Dormiglioni

15 maggio 2014

Avete letto la notizia sugli studenti dormiglioni? Io (sarà deformazione professionale, ma) quando vedo la parola studente, mi ci butto a capofitto. Tutto quello che riguarda la categoria m’incuriosisce, mi attira, m’ipnotizza, mi rapisce. Perché, fondamentalmente, mi commuove.
Questa teoria del sonno adolescente però, mi dispiace, ma non la condivido mica tanto. Non mi riesce proprio crederci. D’accordo, parlano di minuziose ricerche scientifiche, di studi seri e affidabili, che documenterebbero come i teenager siano naturalmente predisposti ad andare a letto più tardi e svegliarsi più tardi. Tra le 9.00 e le 10.00 di mattina, per la precisione, quindi dalle due alle quattro ore dopo rispetto agli adulti. Fino a quell’ora il loro livello d’attenzione e capacità di concentrazione risulterebbe in sofferenza. Un cambiamento dell’orologio interno che si protrarrebbe generalmente fino ai 21 anni. Anche solo un’ora di sonno in più al mattino, è stato dimostrato, rende gli studenti del liceo più vigili e sereni. Io, abbiate pazienza, non ci credo.
Sono passati alcuni annetti, ma io di com’era il mio sonno nel periodo dell’adolescenza mi ricordo molto bene: poiché la sera andavo a letto presto (massimo alle dieci e mezzo-undici) dopo giornate di studio non dico matto e disperatissimo ma abbastanza sostenuto, la mattina dopo bastava che mia madre si materializzasse in camera, arrotolasse le persiane, spalancasse i vetri e mi scoperchiasse le coperte urlando “mòviti” (proprio così, senza la “u” tra la “m” e la “v”), che io, appunto, mi “movevo”. Ovvero, saltavo giù dal letto, inforcavo la via del gabinetto per la toelettatura, poi quella della cucina per la colazione, e in mezz’ora ero pronta: fresca come un bocciolo di rosa, per andare in pasto ai miei professori, perfettamente conscia e padrona di me stessa.
A 48 anni non vado invece a scoprire che a quell’età avrei avuto il sacrosanto diritto, avallato dalla scienza, di dormire dalle due alle quattro ore in più?! Roba da rimanerci male. E non scopro, sempre a questa età, che in Inghilterra dal prossimo settembre tutti gli studenti dell’ultimo biennio della Hampton Court House – di età compresa tra i 16 e i 18 anni – inizieranno le lezioni alle 13.30 fino alle 19.00?! Anche altre scuole superiori inglesi hanno posticipato l’inizio delle lezioni, che in Gran Bretagna cominciano già un’ora più tardi rispetto all’Italia.
Non sono una scienziata e ho fatto solo Lettere: ma secondo me se gli studenti (quelli inglesi in particolare, ma anche i nostri, che gli stanno al passo con uno stile sempre più affinato) consumassero i loro pomeriggi alternando lo studio a una sana attività fisica, la sera (anziché pascolare per locali a strabere) crollerebbero spontaneamente a un’ora urbana, per svegliarsi la mattina dopo freschi come boccioli di rose e pronti a finire, perfettamente consci e padroni di loro stessi, in pasto ai loro professori.

(domani sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Che cos’è l’amor

8 maggio 2014

Classe quarta, ora di Letteratura, Giacomo Leopardi.

“Scusi profe: ma Leopardi, una donna, ce l’ebbe mai?”
“Temo di no.”
“Ma allora di che cosa si ragiona, scusi? Io non li sopporto questi poeti che parlano d’amore senza sapere cosa sia.”
“Il fatto che non abbia avuto una compagna non significa che non abbia conosciuto l’amore.”
“Ma come no! Uno che con una donna non ci sta insieme, non può dire di amarla né di conoscere l’amore!”
“Vorresti dire che l’amore non ricambiato non è amore?!”
“Proprio così: l’amore, se non è ricambiato, condiviso, costruito e consumato, non è amore! L’amore è fatto di passione, di turbamento, di carni che si toccano, di labbra che si baciano! Il resto, scusi, le son chiacchiere!”
“Non sono d’accordo: esistono mille modi d’amare e di certo anche Leopardi ebbe il suo.”

