Rentrée

15 settembre 2014

No, lì per lì non ho pensato al fatto che quest’anno la quarta sta esattamente sopra la stanza della Preside.
Diversamente, sarei entrata in punta di piedi, avrei per prima cosa messo l’indice perpendicolare alle labbra intimando di far piano, avrei sussurrato il mio buongiorno-bentornati, mi sarei limitata a un salutino formale dalla cattedra e li avrei obbligati a non alzarsi dalla sedia.
Invece ho messo la testa rossa dentro l’aula, ho spalancato la bocca in un “AAAAH” belluino, mi sono fatta raggiungere, abbracciare, sbaciucchiare. Poi li ho rispinti tutti ai loro banchi tacchettando con le scarpe il pavimento, allungando pappine e scappellotti affettuosi, sfiorando braccia, distribuendo occhiatacce d’intesa. Me la ridevo alla grande, mi godevo il momento, mi sentivo felice.

Ma dalle scale è arrivata lei.
L’impressione che aveva avuto era quella di un soffitto che le stesse per crollare sulla testa.
L’impressione che ho avuto io è stata quella di aver dato vita a una rentrée poco urbana e molto disdicevole.
Esattamente quella che, a livello inconscio, sognavo da due mesi.

A domani

14 settembre 2014

Quest’anno con tre classi soltanto completo tutto il mio orario. Sei più sei più sei: diciotto.
Due di queste classi (la quarta e la quinta) sono mie da vecchia data e sono felicissima di riaverle ancora.
Una invece (la seconda) è nuova e non vedo l’ora di incontrarla.
Gli studenti di quinta sono allo stage e non entreranno in classe fino al primo ottobre.
Quelli di quarta sono già partiti col bombardamento scritto.
“Profe! Domani non è solo il primo giorno di scuola. Domani faccio diciotto anni!” (faccina che ride)
“Stando così le cose, urge festicciuola. Portare dolci, passaparola.” (tortina stilizzata)
“Grazie profe! Finalmente ci riabbraccieremo!!!” (sfilza di cuoricini rossi)

Lei però, che mette le “i” alla c.d.c. (cazzo di cane), oltre che un abbraccio si beccherà anche un “meno” caldo caldo sul registro.

Mare meum

14 settembre 2014

Va bene la Thailandia.
Ma io, se non tornavo a dare l’ultimo saluto alla Maremma, credevo di star male.
Adesso sto peggio. Ma almeno ho rivisto il mio mare.
E allora grazie, mare meum, per avermi accolta come si fa con una compagna con cui si è consumato un tempo di cui troppo tardi si sente una straziante nostalgia. Grazie dei tuoi azzurri e dei tuoi blu, del tuo abbraccio fradicio e fresco, del tuo silenzio di voci e della tua voce di onde. Grazie di quel verde intorno, che così verde non era stato mai perché a quest’ora tutto era già giallo e diceva: l’estate è finita, devi tornare in città, addio. Grazie della sabbia scura, del sale che mi hai lasciato addosso e che ho portato con me a casa per riassaporarlo leccandomi le braccia. Grazie perché tu sei rimasto sebbene io me ne sia andata, tu fedele e io traditrice, tu placido e io inquieta. Grazie di quel gabbiano che ieri mi volava sulla testa, dell’uomo nero che stamani si è fermato a vendermi un ombrello fatto a girasole, dell’uomo indiano da cui oggi ho comprato un braccialetto per celebrare il rito di ogni nostro incontro. Grazie di quella gente ruvida e sincera che vive insieme a te di anno in anno e parla un idioma tosco ma mozzato, udendo il quale mi si disegna sempre un sorriso sulla bocca. Grazie dei paesi che ti guardano dall’alto, dei vigneti gravidi di chicchi, dei fratelli ulivi che presto affronteranno il freddo.
Grazie di tutto quello che è accaduto da quando ti ho conosciuto e scelto per fare insieme a te un pezzo di strada, una porzione di mare, un brandello di vita, che adesso è finito, ma che non perderò mai nella memoria.

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Il vento che rovina

12 settembre 2014

E’ piuttosto volgare, il buonsenso. Abbassa il livello delle aspirazioni, valuta le possibilità di successo e soprattutto quelle di fallimento, calcola. Il coraggio, la sincerità e l’istinto non hanno nessuna possibilità di resistergli, se gli dai il tempo di organizzarsi e preparare la controffensiva. L’impulso che ci spinge a cambiare, il vento che rovina, non ha quegli argomenti, anzi spesso non ne ha affatto. Non si lascia corrompere da ragioni di convenienza e non pretende di aver ragione. Propone scelte estreme e irresponsabili e non promette risultati. Possiamo assecondarlo o sopprimerlo, prenderlo o lasciarlo, dire sì o no.
E’ questo il bello.

