Sigla

4 aprile 2014

C’è questa classe buffa dove imperversa una moda che non riesco ad arginare.
Quando interrogo, io annuncio il nome della vittima e loro la accompagnano nella traversata dell’aula cantando in coro la sigla con cui a “Uomini e donne” Maria De Filippi introduce corteggiatori e corteggiate.
Un’oscenità che purtroppo mi fa morire dal ridere.

Un cane per metafora

1 aprile 2014

Oltre alla solita “Coscienza di Zeno”, affrontando Svevo decido di inserire nel programma “Argo e il suo padrone”, un racconto lungo di cui ai tempi del liceo m’innamorai.
E non solo per l’indomabile passione che da sempre nutro per i cani.
Trovo che Argo, che nella novella parla di sé in terza persona, sia una metafora perfetta dell’uomo.
Ci sono passi di una comicità unica, altri di una verità spiazzante, altri ancora di una malinconia struggente.

Mi legarono alla catena. Sospetto avessero qualche cosa di buono da mangiare e non volessero darne parte al povero Argo. Anna se ne andò senza più guardarmi mentre io le guardai dietro finché non scomparve nella casa sperando si pentisse della sua malvagità. Abbaiai per un po’ cercando di commovere o di disturbare; ma nessuno si curò delle mie lagnanze.
Poi ebbi una sorpresa gradevole e dimenticai le mie sofferenze. Non ero solo alla catena. Forse la stessa buona Anna prima di andarsene per alleviare la mia posizione aveva lasciato accanto a me una vecchia scarpa. Una scarpa odorosa. L’uomo che l’aveva usata doveva aver camminato molto. In un cantuccio della scarpa c’era un chiodino che odorava di sangue rappreso. E non finivo più di rigirare quella scarpa. A poco alla volta capisco che se l’oggetto non è vivo grida e da esso risuona la vita. Vita nemica o amica? Piuttosto nemica. Quando entrano in casa delle persone con scarpe tanto odorose io le scaccio perché sono troppo dissimili dagli odori cui son uso. Mi prende l’ira e mi metto a sbranare la scarpa che resiste. Resiste come se vivesse. Non è facile scioglierne le fibre. Ma ecco che riesco a ficcare il naso in posti prima inaccessibili e subito troneggia un altro odore. Più vecchio ma non meno chiaro. Faccio la pace con la scarpa perché il nuovo odore non è nemico e cesso di sbranarla. Scherzo con essa e le do dei colpettini che la fanno balzare allegra, allegra. Si capisce che sbranare una scarpa simile è come correre libero pei campi. Una vista si alterna con l’altra e non c’è posto alla noia.
A un dato punto la scarpa ricevette un colpo troppo forte e cadde fuori del ristretto spazio cui la catena mi permette di accedere. È perduta per me e rientro nel dolore della schiavitù. Oh! Quando verranno a riprendermi? La scarpa olezza di nuovo da nemica, ora ch’è in salvo.
Quando dopo molte ore la vecchia Anna venne finalmente a liberarmi io non ebbi più voglia di fermarmi alla scarpa. Abbondanti effluvi arrivavano da ogni parte e mi chiamavano imperiosamente. Si vede che per gustare certe cose occorre la catena. Diedi una breve annusata alla scarpa e corsi via.
Purtroppo non ci pensai di riportarla nel posto accessibile quando mi trovo alla catena. Lo rimpiansi il giorno appresso soltanto quando mi trovai di nuovo solitario alla catena. E quando fui libero commisi di nuovo lo stesso errore di cui non m’avvidi che quando ritornai alla catena. Ma pensare alla catena quando si è liberi sarebbe come diminuire la grande gioia della libertà.

Loro invece commentano impudicamente che questa pappardella (scritta male) gli fa dupalle grosse come un par di cani a cuccia.

Esilio e sushi

1 aprile 2014

La lezione è un ibrido tra letteratura e storia: l’autore è Manzoni, il testo è Il 5 maggio, l’argomento è vita, esilio e morte di Napoleone.

“Profe scusi, ho una domanda sull’esilio di Napoleone a Sant’Elena.”
“Dimmi caro.”
“Praticamente, questo, icché faceva dalla mattina alla sera?”
“Poco e nulla, vedi, lo scrive anche Manzoni nella sua ode storico-civile: Oh quante volte, al tacito morir d’un giorno inerte, chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, stette, e dei dì che furono l’assalse il sovvenir! Napoleone, iperattivo ed egocentrico, costretto all’inattività, in esilio fondamentalmente si annoiava a morte.”
“Ma mangiare mangiava?”
“Certo.”
“E come faceva?!”
“Gliel’avranno preparato. Non era mica solo: viveva nella Longwood House, sorvegliato a vista dagli inglesi, che però provvedevano anche al suo sostentamento.”
“Va be’, allora non è che stesse proprio male male.”
“Mah, insomma: a te piacerebbe vivere in esilio, lontano dai tuoi affetti, privato della tua vita, isolato in una caccola d’isola in mezzo all’Oceano Atlantico?”
“Dipende da quello che c’era per cena. Tipo, col sushi sarei stato di lusso.”

Promessi sposi gay

1 aprile 2014

“Prima di procedere con la lettura di qualche capitolo scelto, propongo un ripassino del romanzo manzoniano. Tizio, quanti anni dedicò l’autore alla stesura?”
“Una ventina.”
“Bravo Tizio. E tu, Caio, dimmi: quante furono esattamente le stesure?”
“Tre stesure, ma due edizioni, di cui la prima detta ventisettana dall’anno in cui ebbe luogo.”
“Bravo Caio. E ora tu, Sempronio: qual è il titolo della prima stesura?”
“Fermo e Renzo.”

Questo Sempronio (che è lo stesso dell’ “alte rego”) mi pare ci si metta parecchio d’impegno a ritagliarsi uno spazio nel mio blog.