A tutta zumba

26 settembre 2014

“Profe, ci vediamo oggi pomeriggio in palestra!”
“Sì, cioè, ci vediamo nello spogliatoio, poi voi andate a pompare sulle vostre macchine infernali da giovani e io vado a fare il mio yoga rilassante da vecchia.”
“Ma che dice profe, oggi lei viene con noi a fare zumba!”
“Oh, piano con le parolacce. Che roba è codesta zumba?!”
“Non conosce la zumba??? Ma profe!!!”
“Ma che volete da me, non conosco la zumba, e allora?”

La zumba è una lezione di fitness che usa i movimenti e le ritmiche tipici della musica afro-caraibica. Il tutto unito alle caratteristiche mosse della ginnastica aerobica. L’obiettivo principale di questa danza è bruciare molte calorie mediante allenamenti di variabile intensità. In una singola sessione di zumba si possono arrivare a perdere anche 1000 calorie. Non sono movimenti creati casualmente da fantasiosi coreografi: sono passi scientificamente studiati per garantire una elevatissima attività del cuore e dell’apparato respiratorio. Tutto questo senza dimenticare i movimenti adeguati a rendere tonici e sodi i muscoli delle gambe e dei glutei. Nel mondo, sono milioni i praticanti di questo tipo di allenamento. Tutto parte da Miami, grazie alla geniale intuizione di un coreografo ballerino ormai famosissimo, Beto Perez. Un giorno questo Beto dimentica a casa la cassetta di musica dance che solitamente usava per le sue lezioni di aerobica e decide di risolvere il problema con un nastro di musica latina contenuto nel suo walkman. Il “bello” della zumba pare sia questo: non si devono imparare alla perfezione i passi e ripeterli in maniera ferrea. Tutti sono liberi di lasciarsi andare ed improvvisare, senza troppe rigidità. Esiste anche una variante della zumba per bambini, detta zumbatonic. Per gli amanti della ginnastica in acqua, esiste poi l’aquazumba, per gli anziani c’è la zumbagold mentre per chi fa una vita sedentaria c’e’ la zumbasentao. Una delle caratteristiche della zumba è infine una certa cura nell’abbigliamento: molti atleti realizzano personalmente i loro abiti modificando le classiche tute affinché amplifichino i movimenti con colori sgargianti e scampoli di stoffe variopinte cucite qua e là.

“Insomma profe, deve assolutamente venire!”

E io ci sono andata.
Ora però non so come fare a ripresentarmi in classe lunedì.

Azzurro

23 settembre 2014

Dopo la scuola, saltare in auto e bruciare i 35 km che mi separano da lui. Parcheggiare in piazza, entrare a piedi in centro e puntare dritta verso l’angolo in cui si ritrova tutti i giorni con gli amici. Vedere che anche lui mi vede. Corrersi incontro, abbracciarsi, annusarsi. Sentirsi smontare tutto il programmino (una passeggiata nella Via Maestra e nel Viale Diaz) perché lui aspettava me per fare i compiti. Quindi andare a casa dei nonni, spalancare i quaderni, fare asticelle in matematica e scrivere parole coi plurali complicati. Infine cenare, celebrando con grandi bocconi una delle specialità locali, nana in umido coi rocchi di sedano. E dopo tutto questo, alla faccia dell’adagio “chi canta a tavola e a letto è un matto perfetto”, intonare a squarciagola Azzurro di Adriano Celentano, urlarla tutta, ma proprio tutta, mentre Tom Tom Daddy ci fa un video col telefonino.

Detesto fare la zia stucchevole.
Ma quel nipote assomiglia a una poesia.

Facciamo il gruppo

23 settembre 2014

“Ragazzi, ho avuto un’ideona.”
“Oddio, eccoci.”
“Perché non facciamo un gruppo su whatsapp? Un gruppo didattico, intendo. Nulla di quelle chat chiassose e vacue in cui spendete il vostro tempo. Uno spazio tutto nostro (più che altro tutto mio), che io possa usare per comunicarvi avvisi dell’ultim’ora, tipo: domattina portare storia anziché italiano, ricordarsi di fare il tema, occhio che interrogo a tappeto. Che ne dite?”

Non avevo ancora finito la proposta che il gruppo già esisteva.
Titolo: ALLARME LANDI.