Toc toc.

“Avanti.”
“Scusi professoressa, ci sarebbero da leggere queste circolari.”
“Oh, Buongiorno Tina, buongiorno Mimma! Prego, venite dentro, entrate, e diteci la vostra opinione.”
“Su cosa?!”
“Sull’amore.”
“Oh che bello!”
“Secondo voi, l’amore non ricambiato può essere chiamato comunque amore?”
“Sì, certo!” (Tina)
“Ma neanche per sogno!” (Mimma)
“Ecco, te Tina mettiti qui a sedere con noi. Te Mimma vai a pulire.”

Grand Budapest Hotel

7 maggio 2014

Una torta squisita con la base acida.
Un capolavoro assoluto con un cast stellare.
Una rilettura fiabesca del Novecento europeo.
Una storia da morire dal ridere.
Una storia da morire dal piangere.
Un omaggio letterario.
Un tributo a uno scrittore.
Una commedia eccentrica, velocissima, elegante.
Una storia fantasiosa e inusuale, bizzarra e intelligente.
Un ibrido tra operetta e fiaba.
Un incrocio ideale di grafica e colore.
Un libro di storia e geografia.
Un fumetto interpretato da attori in carne e ossa.

Sono tutte adatte e vanno tutte bene, le definizioni date a Grand Budapest Hotel, l’ultimo film di Wes Anderson.
Io l’ho visto ieri sera.
E da ieri sera non faccio che pensare che devo assolutamente tornare a rivederlo.

Vecchie conoscenze

6 maggio 2014

La intitola proprio così, l’email che mi scrive: “vecchie conoscenze”.
E subito chiede chissà se mi ricordo di lei.
Poi mi fornisce alcuni indizi: scuola media, sezione A, classe furibonda, compagni folli. Altro indizio: lei la misi accanto al più impavido, perché me lo tenesse calmo.
Quindi racconta cosa è accaduto da allora: un diploma già messo in saccoccia e un corso universitario nel settore dell’assistenza sociale.
Scrive “cazzeggio” e dopo averlo scritto mi chiede se può dirlo, ora che ha vent’anni e non più undici come quando le nostre strade -la sua di alunna, la mia di insegnante- s’incontrarono e restarono incollate e simbiotiche per un triennio intero.

Rimando il footing, la stiratura dei panni, la correzione dei compiti, la preparazione della cena. E le rispondo all’istante.
Mollo tutto, perché la testa mi si riempie di ricordi, il cuore di un’emozione che non provavo da tempo.
E non voglio fare altro che abbandonarmi al languore.

Le scrivo che potrei disegnare su un foglio la disposizione dei loro banchi, che potrei riconoscere le loro grafie in mezzo a mille altre, che potrei rifare a memoria i cartelloni sui libri letti insieme, dai pianeti del piccolo principe all’occhio del lupo di Pennac, dal cane di Abbaiare stanca al plastico gigantesco della merda del Trattamento Ridarelli.
Le metto in fila i nomi delle sue compagne, la sua amica del cuore, quella coi capelli rossi, quella bionda e dispettosa, quella timida e riservata, quella ingombrante e invadente.
Le snocciolo i nomi dei suoi compagni, quello con l’erre moscia che chiedeva sempre le storie violente, quello bellissimo ma un po’ ciccio, quello più basso ancora di Pupo, quello che non imparava mai il trapassato remoto, quello che faceva troppe assenze, quello che piaceva a tutte le ragazzine delle altre classi.
E infine le ricordo lui, quello che non aveva paura di niente e di nessuno, quello che ci faceva dannare ma anche ridere tanto, quello che era dieci passi avanti agli altri, quello che andava seguito, arginato, contenuto, controllato. Quello che gli altri docenti detestavano e temevano. Quello che le piazzai accanto perché gli facesse da sorella maggiore, da guida spirituale, da esempio concreto.

Sono passati nove anni, da allora.
E Martina oggi mi ha fatto il più bello dei regali che un’alunna possa fare alla sua ex insegnante.
Un’email per dirle che si ricorda ancora di lei.

