui paiono insabbiati.
Si alza una mano.
“Profe, scusi, una domanda.”
“Tesoro, volentieri, ma guarda che io non so neanche le tabelline.”
“No, non è per il compito.”
“Allora dimmmi pure.”
“Perché non scrive più sul blog?”
“Ma che ti sembra questo il momento di…”
“No, davvero profe, come mai non scrive più niente?”
“Ha ragione lei, profe, perché non ha più scritto?”
“E’ vero, sono giorni che apro la pagina e c’è sempre lì quella Romana.”
“E poi di noi e della nostra classe non scrive mai.”
“Ma le pare giusto?”
“Le stanno più simpatici gli studenti delle altre classi?”
“A noi vuole meno bene?”
“O ragazzi, ma che vi sembra questo il contesto adatto? Pensate a fare codesta verifica e concentratevi!”
“Va be’, ma prima lei però ci dica perché non scrive più!”
“Perché non ne ho voglia.”

Passano cinque minuti e quella in prima fila fa uno sbadiglio silenzioso ma plateale, solleva e allunga le braccia in uno di quegli stiramenti consentiti solo tra le pareti domestiche, e si allunga come una biscia al sole. Poi, lasciando esteso l’arto superiore sinistro, abbassa lentamente quello destro e impercettibilmente lascia scivolare la sua mano nello zaino a frugare tra gli appunti.
La becco che cerca di copiare e le prometto che oggi scriverò di lei.

La Romana

16 aprile 2014

La Romana piombò un giorno d’estate nel nostro giardino maremmano.
Aveva letto l’annuncio che metteva in vendita la nostra casa e ne era rimasta affascinata perché più che di metrature, stanze e arredi si parlava di atmosfere, sfumature e flussi d’energia.
Trovò la casa come se l’era immaginata e disse: la compro.
Tirò un po’ sul prezzo e come condizione imprescindibile pretese il tavolone di cucina con la base in marmo antica, vissuta e consumata ai bordi su cui tante sfoglie di pasta fresca erano state tirate e tanti gnocchi di patate erano stati lavorati. Chiese anche la scala restaurata e trasformata in libreria, il tavolino da fumo ridipinto, il letto matrimoniale nuovo di pacca, il divanetto arancione e l’armadio giallo.
Per tutti questi motivi a me iniziò a stare leggermente sulle palle: questa emerita sconosciuta piombava dentro la mia vita e si portava via la nostra casa estiva, il giardino personale di Micino da Scansano, l’albero di mimosa, quattro olivi, un caco, cinque susini, una ficaia, un pero, un melo e soprattutto i due cipressi con cui avevo stretto un’amicizia speciale ai limiti del morboso.
Questa sfacciata si sarebbe impossessata di tutti quegli ammennicoli acquistati in sette anni di mercatini, fierucole e vagabondaggi agresti a cui stavano incollate decine di ricordi e di immagini nitide e sfocate insieme.
Questa donna sarebbe diventata la padrona di una casa che da sette anni era la nostra.
Per questo non ho mai voluto averci a che fare, ho rifiutato di entrarci in confidenza, mi sono mantenuta a debita distanza e ho lasciato che a trattare, decidere, discutere e vendere fosse lui, lui con la sua gentilezza rara, lui con il suo candore fanciullesco, lui con le sue argomentazioni bislacche e sgangherate, lui col suo senso degli affari equo e solidale.
Oggi però davanti al notaio e al consulente della banca sono dovuta andarci anch’io.
Ho dovuto guardare negli occhi quella donna e quello che ci ho visto dentro purtroppo mi è piaciuto.
La Romana di lavoro fa i massaggi, possiede due cani, un numero imprecisato di gatti e diverse tartarughe. E’ vegetariana, astemia, freakkettona e schietta . Ha una laurea in Filosofia e quarant’anni fa fu la prima taxista femmina della capitale. Non si è mai sposata, non ha avuto figli, ma ha amici ovunque, anche vicino a quella che fino a oggi era la nostra casa.
Da oggi quella casa è sua.
E a me non sta più neanche leggermente sulle palle.