(Diego De Silva, Mancarsi)
Un libro da non mancare.

Primo giorno (reloaded)

10 settembre 2014

Per alcuni studenti italiani il primo giorno di scuola si è già consumato. Per quelli della Toscana si consumerà lunedì prossimo. Ma nell’era digitale, il primo giorno di scuola non è più quello che era. Come molte altre dinamiche relazionali, esso si è radicalmente trasformato.
Fino a qualche anno fa il primo giorno era un punto interrogativo, che diventava gigantesco se si entrava in una scuola nuova, fosse questa elementare, media o superiore. Per un bambino di sei anni poteva comportare lacrimoni e crisi d’ansia. Per un ragazzino di undici che stava per conoscere una decina di insegnanti differenti significava l’abbandono di un nido sicuro e protetto dove la nutrice -che portava in dono nozioni di base anziché insetti e vermicelli- aveva il nome di maestra. Per un adolescente che si apprestava a varcare il portone di un istituto di secondo grado voleva dire vivere un impatto improvviso con coetanei senza nome, docenti nuovi da chiamare profe e un mondo del tutto sconosciuto.
Ad attutire il colpo dell’ignoto e ridimensionare l’agitazione emotiva ci ha pensato già da qualche anno quel diavolaccio di facebook. Ora basta entrare nel sito della scuola che si è scelta, cliccare sulla classe in cui siamo stati inseriti, leggere il nome dei nostri prossimi compagni e passare all’azione. L’azione consiste nel farsi i facebook altrui. Andare cioè a curiosare nei singoli profili per farsi un’idea un po’ meno vaga di chi saranno le persone con cui divideremo duecento giorni all’anno per il prossimo quinquennio (il che, a pensarci, non è cosa da poco). Questo fino a qualche tempo fa.
Oggi (mi dicono le amiche che hanno figli adolescenti) si fa anche altro. Dopo essersi spiati vicendevolmente in Rete quanto basti ad avere una panoramica più chiara, e dopo essersi procurati i numeri di ognuno, si “crea il gruppo”. In questo aiuta quel demonio di whatsapp, immediata traduzione pratica di ogni teoria più cervellotica, che in un unico nominativo raccoglie in chat una classe intera in cui tutti scrivono e leggono insieme appassionatamente. Fatto il gruppo, si mette su un incontro in carne e ossa. “Finalmente!”, verrebbe da esclamare dopo tanta impalpabile virtualità. Ma una delle mie amiche m’intrappola in una serie di interrogativi da non sottovalutare. Sarà, questa dell’incontro anticipato, una cosa buona e giusta? Non si correrà il rischio di scardinare un meccanismo che, per aver funzionato immutato per decenni, costituiva una garanzia e funzionava davvero? Non si violerà la sacralità di un momento destinato a restare eterno nella memoria personale di ciascuno proprio per quel carico di timori, paure, insicurezze che si recava dietro? Insomma, per abbracciare il pensiero leopardiano che elevava l’attesa al massimo e unico dei piaceri concessi all’uomo di provare, non si sciuperà ogni cosa? Io non le ho risposto. Perché la risposta, in questo caso più che in molti altri, soffia solo nel vento.

(sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

La scritta

9 settembre 2014

Sul muro di un palazzo della mia città, a caratteri sfacciatamente cubitali, vedo troneggiare la scritta “XXX SCUOLA DI MERDA”, dove XXX esplicita il nome della scuola dove insegno.

Mi sento una privilegiata.
Sarà un anno magnifico.