Cerca il satiro

23 settembre 2014

Nella Canzona di Bacco e Arianna, il Magnifico Lorenzo cita i satiri e le ninfe che se la godono di brutto nei boschetti.
Manina alzata.
“Prego.”
“Cos’è un satiro, profe?”
“Il satiro è un personaggio mitologico, ibrido tra uomo e capra, perennemente affamato di sesso, che tende continui agguati nelle selve alle povere ninfe intente a sciacquettarsi le ascelle sulle rive dei laghetti.”
“Maddai!”
“Ve lo giuro. Non a caso il satiro è spesso ritratto con un’attrezzatura genitale di tutto rispetto, talora impressionante.”
“MADDAI, PROFE!”
“Oh. Allora quando tornate a casa googlatelo tra le immagini e guardate coi vostri stessi occhi.”

Stanotte (i maschi per un verso, le femmine per un altro) faranno sonni agitati.

Caro Giacomo Leopardi

22 settembre 2014

In quarta c’è fermento.
Aspettiamo tutti l’immimente uscita (il 16 ottobre) de “Il giovane favoloso”, film di Mario Martone dove Elio Giordano presta il volto al poeta di Recanati, per andare a vederlo in gruppo (abbinandoci una pizza).
Nell’attesa, io taglio, ritaglio, incollo e fotocopio tutto ciò che trovo sull’argomento.
“Sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore, ieri, è comparsa una lettera firmata Giacomo Leopardi e indirizzata a tutti voi studenti, l’avete vista?”
“?!”
“In realtà l’ha scritta una certa Antonella Antonia Paolini, ma utilizzando passi tratti dall’Epistolario e dallo Zibaldone. Una genialata riuscita oltretutto molto bene. E io l’ho fotocopiata per voi! Ve la leggo. Miei cari italiani…”

La bella albanese della terza fila s’è offesa e, rivendicando la natura multietnica dell’Italia odierna, ha dato al povero Giacomo del razzista oscurantista.

Kiko, un ragazzo italo-filippino, vive, studia e lavora in una città del nord Italia.
Suo padre -italiano- è morto in un incidente stradale. Nonostante fosse ancora un bambino, egli ricorda perfettamente quell’uomo affettuoso e presente, che in eredità gli ha lasciato un meteorite.
Sua madre -filippina- cura la propria vedovanza al fianco di un altro uomo, che dà lavoro nero a immigrati irregolari e costringe pure quel figliastro a sudare su calce e mattoni.
Kiko a scuola sarebbe anche bravo. Ma lavora ogni giorno fino a tardi e spesso la mattina si addormenta sul banco. Gli manca il tempo per studiare la matematica e il latino, gli manca la testa per credere nella filosofia.
Un giorno (ha appena rubato un computer da Trony ed è stato beccato) un uomo gli si materializza accanto all’improvviso. Convince i proprietari a non chiamare la polizia, paga lui stesso il computer, glielo regala, gli dà uno strappo a casa. Gli dice di andare via, da quella casa. Lo invita a stare a casa propria.
Gli insegna a capire perché vale la pena studiare e il punto di vista con cui va fatto (“Prima di imparare qualcosa, chiediti perché vuoi saperla”).
Gli cambia, insomma, la vita per sempre.

Se chiudo gli occhi non sono più qui è in programmazione all’Auditorium Stensen fino al 24 di questo mese. Alla prima c’era il regista, Vittorio Moroni, che ha idealmente diviso i docenti in due gruppi, i “doganieri” (buoni solo a riscuotere il conto di quello che pensano di aver dato) e gli “stellacometa” (capaci di ispirare, di segnare, di lasciare un’impronta profonda in chi gli passa accanto); che ha parlato di scuola come ne dovrebbe parlare chi ha il potere di cambiarla.
Alla seconda, alla terza e alla quarta il regista non ci sarà.
Ci sarà comunque un film che, dietro un’apparenza desolata, nasconde un messaggio lucido di speranza.
E che a me ha ricordato molti miei studenti giunti da lontano e strappati alla scuola per una vita non loro.