Wo shì lao shi

14 aprile 2014

Mi danno una supplenza in 2C, classe monoetnica.
Palesandomi sulla soglia, do immediato sfoggio delle mie recenti conoscenze che giustifichino il mazzo che mi faccio con quel corso di cinese.

“NI MEN HAO!”
“Oh!… Ni hao!”
“Wo shì lao shi!”
“Oh…”
“Wo jiào Antonella!”
“Rènshi ni hen gaoxing!”
“Wo you mao!”
“?!”
“Wo àì gou!”
“?!?”
“Wo de sheng rì shì ar yuè yi rì!”
“?!?!”
“Wo xiao.”
“…”
“Wo lao.”
“…”

Finché esclamo buongiorno, sono la supplente, mi chiamo Antonella, riscuoto un palese successo.
Quando aggiungo ho un gatto, amo i cani, sono nata il primo di febbraio, sono bassa, sono vecchia, subentra in loro un malcelato sconcerto.
D’altronde, per ora in cinese non ho altro da dire.

Colpa d’Alfredo

11 aprile 2014

La vedo risucchiata dal vuoto del nulla: l’occhio perso tra pensieri che niente hanno a che spartire con il compito scritto che dovrebbe svolgere.
“O bella, sveglia!” le urlo.
“Scusi profe, mi son distratta un attimo.”
“Colpa d’Alfredo.”
“Alfredo chi?!”
“No, dico: tu non hai detto mi son distratta un attimo ?”
“Sì.”
“E io ti dico colpa d’Alfredo !”
“Profe, sta bene? Ma cosa dice?”
“Non oserai dirmi che non hai capito!”
“Capito cosa?!”
“La mia citazione colta!”
“Citazione? Che citazione?!”
“Colpa d’Alfredo!”
“Ma chi l’è codest’Alfredo?!”
“Non lo hai mai sentito nominare?”
“Io no. Ragazze, voi?”
“Noi?! Per nulla. Ma icché la c’ha stamani profe?”

C’ho che quest’ignoranza abissale non la sopporto più.

Mai più

11 aprile 2014

Al liceo mi portarono quattro volte in gita: in quarta ginnasio un contenuto anda e rianda a Siena, in quinta tre giornate letterarie tra lago di Como, luoghi manzoniani e casa milanese dell’autore, in seconda liceo sei giorni a Roma e l’anno della maturità una pirotecnica settimana a Vienna. Conservo di quelle esperienze incantevoli ricordi: a Siena ci spalmammo distesi sui rettangoli in cotto di piazza del Campo a cantare cori stonati al vento, a Roma ricevemmo in dono un mazzo di fiori cadauna dal nostro professore di Filosofia che adorava noi come noi adoravamo lui, a Vienna alloggiammo all’Hotel Shoenbrunn in cui, contemporaneamente a noi, alloggiava Vasco Rossi in compagnia della Steve Rogers band. Più di così si muore. Ma rose profumate e incontri esaltanti a parte, quello che mi è rimasto sempre dentro di quei giorni è il desiderio che avevamo di stare insieme, la ridarella immotivata e impossibile da trattenere, la voglia di scoprire aspetti ignoti dei nostri insegnanti e il gusto di un divertimento comunque disciplinato e mai fuori luogo.
Da insegnante ho portato spesso in gita le mie classi: a Perugia persi per la via quattro studenti distratti e sognatori, a Roma un disgraziato vomitò i gamberetti della cena dal quarto piano dell’albergo rigurgitandoli con precisione ingegneristica proprio sul piazzale dell’ingresso, a Praga uscimmo da una discoteca e, per i bollori del surriscaldato ambiente e degli ormoni, in quindici s’ignudarono in piena piazza Venceslao conservando addosso solo le mutande e rischiando la sincope. Giudicando queste motivazioni sufficienti, iniziai ad accarezzare l’idea di saltare qualche appello e di lasciare che a rischiare vita e fedina penale fossero i colleghi.
Ora, quando una classe parte per la gita, puntuale a me viene un magone fatto di maliconia e di dispiacere, l’adolescente che si ostina ad albergare in me addita la mia pavidità e mi accusa d’ignavia.
Poi leggo di quel ragazzo volato dalla nave attraccata al porto di Barcellona e morto annegato, o di quell’altro che si è trovato un coltello piantato in mezzo al cuore per gioco, sfida o idiozia, e mi dico: mille volte meglio essere pavidi ed ignavi che temerari fino all’incoscienza. Meglio aspettarli fresca come una rosa in classe al loro ritorno che presentarmi a scuola dopo una settimana di follia coatta con gli occhi gonfi come valigie sfatte e stremata da notti insonni, scarpinate diurne e turni di ronde su e giù per i corridoi di uno stupido hotel.
E non ho voglia neanche di improvvisare confronti tra le generazioni di ieri e quelle di oggi.
Semplicemente, in gita ce li portino i loro genitori.
Io preferisco accompagnarli in lunghi, interminabili, avventurosissimi viaggi mentali: si rischia di meno e si gode molto di più.