Lo so.
Ci sarebbero argomenti più sostanziosi da trattare. Le vacanze finite, il lavoro ripreso, il primo Collegio dei Docenti avvenuto (garanzia di materiale letterario bastevole da qui a Natale), le riunioni avviate, gli esami di riparazione completati. Insieme a tutto questo, quel “patto” con la scuola sceso dall’alto e motivo di un certo trasalimento, valutazione del merito, scatti d’anzianità, revisione dei programmi, maturità.
E lo so.
Ci ho già scritto su due post, e poi chi se ne frega di quella cosa lì, non è perché ora ti sei iscritta e ci vai te che bisogna ragionarne tutti i giorni.
Sì, lo so.
Ma fatemi (vi prego) tornare una volta ancora sul tema palestra. E non per discorrere di allenatori, macchine, corsi di yoga e di pilates. Della palestra, vorrei portarvi virtualmente negli spogliatoi e farvi vedere quello che vedo io.
Passere.
Passere ovunque.
Passere a non finire.
Passere a piovere, a grandinare.
E uno dice be’, ci porti negli spogliatoi, cosa vuoi ci sia, ci sarà gente che si spoglia.
Certo, ovvio, naturale.
Ma quanto ci vuole per spogliarsi? Voglio dire, non in compagnia di un uomo (occasione in cui, al fine di infuocare l’attimo, non solo è lecito ma è -direi- addirittura consigliabile protrarla per le lunghe), dico spogliarsi a fini pratici, tipo la sera prima di andare a dormire o in bagno prima d’infilare in doccia. Un minuto? Due? Tre? Siete particolarmente riflessive, ok, facciamo cinque? E per vestirsi quanto tempo ci vuole? D’accordo, un po’ di più, l’abito da scegliere, la combinazione giusta dei colori, la prospettiva delle scarpe da abbinarci. Ma poniamo che quello che ci dobbiamo mettere sia già tutto lì, davanti a noi, chiuso in un armadietto ad attenderci perché è esattamente ciò che indossavamo quando siamo uscite per venire in palestra ed è esattamente ciò che ci rinfileremo per tornare a casa. Allora, quanto ci potrà volere? Cinque minuti? Sei? Sette? Siete particolarmente cogitabonde, ok, facciamo dieci.
In palestra no.
In palestra per spogliarsi e rivestirsi ci possono volere quindici, venti, venticinque minuti. Ci può volere anche mezz’ora. Non si sa perché però è così.
In quella mezz’ora, la passera viene lasciata bellamente all’aria. Via, libera di svolazzare ovunque, davanti ai megaspecchi coi lampadoni da trucco, davanti ai phon, nell’area della pesa, vicino alle bilance, sui quadratoni imbottiti e rivestiti in pelle rossa, lungo i corridoi, nella zona docce, nella zona cessi. Ovunque ti volti c’è una passera, ce ne sono due, cinque, dieci passere pronte a librarsi sopra i tuoi occhi. Ovunque tu passi, ci sono passere che passano laddove passi tu.
A passera gnuda, le frequentatrici di palestra sono capacissime di fare tutto, bere, alimentarsi, controllare la posta elettronica sull’iphone, andare su whatsapp, rispondere ai messaggini, chiamare a casa. Tuttavia l’attività a cui si appassionano di più è la conversazione faccia a faccia. Discorrere vicendevolmente a passera gnuda deve appartenere a quella categoria di piaceri in genere nomati ineguagliabili. Non se ne spiegherebbero altrimenti le innumerevoli adepte.
(Tipa a passera all’aria) “Insomma, ieri sera?”
(Amica della tipa a passera all’aria, anch’ella smutandata come la sua amica) “Niente, in Santa Croce.”
(Tipa a passera all’aria) “Ma chi c’era?”
(Amica della tipa, sempre smutandata come l’altra) “La Dile, la Bea, l’Ele, l’Ari e l’Ila. Oh, ma lo sai cosa ci ha detto l’Ila?”
E mentre quella narra all’altra cosa ha detto la sera prima l’Ila in Santa Croce, la passera di entrambe svolazza gaiamente al vento, così, prende aria, respira. Le due possono essere sedute, ma preferibilmente sono in piedi, le passere così sono esposte meglio e risaltano di più. Loro parlano e quelle sotto lì beate a rilassarsi, l’una di fronte all’altra, libere da prigioni di pizzo e di cotone.
Va considerato che nel frattempo ne passano e se ne accavallano altre quindici o venti che transitano lì per caso, per bisogno, per curiosità.
Ora.
Se le passere non fossero così tante e così entranti, io non ci avrei fatto neanche caso, perché di passere tendenzialmente mi attrae solo la mia, quantomeno per vedere come sta.
Ma visto il viavai congestionato a cui è impossibile sottrarsi in uno spogliatoio di palestra, ammetto che mi capita di notare fogge e stili delle passere moderne.
La passera, per dire, c’è chi se la sfoltisce riducendo di molto l’area del naturale triangolino capovolto: la base si accorcia, l’altezza le si adegua. Base per altezza fratto due, risultato: una passerina.
Ma c’è anche chi la porta alla mohicana: rasata ai lati, con una striscia verticale che l’attraversa per intero seguendo fedele la linea delle grandi labbra.
Ma quella che imperversa più di tutte è la passera glabra. Quella va proprio di moda. Come quando s’era bimbe ancora da sviluppare. Lustra, liscia come un boccino da biliardo, tipo cipolla di Tropea sbucciata. E mi potrebbe anche andare bene, se le passere fossero tutte belline, raccolte e armoniose come ce l’hanno -appunto- le bambine.
Ma io (involontariamente, ribadisco) vedo certe passeracce sghembe che (non nego) mi fanno un poco senso: passere cenciose, allentate, avvizzite, passere secche, risucciate, passere piatte, schiacciate come i quadri prima che scoprissero la prospettiva, come i cartoni prima che introducessero il 3D.
“Ma perché, quelle che ce l’hanno slabbrata e gli si vede penzolare quel coso ciondoloni non l’hai viste?” esclama l’amica con cui mi sono confidata.
No, non le ho (ancora) viste.
Appena ne vedo una mi cancello.