OM

6 maggio 2014

Sarà il calduccio, il solicino, la primavera, il profumo di sambuco, di acacia, di gelsomino e di lillà.
Sarà che è maggio, che tra venti giorni la scuola finisce, che non hanno più fiato, che non hanno più voglia.
Sarà che sono innamorati, che sono consumati, che sono distratti, che sono spompi.
Sarà che a diciassette anni ridi di nulla, ridi di tutto, ridi senza criterio, ridi in continuazione.
Fatto sta che stamattina non c’è verso di portare avanti questa lezione di Letteratura.

“Ho capito: qui ci vuole un OM.”
“Icché ci vòle?!”
“Ci vuole un OM: per riacquistare la concentrazione, per riappropriarsi di noi stessi e della nostra mente. Forza, unite gli indici ai pollici, sollevate le mani all’altezza delle spalle e ripetete con me: OOOOOMMMMMM…”

Uno fa OM tra una risata e l’altra, una lo fa troppo forte e bercia, un’altra non si fida e si guarda intorno sospettosa.
Uno si nasconde dietro il libro per non farlo, una lo fa sgomitando sul fianco dell’amica, un’altra si volta indietro a guardare se lo fanno tutti o se è lei l’unica bischera a darmi retta.
Una eccede nel calarsi nella parte e arrovescia il capo all’indietro, perdendo insieme equilibrio e dignità.
Uno mentre lo fa mi guarda com’a dire: “Ma lei, è sicura sicura di essere tutta rifinita?”
Un altro mentre lo fa mi guarda com’a dire: “Lei non è mica rifinita per nulla.”

Vacilla la mia cieca fiducia nelle tecniche orientali.

Priorità

6 maggio 2014

“Allora, sei aicura di non voler venire?”
“Profe, non è che non voglio: non posso.”
“Ma guarda che ti perdi una bellissima occasione: due giorni a Certaldo, venerdì e sabato, nella casa di Boccaccio, a fare un corso intensivo di scrittura tenuto da un docente della Scuola Holden di Baricco, mica balocchi.”
“Lo so, lo so. Ma le ho detto che non posso. Se potessi verrei.”
“Scusa, non per essere sfacciata: ma cosa devi fare?”
“Il mio fratellino domenica passa a comunione e devo aiutare la mia mamma a preparare il rinfresco.”
“Cosa?! Per questo?! Ma abbi pazienza, per te è più importante un corso di scrittura di alto livello o la preparazione del rinfresco per la comunione del tuo fratellino?!”
“La preparazione del rinfresco per la comunione del mio fratellino.”

Ed è inutile che ti scandalizzi: in classe danno tutti ragione a lei, mica a te.

Ricorrenze

5 maggio 2014

“Beh?”
“Beh cosa?!”
“Dico, beh, non avete niente da dirmi, oggi?”
“Cosa dovremmo dirle?!”
“Non è forse questo un giorno particolare? Non dovreste forse ricordare qualcosa di storicamente importante, oggi? Insomma! E’ o non è il 5 maggio? Vergogna!”
“Vergogna di che? Guardi che noi si sta aspettando che siano le 17:49. E’ lei che è in anticipo con la ricorrenza.”

E con questo m’hanno zittita.

Mettiu

5 maggio 2014

Sembrerà impossibile, ma nei ventinove anni trascorsi da quando è nato, io non avevo mai conosciuto il figlio primogenito di mia cugina, registrato all’anagrafe col nome di Matteo ma noto in famiglia come Mettiu, scritto proprio così, come si dice.
Era lei a chiamarlo all’inglese quando -piccolo, biondo e bello- andava ancora all’asilo o alle elementari.
Erano gli anni in cui io e lei non ci frequentavamo, ciascuna immersa nella propria vita e concentrata a cavalcare l’onda delle proprie scelte.
A tenerci informate a distanza ci pensava suo padre, lo zio Flambert, che invece bazzicava giornalmente casa mia.
“Vedessi bellino Mettiu”, “sapessi bravo Mettiu”.
Ma io, di questo Mettiu, mai neanche l’ombra.