(oggi, nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Ucci ucci

9 aprile 2014

Con gli odori della scuola ho da sempre una forma di ossessione.
Varco il portone e inizio ad annusare.
E sento l’inebriante profumo della carta, dell’inchiostro delle fotocopie, delle piante verdi coccolate dalle amorevoli custodi, degli scatoloni e del metallo.
In sala professori può accadere che ti arrivi all’improvviso una folata d’ascella perché non tutti si lavano allo stesso modo, perché ciascuno ha un’epidermide diversa o perché a lezione ci si accalora e a volte si esce dall’aula provati e con la maglia sgorata sotto il braccio.
Entrare in aula, poi, equivale a tuffarsi in un mondo di afrori e sfumature olfattive.
Su dieci volte, una sola ricorda Chanel.
Senza fare tanti complimenti, non manco mai di esternare le emozioni del mio naso.
“Ragazzi che puzzo!”, oppure “spalancate le finestre”, oppure “dal tanfo non ci si sta”, oppure “lavatevi sudicioni”, fino a un più esplicito “fate schifino”, onestamente irrispettoso.
Così ieri mi autocensuro e spalancando i vetri graziosamente esclamo: “Ucci ucci, sento odor di cristianucci”.
“Dev”essere lei (io, n.d.r.): noi siamo tutti islamici”.

Hai capito, le classi multietniche.

Kào

5 aprile 2014

“Maestra, scusa.”
“Plego.”
“Ormai siamo alla sesta lezione…”
“Sì.”
“E questa lingua ci sta piacendo tanto…”
“Mi fa piacele.”
“Abbiamo imparato tutti i pronomi personali, diversi verbi, numerosi sostantivi e relativi aggettivi.”
“Velo.”
“Sappiamo costruire pure qualche frasina minima, tipo io sono insegnante di scuola superiore, lui è studente, noi studiamo la lingua cinese, io sono alto, tu sei bello, lei è bassa, gli studenti sono giovani, gli insegnanti sono vecchi.”
“Celto.”
“Ecco, scusa se mi permetto, e sinceramente parlo a nome di tutta la classe.”
“Sì.”
“Non sarebbe ora il caso di imparare qualche parolaccia?”
“Palolaccia?!”
“Sì, parolaccia. Ma non di quelle pese. Una piccina, moderata.”
“Modelata.”
“Tipo merda.”
“Melda?!”
“Sì, merda. Come si dice merda in cinese? Via maestra, diccelo per piacere!”
“In cinese non esiste palola pel dile melda.”
“OCCOME SAREBBE A DIRE: O CHE ‘UN LA FATE, VOI?!”
(Ride senza audio e visibilmente imbarazzata) “Sì, facciamo, ma diciamo palola come dile cacca. Non melda.”
“Va be’, allora insegnacene un’altra. Vaffanculo lo dite?”
(Ride muta, rossissima in volto) “Sì, vaffanculo sì, diciamo.”
“Ovvia. Allora puoi insegnare a dircelo? Ai ragazzi fa comodo all’intervallo per farsi spazio quando vanno al bar e trovano un muro di cinesi che occupa tutto il bancone. A noi docenti serve per non fare la figura dei dementi quando gli alunni cinesi ci mandano, appunto, affanculo.”
“Nonononò non posso…”
“Come non puoi?! Via, o maestra! Occosa vuoi che sia un vaffanculo.”
“Nonononò può arrivare lesponsabile colso, non posso, davvelo.”
“Gnamo maestra, occome tu la fai lunga, non arriva nessuno. Anzi, guarda, si manda lei a controllare il corridoio.”
“Nonononò non posso.”
“Dai maestra!”
“Ba bene, pelò in fletta in fletta.”
“Vai, di corsa: te tu ci fai il disegnino alla lavagna e tu ci dici come si pronuncia, noi si copia nel quadernino e si cancella tutto. Poi ripetere, si ripete a bassa voce.”