Prima settimana

21 settembre 2014

A parte il fatto che è una settimana, ma mi pare un mese.
“Anche a noi, profe, davvero, che stanchezza, che sonno, che stress…”
E se lo dicono loro.
Il fatto è che siamo disabituati.
Alla sveglia puntata, alla colazione senza avere ancora fame, alla doccia senza averne ancora voglia. Al controllo serrato dell’orologio (che la mattina va più svelto, ma dove va, mi dico), alla paura di far tardi, alla preoccupazione di lasciare il libro necessario a casa. Agli obblighi, ai compiti, alla campanella. Agli incontri, ai discorsi, all’ascolto, all’attenzione, alla concentrazione.
Così ci sentiamo, noi di qua e loro di là, frastornati, rintronati, completamente rincoglioniti.
La testa che ronza, le orecchie che fischiano, la lingua che allappa.
Rivedersi e conoscersi, però, è stato tanto bello. Forse (per me) più bello di sempre. Perché quest’anno -dopo quello zoppo e frustrante passato- ne sogno uno che spari energia da ora a giugno.
Ho rivisto la mia quarta: sono pochi, selezionati e concentrati in un’aulina finestrata su due lati e luminosissima. Sono allegri, spensierati (all’apparenza, perché nessuno in realtà lo è più dopo l’infanzia), garruli, amorosi.
“Che diavolo avete da guardarmi le mani e confabulare, voi due laggiù, gallinelle.”
“Niente profe, il suo smalto ciliegia: è bellissimo!”
Così gliel’ho portato perché se lo passassero sulle unghie all’intervallo.
Adesso viaggiamo tutte con lo smalto uguale e l’incontro con i Medici, primo argomento di Storia e di Letteratura, ci è sembrato più immediato.
Ho conosciuto la mia nuova classe, una seconda dalla fama terrorifica che mi ha riservato un’accoglienza tale da farmi capitolare dopo quindici minuti netti.
Hanno scritto un tema, scelto un argomento per il primo numero del giornalino, ripassato i verbi, trascritto il programma che ci aspetta. Hanno imparato a versificare in quinari e settenari, sanno che cos’è un sonetto. Hanno già due voti a testa. E hanno apparecchiato un quadernone che, nei prossimi nove mesi, gonfierà come la pancia di una donna incinta.

Io cerco di curarmi, ma è tutto inutile.
Non guarirò mai da questa malattia.

Io c’ero

17 settembre 2014

Quando era il momento non scrissi niente. Non perché non avessi da raccontare. Perché non avevo connessione. Ormai è passato molto tempo. Due mesi, per essere precisi. Non sarebbe più il caso di parlarne. Figuriamoci poi scriverne. Per sentirsi dire (dai seguaci dell’imitazione): ecco la solita fissata. E allora avevo deciso di lasciar correre, di tacere, di non ripescare -da questa inusuale e indimenticabile estate appena finita- uno dei giorni più inusuali e indimenticabili.
Il 30 giugno.
Poi, oggi, all’edicola, ho visto questo.

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E allora fatemelo dire, che io c’ero.
Fatemelo dire, che quel giorno ero contentissima come Tiziano Ferro, che mi sono parata d’abiti birboni e che ho raggiunto Roma, per trovarla bella come non me la ricordo mai abbastanza. Fatemelo dire che non vedevo l’ora che fossero le nove, anche se pure tutto il prima (un pranzo in Trastevere e i quadri di Frida Kahlo appesi alle pareti delle Scuderie del Quirinale) non era da meno.
Ma alle nove.
Alle nove avrei rivisto lui.
L’uomo di cui m’innamorai a quattordici anni, l’uomo con cui sono cresciuta, e che amo ancora che son vecchia. L’uomo dagli occhi azzurri e penetranti, l’andatura goffa e la zeta emiliana. L’uomo che si è drogato, che è finito in prigione, che ha esagerato, che ha scandalizzato. L’uomo che molti anni fa ha scritto le sue canzoni eterne e le ha cantate aggrappato di lato all’asta del microfono.
Io c’ero, quando la folla nazionale si accalcava ai cancello dell’Olimpico. Non era più la folla drogata, fuorilegge, esagerata e scandalosa di trent’anni fa. Erano famiglie con bambini, erano ragazzi con la fidanzata, erano amici, giovani, giovanissimi, attempati, stempiati, rugosi, immortali.
Io c’ero, quando lo stadio di Roma respirava di un respiro solo.
E con una voce sola urlava.
VASCO.