Una volta ritrovata mia cugina e riallacciato con lei un legame a triplo nodo (con tanto di promessa di invecchiare insieme dentro la stessa casa di riposo), è ricomparso pure Mettiu.
Mettiu che ha fatto lo Scientifico, che poi si è iscritto a Storia, che studiava di notte perché si concentrava meglio e che ha macinato tutti gli esami portando a casa voti altissimi, ma che poi un giorno come niente ha detto basta, ed è partito.
Mettiu che a Francoforte ha trovato lavoro, amicizie, amore. E che, appunto per amore, è tornato in Italia, ma per fermarsi a Milano.
Mettiu che si rimette sempre in gioco, che non teme le sfide, che non chiede soldi ai suoi genitori, che vuol farcela da solo. Che è schietto e chiaro, semplice e diretto, coraggioso e buono. Che non sta dietro alle mode, che va controcorrente, che non gliene frega nulla, oppure gliene frega molto.
Insomma di questo Mettiu m’ero fatta un bel filmino tutto mio, alimentato dai racconti di sua madre e supportato da qualche foto che ogni tanto mi arrivava.

Qualche giorno fa Mettiu è sceso in Toscana, nel suo paese, a casa sua.
Sono andata a conoscerlo.
E ho visto coi miei occhi che quel bel filmino che m’ero fatta corrisponde esattamente alla realtà.

Spring break

2 maggio 2014

Sarei bugiarda se dicessi che non mi fanno piacere. Queste vacanze tanto lunghe, dico. Due mercoledì fa ultimo giorno, e fino all’altro ieri non se n’è riparlato. Poi due mattinatucce in classe e quindi nuovamente a casa per la Liberazione odierna, che armoniosamente si sposa col weekend che sta per iniziare. Poi tre giorni ancora in mezzo ai banchi, il tempo di fare la triplice simulazione delle prove di maturità, ma dopo rieccoci un’altra volta a casa per la Festa del Lavoro, nuovamente unita a un altro fine settimana, per cui ci si rivede quando morì Napoleone, vale a dire il cinque maggio. E a me, a guardare bene, è andata pure male: ci sono scuole che, nel nome dell’autonomia, si sparano quattordici giorni tutti una tirata senza mai rientrare. Ma ripeto, se mi lamentassi di tanto riposo (che oltretutto mi abbisogna), sarei ipocrita.
Però non sarei onesta se non ammettessi che ora, in questo momento, a ridosso della fine dell’anno scolastico, in piena esplosione primaverile (ed ormonale), tutti questi giorni a casa comporteranno una pericolosa distrazione che, forse no, non ci voleva. Dal giorno in cui rientreremo in classe ci resterà un mese appena per completare i programmi (sempre più farraginosi o pare a me?), somministrare le verifiche (e correggerle in tempi record), procedere con le interrogazioni (che comportano il pedinamento persecutorio di coloro che tentano la fuga), completare coi recuperi (non sia mai che l’azzeccano alla prima). Di mezzo (magia!) ci si metteranno anche i test Invalsi, che ogni anno ci rubano del tempo e ci costringono a considerazioni frustrate e iraconde. Ci si metteranno gli stage, le uscite didattiche finali, quella conferenza fissata da mesi, quell’incontro da cui non ci si può sottrarre. Ma l’ostacolo più corposo saranno soprattutto loro, gli studenti, con una stanchezza che non riescono più a gestire, con un richiamo interno a tutto ciò che è esterno e a cui non riescono a sottrarsi, con una predisposizione alla distrazione che fa impressione. E con un’abitudine alla sveglia biologica, agli orari invertiti, alla lontananza dai libri e al dolce far niente che in questi giorni certamente si rafforzerà.
Se la tirassi lunga con le lamentele, tuttavia, correrei il rischio di assomigliare a quegli insegnanti tristi in cui non intendo riconoscermi e a cui non voglio assomigliare, persone grigie e scontente che bubano davanti a tutto e al contrario di tutto. Perciò la chiudo qui e riprendo la mia lunga vacanza. A Roma, presso le Scuderie del Quirinale, per esempio, c’è quella magnifica mostra di Frida Kahlo. Non è scuola anche quella?

(venerdì scorso sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)