Al prossimo “kào” (滚开) che sento volare in classe fo un macello che mi sentono anche da Firenze Sud.

Uno, due, tre

5 aprile 2014

“Oggi facciamo numeli fino dieci.”

E io tutta contenta: non ci sarà nulla da capire, solo da memorizzare.
Dieci numeri, cosa vuoi che sia.
Eccoli invece, mille trappoloni.
Intanto la scrittura.
Uno si fa con una riga orizzontale.
Due si fa con due righe, di cui una più lunga e un’altra più corta.
Tre con tre righe, sempre orizzontali, quella nel mezzo più corta delle altre due.
Una passeggiata.
Ma già il quattro è dispettoso: un quadratino con una specie di tendine ai lati. Oltretutto il quattro in Cina porta merda, sicché guai a nominarlo. Negli hotel non ci sono le stanze numero quattro, quattordici, quarantaquattro, quattrocento, quattrocentoquattro, quattrocentoquarantaquattro e così via. Non c’è neanche il quarto piano: dal terzo si passa direttamente al quinto.
Una follia.
Il cinque si disegna con una specie di seggiolina poggiata su una base con un tettuccio sopra.
Il sei tipo una capannina.
Il sette come una “t” con un cornino in fondo.
L’otto due virgole che si danno la schiena.
Il nove come una grande “r” in corsivo da bambino che va alle elementari.
Il dieci una croce.
Facile!
E invece no. Dopo averli scritti, vanno pronunciati.
Uno si dice “iiiii” (lungo e alto).
Due si dice “ar” come you are in inglese.
Tre si dice “sen”.
Quattro “sì”. Ma occhio a dirlo bene, perché se lo dici con un altro tono (il terzo anziché il secondo) vuol dire “morte”. Ed ecco spiegato perché porta merda.
Cinque si dice “vu”.
Sei “liò”.
Sette “czi”.
Otto “baaaa” (lungo e alto come “iiiii”).
Nove “ziò”.
Dieci “shì”. Che però vuol dire anche verbo essere.
Va be’, dai, basta mettere in moto il muscolo della memoria ed è fatta.
E invece no.
Ci sono i simboli manuali.
Che non hanno nulla a che vedere con i nostri.
Noi (prevedibili e scontati) non facciamo che aggiungere un ditino in più col crescere dei numeri.
Un po’ anche loro, ma usando dita diverse (te pareva).
All’uno si rizza l’indice.
Al due si va la “v” di vittoria.
Al tre si tirano su mignolo, anulare e medio.
Al quattro (visto che porta male ci si toccano le palle? No.) si uniscono le punte di tutte le dita come qui da noi per dire ma che cazzo dici.
Per il cinque si fa la “p” dell’alfabeto muto sempre delle scuole elementari.
Per il sei si fanno le corna però al posto dell’indice si rizza il pollicione. Tipo simbolo della cornetta telefonica.
Il sette si fa come noi il tre (che vorrebbe dire dieci meno tre: sette).
L’otto una pistola (che vorrebbe dire dieci meno due: otto).
Il nove non me lo ricordo.
Il dieci si può fare non in una maniera, ma nemmeno in due: in tre.
La prima: un pugno tipo bandiera rossa la trionferà.
La seconda: una croce fatta con gli indici delle due mani.
La terza: tutta la mano aperta girata avanti e indietro tipo porta scorrevole (nel senso: cinque e cinque uguale dieci).