Ritorni

17 settembre 2014

Non voglio scrivere di chi c’è ancora dentro. Voglio scrivere di chi ne è finalmente fuori, ma pagherebbe per rientrarci. A scuola, dico. Quella scuola che, quando ci sei, infami, insulti, stramaledici. Quella scuola che, quando poi finisce, ti lascia in eredità un paranco triplo in gola. Hai fatto l’esame, lo hai superato, hai il tuo diploma, sei maturo. Sei libero. Eppure il 15 settembre ti sei svegliato presto, troppo presto per il nulla che (coi tempi che corrono) ti aspetta, e ti sei scoperto un’uggiolina addosso, un accenno d’ansia alla bocca dello stomaco, un disagio umorale che si traduceva in agitazione fisica. Ti sei buttato giù dal letto perché di riaddormentarsi non se ne ragionava. E così ti sei lavato, ti sei vestito, sei uscito di casa. E dove sei andato? Non ci crederai: sei andato a scuola.
Neanch’io ci posso credere quando me li vedo entrare nell’atrio, in sala professori, in classe. O voi?! Eh, noi: siam qua. Parliamone, allora, del perché siete qua, perché proprio qua e non altrove, spieghiamocelo, il perché della forza centripeta che vi risucchia dentro questo cubo di mattoni e vetro, questa scatola che quando vi appartiene non vi lascia respirare e quando si dissolve vi lascia come nudi, spaesati, disarmati, agonizzanti. E vi manca l’aria, vi manca lo spazio, vi manca il profumo. Della scuola, a conti fatti, vi manca tutto. Per questo ci tornate. Come ergastolani che ottengono un improvviso quanto agognato sconto di pena e poi capiscono che, incredibilmente, stavano meglio prigionieri. Forse la prigione era solo nella vostra testa. Forse il fuori vi attraeva perché -a occhio- c’era più luce, c’era più sole. Forse il lamento è inscindibile dalla categoria dello studente, sta nel ruolo, costituisce il gioco delle parti. Quando però il gioco finisce, la scuola vi appare per quello che è: l’emblema della libertà (basta tenere aperti i libri), dell’aria che circola (basta ascoltare la voce degli altri), della luce che distenebra ma che non abbacina (basta credere che esiste un’illuminazione metaforica molto più potente di una fisica). Così vi guardo, quando il primo giorno vi affacciate con lo sguardo mogio dei canini bastonati, col senso di inadeguatezza che traspare dai vostri movimenti impacciati. Quando eravate in quinta spadroneggiavate e vi sentivate i signori della scuola, ora non siete più neanche i valvassini e scambiereste i vostri abiti perfino coi primini, che hanno ancora tutta la strada da percorrere, che hanno appena imboccato la salita, che per cinque anni almeno saranno (beati loro) i prigionieri che eravate voi.

Insomma quello

15 settembre 2014

Presente l’alunno che ho preso in terza e che ho portato fino in quinta?
Quello che pesava centodiciassette chili e che poi fece una dieta drastica e ne pesava solo novantatré.
Quello che abita non in una casa come tutti noi mortali, ma in un castello adagiato in punta a un poggio. Quello che ha dieci cani pitbull ma tutti buoni e giocherelloni, quello che una domenica l’anno scorso ha invitato tutta la sua classe a casa sua e ci ha dato da mangiare, ci ha fatto giocare a pallavolo e ci ha fatto montare i suoi cavalli.
Quello che a scuola non dava mai pace a nessuno, che non mi faceva far lezione, quello che ogni tanto lo dovevi buttare fuori, quello che alla prima ora gli scappava già la cacca e se gli dicevi no, alla prima ora non si esce, si metteva a cureggiare puzzolente un po’ per esigenza oggettiva un po’ per vendetta meditata.
Quello che dava noia a tutte le ragazze e mandava in esaurimento il suo compagno di banco.
Quello che nel banco non ci entrava.
Quello che era fisso al bar della scuola e che quando la sua mamma ci disse di vietargli assolutamente di andarci diventò uggioso e mugolava.
Quello che un giorno si cadde da solo sopra un piede e se lo maciullò, dovette farselo ingessare e stare a casa un par di mesi e noi a dire certo, eh, però, come si sente che non c’è.
Quello che per il compleanno chiese per regalo un viaggio a Cuba e i suoi gli dissero: certo caro, vai pure, to’ il biglietto, e lui da là ci bombardava tutti su whatsapp, lui col sigaro cubano in bocca, lui con le cubane minorenni accanto, lui su un macchinone antico tutto sorridente e coi capelli al vento.
Quello che all’intervallo metteva il capoccione dentro le altre classi e diceva a cantilena fanciullesca: bene, voi la Landi ‘un ce l’avete e io sì.
Insomma, lui.

Viene nella stessa palestra dove vado io.
E poi dicono che Dio c’è.