La ricetta perfetta

7 settembre 2014

C’è questo cinemino, inglobato nella Casa del Popolo a Castello.
Un cinemino storico, un po’ cadente, molto affascinante.
D’inverno qualche volta ci fa un freddo birbone.
Ma d’estate è colossale, specialmente nelle sere in cui ti fanno l’abbinata cena e cine e ti lasciano mangiare nel cortile posteriore sotto un pergolato d’uva coccoli stracchino e prosciutto crudo, crostini misti di cui due toscani uno ai funghi e uno ai pomodori, tagliatelle al sugo, taglieri fantasiosi oppure pizza. E si sta così bene a frescheggiare nell’attesa che il cine cominci, e non ti tirano mai il pacco con certe pellicolacce brutte che circolano a giro.
In questi giorni danno “Chef -La ricetta perfetta”, di e con Jon Favreau, bellino un monte senza stare qui a cercare il pelo dentro l’ovo. Delicato, soave, indicato dopo i pasti per evitare che tutte quelle inquadrature culinarie ti mettano l’appetito addosso, perfetto per il giorno che tramonta, la settimana che finisce, l’estate che sfuma.
La bigliettaia è piccina, gentile, mentre ti fa il biglietto ti sorride e ti fa un complimento.
Le bariste svanite, pittoresche, mentre ti fanno il caffè si bloccano perché alla tele passa una canzone che gli piace e se la vanno ad ascoltare incollate al video.
In terra c’è ancora quella graniglia a pezzi grossi nelle sfumature del giallognolo.
In sala entra esce e fa il comodo suo un gatto rosso tigrato.
Nella vetrinetta che dà sulla strada attaccano la locandina con la scritta OGGI.
C’hanno anche il chinotto e la spuma bionda.

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Una notte con De André

6 settembre 2014

Quando mi rendo conto che sono quindici anni che De André è morto, mi viene come una specie di sturbo disperato.
Troppo tardi mi decisi ad ascoltarlo e troppo tardi ammisi con me stessa che lui non era il cantautore antipatico e deprimente che mi ero ostinata a considerare per un terzo (spero) di vita, ma un poeta a tutti gli effetti. Adesso me ne frego degli intellettuali che -testardi- pongono uno iato netto tra i testi di certe canzoni e la letteratura italiana: De André non ha niente in meno di Montale e se lo infilassero nei libri di testo del triennio io lo schiafferei immediatamente nel programma di quinta.
Per questo ieri sera sedevo tra la folla in discesa nella cavea del Nuovo Teatro dell’Opera.
Però.

Però se le canzoni di De André me le fate cantare da chi non le sa cantare io, abbiate pazienza, mi sdegno.
Mi ripiglio (in parte) solo quando, un’ora e mezzo dopo, l’ancheggiante cantantessa da balera di cui avevo scritto il nome ma poi l’ho cancellato perché mi dispiaceva lascia il palco a Mauro Pagani. Che non ha la voce di De André ma almeno ne ha le pose, l’impostazione, l’empatia. Che non ti scioglie cuore e carni come solo lui sapeva fare, ma almeno sai che ha contribuito alla stesura di quei capolavori.
Risorgo del tutto da mezzanotte in poi, quando sul megaschermo parte il film-racconto “Faber”, raccolta di testimonianze e di memoria da portarsi a letto per poi risognarle nella notte.

Detto questo, le canzoni di De André lasciamole cantare a De André.

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Diamoci del tu

5 settembre 2014

M’inserisco nell’immensa porta girevole, striscio il pass, e sono in palestra. Pardon al club.
Saluto gli allenatori, pardon i personal trainer, salgo al piano superiore dove troneggiano i labirintici spogliatoi delle femmine, e assumo le tipiche sembianze da ginnasta: scarpette rosa e nere, pantaloncini aderenti corti al ginocchio, maglietta con Snoopy mentre cuoce una toffoletta, capelli raccolti in crocchino sulle ventitré.
“Professoressa!”
Eccoci.
“Giulia!..”
“Professoressa, sei proprio tu!”
“Sì Giulia, sono proprio io.”
“Ma infatti ti avevo vista passare cinque secondi fa!”
“E perché non mi hai chiamata?”
“Perché non potevo credere ai miei occhi: tu in palestra!”

Ora, a parte il fatto che alla sua età mi chiamavano Sydne Rome.
Ma poi, il fatto di vedermi così atletica, così informale, e (lo ammetto) così tappa, l’autorizza forse a non darmi più del lei?!