A casa

27 agosto 2014

Era stato un anno duro. Quello che i latini avrebbero chiamato horribilis. Un intervento chirurgico esoso scaturito dall’intenzionale e prolungata ignoranza di un problema, una convalescenza senza fine, tre mesi a casa dal lavoro, un isolamento testardo da tutto il mondo tranne che da lui e da lei, l’uomo con cui aveva scelto di dividere la vita e la donna con cui aveva deciso di sperimentare l’amicizia vera.
Poi al lavoro ci era tornata. Il suo però era quel lavoro che tutti giudicano una passeggiata ma che in realtà è una scarpinata quotidiana in compagnia di individui incantevoli ma mutevoli, indefiniti, problematici e irrisolti, affamati di parole, di forze e di energie. Energie che lei sentiva di non avere più.
Nonostante questo aveva stretto stretti denti e pugni e, a suon di morsi e di cazzotti, era arrivata a giugno. Ci era arrivata stanchissima e malconcia, acciaccata anche dalla fine di quello che si vorrebbe non finisse mai. L’estate le appariva come una sconfinata landa infuocata, il caldo torrido della sua città l’avrebbe presto agguantata e sciolta in un lago di sudore. E lei odiava sudare. Trovava il sudore inenarrabilmente inelegante. E trovava l’estate la stagione più antipatica dell’anno. Quell’anno, poi, non avrebbe avuto più neanche quella casa in cima alla collina fresca e ventosa nella Maremma amara: proprio lei se n’era voluta disfare. Ma ecco, adesso un po’ la rimpiangeva.
Pensò che forse le avrebbe giovato la montagna. Le tanto celebrate vette italiane del nord-est, che aveva visto solo in cartolina o solo di passaggio, mentre anni addietro ne aveva attraversato la pancia per infilarsi in Europa, forse avrebbero potuto accoglierla e aiutarla a respirare. Avrebbe avuto giorni freschi e notti ghiacciate, avrebbe dormito sotto un piumone, avrebbe mangiato canederli e strudel. Fissò un hotel in una a caso tra le cento valli che affossano le alture, un hotel con la piscina, l’erba molto verde, l’area benessere e relax.
A pochi giorni dalla partenza ebbe un dubbio dalle dimensioni delle tre cime di Lavaredo. E si sentì chiamata.
Acquistò un volo con due scali e, passando da Abu Dabi, atterrò in Thailandia.

Bangkok l’accolse come accoglie tutti: con un muro d’afa, una cappa d’umido, un’aria irrespirabile, una mistura nauseabonda di spezie, una folla impazzita di persone, un alveare di bancarelle che fanno e vendono tutto per la strada, pennichelle, giochi, chiacchiere, lavori, cibo, balsami, borsette, magliette, trecce di capelli rasta, libri, cartoline.
Erano nove anni che non vedeva la città più ventricolare, contraddittoria, caotica e affascinante del mondo. La trovò più ventricolare, contraddittoria, caotica e affascinante di nove anni prima.
Sentì di essere esattamente dove voleva essere. Si sentì a casa.
Navigò lungo il Chao Phraya, si spostò a piedi, in taxi e in tuk tuk, si smarrì a China Town. Prese una stanza in un hotel chiassoso, incastrato nel budello più intasato del centro più centrale. Nonostante questo dormì sonni profondi e non sognò mai male. Mangiò la zuppa tom yum piena di ginger, il pad thai pieno di zucchero, il fried rice pieno di verdure, il curry red e quello green, chiudendo gli occhi e ripetendo a se stessa: non è un ricordo, è la realtà, l’ora, l’adesso. Consumò pasti all’aperto lungo le strade più inquinate e cenò al sessantaquattresimo piano di un grattacielo, con lo strapiombo accanto al piatto, in compagnia di un amico che non vede mai ma che le è incredibilmente caro. Si fece massaggiare da esili donne thailandesi e ripulire i piedi da pesciolini arancioni ammassati in grandi vasche. Tornò a Chatuchak, il week-end market, il mercato più grande del mondo, vi comprò ciabatte da meditazione da portare in dono ai suoi amici, borsette, ventagli e braccialetti alle sue amiche, oltre a un nuovo trolley in cui infilare tutta quella roba. Comprò un telo enorme di paglia colorata su cui apparecchiare futuri pic nic. Comprò quaderni artistici su cui scrivere pensieri. Il sudore la perseguitava, ma lei non se ne accorse mai.
Bangkok la guardava con gli occhi languidi di Buddha seduti, distesi, d’oro e di smeraldo e le diceva: bentornata.
Ma a Bangkok non si può vivere per più di qualche giorno.
Per questo, dopo qualche giorno, prese un volo interno e atterrò sul paradiso.