Sto prendendo in considerazione l’idea di ritirarmi.

Volley at the window

5 aprile 2014

C’è la verifica di Storia.
Il silenzio nella mia quarta sfiora il religioso.
La mia sorveglianza rasenta il criminale.
Ma ecco, dal cortile, risate e schiamazzi, berci e gridolini.
“Passa!”
“Mia!”
“Lascia!”
“Occhio, schiaccio!”
“Presa!”
“Passala!”
“Palleggio!”
“Vai di bagher!”
La mia terza fa ginnastica in cortile giocando a pallavolo.
Uno sport che non ho mai praticato ma che ho sempre amato tanto.
“Ragazzi! Passatela anche a me!”
“?!”
“Quassù!”

Da una finestra del secondo piano non l’avevo mai fatto.
Quelli di quarta hanno sicuramente copiato.
Ma io mi sono divertita un monte.

Valuta il prof

4 aprile 2014

Circola in Rete una petizione on line, introdotta da un appello che dice così: “I professori valutano noi studenti e perché noi non dovremmo valutare i nostri professori? La proposta è chiara e semplice: ogni anno gli studenti dovranno compilare un questionario cartaceo o online anonimo nel quale esprimeranno per ogni docente un voto che va da 1 a 10. In base al risultato ottenuto il docente verrà penalizzato o premiato sui futuri concorsi. In questo modo gli alunni potranno valutare con efficacia il lavoro dei propri professori e servirà da stimolo per invitare i docenti ad un lavoro più proficuo”.
Tra tutte le proposte che mi capita di leggere circa la spinosa questione della valutazione degli insegnanti, quelle che suggeriscono di ascoltare direttamente il parere degli alunni mi sembrano sempre le più sagge.
Nel mese di maggio arriverà la consueta (e infinita) valanga cartacea dei test Invalsi, quella specie di verifica nazionale che ogni scuola riceve, somministra agli studenti e di cui poi comunica al Ministero i risultati. Seguono le solite polemiche. Neanche a me i test Invalsi sconfifferano, a dire la verità. E non perché non digerisca l’idea di essere sottoposta a una valutazione da parte delle alte sfere. Anzi, non mi parrebbe il vero. Ma non mi convincono perché credo che questa formula sia inefficace a ottenere il risultato a cui aspira chi ci vuole giudicare. Gli Invalsi non possono riflettere l’immagine reale di una scuola e di un corpo insegnante, per molteplici motivi: checché se ne dica, ci sono insegnanti che bluffano e suggeriscono le risposte agli studenti per fare bella figura, ci sono scuole con un’utenza e delle realtà troppo variegate perché possa valere questo metodo unico, rigido e scientifico. Troppo scientifico.
Invece del giudizio dei ragazzi mi sono sempre fidata. E puntualmente ne ho riscontrata l’affidabile veridicità. Quando gli studenti raccontano che quell’insegnante arriva sempre tardi, che quell’altro non compiccia nulla, che quell’altro ancora regala i voti e non lascia in dono un’eredità di conoscenze significativa, nove su dieci è la pura verità. Altrettanto corrispondono alla realtà i giudizi encomiastici che danno sui docenti preparati, severi ed esigenti. Non è vero che gli alunni sputano sentenze solo per il proprio tornaconto personale, che a dire di molti sarebbe solo durare poca fatica e conquistare promozioni facili. Molti di loro ambiscono a imparare e si sentono ingannati da quegli adulti che non prendono sul serio la propria professione e il proprio ruolo.
Nella mia scuola c’è una professoressa di Inglese celeberrima per il silenzio che pretende a lezione, per la precisione delle informazioni che diffonde, per le interrogazioni spietate che rifila. Ella però, per i medesimi motivi, è amatissima dalle sue classi, che la rispettano e le si affidano con cieca fiducia. E questo lo dicono per primi i suoi studenti.

(oggi, nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)