A Koh Lipe non circolano auto né motorini. A Koh Lipe si va tutti a piedi. Si cammina su tre lingue d’asfalto, uniche tre strade rubate al verde umido dell’erba e al bianco accecante della sabbia corallina. A Koh Lipe ci sono solo tre spiagge: quella dove il sole sorge, quella dove il sole tramonta, e quella dove il sole picchia strappandoti dal corpo la pelle con le mani. A Koh Lipe la natura è ancora la padrona di casa, le palme sono enormi e l’acqua dell’oceano così calda che ci devi pisciare dentro per creare una corrente fresca. Il mare di Koh Lipe pullula di anemoni da cui migliaia di Nemo fanno cucciabè. C’è il ristorante più romantico della terra in cui cenare a lume di candela distesi su un triangolone thai al canto degli uccelli della notte e coi piedi nascosti nella sabbia. C’è una vecchina che fa i pan-cake più unti del mondo, un greco che ha inventato un dolce fritto perfetto per l’ora della merenda, un barista che insieme a un watermellon juice ti propone marijuana. C’è un gatto su ogni porta e un cane ad ogni svolta. Ci sono bambini che giocano col niente, ragazze che si sentono maschi, ragazzi convinti di essere femmine, e nessuno che li addita. A un’ora di long-tail-boat c’è un’isola abitata solamente da scimmie che hanno conosciuto l’uomo e non lo temono, che si fanno avvicinare, fotografare, sfiorare. Se l’uomo porta in dono frutta fresca, si fanno anche un po’ adottare. A Koh Lipe tutto rimpicciolisce fino a sparire, la Terra, l’Europa, l’Italia, Firenze, non esiste più niente, esistono solo quelle tre lingue di spiaggia accecante che placano il corpo e azzerano il pensiero. A Koh Lipe non c’è bisogno neanche di parlare, perché basta guardarsi. Lo sa bene Paolo, cinquantenne di Grosseto che, andato in pensione, ha mandato affanculo la Maremma e da quel paradiso ha detto: io non torno più. Lì ha conosciuto Pooky, una donna scura e rasserenante, ha tirato su quattro pali, li ha coperti di pagliericcio e ha aperto un ristorante. A volte l’oceano, di notte, gli entra in casa. Loro aspettano che la furia buia passi e la mattina dopo -sorridendo lei, smadonnando lui- riarredano il locale, riespongono le insegne coi prezzi dei cibi, riaggiustano le collane di coralli pendenti dal soffitto arruffate dal monsone e aspettano che qualcuno, passando, decida di fermarsi. Lei ci si è fermata molte volte, di mattina, di giorno e anche di sera, quando Paolo preparava spaghetti per gli amici e Pooky ascoltava in silenzio quella lingua strana e tanto diversa dalla sua che per dire kà dice sì.

Solo dopo molti giorni tornò a casa. Ebbe l’impressione che i giorni passati fossero pochissimi. La Thailandia le aveva divorato il tempo, le aveva consumato le ore e i giorni, le aveva rubato vista, udito, tatto, gusto e olfatto.
Ma le aveva lasciato il sesto senso, quello con cui dare una lettura nuova all’esistenza. Le aveva lasciato ricordi palpabili a cui aggrapparsi se il gorgo tentasse ancora di risucchiarla e farla affogare; forze nuove e insospettate; intenzioni per propositi fermi e imperituri; sete di progetti; una grande fame di vita. E un ruggito da leonessa con cui tornare a salutare Firenze, la mirifica.

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